Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Ferma non ci riesco a stare.


Non credo sia mai passato così tanto tempo prima che mettessi nero su bianco le emozioni di un viaggio di questo tipo; solitamente non riesco a controllare l’entusiasmo e le parole sono così concitate da divenire puntualmente quasi confuse…e invece a sto giro Boh!
Cioè capiamoci, è stata un’esperienza intensa, come sempre, eppure è stato tutto un po’ diverso questa volta.

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Ennesima partenza post-lavoro, ennesima valigia fatta quasi buttandoci dentro cose random, ennesimo viaggio con tempistiche ad incastro e switch sempre più veloci.
Fino a pochi giorni prima di salire su quell’aereo che mi avrebbe portato in Germania aleggiava pesantemente il timore che alla fine l’abbraccio che tanto attendevo non sarebbe arrivato. Per fortuna mi sbagliavo.

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A sto giro, per quanto avessi la consapevolezza di aver bisogno di perdermi nelle mie certezze, ero sicura che sarebbe stato diverso…che, nonostante tutta la gioia del mondo, difficilmente quel retrogusto amaro mi avrebbe abbandonato.
Non c’era davvero ansia questa volta, era più trepidazione, una frenetica attesa del momento in cui non avrei più pensato a ciò che, per quanto non volessi, ancora turbava i miei pensieri.

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La scelta di iniziare da chi non avessi mai incontrato mi era sembrata quella più giusta da fare, ma non potevo neanche immaginare quanto di più sbagliata potesse essere. Disorganizzazione e isterismo hanno caratterizzato le prime ore della giornata, sentivo già la puzza della sfiga quando ho optato per un cambio di programma.
Non credo di aver avuto il tempo di metabolizzare dove fossi quando ho incrociato il suo sorriso. La situazione era la classica da catena di montaggio, quasi più rapida del solito…insomma è arrivato il mio turno e non avevo idea se i miei capelli fossero apposto, se il rossetto fosse sbavato, se io fossi pronta…se si fosse ricordato di me.

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Il suo sorriso ha resettato ogni mio dubbio, dissipato ogni mio timore.
Mi ha abbracciato e mi sono ricordata come ci si sente quando va tutto bene.
Come stai?
Adesso bene.
Perché?

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Che vuol dire perché?!?
No veramente, non credevo fosse necessario un disegnino per spiegare il motivo. Ovvio. Lampante. Talmente scontato da essere banale…eppure lui ti fissa quasi preoccupato e tenendoti per le spalle ti chiede perché.

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Perché ci sei tu?
So che non è carino scuotere la testa per sottolineare l’ovvietà di un’affermazione, ma sono totalmente incapace di controllare la mia mimica. Ha riso, per fortuna. Mi ha stretto per la foto per poi bloccarmi mentre stavo andando via.

Aspetta devo raccontarti una cosa!!

Io avrei voluto avere una fotografia della mia faccia in quel preciso istante. Devo aver strabuzzato gli occhi cercando di capire con chi stesse parlando.

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Credo che in quell’istante anche lui deve essersi reso conto di aver bloccato tutto il meccanismo perfetto, come un ingranaggio che ha smesso di girare.

Hai un’altra foto, no?

Non adesso, domani.

Ok. Perché devo raccontarti una cosa troppo divertente. Ho scoperto una cosa davvero divertente. Devo raccontarti una cosa troppo divertente.

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Ho scoperto che il mio secondo nome è italiano.
Fermiamoci un secondo ed immaginate che la persona che avete amato da sempre vi abbia appena detto una cagata pazzesca. Fatto? Bene, quale sarebbe la vostra espressione?
La mia quella di una perfetta ebete che cercava di assecondare quel delirio cercando di non ridere fingendo un interesse smisurato per questa storia esilarante.
Italiano? Ma davvero? Voglio saperlo.
La sua mano sulla mia spalla. I suoi occhi nei miei.
Dopo te lo dico. Si, dopo ti dico tutto.

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Sono andata via perplessa. Non riesco a pensare ad una parola differente per il mio stato d’animo in quel momento. Negli anni di cose senza senso me ne aveva dette, ma a quello pseudo discorso proprio non riuscivo a dare una motivazione.
Non che ci avessi perso il sonno, insomma la questione è stata ben presto archiviata con un classico è un idiota.

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La giornata è stata lunga, l’isterismo intenso, la sua patatosità infinita.
Hello, Italy.
Al nome ci stiamo ancora lavorando, prima o poi sarò io a pensare di avere un nome differente a seconda dello stupido nomignolo che usa ogni volta, ma è palese che adori sottolineare la mia provenienza. E ammetto di adorarlo.

Il secondo giorno forse è stato ancora più un delirio del primo: tutti avevano paura di non riuscire a fare tutto ciò che avevano programmato.
Il momento foto è stato talmente veloce da non essere quasi classificabile…di altra storia sono stati invece i selfie.

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Devi ancora dirmi del secondo nome italiano.
Ti prometto che ti dico tutto.

