Pensieri Sparsi

Addio 2019…e grazie!


Quando negli ultimi giorni dell’anno ormai concluso ti ritrovi a ripercorrere i mesi trascorsi con un velo di tenera malinconia, quasi sicuramente vuol dire che è stato un anno buono, uno di quelli da ricordare con il sorriso sulle labbra.
Difficilmente potrei affermare il contrario.

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Le premesse, in realtà, c’erano tutte: ho iniziato l’anno con già in tasca i biglietti della felicità sapendo che sarei stata dall’altra parte del mondo; ancor prima di mettere piede nel nuovo anno ero consapevole che, nonostante tutto, avrei avuto i miei attimi di gioia…ma non potevo immaginare quanto questo anno avesse in serbo per me.
In fin dei conti dopo aver passato la prima notte dell’anno a vomitare anche l’anima, davvero non riuscivo ad immaginare un risvolto negativo.
Cosa? Sarebbe stato più logico pensare se questo è l’inizio figuriamoci il resto?
Ma quando mai i miei pensieri seguono una logica comune?

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Come ogni anno mi ritrovo con la voglia di analizzare ogni più piccolo avvenimento e il bisogno di non perdermi in post chilometrici che non leggerà mai nessuno, forse neanche io.
Puntualmente mi ritrovo a buttare un occhio sui resoconti degli anni passati (2015, 2016, 2017, 2018) per poi scoprire, quasi con stupore, quanto sia cambiata di anno in anno per poi restare sempre la stessa.

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Il dono della sintesi non è mai stata una delle mie migliori qualità, e mai come questa volta me ne sto rendendo conto. Ripenso ai 365 giorni trascorsi e mi domando:
questa volta da dove inizio?

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Potrei iniziare semplicemente da me…da quella mania di fotografare me stessa e tutto ciò che mi circonda che mi permette di arrivare a fine anno ed avere almeno una mia foto per ogni mese dell’anno e scoprire che ricordo con esattezza il momento in cui è stata scattata ogni singola foto, riconosco ogni sfumatura che si cela dietro ogni sorriso e percepisco esattamente i pensieri che accompagnavano la me di quel momento.

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Chiudo gli occhi e cerco di fare chiarezza, di cercare un ordine, una logica, per accompagnare voi, e me, in questo viaggio lungo 365 giorni alla scoperta di una me che a volte è stata travolta dagli eventi e a volte li ha governati.
Quante cose succedono in un anno? A volte decisamente troppe…ed è questo il motivo per cui ormai non riesco a fare a meno di questi resoconti annuali: non voglio perdermi neanche un pezzo di questo folle puzzle che è la mia vita.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…forse ho trovato la giusta chiave di lettura di questo anno.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho viaggiato!!!
E direi che ho viaggiato davvero tanto; adoro gli anni così.

Gennaio: Roma
Febbraio: —
Marzo: Roma – Madrid
Maggio: Milano
Giugno: Zurigo – Praga
Luglio: Albenga
Agosto:Los Angeles – Salento
Settembre: Cannes
Ottobre: —
Novembre: Londra
Dicembre: Dortmund – Monaco di Baviera

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho fatto pace con Nick Carter.
Il punto è che non abbiamo mai litigato davvero ma era esattamente dalla crociera del 2018 che vivevo con la convinzione che ormai mi odiasse profondamente (non osate litigare con la mia mente eh) ed è stato assolutamente liberatorio, per una volta, rendermi conto di essere in errore.
La sua espressione e la linguaccia che ha seguito il suo saluto sono stati il lasciapassare per un anno pieno di ricordi meravigliosi.

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È stato l’anno di Hello, Kitty…Hey…ma tu alla fine di dove sei?…italianoooo…è sempre un piacere vederti…devo raccontarti una cosa troppo divertente…il mio secondo nome è italiano…
È stato l’anno in cui ogni abbraccio è stato migliore di quello precedente, in cui il suo sorriso ha dato un senso a tanti giorni bui, in cui la prospettiva di vederlo mi ha dato la forza ogni qual volta pensavo di non volercela fare più.
L’anno in cui, ancora una volta, mi ha fatto sentire speciale, il puntino che cerca tra la folla…il sorriso che rende più splendente la mia vita.

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato qualcosa di grande.
Abbiamo realizzato qualcosa di grande!!!
Nonostante tutti gli impegni e la stanchezza, mi sono ritrovata incastrata in un progetto che troppe volte mi era sembrato più grande di me.
Sei mesi di duro lavoro, di telefonate e scleri, di ansie e litigate, di entusiasmo e speranza…un istante fatto di pura magia.
La consapevolezza di avercela fatta!!!

