Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Una storia a metà…


Se Wendy avesse raccontato a qualcuno di Peter Pan, secondo voi le avrebbero mai creduto?
Una bambina troppo cresciuta che amava raccontare storie, lavorare di fantasia, creare mondi fantastici: chi avrebbe mai ascoltato la sua verità?

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Tu pensi troppo, amica mia. La tua testa sembra non fermarsi mai.
Vorrei poter dire il contrario, smentire chi conoscendomi fin troppo bene è costretta a subirsi le mie paranoie…i miei racconti a metà.

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Perché basta poco e i pensieri inciampano sempre sullo stesso, su quello che sarebbe potuto accadere, su quella storia a metà a cui nessuno crederebbe mai.

 

 

Pensieri Sparsi

Thirteen Reasons Why


Decidere di iniziare una nuova serie TV quando tutte quelle arretrate sono lì a puntare il dito contro di te ricordandoti l’impegno preso con loro ha un non so che di ribelle, un pò come avere la consapevolezza di avere del lavoro da finire e decidere di fregarsene altamente, prendere la macchina e passare del tempo al mare. La verità è che quel velo di triste malinconia che aleggiava intorno a Thirteen Reasons Why non avrebbe potuto in alcun modo lasciarmi indifferente, sopratutto in questo periodo della mia vita.
Non vi prometto che non ci saranno spoiler in questo mio pezzo, non sono brava ad arginare le mie parole, ne tanto meno ho alcuna intenzione di farlo, quindi se non lo avete visto ma avete voglia di farlo…beh potete sempre salvare il link del blog e ritornare quando parleremo la stessa lingua.

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Esattamente come Hannah Baker sento il bisogno di parlare, di raccontare, di dare voce a quello che ho dentro; non ho alcuna intenzione di suicidarmi, almeno su questo potete stare sereni. La verità è che, mentre tutti o quasi pensano che il suicidio sia la conseguenza di una sconfitta, la decisione di un vile che ha semplicemente smesso di lottare contro la vita, io continuo a vederci un atto di coraggio, sicuramente malato e/o non giustificabile, un atto disperato di chi, probabilmente troppo stanco di cosa continua ad offrirgli la vita, decide di affrontare la morte nella piena consapevolezza che per se stesso sarà dolorosa per un instante ma lascerà delle cicatrici profonde e sanguinanti nell’anima di chi, sopravvissuto a tale atto sconsiderato, dovrà fare fronte alla macabra realtà: potevo davvero fare qualcosa per evitarlo? Potevo io in qualche modo salvarla? sono stato io, anche solo in parte, artefice del suo destino?

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro all’anima.
Lo siamo stati da adolescenti quando cercavamo di farci accettare dagli altri, quando tutto quello di cui avevamo bisogno era un’amica che fosse leale, che ci sostenesse nel bene e nel male, che ridesse e piangesse con noi, che semplicemente ci fosse in quegli anni che credevamo fossero i più duri. Poveri illusi.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
O quanto meno lo siamo stati quando abbiamo dato fiducia al ragazzetto che ha preso il nostro cuore e lo ha calpestato come fosse carta straccia, quando le attenzioni di quel ragazzo provocavano le invidie delle altre e le loro parole cattive riecheggiavano nei corridoi e nelle strade, quando il nostro nome era conosciuto anche quando noi non conoscevamo nessuno di chi osava pronunciarlo raccontando cose che risuonavano nuove anche a noi stessi.tumblr_onyzj9ekhf1sflf2eo7_r1_400

Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Lo siamo stati a quella festa in cui tutti erano un pò ubriachi e/o fatti e noi non sapevamo cosa fare, quando ci siamo ritrovati di fronte alla scelta di essere accettati dal gruppo ed essere come loro o dare ascolto alla nostra coscienza e continuare ad essere un outsider, la ragazzina perfettina un pò noiosetta che al massimo beve Coca Cola e non tocca una sigaretta neanche a pagarla oro, quella tanto timida da sembrare algida, distaccata dal mondo, persa nelle sue fantasie.
Lo siamo stati quando abbiamo organizzato feste fighe a casa semplicemente per creare una giusta immagine di noi stesse, per farci notare dal ragazzetto che sembra guardare tutte tranne te, per sentire il nostro nome associato a complimenti ridondanti che a diciassette anni ti fanno sentire semplicemente grande.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Anche se non abbiamo più diciassette anni e non andiamo più al liceo; persi in quella solitudine paralizzante che ci rende fragili e vulnerabili, quel bisogno di essere capiti, di ricevere quella parola di conforto che sembra non arrivare mai. Siamo Hannah quando aspettiamo quel messaggio che non arriva, quando cerchiamo quell’amica che non ha più tempo per noi, quando il nostro mondo sembra crollare pezzo dopo pezzo e continuiamo a nasconderci dietro ad un finto sorriso, quando nessuno si rende conto della lotta che affrontiamo ogni giorno, delle ferite che ci lacerano l’anima, delle lacrime che rigano il nostro viso quando crediamo che nessuno ci stia guardando.