In realtà non mi ha detto il nome neanche il giorno dopo, ma giusto qualche giorno fa ha scoperto di non essere un Carter e, stando all’indizio lasciato, sembrerebbe proprio che le sue origini siano italiane. Insomma, le sue parole hanno smesso di essere un totale NoSense.

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E’ stato tutto perfetto…o quasi.
La verità è che quando una ha un bel carattere, ha un bel carattere sempre.
Così quando nel momento dell’ultimo selfie di questo folle viaggio ho avuto la sensazione di non aver meritato quante attenzioni meritassi, non ho esitato un solo istante a brontolare.

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Non sono riuscita a darti neanche un bacio.
Perché?
Perché tu sei alto. Io sono corta.
Ah, ok.

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Ok???
Quelle che voi vedete alla fine sono bellissime foto, si…fanculo la modestia.
Io rido perché ok, lo dici a tua sorella…Ehmm…
Sarebbe stato meglio avessi detto di non aver capito.
Lo so, dovrei imparare a stare zitta…ma stare zitta non è proprio arte mia.
Anche se ti chiami Nick Carter.

Lo so, a sto giro poco amore…poche frasi da romanzetto rosa.
Mi mancava da morire eppure la magia ha funzionato un po’ meno.
E’ sempre Lui…io ero solo un po’ meno Me.

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È stato un weekend caratterizzato da un mal di testa atroce che non mi ha dato tregua, dagli antidolorifici presi come fossero caramelle, dalle file interminabili e da quelle saltate perché di base odio aspettare.

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Un weekend fatto di luci di Natale e würstel giganti, di boccali di birra e odore di zucchero, di punsh di mele e rhum che ti scaldano l’anima.

 

Un weekend di delirio e odio verso i tedeschi, di parole a caso e conversazioni senza senso.

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E’ stato il weekend di Hello, brother.
Perché anche dopo aver desiderato di dargli fuoco e vederlo divenire cenere come fanno i vampiri, alla fine, nell’esatto momento in cui non ci credevo più, è successo…ed è stato un momento tenerissimo. I suoi occhi fissi nei miei mi hanno fatto mancare l’aria rendendomi di colpo una ragazzina, la foto venuta male è stata il biglietto magico per un altro giro tra le sue braccia.

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…e adesso non mi resta che aspettare la prossima avventura.

Pensieri Sparsi

Consigli.


Tempo fa mi è stato consigliato di provare a lasciarmi guidare da qualcun altro ogni tanto, in piccole cose, sia ben chiaro; avete presente no? Qualcosa tipo smettere di voler avere il controllo di tutto e di tutti; provare a non pianificare eventi e situazioni nella mia mente e semplicemente provare a restare a guardare cosa accade…quando accade.
Avevo sorriso a quel consiglio.
Avevo sorriso alla consapevolezza che difficilmente mi lascio guidare nelle mie scelte. non sono capace di fidarmi neanche quando si tratta di cose banali come provare un cibo diverso da quelli che potrei mangiare di solito, un qualcosa che a priori ho già scelto non sarebbe nelle mie corde, figuriamoci se potrei mai semplicemente aspettare come andrà.giphy2

Mi è stato consigliato di provare a smettere di pianificare ogni singolo spostamento prima di un viaggio  [daaaaaai, questa è pura follia], farmi giusto un’idea di massima su quello che potrei/vorrei fare e poi vedere come va.
Alzami la mattina e lasciarmi ispirare dalla giornata.

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Insomma, chiariamoci, mi è stato detto che non dovrei:

  1. Stilare un programma dettagliato di cosa fare e quando;
  2. Stilare un elenco dettagliato di outfit comprensivi di accessori da indossare;
  3. Associare ogni outfit scelto ad un particolare momento;
  4. Cercare su google i posti migliori per scattare delle belle foto;
  5. Controllare i cibi da assaggiare/poter mangiare;
  6. Capire cosa bere e dove;
  7. Calcolare le tempistiche di ogni spostamento e valutarne le migliori opzioni;
  8. Pensare costantemente a cosa potrebbe andare storto;
  9. Prevedere cosa potrebbe andare storto e cercare di trovarne una soluzione;
  10. Cercare di capire se sotto agli outfit sopra citati sia possibile utilizzare Converse in previsione di stanchezza e poca voglia di essere una fighetta;
  11. Calcolare tempi di riposo;
  12. Compilare una lista delle cose da portare;
  13. Compilare una lista di cose da comprare;
  14. Riprovare tutti gli outfits selezionati e iniziare a pensare a delle opzioni supplementari in caso di: freddo, caldo, vento, sporcizia;
  15. Essere sicura di dimenticare qualcosa nonostante le mille liste sparse per casa.

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Oh certo, direi che sono molto brava a farlo.

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❣ Anywhere for you ❣


I’d go anywhere for you, anywhere you asked me to.
I’d do anything for you, anything you want me to.

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Chiudo gli occhi e nella mia mente continuano a risuonare dolcemente le note di questa canzone che ha sempre avuto il sapore di una promessa per me; una promessa che, ormai, direi di aver onorato per davvero.