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito che probabilmente finalmente ho trovato la mia strada.
Avere un titolo dinanzi al proprio nome ma sentire che non ti rappresenta può far paura, decidere che quel titolo è solo un appellativo in più rispetto a quello che hai scelto (ti hanno indirizzato) di fare, non ha prezzo!
È questo il motivo per cui, ancora oggi, quando mi chiedono quale sia il mio lavoro non riesco a non affermare: Sono un architetto, ma in realtà mi occupo di marketing e comunicazione…che nel mio caso significa occuparmi anche di logistica, amministrazione, post vendita, service…insomma se c’è un problema sono quella che se ne occupa, o quanto meno ci prova.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho assistito al mio primo varo.
Quello ufficiale di un nuovo modello e mi sono emozionata. In cui ho organizzato i miei primi shooting fotografici e ho ricevuto i complimenti perché sembrava lo avessi sempre fatto e non si notava per niente che fosse la mia prima volta. In cui ho seguito il mio primo rebranding, il rifacimento di sito e brochure, i primi comunicati stampa seri.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho organizzato totalmente da sola il mio primo Salone Nautico…ho seguito la realizzazione dello stand…la conferenza stampa ed il catering.
L’anno del primo concorso nautico…del primo premio vinto e dell’emozione travolgente che ne è seguita.
L’anno in cui il tempo trascorso in fiera ha avuto un sapore diverso, fatto di alcol e serate al limite dell’assurdo, di salsedine e…tante risate.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho smesso di essere un robottino senza anima e ho sorriso senza un vero motivo (ok, il motivo era anche bello grosso direi). L’anno in cui sono tornata quindicenne e ho trovato chi assecondasse questa follia.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito che basta un vestito carino ed un sorriso in più per ricordare che sei una donna a chi forse non ti ha mai visto come tale. E che a te basta anche meno per capire che non è un uomo chi pensa si illude di poterti classificare come una tra le tante.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui... sono andata ad un matrimonio a Los Angeles e c’era uno dei Backstreet Boys!
Si ok, chi se lo incula Aj…ma spiegatelo alla me 15enne che fissava sognante i poster alla parete che un giorno sarebbe finita ad un matrimonio con uno dei tizi dei poster.
Tanto non li incontrerai mai. [cit.]

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito tanto di me stessa e di chi mi sta intorno.
Ho capito che, nonostante il mio carattere, piaccio alla gente, forse proprio per il mio carattere.
Ho capito che ho dato troppa fiducia alle persone sbagliate e troppa poca a chi poi mi ha stupito; ho capito che sono amabile, anche se adoro essere odiabile; che so mettermi in gioco e che, quando lo faccio, piaccio per davvero. Ho capito che c’è un mondo intero dentro di me che per troppo tempo ho tenuto sopito ma che quando schiudo la porta esce fuori un arcobaleno ricco di colori.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho smesso di aver paura dei silenzi.
Ho imparato ad ascoltare i miei pensieri senza volerli per forza addomesticare, ho imparato a provare a sentire un po’ di più quello che ho paura di provare perché a volte anche il dolore è necessario per rivedere il sole. Ho imparato a non aver bisogno di nessuno ma ad apprezzare la compagnia di chi vuole esserci davvero.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato che so stare da sola, ma quando si è in compagnia si sorride di più.
E ho imparato che non è da perdenti ammettere di provare malinconia, di avere delle mancanze…e a volte mi manca avere qualcuno accanto, quel qualcuno che ti fissa solo perché mi piaci…qualcuno che non voglio che tu abbia problemi…qualcuno con cui abbattere ogni difesa.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato che non tutti possono comprendere cosa stai passando e fargliene una colpa è sbagliato, ma nessuno ha scritto da alcuna parte che bisogna accontentarsi delle amicizie a metà; che chi non ti ascolta non ti merita, chi non capisce i tuoi silenzi non merita le tue parole, chi pretende la tua presenza ma non ti concede la sua probabilmente merita la tua assenza.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…senza accorgermene,  mi sono amata un poco in più!
In cui ho amato un poco in più.

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E dal 2020 cosa vorrei?
Non chiedo nulla, come sempre: sorprendimi!!!
Dimostrami che sono brava a sbagliare.
Ricordami che posso amare.
Insegnami che non devo smettere di sognare.

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Ferma non ci riesco a stare.


