Pensieri Sparsi

Voi affidereste la vostra vita nelle mani di qualcun altro?


Non molto tempo fa mi è stato detto che una delle soluzioni per imparare a stare davvero meglio sarebbe quella di imparare a fidarsi degli altri. Fidarsi realmente. Impregnarsi di quella fiducia che, per capirci bene, ti pervade l’essenza fino ad infiltrarsi nel profondo, fin dentro alle ossa; quella fiducia che ti porterebbe a saltare ad occhi chiusi sicuri che, in fondo al burrone, ci sia qualcuno pronto a prenderti a qualunque costo. Quella fiducia che ti fa chiudere gli occhi, poggiare la mano in quella di un altro e seguire, senza paura, i suoi passi; senza porsi domande, senza sentire angoscia. Una fiducia che esiste solo nei film adolescenziali. E forse neanche più di tanto.

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Io di questa fiducia non sono stata dotata dalla nascita e, volendo essere onesti fino in fondo, non ho mai capito dove si potesse acquistare; non che ne volessi fare una grande scorta ma provare, anche solo per un pò, come ci si possa sentire a fidarsi completamente di qualcuno non mi avrebbe in alcun modo arrecato dispiacere. 

Probabilmente quel tipo di fiducia non è per tutti, non sarebbe un dono così speciale, in effetti, se lo fosse. Perché un dono innato, no? Non è qualcosa che si può imparare, giusto? Perché personalmente in 30 anni non ho capito neanche da dove iniziare.

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Non che chi mi circonda mi rendi tutto più semplice. Anzi.

Delusione dopo delusione, ho capito che la fiducia è sopravvalutata. 

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio come stile di vita. 

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Ma voi potreste darmi realmente torto?

Vi ricordate la storia dello Spritz? (Se volete rinfrescarvi la memoria, fate un salto qui). Oh, se non fosse già un esempio lampante di cosa voglio dimostrarvi, dovrei decisamente raccontarvi di come sia continuata la storia; vi aiuterà a capirmi meglio, ne sono certa.

Normalmente alla delusione dello Spritz avrei reagito con rabbia, vomitando tutta la negatività di cui si era riempita la mia testa in quel momento; questa volta, però, ho agito diversamente: mi sono messa in disparte e ho osservato lo svolgersi degli eventi.
Devo davvero dire di non essermi meravigliata di come siano andate le cose?

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Insomma, dopo aver subito per giorni la solita tattica trita e ritrita del faccio finta di nulla, magari si dimentica che è arrabbiata e andiamo avanti come se non fosse accaduto nulla (vi sembro davvero persona con cui potrebbe mai funzionare una cazzata del genere?) è arrivato il solito messaggio:
mi sono accorta che non ci sentiamo, mi manchi.

Normalmente, a questo punto avrei fatto notare l’ilarità del momento; perché dopo aver affermato fin troppo candidamente quanta difficoltà avessi ad affrontare le mie giornate probabilmente avrei avuto bisogno del supporto di un’amica e non della banale superficialità che mi era stata riservata; eppure al leggere che i suoi impegni le impedivano di comunicare con me ho risposto con distaccata educazione: Non ti preoccupare, sono cose che succedono.

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A questo punto, e vi prego davvero di illuminarmi, come pensiate sia proseguita la cosa?
Ovvio, l’amica dello Spritz è sparita. Totalmente. Puff. A quanto pare sono davvero brava a fare magie, decisamente più di quanto lo sia a lasciar correre le cose. Dopo giorni di silenzio, infatti, ricascando io stessa nelle solite dinamiche, ho domandato se fosse stato proprio il mio non ti preoccupare a fornire una sorta di lasciapassare per l’abbandono; ho così scoperto di aver dato una risposta di merda proprio con quel non ti preoccupare.

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Insomma, preso atto, tanto per cambiare ,che sbaglio io aspettarmi empatia quando parlo con le persone, sono stata liquidata in poche battute perché al momento sono isterica per cose mie e non voglio essere cattiva, non lo meriti tu e ne la nostra amicizia. 

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Ovviamente le sue cose sono passate ma l’effetto della magia deve essere più forte di quanto pensassi. Harry Potter, scansati.

Evidentemente la nostra amicizia un chiarimento non lo meritava. E alla fine va bene così. tenor

Vogliamo davvero ancora parlare di fiducia qui?

 

 

Pensieri Sparsi · Weird World ❤

E se a diventare virale fossi tu?