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Siamo Hannah quando mentiamo dicendo che va tutto bene, quando ascoltiamo i problemi degli altri senza assecondare il bisogno di urlare che ci dilania dall’interno; quando restiamo paralizzati cercando di ricordare quanto sia facile respirare, quando stringiamo le mani a pugno per smettere di farle tremare, quando mordiamo le labbra per bloccare le parole che temiamo possano uscire. Siamo Hannah quando teniamo insieme i pezzi di noi stesse con la colla e con lo scotch vivendo nella costante paura che le nostre crepe mostrino agli altri quanto siamo realmente danneggiate, quando ci perdiamo con lo sguardo fisso nel vuoto cercando di tenere il mondo fuori, o quanto meno di illuderci di poterlo fare, almeno per un pò, quanto basta per riuscire a far tornare il respiro regolare. Almeno per questa volta.tenor1

Siamo Hannah quando cerchiamo di apparire normali mentre affrontiamo le piccole battaglie di ogni giorno, quando ci nascondiamo dietro a grossi occhiali da sole nella speranza che non si noti quanto ci sentiamo perse nell’affrontare cose nuove, persone nuove, luoghi diversi da quelli familiari. Quando cerchiamo di essere easy nell’affrontare un nuovo lavoro, nuovi colleghi, nuove difficoltà ma in realtà la paura più grande resta quella di non piacere, di essere quella che parla troppo o troppo poco, quella che non sa stare al gioco o ci sta troppo facilmente. clay

Siamo Hannah quando ci sentiamo invisibili agli occhi del mondo, quando decidiamo di esserlo almeno per un poco, quando il nostro silenzio è pieno di parole che nessuno ha voglia di ascoltare, quando i pensieri fanno male e ogni battito del nostro cuore è una pugnalata in pieno petto. Quando siamo vivi fuori ma sempre più morti dentro!

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Siamo Hannah…sono Hannah.

Ogni giorno un poco in più, ma non mi basterebbero 7 musicassette per raccontarvi le ragioni per cui la vita proprio non ce la fa ad andare come vorrei, come in un mondo ideale dovrebbero andare, come semplicemente sarebbe giusto andasse. Almeno per un po’.13-reasons-why

Sono Hannah…eppure, in questo mondo dove ognuno di noi è sia vittima che carnefice, non posso negare di essere anche Justin, Jessica, Zach e Clay; e non potete farlo neanche voi. La verità è che nessuno sa cosa succede davvero nella vita di un altro e tu non saprai mai quanto i tuoi comportamenti incidono sulla vita degli altri. Chi di noi non ha mai mentito? Chi non ha mai ingigantito una storia semplicemente spinto da un desiderio di accettazione? Chi non ha alterato la realtà per salvare la propria di faccia senza pensare alle conseguenze? Chi non ha ceduto al richiamo dell’amore, al canto infame ed incantatore della gelosia, al dolce amaro sapore della vendetta? Chi non ha mai ignorato una richiesta d’aiuto perchè troppo preso dai propri pensieri, dai propri problemi, dalla propria vita?

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Chi di noi è davvero innocente? 

 

Pensieri Sparsi

Every success Story starts with a Dream.


La foto copertina del post è lo sfondo del mio desktop da circa un anno, probabilmente l’ho scelta in un momento in cui mi sentivo persa lungo quel cammino che avevo immaginato decisamente diverso quando, ancora ventenne, mi fermavo a fantasticare sul mio futuro. La verità è che nessuno ci insegna niente per davvero in questa vita e, fin troppe volte, le lezioni da imparare sono quelle che lasciano più cicatrici sulla nostra anima, in quella parte così recondita del nostro io da essere quasi invisibile anche a noi stessi.c9867d70cea2717519be1cac50d24481

E’ così che un professore troppo concentrato sulla sua frustrazione finisce per farti dubitare delle tue capacità insinuando dentro di te un dubbio che in precedenza mai ti aveva sfiorata, presuntuosa e determinata come volevi che il mondo ti vedesse.

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Succede che quel traguardo finale spostato sempre un po’ più in là da chi da te aveva iniziato a pretendere l’impossibile finisca per risucchiarti tutta quella determinazione e quella voglia di dimostrare al mondo di cosa tu fossi fatta, per privarti di quell’energia positiva che ti aveva permesso di sognare un futuro diverso, un futuro migliore.

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Succede che, privata da quell’energia, tu decida di abbandonare quel tuo sogno, di modificare quel futuro su cui tanto avevi fantasticato, quello con cui aveva riempito la testa ad amici e parenti, per accontentarti di quello che la vita ti mette d’avanti. Ti racconti che non hai più forza di studiare, di continuare a fare sacrifici per raggiungere quel traguardo che, probabilmente senza neanche accorgertene, avevi accarezzato sin da quando eri poco più che una bambina. Ti convinci che è arrivato il momento di lavorare, anche se quel lavoro sembra così lontano da come lo avevi immaginato quando avevi iniziato l’università; decidi di partire da zero, da quel posto che avevi sempre definito il fallimento delle tue ambizioni perché, in realtà, di ambizioso ormai nella tua testa non è rimasto più nulla.ztmp6jm

Ti concedi del tempo, provi a reinventarti, segui corsi e acquisisci qualifiche, provi ad intraprendere nuove strade sperando di trovare finalmente quella giusta.
Ti convinci che l’importante è avere uno stipendio a fine mese, che è essenziale per riuscire a soddisfare i tuoi bisogni anche quando questi sono solo capricci, regali per la tua insoddisfazione; ti racconti che va bene alzarsi dal letto demotivata per la ripetitività di quei documenti che proprio non riesce a piacerti preparare, di quelle telefonate prive di conclusione, di quelle mail che di senso sembra averne sempre meno.