Non credo sia mai passato così tanto tempo prima che mettessi nero su bianco le emozioni di un viaggio di questo tipo; solitamente non riesco a controllare l’entusiasmo e le parole sono così concitate da divenire puntualmente quasi confuse…e invece a sto giro Boh!
Cioè capiamoci, è stata un’esperienza intensa, come sempre, eppure è stato tutto un po’ diverso questa volta.

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Ennesima partenza post-lavoro, ennesima valigia fatta quasi buttandoci dentro cose random, ennesimo viaggio con tempistiche ad incastro e switch sempre più veloci.
Fino a pochi giorni prima di salire su quell’aereo che mi avrebbe portato in Germania aleggiava pesantemente il timore che alla fine l’abbraccio che tanto attendevo non sarebbe arrivato. Per fortuna mi sbagliavo.

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A sto giro, per quanto avessi la consapevolezza di aver bisogno di perdermi nelle mie certezze, ero sicura che sarebbe stato diverso…che, nonostante tutta la gioia del mondo, difficilmente quel retrogusto amaro mi avrebbe abbandonato.
Non c’era davvero ansia questa volta, era più trepidazione, una frenetica attesa del momento in cui non avrei più pensato a ciò che, per quanto non volessi, ancora turbava i miei pensieri.

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La scelta di iniziare da chi non avessi mai incontrato mi era sembrata quella più giusta da fare, ma non potevo neanche immaginare quanto di più sbagliata potesse essere. Disorganizzazione e isterismo hanno caratterizzato le prime ore della giornata, sentivo già la puzza della sfiga quando ho optato per un cambio di programma.
Non credo di aver avuto il tempo di metabolizzare dove fossi quando ho incrociato il suo sorriso. La situazione era la classica da catena di montaggio, quasi più rapida del solito…insomma è arrivato il mio turno e non avevo idea se i miei capelli fossero apposto, se il rossetto fosse sbavato, se io fossi pronta…se si fosse ricordato di me.

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Il suo sorriso ha resettato ogni mio dubbio, dissipato ogni mio timore.
Mi ha abbracciato e mi sono ricordata come ci si sente quando va tutto bene.
Come stai?
Adesso bene.
Perché?

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Che vuol dire perché?!?
No veramente, non credevo fosse necessario un disegnino per spiegare il motivo. Ovvio. Lampante. Talmente scontato da essere banale…eppure lui ti fissa quasi preoccupato e tenendoti per le spalle ti chiede perché.

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Perché ci sei tu?
So che non è carino scuotere la testa per sottolineare l’ovvietà di un’affermazione, ma sono totalmente incapace di controllare la mia mimica. Ha riso, per fortuna. Mi ha stretto per la foto per poi bloccarmi mentre stavo andando via.

Aspetta devo raccontarti una cosa!!

Io avrei voluto avere una fotografia della mia faccia in quel preciso istante. Devo aver strabuzzato gli occhi cercando di capire con chi stesse parlando.

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Credo che in quell’istante anche lui deve essersi reso conto di aver bloccato tutto il meccanismo perfetto, come un ingranaggio che ha smesso di girare.

Hai un’altra foto, no?

Non adesso, domani.

Ok. Perché devo raccontarti una cosa troppo divertente. Ho scoperto una cosa davvero divertente. Devo raccontarti una cosa troppo divertente.

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Ho scoperto che il mio secondo nome è italiano.
Fermiamoci un secondo ed immaginate che la persona che avete amato da sempre vi abbia appena detto una cagata pazzesca. Fatto? Bene, quale sarebbe la vostra espressione?
La mia quella di una perfetta ebete che cercava di assecondare quel delirio cercando di non ridere fingendo un interesse smisurato per questa storia esilarante.
Italiano? Ma davvero? Voglio saperlo.
La sua mano sulla mia spalla. I suoi occhi nei miei.
Dopo te lo dico. Si, dopo ti dico tutto.

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Sono andata via perplessa. Non riesco a pensare ad una parola differente per il mio stato d’animo in quel momento. Negli anni di cose senza senso me ne aveva dette, ma a quello pseudo discorso proprio non riuscivo a dare una motivazione.
Non che ci avessi perso il sonno, insomma la questione è stata ben presto archiviata con un classico è un idiota.

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La giornata è stata lunga, l’isterismo intenso, la sua patatosità infinita.
Hello, Italy.
Al nome ci stiamo ancora lavorando, prima o poi sarò io a pensare di avere un nome differente a seconda dello stupido nomignolo che usa ogni volta, ma è palese che adori sottolineare la mia provenienza. E ammetto di adorarlo.

Il secondo giorno forse è stato ancora più un delirio del primo: tutti avevano paura di non riuscire a fare tutto ciò che avevano programmato.
Il momento foto è stato talmente veloce da non essere quasi classificabile…di altra storia sono stati invece i selfie.