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Mi piacerebbe raccontarvi di come questa volta io abbia deciso senza esitazione di essere felice, di come in maniera impulsiva e del tutto irrazionale io abbia ignorato le mie ansie e abbia fregato la mia razionalità prenotando senza battere ciglio questo viaggio ai limiti della follia; ma volete ascoltare la mia storia o quella di qualcun altro?

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Ogni viaggio ha inizio nel momento in cui si decide di intraprenderlo, nel preciso istante in cui, arrendendosi al volere dei propri desideri, si prende coscienza dell’inevitabilità di assecondare quella decisione che in cuor nostro avevamo già preso da tempo. Nel mio caso, in realtà, pare abbia  inizio nell’esatto momento in cui tutti sembrano aver capito ancor prima di me che prenoterò quel volo, che comprerò quei biglietti…che ancora una volta volerò da lui… loro.

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Era fine settembre quando, dopo una settimana di telefonate e masturbazioni mentali, mi sono decisa ad assecondare quel desiderio che aveva iniziato a bruciarmi dentro.
The only limit is the sky…e le mie ansie che avevo deciso di raggirare con il solito meccanismo di difesa “intanto prendo i biglietti, poi decido davvero cosa fare!”. Bugiarda!?! Non avrei rinunciato per niente al mondo a questo viaggio, ma ancora non lo sapevo.

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Come se avessi avuto bisogno di una conferma per quanto appena affermato, in una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, è arrivata una mail che sembrava urlarmi di essere felice.

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Io che non ho mai vinto il premio che volevo neanche quando da bimba pescavo i cigni al luna park, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi dalla felicità esattamente come ad una bambina a cui hanno regalato il biglietto per la fabbrica di cioccolato: il pass per la felicità.


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Organizzare un viaggio dall’altra parte del mondo mentre si è intenti a capire che direzione stia prendendo la propria vita non è una delle cose più semplici da fare al mondo, ve lo assicuro. Chi segue questo blog da un poco ben conosce il mood che ha accompagnato i miei giorni negli ultimi mesi, tutte le ansie che mi hanno rubato il sonno di notte e bloccato il respiro di giorno, quel senso di vuoto che pian piano si stava impossessando della mia essenza più nascosta. Prenotare alberghi, studiare percorsi, ricordarsi di effettuare tutte quelle noiose cose burocratiche mentre con la colla e con lo scotch si cerca di non far andare a pezzi la propria vita e la propria sanità mentale dovrebbe essere inserito come disciplina olimpica. Eppure ce l’ho fatta.

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Ero terrorizzata.
I giorni prima della partenza credo l’unica vera sensazione che riuscissi a provare fosse terrore, di tanto in tanto l’eccitazione veniva a bussare alla mia porta ma trovava la mia testa sin troppo piena per riuscire a soggiornare al suo interno.
Le mie ansie mi ansiavano.
Avevo aspettative troppo alte per questo viaggio e la paura di restare delusa stava pian piano schiacciando tutto il mio entusiasmo; credo di essermi maledetta in aramaico un giorno si e l’altro pure man mano che si avvicinava la data della partenza; un tira e molla emotivo che si è protratto fino al momento di sistemare tutti gli outfits, che avevo meticolosamente scelto appositamente per l’occasione, nel mio trolley fuxia.

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Credo che sia stato solo quando tutto aveva trovato il giusto posto per la partenza che ho iniziato a realizzare che:

– sarei partita per la California e avrei visitato Los Angeles;

– sarei stata a Las Vegas;

– lo avrei abbracciato di nuovo;

– non c’era posto per ansie e paranoie nel mio bagaglio, bisognava lasciarle a casa.

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13 ore di aereo e varie turbolenze dopo, io e le mie amiche abbiamo messo finalmente piede sul suolo californiano…e riabbracciato le nostre valigie.
Non era la mia prima volta in America, eppure, ogni volta, ho un sussulto al cuore; ogni volta è la realizzazione di un piccolo sogno.
Tra stanchezza e intontimento da jet-lag, ha avuto davvero inizio il nostro viaggio ed io avrei dovuto capire sin dai controlli per l’immigrazione quanto questo viaggio sarebbe stato ai limiti del delirio.

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Banale e scontata, la nostra prima tappa è stata la Walk of Fame.
Non avrei mai immaginato il senso di orgoglio che ha attraversato la mia anima fissando quella stella lercia sul marciapiede della strada più famosa di Hollywood; come se un pezzettino di quell’astro rosa fosse, in un qualche modo, anche una cosa mia, mi sono ritrovata a sorridere felice mentre, contrariamente a tutte le mie ansie da germi vari ed eventuali, mi sono ritrovata con il sedere per terra a cercare la posa perfetta per immortalare il momento.