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Succede che pian piano torna quell’ansia che speravi di aver imparato a gestire, quella che ti annienta giorno dopo giorno portandoti sempre un po’ più lontana da quella te stessa che meritavi di essere. Quella che meriti di tornare ad essere.2fbaa62e-7ce2-4840-84c7-07713204e1fb

Una lunga premessa quella di oggi, lo so, ma vi avevo promesso degli aggiornamenti e non sarebbe stata la stessa cosa raccontarvi di come vanno le cose adesso senza raccontarvi un pochino più di chi sono io, chi ero e chi sarei voluta essere. Probabilmente se ci fossimo incontrati circa di dieci anni fa vi avrei raccontato che ero una studentessa di architettura che, con più esami sul libretto che sullo statone, si era resa conto che forse da grande non era proprio l’architetto che avrebbe voluto fare ma che aveva scoperto che con la sua laurea in architettura avrebbe potuto frequentare un master in designer di yacth e lei, inutile sottolinearlo, sarebbe diventata una designer di yacht fighissima.

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La verità è che la vita a volte fa dei percorsi strani, tortuosi, ma in modi che non ci è dato capire i fili del nostro destino si intrecciano e ci muovono mettendoci al posto giusto al momento giusto; a volte basta solo avere il coraggio di mollare la presa, ascoltare la propria debolezze ed i propri desideri e rimboccarsi le maniche.work-bitch-gifs-6

E’ passata appena una settimana da quando ho cambiato lavoro, troppo poco tempo per tirare la somme, quanto basta per potervi raccontare che ho smesso di morire tra attestati e documenti che non riuscivano a catturare la mia attenzione, ho smesso di sentirmi morire al pensiero di un altro giorno in ufficio, ho smesso di pensare di stare sprecando la mia vita persa in un tunnel succhia energia vitale da cui avevo il terrore di non riuscire più ad uscire. Ho iniziato a sfidare me stessa, le mie capacità, la mia testardaggine a raggiungere un obiettivo, ad affrontare nuove ansie e nuove paure e a ritrovare quella parte di me stessa che temevo fosse andata persa, quella convinta che posso fare tutto, devo solo provarci davvero.
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Ho ascoltato il richiamo del mare!
Lo osservo dalla finestra del mio ufficio e sorrido all’opportunità che mi è stata data sperando che prima o poi, sugli yacht che per adesso posso solo aiutare a modellare al pc, prima o poi mi faranno mettere piede.  [Smetti di pensare a fare foto per Instagram, perde enfasi tutto il discorso eh.]
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E domani è lunedì…ma un pò meno lunedì.
In bocca al lupo a me.

Pensieri Sparsi

Condividere oppure no?


Non più di qualche giorno fa, parlando con un’amica, mi è venuto spontaneo consigliarle di non donare troppo della sua vita privata al mondo social. Del perché io mi ostini ad elargire consigli non richiesti visto il casino che mi ritrovo in testa magari parleremo un’altra volta, il punto è che vedere le sue debolezze e le sue paure bellamente esposte alla mercé di tutti mi aveva spaventato. giphy8

La gente è cattiva.
La gente ti giudica.
La gente non capisce.
La gente non aspetta altro che ridere di te.
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Le ho suggerito di aprire un blog, uno spazio suo su cui riversare i propri pensieri e le proprie paure, un po’ come in parte, in fondo, faccio io stessa perché è vero che la gente è sempre gente ma la lettura di un blog è un qualcosa di più profondo; non sono i 140 caratteri di Twitter o la foto su Instagram, non è un link condiviso su Facebook o una citazione copiata qua e là. La lettura di un blog è una conoscenza più consapevole, più profonda ed interessata.
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La scrittura su un blog è la consapevolezza che la maggior parte delle persone che leggeranno le tue paranoie non ti conoscono se non attraverso le tue parole, non ti giudicano perché non sanno quasi nulla di te se non quello che hai scelto di raccontare, non ti compatiscono perché costretti da legami di sangue o di amicizia. Se quello che hai da dire non gli interessa semplicemente vanno oltre, se interagiscono con te è perché hanno provato empatia o forse le tue parole hanno toccato le corde giuste per essere realmente comprese.
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Eppure dietro al mio consiglio, in realtà, c’è un’altra verità, di quelle latenti nel proprio subconscio che solo di tanto in tanto tornano a galla per farsi percepire: la consapevolezza che, per quanto parlare con qualcuno possa essere essenziale, ci sono situazioni che neanche quattro chiacchiere con un’amica possono cambiare, figuratevi uno sfogo nel mondo virtuale.
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Siamo onesti: se vi raccontassi che inizia ad essere pesante essere sempre quella sola, quella che il +1 ha dimenticato da tempo ormai cosa sia, che inizio ad accorgermi del tempo che passa e la paura di restare sola con dei gatti ha preso residenza nella mia mente, che inizio a percepire me stessa come merce danneggiata, una bambola rotta che nessuno vuole più, che la vita è un’avventura ma non mi ricordo più come era viverla in due, farebbe comparire il mio principe azzurro dinanzi alla mia porta? Non credo proprio.
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Le paure vanno condivise.
Ma a volte no!
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30 Days Writing Challenge – 6