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Devi ancora dirmi del secondo nome italiano.
Ti prometto che ti dico tutto.

In realtà non mi ha detto il nome neanche il giorno dopo, ma giusto qualche giorno fa ha scoperto di non essere un Carter e, stando all’indizio lasciato, sembrerebbe proprio che le sue origini siano italiane. Insomma, le sue parole hanno smesso di essere un totale NoSense.

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E’ stato tutto perfetto…o quasi.
La verità è che quando una ha un bel carattere, ha un bel carattere sempre.
Così quando nel momento dell’ultimo selfie di questo folle viaggio ho avuto la sensazione di non aver meritato quante attenzioni meritassi, non ho esitato un solo istante a brontolare.

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Non sono riuscita a darti neanche un bacio.
Perché?
Perché tu sei alto. Io sono corta.
Ah, ok.

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Ok???
Quelle che voi vedete alla fine sono bellissime foto, si…fanculo la modestia.
Io rido perché ok, lo dici a tua sorella…Ehmm…
Sarebbe stato meglio avessi detto di non aver capito.
Lo so, dovrei imparare a stare zitta…ma stare zitta non è proprio arte mia.
Anche se ti chiami Nick Carter.

Lo so, a sto giro poco amore…poche frasi da romanzetto rosa.
Mi mancava da morire eppure la magia ha funzionato un po’ meno.
E’ sempre Lui…io ero solo un po’ meno Me.

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È stato un weekend caratterizzato da un mal di testa atroce che non mi ha dato tregua, dagli antidolorifici presi come fossero caramelle, dalle file interminabili e da quelle saltate perché di base odio aspettare.

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Un weekend fatto di luci di Natale e würstel giganti, di boccali di birra e odore di zucchero, di punsh di mele e rhum che ti scaldano l’anima.

 

Un weekend di delirio e odio verso i tedeschi, di parole a caso e conversazioni senza senso.

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E’ stato il weekend di Hello, brother.
Perché anche dopo aver desiderato di dargli fuoco e vederlo divenire cenere come fanno i vampiri, alla fine, nell’esatto momento in cui non ci credevo più, è successo…ed è stato un momento tenerissimo. I suoi occhi fissi nei miei mi hanno fatto mancare l’aria rendendomi di colpo una ragazzina, la foto venuta male è stata il biglietto magico per un altro giro tra le sue braccia.

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…e adesso non mi resta che aspettare la prossima avventura.

Pensieri Sparsi

TGIF…but I still hate everyone!


“𝙰𝚗𝚍𝚢, 𝚜𝚒𝚊𝚖𝚘 𝚜𝚎𝚛𝚒, 𝚗𝚘𝚗 𝚜𝚝𝚊𝚒 𝚏𝚊𝚌𝚎𝚗𝚍𝚘 𝚒𝚕 𝚖𝚊𝚜𝚜𝚒𝚖𝚘. 𝚃𝚞 𝚝𝚒 𝚜𝚝𝚊𝚒 𝚕𝚊𝚖𝚎𝚗𝚝𝚊𝚗𝚍𝚘. 𝙲𝚑𝚎 𝚌𝚘𝚜𝚊 𝚟𝚞𝚘𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚝𝚒 𝚍𝚒𝚌𝚊, 𝚎𝚑? 𝚅𝚞𝚘𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚝𝚒 𝚍𝚒𝚌𝚊:”𝙿𝚘𝚟𝚎𝚛𝚒𝚗𝚊, 𝙼𝚒𝚛𝚊𝚗𝚍𝚊 𝚝𝚒 𝚑𝚊 𝚙𝚛𝚎𝚜𝚘 𝚍𝚒 𝚖𝚒𝚛𝚊, 𝚙𝚘𝚟𝚎𝚛𝚒𝚗𝚊, 𝚙𝚘𝚟𝚎𝚛𝚊 𝙰𝚗𝚍𝚢”? 𝙼𝚖𝚑? 𝚂𝚟𝚎𝚐𝚕𝚒𝚊, 𝚚𝚞𝚊𝚛𝚊𝚗𝚝𝚊𝚍𝚞𝚎! 𝙻𝚎𝚒 𝚗𝚘𝚗 𝚏𝚊 𝚌𝚑𝚎 𝚒𝚕 𝚜𝚞𝚘 𝚖𝚎𝚜𝚝𝚒𝚎𝚛𝚎. 𝙽𝚘𝚗 𝚕𝚘 𝚜𝚊𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚕𝚊𝚟𝚘𝚛𝚒 𝚗𝚎𝚕 𝚙𝚘𝚜𝚝𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚑𝚊 𝚙𝚞𝚋𝚋𝚕𝚒𝚌𝚊𝚝𝚘 𝚊𝚕𝚌𝚞𝚗𝚒 𝚝𝚛𝚊 𝚒 𝚙𝚒𝚞̀ 𝚐𝚛𝚊𝚗𝚍𝚒 𝚊𝚛𝚝𝚒𝚜𝚝𝚒 𝚍𝚎𝚕 𝚜𝚎𝚌𝚘𝚕𝚘? 𝙻𝚊𝚐𝚎𝚛𝚏𝚎𝚕𝚍, 𝚍𝚎 𝚕𝚊 𝚁𝚎𝚗𝚝𝚊… 𝚎 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚑𝚊𝚗𝚗𝚘 𝚏𝚊𝚝𝚝𝚘, 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚑𝚊𝚗𝚗𝚘 𝚌𝚛𝚎𝚊𝚝𝚘, 𝚎̀ 𝚜𝚝𝚊𝚝𝚘 𝚙𝚒𝚞̀ 𝚌𝚛𝚎𝚊𝚝𝚒𝚟𝚘 𝚍𝚎𝚕𝚕’𝚊𝚛𝚝𝚎 𝚜𝚝𝚎𝚜𝚜𝚊.”