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Girare in un solo giorno una città immensa come Los Angeles equivale un pò a trotterellare per la città inseguendo le orme del Bian Coniglio di Alice rincorrendo le lancette dell’orologio nella speranza di non sprecare neanche un solo istante del tempo a propria disposizione; significa scontrarsi con la realtà di Uber e dei suoi punti di incontro confusionari che ti costringono ad attraversare venti volte lo stesso incrocio cercando di capire quale macchina sia giunta a recuperarti; significa dimenticarsi della tabella di marcia per fare un vero e proprio shooting fotografico a Beverly Hills.
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Significa girare su un pullman turistico frustrate dal vento e letteralmente bruciate dal sole; restare incantate dall’atmosfera che si respira sul Bubba Gump, fare un giro sulle montagne russe urlando all’oceano facendosi bloccare la carta prepagata, mangiare da Bubba Gump e bere una Coronarita Tropical aiutando la birra a scendere piu velocemente  per la troppa fretta mista al terrore di perdere la coincidenze per Las Vegas.

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Ritrovarsi immischiata in un viaggio del genere significa viaggiare di notte, sfruttando lo spostamento in bus per dormire almeno un pochino consapevoli di aver solo assaggiato la vera frenesia dei giorni che verranno; ritrovarsi in mezzo al nulla ad attendere l’ennesimo Uber della giornata, attraversare la Strip di Las Vegas alle 4 di mattina senza avere la benché minima percezione di che giorno sia e del perché si stia al mondo.

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Mi state accompagnando mano nella mano attraverso il mio viaggio, sbirciando nel delirio del susseguirsi di quelle ore che continuavano a rincorrersi veloci, troppo veloci, portandomi inesorabilmente al vero motivo di questa folle trasferta concedendomi, seppure in maniera fugace, di riuscire a dedicarmi allo shopping.
Perché un ricordino a casa non te lo vuoi portare?

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Riguardo le fotografie scattate in questi giorni e mi domando stupita quante ore avessero le giornate che ho vissuto ma soprattutto quanto sia stata io brava a gestire le mie ansie.
Se li incontriamo alle 5, posso andare in panico dalle 3. Giusto?
Credo sia stato per questo compromesso, e per la complicità degli oltre 40 gradi di Las Vegas, che sono riuscita a concedermi anche un tuffo in piscina prima di iniziare ad avvertire il panico incasinarmi testa e stomaco.

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Prima di continuare il racconto, che da questo punto in poi, con elevata probabilità, assumerà magicamente le sembianze di un post scritto da una quindicenne in piena crisi ormonale, è importante specificare una cosa: non importa quante volte tu abbia incontrato il tuo sogno, ogni volta sarà come la prima volta. 

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Se ci pensate solo un istante vi rendere conto voi stessi che non avrebbe senso nulla se così non fosse; se tutto divenisse semplice e privo di magia che senso mai avrebbe prendere un aereo e arrivare dall’altra parte del mondo solo per poterlo riabbracciare. Magari se la smettessi di parlare al singolare potrebbe essere una cosa carina, neh.

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La verità più assoluta è che, per quanto tu sia ben consapevole di potercela fare a non smettere di respirare di fronte a loro, ogni volta è una sfida contro te stessa. C’è un momento, l’istante esatto prima che tutto abbia inizio, che il cuore perde realmente un battito come nelle peggiori fan fiction; un solo istante in cui anche solo respirare sembra essere uno sforzo fuori dalla propria portata. È una frazione di secondo in cui il sorriso sul proprio viso si trasforma quasi in una smorfia di dolore, lo stomaco si contrae come accade prima di vomitare e le gambe iniziano a diventare un pochino più deboli.
Un solo infinitesimale attimo prima di perdersi in quegli abbracci che significano vita.

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Ci sono abbracci in cui semplicemente ti senti a casa, quelli in cui riesci a percepire, anche solo per un istante, il battito del suo cuore e inizi a temere che lui possa riuscire a sentire il tuo che sta battendo così forte da fare male. Sorridi. Non devi neanche pensare di farlo perché non riesci a fare diversamente, ti stringi tra quelle braccia che quasi ti tolgono il respiro e finisce che te ne freghi dei soldi spesi per quella maledetta foto, delle settimana passate a configurare la posa perfetta, l’outfit perfetto, le parole perfette. Sei li, schiacciata tra le sue braccia che bloccano le tue e ti costringono ad una posizione pessima, ma va tutto bene perché il mondo potrebbe anche finire in quel preciso istante, tu saresti felicemente a casa.

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È una sensazione strana quella che si prova ogni volta: ti aspetti di incontrare un sogno e finisci per avere la sensazione di riabbracciare dei vecchi amici.  Ti ritrovi a ringraziare per un complimento ai tuoi capelli che in realtà da mesi vorresti rasare perché di andare come vorresti tu proprio non ne vogliono sapere; a chiedere ancora un altro bacio perché quelli, è risaputo, non sono mai abbastanza e a  pensare come sia possibile che il suo viso sia così perfetto da sembrare che abbia un filtro beautyPlus applicato costantemente addosso. Voglio conoscere il trucco, maledetto.