Oggi doppio appuntamento: bisognava recuperare, ma restare indietro mai!!!
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Giorno 6: 5 modi per conquistare il tuo cuore.
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Io comunque vorrei capire perchè mai a chi ideato questo gioco piace così tanto il numero 5 eh, perchè sta iniziando a divenire irritante. E’ irritante il quesito, non il numero 5. Su questo direi che non ci piove e, se siamo tutti d’accordo, proporrei di far finta di nulla, chiudere per un secondo gli occhi e saltare a pie’ pari questo giorno.

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Ok, ho capito: non si può barare! E voi siete troppo fiscali per i miei gusti.

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Allora 5 modi per conquistare il mio cuore: 
Regalarmi una fornitura a vita di Skittles.
Regalarmi biglietti per i concerti, possibilmente con tanto di Vip e viaggio organizzato [i biglietti aerei mica li regalano al giorno d’oggi].
Inviarmi un messaggio con scritto: Domani partiamo per il giro del mondo, non preparare le valigie compreremo tutto nei vari posti dove andremo.
Inviarmi un messaggio con scritto: Ti passo a prendere e andiamo a fare shopping. Compra tutto ciò che vuoi ,pago io, amore mio. [in fin dei conti sono una persona romantica anche io]
Sia Nick Carter, solo in quel caso specifico tutto il resto è solo un magnifico contorno [tira fuori la carta di credito, Carter].
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La verità è che, pur concentrandomi con tutte le mie forze, mi rendo conto che non sono in grado di rispondere seriamente a questa domanda, probabilmente con il passare degli anni sono diventata così diffidente che il cuore l’ho tolto dal petto e sotterrato in un luogo lontano così che nessuno più riesca a conquistarlo e farmi male.
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Caro Principe Azzurro,
mica posso fare tutto io? Bisogna essere propositivi nella vita, la Regina Madre non ti ha spiegato proprio niente? I modi per conquistare il mio cuore te li trovi da solo.
Tsk, non esistono più i principi azzurri di una volta eh.

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Non essere una delusione, almeno tu. Suvvia.

La Psicopatica del tuo cuore.

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La coccolosità va ricordata!?!


/ì·do·lo/: Oggetto di un’ammirazione o di una dedizione gelosa o fanatica.

Partendo dal presupposto che l’unica persona per cui nutro una dedizione gelosa o fanatica sono io, e neanche mi sto propriamente sempre simpatica, non credo di essere portata realmente per questa forma di venerazione divina verso qualcuno e/o qualcosa [ammesso che questo qualcosa non siano Skittles].

E come la definiresti la tua fissazione malata per quel coso biondo di quella boyband che manco si sente più? Ah ma non si sono sciolti?
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A me non piace dare definizioni alle cose, perché mai dovrei eh?

E’ una cosa talmente irrazionale che, io per prima, ho smesso di pormi domande a riguardo, ho smesso di considerarmi sciroccata e/o infantile [a secondo della giornata], ho smesso di chiedermi se sia giusto o meno continuare ad essere una ragazzina quando si tratta di lui.

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Quindi perchè scrivere l’ennesimo post sullo stesso argomento?

Tralasciando il fatto che sul mio blog in fin dei conti ci scrivo un pò quello che mi pare, questo post è un semplice Promemoria di Coccolosità che, se non bastasse la piacevolezza del suono dovuto all’accostamento delle due parole, è semplicemente un modo per ricordarmi di aver scelto di essere irrazionale per una persona che, non so per quale congiunzione astrale, riesce a dare segni di vita sempre quando ce n’è più bisogno.