Nel bene o nel male purché se ne parli.

Probabilmente nessuna frase potrebbe esprimere meglio lo stereotipo di società in cui, consapevoli o meno, siamo stati tutti risucchiati da così tanto tempo che difficilmente saprei dire quando sia accaduto. Siamo tutti in cerca di una qualche forma di visibilità, anche quando ci ergiamo sul nostro piedistallo fatto di disgusto e spocchiosità e iniziamo a sindacare tutto ciò che è trash, esibizionismo o, banalmente, lontano dal nostro modo di vedere le cose.

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La società si divide tra quelli che si scattano milioni di selfie e quelli che passano il tempo a storcere il naso alla loro vista puntando il dito e condividendo farlocche ricerche scientifiche che etichettano come malati gli amanti delle foto a se stessi; tra quelli che tweettano usando l’hashtag #GfVip per commentare la qualunque e chi usa lo stesso hashtag per commentare chi commenta la qualunque. 

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Si divide tra le pancine psicopatiche che, direttamente dal medioevo in cui sono rinchiuse, chiedono consigli sul nulla alle loro simili e le adepte stereotipate del Signor Distruggere che le giudicano lasciando commenti tutti uguali tra loro e ripetendo sempre le stesse 4/5 baggianate che la competizione in demenza scatta facile e decretare un vincitore diviene sempre più complesso. 

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Si divide tra chi usa il web come un luogo ameno in cui condividere ogni proprio stato d’animo lagnandosi della propria vita, del prossimo, del cibo, delle lagne e di chi prende le distanze dalle lagne e chi si lagna di chi si lagna.

Si critica Chiara Ferragni facendo un post su Chiara Ferragni, dando quindi pubblicità a Chiara Ferragni pur desiderando di non leggere ovunque di Chiara Ferragni. Un po’ per capire di cosa io stia parlando.

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 Siamo tutti un po’ blogger, un po’ Instagramers, un po’ influencer, un po’ poser (anche se questo termine non sono sicura si utilizzi ancora). Siamo tutti un po’ critici cinematografici, critici letterari, critici culinari. Siamo, semplicemente, tutti critici.

La nostra opinione conta, sempre e comunque. Ma è realmente così?

Ho citato prima non a caso le pancine e le adepte di Distruggere. Troppo facile puntare il dito contro un genio del male che ha ben capito come sfruttare a suo vantaggio la voglia di deridere il prossimo che è insita dell’animo umano; troppo facile puntare il dito contro le pancine vittime della loro stessa demenza. Il motivo del suo successo è banale e scontato, è quello che ha portato ogni Mean Girl che si rispetti ad essere popolare e dominare sul resto della popolazione: prendi un soggetto debole ed esponilo al giudizio di chi si crede più furbo. Boom! Il gioco è fatto! 

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Lui lo trovo geniale! Chi lo segue in maniera maniacale un po’ meno! Chi ne invidia il successo per niente! Chi arriva a stampare gli attestati di Petalogia, però, mi fa una tristezza infinita.

Potremmo analizzare sommariamente il caso di Timidamente Amore: una poraccia crede di saper scrivere, condivide questo suo testo senza capo né coda in un gruppo (o forse una pagina, non sono sicura della fonte); questi capitoli sconclusionati vengono postati sulla pagina di Distruggere e, loro malgrado, diventano virali! C’è chi invia video sulle reazioni alla lettura del favoloso testo, chi si impegna a disegnare la pianta dell’appartamento dove si svolgono i fatti, chi studia le dinamiche cercando un senso logico e chi, addirittura, decide di creare un piccolo corto dedicato ad ogni capitolo!

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Tutto molto divertente, direte voi! 
Eppure, se ci ragioniamo almeno un attimo, dietro le parole a sconclusionate di quella sottospecie di romanzo c’è una persona, probabilmente ignorante e senza alcuna nozione di scrittura, che, nel suo mondo, ha un sogno, forse troppo grande e troppo irraggiungibile (e toglierei anche il forse), ma chi siamo noi altri per deriderla rendendola lo zimbello del web?

Sicuramente gloria ai personaggi della sua immaginazione, in un certo senso, è stata donata: ma era questa gloria quella a cui ambivano? E se così fosse: non stiamo forse creando dei mostri?