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Finisci a brindare con lo chardonnay e fare photo booth idioti con le tue amiche di sempre, a nascondere una corsa per arrivare alla transenna, a gioire per un saluto rubato mentre sei intenta a commentare l’immensità del suo fondoschiena, ad analizzare ogni singola espressione di quell’ometto biondo che ha rubato il tuo cuore e incasinato la tua testa da troppo tempo ormai.

Canti felice quelle canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla tua vita stretta in una morsa di amore che solo chi condivide la tua stessa passione può realmente comprendere; ti lasci trasportare in una dimensione parallela in cui tutto può succedere, fatta di fugaci momenti che comporranno un favoloso puzzle quando tutto quello vissuto diverrà solo un ricordo.

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Rincorro frenetica le emozioni mentre le parole prendono vita sotto le mie dita, forse sto scrivendo troppo perdendomi in dettagli che non interessano a nessuno ma poco importa: ho bisogno di mettere nero su bianco ogni istante di questo fantastico viaggio e, in un certo qual modo, ringraziare persone e luoghi che lo hanno reso tale.

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Come potrei non parlarvi della dolcezza infinita di Kristin? Del sorriso sbocciato sul suo viso quando ha sentito del nostro lungo viaggio, della tenerezza del suo salutarci con baci ed abbracci e dell’assurdità del momento in cui lei ha definito noi delle fighe.

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Tutto molto bello ma It’s fabulous Vegas, baby.
E sicuramente non era ancora arrivato per noi il tempo per fermarsi, non ancora. Dopo il concerto, nonostante fossimo sveglie da ore infinite ormai, bisognava assolutamente correre al party sul tetto sotto la Torre Eiffel…ma si sa no Nick, No sense and so No party e ben presto il richiamo del cibo ha avuto la meglio sul nostro spirito festaiolo facendoci ritrovare stanche e felici a rimpinzarci di hamburger e patatine alle tre del mattino.

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E’ così strano per me ritrovarmi adesso a fare un resoconto cronologico di quanto vissuto, in viaggi del genere, quando le ore di sonno sono sempre troppo poche per essere prese in considerazione, finisco sempre per avere la sensazione di aver vissuto un unico giorno lunghissimo. Che non avvertissi la stanchezza o il sole cocente che mi aveva cotta a puntino rendendomi una piccola aragostina sarebbe una grandissima bugia eppure l’adrenalina che scorreva nelle mie vene era tale da impedirmi di fermarmi., seppure sempre in ritardo sulla tabella di marcia.
Nuovo giorno, nuova corsa, nuove avventure…sarete mica già stanchi di leggere?

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Il nostro ultimo giorno a Las Vegas è trascorso di corsa, come tutto il viaggio del resto, tra foto buffe e boomerang, pesantissimo cibo americano per dare inizio all’operazione bella ciaciona, giri in alberghi così immensi da rischiare di smarrirsi al loro interno e vani tentativi di sfidare la buona sorte alle slot machine del casinò del New York New York. Fingersi turista per eludere il nuovo panico che, questa volta decisamanete prima delle tre, aveva iniziato ad impossessarsi della mia essenza.

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Ok, li avevo visti appena 24 ore prima [decisamente meno, smettila di mentire] ma l’idea di avere a disposizione ancora un momento prima di salutarli fino alla prossima avventura mi dilaniava da dentro.
Si può davvero essere tristi per paura che una cosa finisca ancor prima che questa cosa sia realmente iniziata?
Non provate a darmi una risposta, non credo ne possa esistere qualcuna che vi salverebbe dalle mie lagne. La verità è che, sabato forse ancor più che venerdì, avevo bisogno di perdermi tra le sue braccia; avevo bisogno di sentire il sapore della felicità.

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Io non ho idea di come funziono queste cose, se davvero percepisce gli odori come i cani o se semplicemente i miei occhi che sorridono ancor prima delle mie labbra quando i miei occhi incrociano i suoi gli suscitano qualche strano moto di tenerezza; non ne ho idea del perché accada ma è quando più ne ho bisogno che lui tira fuori il meglio di se.

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Io lo so che in quella stanza c’erano 5 uomini, ma i miei occhi erano tutti per lui; non ricordo minimamente di come sia stato abbracciare Alex, lo osservavo sorridermi e l’unica cosa che cercavo di fare era non morire.
Hi beautiful
.
La sua mano sulla mia testa e io non ho capito più niente. Vi giuro che, da perfetta regista, nella mia mente avevo organizzato perfettamente come doveva svolgersi il tutto per avere il mio momento perfetto; eppure quando le sue braccia si sono strette alla mia vita non mi ricordavo neanche chi fossi. Come se fossi una bambolina mi ha posizionato dinanzi a lui, mi ha stretta e io ho sorriso con il cuore che mi esplodeva di felicità. Ho sorriso davvero.