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Per quanto qualche parola in più rispetto a tutte queste emojii sarebbe gradita, continua a farmi tenerezza il pensiero che 20 anni fa [come suona male, mamma mia] non avrei mai immaginato possibile una roba del genere.
I poster possono digitare messaggi? Ma per davvero?
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E’ solo uno stupido cuore. Un tuo stupido cuore. E io non riesco a non sorridere per quello stupido cuore e a domandarmi, ogni maledetta volta, come l’immagine di biondino stronzetto e spocchioso si riesca a sposare perfettamente con la dolcezza che, a modo tuo per carità dimostri ogni volta. Non riesco a capire come gli altri non riescano a vedere quello che vedo io quando ti guardo, come possano definirti odioso o scostante, come possano non avere semplicemente voglia di perdersi in un tuo abbraccio prima di tornare alla vita reale [perchè non sono ancora rincoglionita del tutto, ve lo giuro].
E’ solo uno stupido cuore. Un tuo stupido cuore. Ma a me piace assai quello stupido cuore.
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Perchè la verità è io sarò una piccola stalker ma lui resta l’amore.
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30 Days Writing Challenge – 2


BuongiorNO!
Per educazione mi tocca iniziare questo post augurandovi Buongiorno, ma non solo oggi è Lunedì, ed il che già la dice lunga sul mio stato emotivo, a quanto pare sembra che oggi sia l’ormai famoso lunedi più triste dell’intero anno, noto a tutti come Blue Monday: insomma Buongiorno un cazehmm, smetti di essere scurrile e maleducataBuong….non ci riesco ehwhatsapp-image-2017-01-16-at-15-32-29Heeeeey, eccovi nuovamente in questo favoloso spazio gestito da un bellissimo unicorno, pronti a rispondere al quesito del secondo giorno di questa sfida di scrittura.
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Giorno 2: Scrivi qualcosa che qualcuno ti ha detto su te stessa che non hai mai dimenticato.
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Letto il tema del giorno, mi sono ritrovata dinanzi ad un bivio: una risposta leggera e scanzonata o una risposta più introspettiva?
La prima scelta risulterebbe, senza ombra di dubbio, più facile, basterebbe citare qualche complimento lusinghiero ricevuto da un corteggiatore insistente, qualche commento positivo di un vecchio professore, un tenero ringraziamento di un’amica o un dolce messaggio ricevuto dalla mamma. Troppo facile.

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Nel mio caso poi potrei citare quella volta quando, probabilmente abbagliato dal grosso fiocco del mio fantastico cerchietto alla Blair Waldorf, Kevin dei Backstreet Boys, guardandomi negli occhi, mi ha sussurrato: You’re adorable in un modo così profondo e intenso da rendermi, quasi per magia, la persona più adorabile del pianeta per mesi.

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La verità, però, è che le cose che le cose che difficilmente dimentichiamo spesso sono quelle che ci fanno male; sono quelle che toccano corde sensibili della nostra anima facendole vibrare mentre una triste litania riempie la nostra mente. Sono quelle che ti porti dentro, nonostante gli anni che passano, nonostante la vita ti abbia più volte dimostrato che, per l’appunto, si trattava solo di stupide parole.

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Non avrei saputo scegliere un solo ricordo, in fin dei conti nessuno ha specificato che avrei dovuto essere sintetica nel rispondere ai vari punti; filtrando tutte le situazioni che si sono affollate nella mia mente ho scelto 3 circostanze totalmente diverse tra loro, 3 età totalmente diverse tra loro, 3 tipologie di me stessa totalmente diverse tra loro.
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• Ero decisamente troppo piccola per ricordare questo episodio, ma sin da quando ho memoria è uno di quei ricordi che riecheggia nella mia mente. Una piccola premessa è doverosa [potrei autodefinirmi la Signora delle Premesse], non avevo ancora compiuto un anno di vita che già ero costretta a portare gli occhiali; ai giorni nostri è, purtroppo, normale vedere un bambino indossarli ben diversa era la situazione 30 anni fa ormai.
Ero in spiaggia con mia madre, per fatti nostri oserei aggiungere come se fosse necessario, ma si sa alla gente piace parlare a vanvera ed è così che una signora a qualche ombrellone di distanza, indicandomi sfacciatamente con il dito, aveva ritenuto logico e corretto usarmi a modello di confronto per la figlia riluttante ad assumere cibo.
“Mangia o diventi come quella bambina lì!”
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Quelle parole le ho ascoltate e riascoltate nei ricordi di mia madre, nella sua rabbia nel aver avuto la forza di rispondere a quella mentecatta e nel dolore di vedere che il mondo avrebbe guardato la sua bambina come qualcosa di diverso.
30 anni ed un’operazione dopo, non mi è ancora passato il desiderio di scoprire come è diventata quella bambina che non voleva mangiare.
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• Avevo 16 anni, poco meno o poco più, ed ero stata mollata da poco da quello che poteva essere definito come il mio primo fidanzatino; ad essere onesta non ricordo molto bene come fosse andata la cosa: dopo mesi di corteggiamento avevo ceduto alle lusinghe di questo ragazzetto ma dopo neanche 30 giorni avevamo capito che come amici funzionavamo alla grande ma come coppia facevamo leggermente pena. Non ricordo di aver sofferto per tale separazione, se non la giusta finzione da teen drama necessaria a dare enfasi al momento e non mostrarmi diversa dalle mie ben più navigate amiche. Eppure, anche in questo caso, c’è chi ritiene di saperne più di te e sente il bisogno di fartelo sapere.
Era un sabato sera quando, mentre chiacchieravo per cavoli miei con le mie amiche, che mi si avvicina un nostro amico [che definizione estremamente errata per una persona così spregevole], il sorriso sul viso era quello di chi aveva qualcosa di succulento da raccontare. La cosa triste è che per lui era davvero così.
Ho visto il tuo ex, era con un’altra. Sicuramente la nuova fidanzata! Beh devo dire che lo capisco, alla vostra età [n.b.: lui aveva qualche anno in più] anche io se dovessi scegliere tra la bellezza e i soldi, sceglierei la bellezza.”
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Premesso che non sapevo di essere milionaria, ma con una sola frase quello che oggi mi sento di definire solo come un emerito imbecille mi aveva fatto crollare il mondo addosso facendomi sentire inadeguata e sbagliata, addossandomi colpe che non avevo e dandomi della cessa senza troppi giri di parole. O forse si.
Inutile raccontare di come, non molti anni dopo, il povero sfigato con la ragazza con i soldi [se mi dicesse dove sono gliene sarei grata] e poca bellezza ci sarebbe uscito e di come, con estrema classe e ancor più soddisfazione, la ragazza poco bella lo ha mandato a spigolare.
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Ero prossima alla laurea, probabilmente era proprio la mia ultima correzione con quel professore che mi aveva fatto penare per due anni; stavamo lavorando alla presentazione Power Point che avrei esposto durante la discussione, modificandone per l’ennesima volta colori e spessori, quando nel silenzio dello studio era risuonata la sua domanda:
“Ti hanno mai detto che sei brava?”
Non capivo il senso della domanda posta in quel particolare momento e probabilmente l’espressione del mio viso malcelava i miei pensieri perchè, senza attendere alcuna replica, il Prof. aveva continuato dicendo:
“Non so se ti abbiamo mai detto: sei stata brava. Non so se i tuoi genitori lo abbiano mai fatto, ma ho la sensazione che tu stessa non lo abbia mai fatto. Non ti sei mai detta: sono stata brava. Sei troppo rigida con te stessa, il peggior giudice ti potesse mai capitare.”