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• Fʀɪᴅᴀʏ ɪs ʟɪᴋᴇ ᴀ sᴜᴘᴇʀʜᴇʀᴏ ᴛʜᴀᴛ ᴀʟᴡᴀʏs ᴀʀʀɪᴠᴇs ᴊᴜsᴛ ɪɴ ᴛɪᴍᴇ ᴛᴏ sᴛᴏᴘ ᴍᴇ ғʀᴏᴍ sᴀᴠᴀɢᴇʟʏ ʙᴇᴀᴛɪɴɢ sᴏᴍᴇʙᴏᴅʏ ᴡɪᴛʜ ᴀ ᴋᴇʏʙᴏᴀʀᴅ. •

Ci sono giorni in cui semplicemente devo ricordarmi che:

  • uccidere non è ancora legale, anche se il sarebbe meglio da morto ti fa girare altamente i coglioni;
  • quando chiudo la porta dell’ufficio, devo lasciarci i problemi dentro;
  • lagnarsi non serve a nulla se non ad apparire lagnosi;
  • quando sorrido non è detto che il mondo mi sorrida ma lo sti cazzi è la risposta adatta a tutto;
  • fingersi carina e coccolosa aiuta, ma essere acida e fastidiosa a volte aiuta molto di più;
  • mi servono soldi per incontrare l’uomo della mia vita;
  • odio tutti e non devo dare spiegazioni a nessuno.

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Buon weekend.

Pensieri Sparsi

Semplicemente un post domenicale


E’ il mood domenicale quello che accompagna le mie dita che battono sui tasti del mio Mac, quella specie di ozio misto a voglia di non pensare che domani inizia una nuova settimana.
A volte mi chiedo se prima o poi riuscirò a superare l’avversione per il lunedi, anche se dovreste apprezzare il fatto che da una vita ho smesso di tediarvi con i miei Post del Lunedi.

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La verità è che sono giorni che mi riprometto di trovare del tempo per scrivere, ma scrivere davvero di me, poi puntualmente mi fermo ancor prima ritrovarmi di fronte al foglio bianco.

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Continuo a rimandare i buoni propositi che mi ero prefissa ad inizio anno. E va bene che Gennaio abbiamo deciso di fingere che non esista, ma siamo giunti già quasi alla metà di Febbraio e ancora non sono uscita da questo letargo in cui sono caduta.

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Insomma riuscirò davvero:
– ad iniziare la dieta?
– a riprendere seriamente la palestra?
– rendermi conto che questo 2019 è iniziato?