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She’s got two photos.
Spiegare agli altri 4 che quello che avrei voluto era una semplice foto con un abbraccio di gruppo non si è rilevata cosa semplice, bloccata dalle sue braccia credo davvero di non essere stata così femminile nel cercare di sporgermi per chiedere cosa volessi.
She wants a group hug.
Senza liberarmi da quell’abbraccio che desideravo come l’aria per respirare, ha dato voce alla mia richiesta tirando a noi il povero malcapitato alla sua sinistra regalandomi la foto più bella che avessi potuto desiderare.

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L’ho abbracciato, si l’ho fatto ancora, avevo bisogno di portare quella sensazione dentro di me il più a lungo possibile e ho raggiunto la mia partner in crime per quella sera; colei che si è subita il mio panico estremo e la mia logorroicità pre e post Paradiso, colei che scambiando il suo biglietto con il mio mi ha regalato la serata più stupendamente assurda della mia vita.

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Ritrovarmi di nuovo nel pit per quella seconda sera è stato magnifico, sentirsi parte di un’unica famiglia con ragazze di continenti diversi è una sensazione che difficilmente a parole si riesce a spiegare, ballare con le proprie amiche sulle note di qualche stupida canzone, ridere di gioia e fissare con occhi innamorati la magia che prende forma su quel palco è pura poesia.
Sopravvivere a Nick Carter che decide che sia giunta la tua ora è… qualcosa di sovrannaturale.

Vivere un concerto all’estero è un’esperienza incredibile, le ragazze che hai intorno, quelle perfette sconosciute, diventano di colpo le tue amiche per una notte pronte a supportati quando troppo sconvolta dall’indicazione appena ricevuta sul dove dovresti andare (?) resti bloccata in un limbo senza sapere se ridere o piangere.
You had a moment with Nick. He is horny.

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Perfetto. Fisso il foglio per continuare questo mio racconto alla ricerca di una parola che riesca a definirlo e nella mia mente rimbomba altisonante un solo termine: Perfetto.
Tutto è stato perfetto. Tutti loro sono stati perfetti [ehmm Brian ti sto salvando per affetto, sappilo]. I ballerini sono stati perfetti [Teddy ti abbiamo amato dal primo momento]. Le mie amiche sono state perfette.
LUI è stato perfetto, nonostante io continui a chiedermi: ma da me sabato sera cosa diavolo volevi?

Mi hai bruciato l’anima con lo sguardo, bloccato il respiro e inibito ogni barlume di lucidità presente nel mio corpo in quel momento. Il mio mondo fatto di minipony rosa è stato raso al suolo dalla tua tenerezza e dalla mia insensata voglia di vedere il mondo intero sparire in quel preciso istante.

 

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Un viaggio semplicemente perfetto.
Se siete arrivati a leggere fino a questo punto non potete che essere d’accordo con me.
Siamo giunti quasi alla fine di questo post chilometrico, al momento in cui, finita la frenesia del racconto, sopraggiunge la malinconia del ricordo. Si dice che ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi, e io credo che mi lascerò cullare dai miei ricordi ancora per un pò.

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Prima di scrivere la parola fine sento il bisogno di ringraziare le mie folli compagne di viaggio, quelle con cui ho vissuto h24 per i scorsi giorni, stressandole con la mia tabella di marcia e il mio posso andare in panico ora?, quelle con cui ho condiviso da bere e una mezza scottatura da sole californiano, quelle con cui stavo evaporando per fare le foto sotto l’insegna di Las Vegas e con cui ho attraversato il casinò del Cosmopolitan in ciabatte. Quelle del #maiunagioia sempre presente, che ormai è diventato uno stile di vita; quelle dei biscotti del hotel e il Kevin sull’aereo. Quelle senza le quali questo viaggio non avrebbe avuto lo stesso sapore.img_2432

Devo dire grazie al supporto da casa, a chi non ha dormito condividendo le mie ansie e facendole diventare un pò le sue, a chi mi ha urlato di essere felice e pensare a me stessa, a chi ha ascoltato i miei deliri pre viaggio, viaggio e post viaggio; alla mia famiglia che mi ricorda sempre che i soldi meglio spesi sono quelli per i viaggi, che collezionare ricordi è il miglior modo di vivere la propria vita. Alle perfette sconosciute che hanno fatto da comparsa in questo bellissimo film.

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Devo ringraziare Brian, Kevin, Alex e Howie per essere parte di qualcosa di perfetto, per la loro innata capacità di riuscire a non deludere mai le mie aspettative, per le emozioni che con le loro voci continuano a regalarmi da praticamente tutta la mia vita. Per l’onestà nel condividere le proprie emozioni riuscendo a riempire i miei occhi di lacrime al suono di parole che risuonano più o meno così:
“Leggiamo spesso nei messaggi che ci inviate che ‘vi abbiamo salvato la vita senza conoscervi’; non immaginate nemmeno quante volte siete state voi a salvarla a noi.”
*vi si ama incondizionatamente da sempre e per sempre*

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Devo ringraziare me stessa, per esserci riuscita ancora una volta a non farmi fermare dalle mie paure. per essere riuscita a dimenticarmi di tutto quello che nei mesi scorsi aveva spento il mio sorriso, per essermi concessa di essere ragazzina perdendomi in quell’abbraccio che riesce, ogni volta, a ricordarmi che sono viva.