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So di aver detto che avrei citato solo tre momenti, ma mettendo nero su bianco queste mie parole mi è venuto in mente che non avrei mai potuto non citare le parole dell’uomo norvegese incontrato sul treno:
“Non devi aver paura di perdere nella vita, ogni volta che perdi qualcosa, in realtà, impari molto altro; impari che resti in piedi, nonostante tutto; impari che sei, comunque, più forte tutto. Le prime volte ci stai male, ma poi impari che alla fine tutto passa, che tu riesci a far passare tutto. Ci vuole tempo. Perdere aiuta a costruire la tua personalità, non farti spaventare dalle cose che non vanno come vorresti. Non aver paura di desiderare qualcosa, sai che, prima o poi, sei talmente testarda da ottenerlo.”
[Se vi va di leggere di questo lo trovate qui]
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Passano gli anni, ma le parole restano impriggionate nella mente; costanti promemoria di come possiamo apparire agli occhi della gente, di come sia facile perdersi in quegli stupidi giudizi, di come spesso, chi meno avremmo creduto, ha saputo guardare oltre quello che abbiamo mostrato.
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Anche oggi sono stata logorroica, me ne scuso.
Ma anche no.
 
 
 
 
 
 
 
 
Pensieri Sparsi

Perepè qua qua, qua qua perepè


There are people who say what you wanna hear
Even on a rainy day, they’ll tell you the sky is clear

Non mi è mai piaciuta questa canzone, eppure sono giorni che il mio lettore mp3 continua impertinente a riprodurla mentre sono in macchina; per quando la skippi praticamente al suono delle prime note queste parole continuano a tormentare la mia testolina procurandomi un certo fastidio.

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Perché ci sono quelle persone che sanno sempre esattamente cosa l’altro voglia sentirsi dire e poi ci sono io che credo che dire la verità sia la migliore soluzione anche quando questa possa scontrarsi con i pascoli verdi e gli unicorni che vomitano arcobaleni di cui ci si popola la mente pur di non vedere la verità.

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Non era questo il tema di questo post, ma i due antistaminici che in corpo stanno iniziando a fare effetto e le parole escono a fatica seguendo un vero senso logico; potrei cancellare il tutto e rimandare a domani ma sarebbe così poco da me imbrigliare i pensieri a favore della logica quindi continuerò il mio delirio ignorando che qualcosa possa leggerlo e decidere di chiamare la neuro per farmi rinchiudere in una cella di isolamento.
Ricorda che hai promesso di fare la brava e di non uccidere nessuno che tanto non ne vale la pena.

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E voi preferite gli unicorni o la verità?

 

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

18 anni d’amore


Warning: questo post contiene un elevato tasso zuccheroso, la lettura di questa vera e propria dichiarazione d’amore di una non più ragazzina dal cuore da quindicenne potrebbe urtare il vostro intelletto e provocarvi un elevato picco glicemico. 

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Oddio, l’ennesimo post su una boyband; ma non parlava d’altro questo blog?
Forse si, forse no…a chi importa? Questo è lo spazio e il tempo in cui i miei pensieri vengono imbrigliati, il mio punto di vista su ciò che mi circonda, piccoli frammenti della mia vita e se la mia vita è così profondamente legata a 5 ragazzotti dal sangue a stelle e strisce non ho alcuna intenzione di farmene una colpa!