Pensieri Sparsi

Il trauma del primo giorno di palestra


La verità è che ad un certo punto bisogna arrendersi: l’età avanza, il metabolismo cambia, la fame non diminuisce neanche invocando tutti i santi del calendario e l’unica soluzione plausibile per affrontare tutte queste piaghe diviene iscrizione in palestra.
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Dopo aver passato un’intera estate, dimenticandoci per un attimo delle illusorie promesse primaverili, a ripeterci: da domani vado a correre come scusante per ogni ben di dio che abbiamo fagocitato, siamo onesti, abbiamo ben chiaro che quel famoso domani è collocato in un futuro distopico in cui probabilmente correre sarà l’unico modo per restare in vita e che, se siamo fortunati, quel futuro non lo vedremo mai, investire in un abbonamento in palestra è l’unico modo per sperare di smuovere il nostro sedere dal suo amato divano. Forse.
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Esattamente un anno fa, per la prima volta dopo una vita, ho messo nuovamente piede in una palestra affrontando una serie di paure fissazioni che avevano accompagnato le mie prime due settimane in quel mondo che tento mi sembrava lontano dalla mia essenza ma che giorno dopo giorno mi aveva lentamente fagocitato. In poco tempo mi sono trasformata in quel tipo di persona che esce di casa al mattino abbinando alla borsa del computer il borsone della palestra, una di quelle pazze che in palestra ci finiva anche il sabato mattina, addirittura una di quelle che prima di fare l’albero il giorno dell’Immacolata è andata a farsi un corso in palestra perchè se ho la possibilità di andarci di mattina con calma, non posso sprecarla.
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Insomma per ben 6 mesi e mezzo circa ho consolidato una storia d’amore con la parte sportiva di me [una parte che neanche immaginavo di avere ma che a quanto pare si era nascosta ben bene negli scorsi anni]. Illusa. E’ bastato un viaggio dall’altra parte del mondo e una serie di impegni che mi hanno impigrito di colpo per indurmi al tradimento, un colpo alle spalle della MeSportiva che, in un batter di ciglia, è stata legata, imbavagliata e nascosta in un covo segreto. Almeno fino a ieri.
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Combattendo contro il richiamo della combo malefica divano+Netflix post lavoro, ho costretto il mio sedere a varcare nuovamente le soglie della palestra. Non potete neanche immaginare che fatica.
Tralasciando il fatto di essermi sentita già più agile e attiva solo attraversando la porta in vetri dell’entrata, quest’anno ho deciso di sfidare ulteriormente me stessa costringendomi ad abbinare ai corsi, a cui ormai mi ero abituata, una roba odiosa e malefica come la sala attrezzi.
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Dopo questa premessa lunga una vita e mezza, siamo arrivati a quanto annunciato nel titolo del post: il traumatico primo giorno di palestra.
Potrebbe essere una nuova mia tradizione quella di avere un impatto terribile con la palestra, una prima sessione di allenamento che mi fa pensare in quanti modi avrei potuto investire i soldi sprecati in quell’abbonamento che già odio con tutto il cuore. Lo scorso anno è stato il corso di Cycling a traumatizzarmi, quest’anno la sala attrezzi.
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Partendo dal presupposto che, involontariamente, ho scelto come mio primo giorno di allenamento il compleanno della palestra stessa e che quindi c’era più o meno il mondo tra spogliatoi, sale, bar e terrazza [vi giuro che c’era una vera e propria festa con tanto di dj e consolle], sono arrivata tardi rispetto alla tempistica che mi ero data e quindi già snervata dal profondo. Sono salita negli spogliatoi, salutato un pò di persone [superando il senso di solitudine ed isolamento del mio reale primo giorno di palestra], indossato leggins e canotta e ripetendomi mentalmente quanto sei sportiva oggi mi sono addentrata nella sala attrezzi.
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Tutta la convinzione con cui mi ero caricata è sparita nel momento stesso in cui mi sono resa conto che:
– non avevo la benché minima idea di cosa dovessi fare;
– avrei dovuto puntare un trainer per farmi dare indicazioni;
– sarei stata un’impedita nel fare tutto quello che mi avrebbe in qualche modo spiegato.
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Con aria da Alice nel Paese delle Meraviglie mi sono avvicinata ai tizi con la maglia brandizzata.
Ciao, sono nuova e non ho idea di cosa fare.
Giuro che avevo elaborato una presentazione meno sfigata, ma non sono brava a seguire i copioni. La ragazza bassina con una lunga coda bionda e delle orribili sopracciglia nere mi ha sorriso tendendomi la mano, peccato che fossi troppo distratta dalle sue sopracciglia mostruose per prestare attenzione al suo nome.