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Come se l’intero post non fosse stato un continuo ringraziamento al creatore per averti messo su questa terra, devo ringraziare Te per come mi sento io quando sono con te.
Non smetterò mai di stupirmi di come la gente non riesca a percepire che persona meravigliosa tu sia, di quanta dolcezza ci sia nei tuoi gesti, di quanto tu sia capace di far sentire una persona speciale, donandole l’illusione di vivere in una favola.

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Tu sei l’amore, e io voglio vivere per sempre di quest’amore.

 

Pensieri Sparsi

Welcome, February!


Tutti ad inveire contro Gennaio che sembrava non volesse finire mai, eppure a me sto Febbraio che deve arrivare non mi pare tutto sto Carnevale di Rio; insomma, se Gennaio è un pò come il Lunedì dell’anno, in fin dei conti, Febbraio altro non è che un Martedì.

E voi conoscete qualcuno a cui piace il Martedì?

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E’ un mese strano quello di Febbraio per me, sarà che è il mese prima del mio compleanno e io odio il mio compleanno, sarà che è un mese di cambiamenti e io ho difficoltà ad affrontare i cambiamenti, sarà che fa freddo e io odio il freddo; sarà che sono particolarmente lagnosa ed insofferente.
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Esattamente il 2 febbraio dello scorso anno mettevo per la prima volta piede in questo ufficio piena di ansie e aspettative, piena di speranze e paure. Esattamente ad un anno di distanza mi domando come io abbia fatto a sopravvivere un anno in questo posto senza impazzire e/o ammazzare qualcuno. [grazie fiori di Bach].
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Esattamente ad un anno di distanza attendo con ansia l’arrivo di San Valentino per vedere la fine del mio contratto di lavoro e poter, con un lungo sospiro di sollievo, voltare pagina.
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Cosa mi aspetta dopo ancora non lo so. Ok, teoricamente lo so, ma lasciatemi essere scaramantica questa volta.

Ho una valigia di sogni che mi trascino da troppo tempo dietro, speranze di cambiamenti, desideri da soddisfare…tutto nuovamente affidato al mese di Febbraio anche per quest’anno.
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Oh mio caro Febbraio,

non mi deludere. Non lo sopporterei.

Xoxo

A.




 

Il Salotto di Angel ★ · Pensieri Sparsi

Il Salotto di Angel ★ #2


Bentornati nel mio Salotto!

Se siete tornati qui, forse come padrona di casa non sono poi così male; la cioccolata calda era gradevole e i pasticcini delle vere leccornie…e tutto questo bon ton da signorina per bene ha qualcosa di raccapricciante.

Che ne dite se, per questa volta, chiacchieriamo dinanzi a del buon vino? Offro io.

 

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Il problema che mi affligge oggi è una di quelle questioni pungenti a cui da anni non sono capace di dare una risposta:
Perchè non sono capace a viaggiare leggera? Perchè sento, ogni maledettissima volta, la necessità di portarmi dietro tutta la casa neanche fossi una chioccola?
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Ogni volta è sempre la stessa maledetta storia, mi racconto che questa volta sarà diverso, che sarò in grado di affrontare un weekend fuori porta senza dare la sensazione di essere in procinto di un trasloco, senza apparire come una sfollata in cerca di una nuova dimora.
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Mi racconto che a sto giro arriverò in stazione con lo stesso stile di Chiara Ferragni, trascinerò con grazia il mio trolley fuxia indossando con leggiadria la mia borsetta all’avambraccio agitando leggermente la manina che stringe il telefono mentre mi guardo intorno con aria fintamente smarrita alla ricerca del mio treno.
Oh guarda, un unicorno che corre felice su un arcobaleno.
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Tralasciando che, essendo una ritardataria cronica, non riesco mai ad arrivare neanche lontanamente rilassata in stazione, figuriamoci alla mia carrozza [una delle ultime volte ho temuto realmente mi scoppiasse il cuore per lo sforzo fatto per non perdere il treno]; la scena che si presenta ogni volta è sempre la stessa.
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Mi trascino dietro il mio trollery rosa come se al suo interno ci fosse il cadavere di un ciccione fatto a pezzettini, arrancando con la mia borsa all’avambraccio in cui, dovendo giudicare dal peso, probabilmente sono stati infilati i pezzi restanti del suddetto cadavere, agitando isterica la manina che stringe il telefono da cui penzolano disperati gli auricolari, mentre mi guardo intorno con aria smarrita ed espressione da pesce lesso cercando di togliermi dal viso i capelli che, nello sforzo, si sono infilati negli occhiali da sole per un effetto sipario che mi fa credere di aver visto realmente un unicorno correre felice su un arcobaleno.
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La prossima volta, viaggerò leggera.
Me lo ripeto consapevole di quanto ridicola sia tale affermazione associata alla mia essenza, di quanto la mia incapacità di rinunciare alle mie comodità mi costringa puntualmente a girare per il mondo con una borsa che Mary Poppins scansati che sei una povera dilettante.
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La prossima volta, noleggerò un assistente personale.
Cose come portare il peso di una valigia dovrebbero essere delegate a qualcuno con le giuste competenze per farlo. Insomma, non chiedo tanto, anche banalmente un uomo sarebbe capace ed io potrei fare la mia entrata scenica alla Chiara Ferragni dei Poveri.
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E voi, siete più brave di me? Avete sposato il motto: leggero è meglio? Riuscite a non portare con voi l’intera casa quando dovete partire?
Illuminatemi.
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Ps.: Accetto ogni tipologia di consiglio utile per riuscire a non essere più una Chioccoletta.
Pensieri Sparsi