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Sarà che ho cambiato lavoro da poco, ho cambiato di colpo orari e abitudini, ho perso parte del tempo che dedicavo alla me adolescente per lasciare che la me adulta si adeguasse al nuovo schema della vita; sarà la paura di crescere che mi porge la mano quando le responsabilità bussano alla mia porta; sarà l’istinto di scappare sull’isola che non c’è insieme a Peter Pan; forse sarà semplicemente nostalgica malinconia ma in questo giorno non posso non abbandonarmi alla dolce sensazione di sicurezza che mi regalano i miei ricordi.

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Avevo 13 anni, era il 26 Febbraio del 1998 ed ero a cena; nulla di diverso dal solito, nessuno strano presagio che mi informasse che da quella sera la mia vita sarebbe cambiata per sempre. C’era Sanremo in TV, mi ha sempre annoiato a morte eppure quando all’annuncio degli ospiti fatto da Raimondo Vianello mio padre aveva osato cambiare canale gli avevo cordialmente chiesto di non farlo:
“Voglio vedere che faccia hanno questi cretini per cui tutte le mie amiche a scuola impazziscono! Sono rincretinite, non parlano d’altro!”

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Ho sempre creduto nel Karma e, deduco senza alcuna ironia, che quella sera tutte le prese in giro verso quelle ragazzine fissate per l’impossibile mi si siano rivoltate contro.
Avevo sentito parlare di quel gruppo musicale probabilmente da Raimondo e tutto il mondo, ne conoscevo le movenze ed i nomi, ero a conoscenza addirittura dei problemi cardiaci di uno di loro ma non avevo assolutamente mai avuto la curiosità di vedere né di che faccia avessero questi tizi che avevano rubato la sanità mentale alle mie amiche né di ascoltare che musica facessero. Presuntuosa e fastidiosa li avevo etichettati come roba inutile per ragazzine. Fino a quella sera.

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Non so bene spiegare cosa sia successo, mai mi sono posta realmente il problema a dirla tutta. E’ stata magia, uno strano sortilegio che mi ha ipnotizzato alla Tv sulle note di quella canzone che profumava di casa, un profumo che avrei imparato presto a riconoscere. Sarebbe tenero, e perché no anche romantico, dire che in quei pochi minuti mi avevano colpito i suoi occhi azzurri, il suo caschetto dorato o la sua bocca a cuore; raccontare di come fossi rimasta folgorata dal suo sguardo o dal modo in cui la lingua accarezzava le labbra ogni tre parole pronunciate.

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La verità è che quella sera ero rimasta affascinata dall’aria di porello disadattato che, tra i cinque, aveva il biondino; quell’espressione da cucciolo smarrito tendenzialmente sfigato che, sin da subito, la mia mente aveva associato al suo nome. La mia mente aveva iniziato a tessere la sua storia di povero disagiato facendo di me l’unica eroina in grado di salvarlo dalla cattiveria del mondo [ho sempre avuto una fervida immaginazione, non posso negarlo].

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Avevo 13 anni e non riuscivo a dare un nome a quella sensazione di calore che avevo sentito dentro nel fissare la sua immagine alla Tv, a quella voglia di conoscere tutto di quel biondino dai tratti femminei, a quella voglia di averlo nella mia vita come se fosse la cosa più naturale del mondo; non potevo sapere che quei pochi minuti dinanzi ad un televisore avrebbero condizionato in maniera così radicale la mia vita.

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Sono passati 18 anni da quella sera e, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare come fosse la mia vita prima di allora; come riuscissi a vivere senza il mio pensiero felice a tenermi compagnia; non riesco a capacitarmi di come il tempo sia trascorso, di quanto connessa sia stata la mia vita con quella di cinque perfetti sconosciuti che me l’hanno salvata più volte senza averne coscienza alcuna.
Solo chi si è perso, perso per davvero, può comprendere quanto calore possa dare il sentirsi a casa, quanta dolcezza possano regalare quelle note di una familiare spensieratezza.
Solo chi ha temuto di non ritrovarsi può capire quanto un sorriso familiare possa scaldare il cuore facendo riaffiorare emozioni che credevi sopite.

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Si dice che la musica salvi le persone, le guarisce con delicatezza, le prende per mano e le accompagna fuori dall’oblio. Per me è stato così! Ero persa e non lo sono più, avevo bisogno di un appiglio per ricominciare a parlare con la Vera me stessa e sono ripartita dall’unica cosa che mi ricordava chi fossi, quella passione che fosse mia e soltanto mia; avevo bisogno di credere che la felicità potesse essere facile ed effimera.

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Non chiedetemi come sia accaduto!
Non li incontrerai mai. Mi dicevano; ed io sono passata dal collezionare loro fotografie a collezionare fotografie con loro, a nutrire la mia anima di quei fuggenti attimi di felicità che solo un grande sogno può donare.