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Mi rivolge un paio di domande per testare il mio livello di pigrizia motoria e le mie eventuali patologie e mi fa salire sul tapis roulant dove, senza smettere di parlarmi e farmi domande, regola tempo e velocità, mi fa registrare con bracciale da carcerata che mi hanno dato in dotazione con l’iscrizione, mi fornisce una scheda esercizi provvisoria da perfezionare con il trainer che mi verrà assegnato e mi abbandona alla mia camminata veloce intimandomi di on premere in alcun modo il tasto rosso con la scritta EMERGENCY STOP.
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Passano i 10 minuti in cui credo di aver pigiato tutti i pulsanti del touch screen, stupendomi della presenza di Netflix su un dispositivo su cui al massimo immagino di passare 10/15 minuti a sessione; ho finto di fare il defaticamento mentre cercavo di capire dalla scheda che magicamente è comparsa sul mio cellulare dove mi sarei dovuta spostare.
Bike: 8 minuti. – Ok, questo posso farlo anche da sola.
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Ho preso  coraggio e ho infilato le cuffie nell’apposito foro [arrendendomi alla mia incapacità di connettere le cuffie bluetooth] e faccio un giro su YouTube. Ho iniziato a sentire familiarità con l’ambiente circostante e, senza distogliere lo sguardo dal display, ho cercato di assumere una posizione naturale e meno tesa fingendo di non avere un’insegna luminosa sulla mia testa con la scritta PIVELLA NOVELLA.
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Finiti gli 8 minuti, il panico ha nuovamente preso possesso di me: dovevo tornare dalla tipa dalle improbabili sopracciglia e passare al prossimo esercizio che vede come protagonista una panca. Mi ha spiegato come fare gli addominali ed io ho finto di non averne mai fatto uno, ho ripetuto i movimenti come una scimmia ammaestrata e, dopo aver controllato che stavo buttando fuori l’aria e stavo facendo lavorare l’addome, mi ha abbandonato su quella panca lasciandomi col mio dubbio esistenziale: ma quante volte devo andare su e giù?
Ci ho messo un poco per capire che probabilmente sarebbe stato nuovamente il cellulare a rispondere alla mia domanda.
Ottimo: 3 serie da 12 e 45 secondi di pausa. Ma devo davvero conteggiare i 45 secondi?
Ho deciso che il tempo è relativo e ho stabilito che 4 sospiri erano il tempo giusto di riposo.
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Per l’esercizio successivo, l’dea di tornare da Miss Sopracciglia mi aveva già avvilito quindi, approfittando del fatto che non si capisse se stessi usando la panca per riposare o mi servisse davvero, ho chiesto ad un altro tizio dalla maglia brandizzata cosa dovesse esserne della mia vita. Mi sono impegnata per altri 5 minuti buoni prima di accorgermi che ero davvero in ritardo sulla tabella di marcia e, per arrivare in tempo a cena, avrei avuto a disposizione altri 15 minuti scarsi di tempo per allenarmi.
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Ho recuperato il tizio che mi aveva spiegato l’ultimo esercizio e, approfittando del fatto che l’attrezzo che avrei dovuto utilizzare, gli ho spiegato che non avevo molto tempo. Mi ha guardato sconvolto, facendomi sentire di colpo un alieno con 5 occhi, 2 code, un paio di corna e un solo orecchio. Palesemente impanicato, non aveva idea di cosa farmi fare in così poco tempo quindi, mossa da un moto di generosità, gli ho spiegato che magari un pò di stretching mi avrebbe fatto bene. E’ tornato a respirare, smettendo di essere violaceo.
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L’ho seguito ad una macchina infernale che aveva lo scopo di chiudermi come uno Startac [citazioni vintage], mi sono semi-sdraita e ho lasciato che mi alzasse le gambe fino a che ho temuto di spezzarmi a metà e l’ho fermato.
Più le tiri su, più fa bene.
Sicuramente, ma se mi lacero i muscoli nel mentre magari non è proprio una buona soluzione.
Ok, ripetilo ancora una volta. Ed è sparito.
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A questo punto avevo già mandato a prostituirsi tutte le mie buone intenzioni e tutta la mia volta di seguire i fantastici tizi che devono illuminare il mio cammino; ho salutato il tizio ripescato nei meandri dei macchinari e ho finto una fretta che non credo di avere per davvero.
Mi raccomando: vai al desk e prendi appuntamento con un trainer per farti fare la tua scheda personalizzata.
Ho sorriso fingendomi desiderosa di tornare a torturare la mia autostima in quella sala, avevo già indietreggiato di qualche passo pronta a scappare quando con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio mi ha dato il cinque. Odio queste cose da giovani.
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Credo di non averci mai messo così poco tempo per farmi una doccia ed uscire da quel posto. Ve lo giuro, per davvero. Ma mi sono fermata al desk per prendere appuntamento con il mio trainer, perchè in fondo forse sono masochista.
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Da settimana prossima però riprendo a fare FitBoxe [si torna sempre dove si è stati bene].
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Ce la farà la nostra eroina???
Pensieri Sparsi