Una settimana esatta…


…e sarò via da qui.
Mi rendo conto che da stamane lo sto ripetendo come un mantra nella mia testa, una sorta di sedativo per i pensieri troppo burrascosi e assonnati del lunedì.       
Una sola settimana e, nonostante siano mesi che sto progettando questo viaggio, sento, come sempre, che mi mancano troppe cose da ultimare per essere sicura che sia tutto perfetto, per rendere l’imprevisto percentualmente innocuo.

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Liste da depennare; documenti da stampare; ultime cose da comprare, valigie da preparare.
Più che un viaggio sembra l’organizzazione di una strategia di guerra.

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Perchè non riesco a prendere nulla con leggerezza?

Pensieri Sparsi

Il Blues del Viaggiatore


E’ martedì…e stamane non riesco proprio a ricordare dove ho riposto la mia voglia di sorridere; non che abbia voglia di cercarla in questo momento ma mi piacerebbe quanto meno essere a conoscenza di dove sia finita.

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Ci sono persone che, tornate da un viaggio, non fanno in tempo a mettere piede in casa che hanno già disfatto la valigia, messo a lavare i vestiti sporchi, suddiviso i vari souvenir da donare ad amici e parenti, scaricato la scheda SD della fotocamera sul computer e collocato nelle giuste caselle della memoria i momenti appena vissuti…e poi ci sono io che, dopo ormai più di una settimana, ancora fisso il vuoto cercando di costringere la mia mente a tornare alla realtà.

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La valigia l’ho riposta ieri, iniziavo a temere di ritrovarmi alla porta qualcuno del programma Sepolti in casa e non sarebbe stato propriamente carino [il borsone è ancora mezzo pieno, ma non ditelo a nessuno]; l’ho osservata per giorni giacere inerme ai piedi del mio letto, fissarmi sconsolata per quella posizione di limbo a cui l’avevo rilegata attribuendone la colpa alla mia famigerata pigrizia. Quella posizione di limbo in cui mi ero rintanata io stessa.

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Era quasi consolatorio vederla ancora li per terra, semiaperta, come se fosse in sospeso tra quello che ormai era terminato e quello che avverrà in seguito; quella sciocca sensazione a cui aggrapparsi, l’illusione che tutto quello che ho vissuto non potesse essere davvero finito. Un mero inganno della mia mente.

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Ho sempre vissuto di depressione post viaggio, allontanarsi dalla monotonia della propria vita, anche se per pochi giorni, regala nuove prospettive da cui osservare il tutto al proprio rientro; vivere lontano dai doveri e dalle preoccupazioni, poi, regala alla mente quell’irrefrenabile desiderio di essere nomade per sempre. Vivere in un sogno per circa una settimana e ritrovarsi la scrivania piena di scartoffie al proprio ritorno ti uccide lentamente dentro, ti spegne come un alito di vento sulla flebile fiamma di una candela.

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Faccio fatica ad abituarmi nuovamente a quello che avevo lasciato alle mie spalle, ai ritmi e alle persone della mia quotidianità, ai loro discorsi e alle loro vite che risuonano così lontane dalla mia. Sorrido distaccata, annuisco fingendomi partecipe mentre con la testa sono lontana…mentre con la testa sono ancora via.

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Lo chiamano Blues del Viaggiatore, una melodia triste che accompagna i giorni del ritorno a casa. Io lo definirei Sindrome da Adele, sarà che quando ci siamo salutate, o poco prima, c’era una sua canzone alla radio e i nostri occhi si sono riempiti di lacrime in un istante ma la mia mente non smette di mandarmi in loop immagini dei momenti vissuti, ricordi in bianco e nero come in quei video che piacciono tanto a Maria De Filippi.

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E in un certo senso la depressione post viaggio è proprio questo, perché la vita di tutti i giorni a volte sembra proprio un videogioco pieno di bug, che continua solo a forza di scatti irreali e saltelli inutili. [cit.]

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E’ una malinconica tristezza, una mancanza insistente, un desiderio irrefrenabile di scappare via; è una lotta alla sopravvivenza per non soccombere alle emozioni che ti schiacciano. E’ una fase transitoria…

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…fino al prossimo viaggio.