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Per gli altri saranno sempre i Backstreet Boys, per me sono Nick, Brian, Alex, Kevin e Howie. Cinque amici un pó lontani nel cui abbraccio adoro perdermi come fosse la cosa più naturale del mondo .

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Perché quando dopo 18 anni ancora ti batte il cuore
come quando ne avevi 13 non può che essere amore:
Un eterno amore!

 

 

Pensieri Sparsi

Siamo così, dolcemente complicate…


Reduce da una serata karaoke in bilico tra le donne dolcemente complicate della Mannoia e quelle che non indossano solo una minigonna ma vogliono un vero uomo accanto a se della Tatangelo; mancavano all’appello solo Sabrina Salerno e Jo Squillo a ricordare che oltre alle gambe c’è di più e la colonna sonora del post che sto scrivendo sarebbe stata oltremodo perfetta.
Per la serie: se ieri pomeriggio avevo in mente il delirio che sto per mettere nero su bianco, dopo questa serie di messaggi subliminali mi è sembrato chiaro il non poter esimermi dal farlo.

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Non siamo tornati all’asilo e questo non vuole in alcun modo essere uno di quei post maschi contro femmine dal sapore fintamente intellettuale in cui, aggrappandomi ad uno pseudo femminismo in nome delle suffragette, metto, rigorosamente in maniera acida, qualche puntino sparso sulle i dell’infinito discorso dell’emancipazione femminile ai nostri giorni;insomma, per farla breve non lederò in alcun modo la virilità maschile né tesserò lodi random alle portatrici sane di vagina.
E’ una mera constatazione domenicale, prendetela per quello che è.

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Non per far polemica, che appunto è domenica mattina e non mi sembra il momento adatto, ma vorrei farvi notare che se Vasco Rossi o Liguabue non hanno sentito il bisogno spasmodico di scrivere un inno per la loro condizione di essere uomini un motivo ci sarà, non trovate anche voi? Non sono tagliata per fare la cantautrice, eppure non riesco proprio ad immaginare uno stadio pieno di uomini che, abbracciati in un moto di complicità, alzano gli occhi al cielo cantando a squarciagola strofe del genere:
“Siamo uomini, oltre al pacco ehmm calcio c’è di più”
“Essere un uomo, non vuol dire aprire soltanto il portafogli…essere un uomo è di più.”
“Siamo così, emotivamente complicati sempre un po’ incazzati ma potrai trovarci ancora qui, nelle sere un po’ furiose non toccare le nostre cose…”

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La verità è che per quanto ogni donna sia consapevole che potrebbe fare le stesse cose di un uomo, e tendenzialmente potrebbe farle anche meglio senza rovinarsi la manicure, la realtà dei fatti, a volte, ancora si scontra con quella che resta una bella utopia.
Lo so: il mio capo è donna ed è il migliore che abbia mai avuto; le mie colleghe sono donne e sono davvero molto intelligenti, la mia segretaria segna gli appuntamenti che è una meraviglia…nessuno mette in dubbio che esistano uomini intelligenti capaci di giudicare una persona per le sue capacità e non per le sue dotazioni intime.

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Eppure, mentre stavo andando in cantiere l’altro giorno mi è stato fatto notare che le donne nel mio settore sono poche e spesso hanno la tendenza ad essere acide, a fare la voce grossa, insomma ad essere delle gradi stronze; ho sorriso a questa affermazione consapevole che poco si distaccava dalla realtà dei fatti mentre come in un flash mi balenava in mente una frase ascoltata poco tempo fa nel mio telefilm:
Qualsiasi donna che si rispetti sa che dobbiamo lavorare il doppio per essere considerate la metà di un uomo.

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Ma non avevi detto che non era uno di quei post femministi dal sapore un po’ antiquato? Oh certo, e non ho alcuna intenzione di smentire le mie intenzioni. Anche se, per l’appunto, non ho potuto dare smentita all’affermazione di cui sopra perché conosco la sensazione di dover sembrare acida per essere ascoltata al pari di un uomo; perché quando cerchi le scarpe da cantiere e ti rinviano bonariamente alla Chicco per il numero troppo piccolo o ti viene ricordato di non dare confidenza agli operai semplicemente perché al tuo chiedere scusa per aver interrotto una lavorazione per dover passare ti è stata suonata la musica di Uomini e Donne ti rendi conto che, in alcuni ambiti, la gentilezza non paga.

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Si dice che una donna sia impotente giusto il tempo che le si asciughi lo smalto, la verità è che una donna resta impotente fino a quando decide di esserlo; resta impotente fino a quando decide di rispondere con un sorriso prendendo appunti di tutte le cose che, con molta calma, farà pagare al malcapitato di turno se ancora si ostina a non mostrarle il rispetto dovuto; fino a quando fingersi sesso debole si rivela la chiave giusta per manipolare il viril sesso.

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Una donna resta impotente fino a quando non decide di togliergli gli occhiali e ricordare al mondo che Supergirl riesce a fare le stesse cose di Superman, semplicemente con molto più stile.

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Date alle donne occasioni, adeguate ed esse saranno capaci di tutto.
Non dimenticatelo mai.