Pensieri Sparsi


Sono ammalata. Scrivo spesso quando sono ammalata. Ho il naso arrossato che mi fa sembrare un clown. E le dita piene di germi. Ho poca voglia di parlare. Il mal di gola è l’unica cosa che riesce a placare la mia voce in certi giorni. Sono quasi senza voce. Quasi perchè, in fin dei conti, la voce non la perdo mai del tutto. Ho tante cose da dire, pensieri sparsi da raccontare. Forse dovrei farli fruire senza ragionarci troppo.

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Essere ammalati in estate fa schifo. Capiamoci, non sto affermando che in inverno quando le mie pessime difese immunitarie vanno a farsi un giro consentendo party sfrenati nel mio corpo ai microbi ci sia tutto questo carnevale di Rio, ma in estate fa tutto decisamente più schifo. C’è un caldo che si muore e il fantastico mix naso tappato + apnea forzata è un biglietto solo andata per un non mi parlate che mordo.
Che poi, parliamone pure, se una già è sfigata ad avere la tosse che manco nonna Belarda, nei suoi momenti peggiori, denuncia la stessa quantità di muchi non è carino sottolineare come faccia tanto pieno inverno sentirmi tossire in questo modo. Me ne rendo conto da sola eh.

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Parlare con gli sconosciuti è decisamente più facile. E va beh, qui mi sono tenuta proprio sul banale, me ne rendo conto: è inutile che storcete il naso. Sia chiaro, non è che avessi bisogno di rendermene ancora conto ma sabato ne ho avuto la conferma. Seduta al tavolino del bar dinanzi ad una mega coppa di gelato cioccolato e fragola mi sono ritrovata, quasi senza rendermene conto, a raccontare cose che mai avrei immaginato uscissero con così tanta naturalezza dall mia bocca a persone che di me, in fin dei conti, non sapevano praticamente nulla. Ho capito che avevo bisogno di parlarne ancora un po’, di non sentirmi stupida o egocentrica quando per l’ennesima volta i discorsi versano su quel momento che è rimasto incastrato nella mia mente. Mi sono resa conto che, nonostante potesse sembrare tutto così assurdo, la persona che avevo di fronte non mi stava giudicando anzi, in un qualche modo, aveva capito a pieno il mio stato d’animo e le mie ansie future. Senza conoscere me, senza conoscere quel mondo che tutti giudicano. Mi sono accorta che sono riuscita a raccontare cose, stati d’animo, che neanche alle amiche più fidate sono riuscita ad esternare. Non avrebbero capito neanche loro.

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Ma voi davvero guardate la foto di Whatsapp? Parliamo di quel pallino minuscolo che a stento si vede di fianco al nome; no perché io a stento ricordo quale sia l’immagine da me utilizzata, figuratevi se nello scrivervi per comunicare qualcosa perdo tempo a vedere che foto abbiate scelto. Sembra che io sia l’unica che non si caghi più dii tanto che foto abbia il mio interlocutore, roba che questa settimana ho cambiato immagine profilo e mi sono arrivati mille messaggi che la commentavano. E di certo non è che io sia tutta questa gnocchità scesa in terra, eh. Ma quando anche il tizio francese a cui hai appena mandato un messaggio di lavoro dai toni acidi e saccenti come risposta commenta prima la tua immagine di profilo qualche domanda sul genere umano inizi pure a fartela.

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La mia tolleranza verso il mondo è sempre minore. E anche qui: cosa c’è poi di nuovo? Nulla in realtà, probabilmente il caldo o le vacanze ancora lontane [o che mi manchi come se fossi mio] mi rendono sempre meno tollerante verso chi mi circonda. Insomma avete presente quando siete proprio stufi delle stesse dinamiche, delle stesse storie, delle stesse lagne di chi vi circonda? Scinnitm a cuoll!!!

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Andare dal parrucchiere in estate è il male. Va beh, per me il parrucchiere è sempre il male…ma credetemi, di ciò che vedete in questa foto c’è ormai il nulla.

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I servizi sul caldo e le temperature elevate di Studio Aperto sono la cosa più inutile dell’intero universo. Davvero devo commentare questa mia osservazione?

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Avevo proprio bisogno di tirare fuori un po’ di pensieri.

Pensieri Sparsi

1500 volte Grazie!!


Sono passati poco più di tre anni, tra periodi di alti e moooolti periodi di bassi, eppure quel numerino che cresce riesce sempre a donarmi un sorriso particolare. Non userò troppe parole, l’ho fatto spesse volte in passato…

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Semplicemente grazie per aver deciso che valesse la pena leggere quello che la mia testa decide di scrivere, grazie per essere ancora qui nonostante le mie sparizioni e i periodi grigi, grazie per la fiducia.

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Semplicemente, grazie.