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E finalmente arrivo a parlare di ciò che, più di ogni cosa sopra citata, mi ha spinta a parlare di ciò: la signora della pelliccetta. E non fate finta di non sapere di cosa io stia parlando eh, che non ci crede nessuno.

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Da un lato abbiamo una signora un pò verace che, in modi rozzi e teatrali, cerca di far valere un suo diritto (raccontata così educatamente sembra addirittura un’altra storia, me ne rendo conto), dall’altro un’entità sconosciuta che, fiutata la potenzialità di un video del genere sul web, ha filmato l’intera scena, svenimento compreso, e lo ha postato sulla rete. Non saprei darvi una tempistica ma, all’improvviso, il video della signora dall’improbabile maglione bicolore era praticamente ovunque.

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Anche sulla mia bacheca di facebook, se ve lo stavate domandando o mi stavate già etichettando come una di quelle che sale sul suo piedistallo a giudicare; resistere a quel concentrato di trash e teatralità è stato impossibile anche per me, domandarmi del perché cose del genere non accadano mai in mia presenza è stato il passo successivo.

Diciamoci la verità: la reazione della signora è perfettamente esilarante!

La dialettica sconnessa mista di chi sente di avere come unica arma la sua voce grossa e le sue minacce urlate un pò a casaccio, la commessa maleducata incapace di gestire la situazione e la vigilanza che, con garbo ed educazione, cerca di portare la calma in una situazione degenerata ormai da un bel pò. Fosse stata una sceneggiata sarebbe stata perfetta. Ma non si tratta di finzione, e il problema alla fine della fiera è proprio questo.

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Perché il popolo del web è avaro, non si accontenta di ridere guardando un video che probabilmente non sarebbe dovuto finire on line; non gli basta deridere la signora per la scenata. Il popolo del web deve indagare, dare un nome a quella donna, geolocalizzarla; ha bisogno di vedere quella povera pelliccetta che ormai ha assorbito il colore del vestito oggetto del contendere, deve vedere la foto della cerimonia da 150 invitati a cui la signora ha partecipato facendo una pessima figura, deve andare a scavare negli strafalcioni regalati a facebook dalla stessa signora che con l’italiano proprio non riesce ad andare d’accordo. 

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E’ un popolo strano quello del web!

Non che la gente reale sprizzi normalità da tutti i pori eh, ma dal web a volte sembra più facile osservare quanto disagio ci circonda, quanto disagio ci ingloba. 

Una signora senza arte ne parte è stata trasformata in un fenomeno da baraccone, prima, e in una sottospecie di celebrità dopo; perché tutta l’empatia  provata per questa signora presa di mira dal popolo del web si è persa nel momento esatto in cui l’ennesimo video della signora che racconta di essere fermata per strada per fare foto e lasciare la firma (parlare di autografi è troppo complicato per lei), nel momento esatto in cui ci sono siti che parlano di una possibile ospitata della signora nei salotti della d’Urso o, peggio mi sento, dell’ospitata come guest star della donna della pelliccetta in una o più discoteche del napoletano (il video qui). Ma siamo seri?

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E se a diventare virale fossi tu? Come reagiresti?

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

❣ Anywhere for you ❣


I’d go anywhere for you, anywhere you asked me to.
I’d do anything for you, anything you want me to.

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Chiudo gli occhi e nella mia mente continuano a risuonare dolcemente le note di questa canzone che ha sempre avuto il sapore di una promessa per me; una promessa che, ormai, direi di aver onorato per davvero.

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Mi piacerebbe raccontarvi di come questa volta io abbia deciso senza esitazione di essere felice, di come in maniera impulsiva e del tutto irrazionale io abbia ignorato le mie ansie e abbia fregato la mia razionalità prenotando senza battere ciglio questo viaggio ai limiti della follia; ma volete ascoltare la mia storia o quella di qualcun altro?

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Ogni viaggio ha inizio nel momento in cui si decide di intraprenderlo, nel preciso istante in cui, arrendendosi al volere dei propri desideri, si prende coscienza dell’inevitabilità di assecondare quella decisione che in cuor nostro avevamo già preso da tempo. Nel mio caso, in realtà, pare abbia  inizio nell’esatto momento in cui tutti sembrano aver capito ancor prima di me che prenoterò quel volo, che comprerò quei biglietti…che ancora una volta volerò da lui… loro.

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Era fine settembre quando, dopo una settimana di telefonate e masturbazioni mentali, mi sono decisa ad assecondare quel desiderio che aveva iniziato a bruciarmi dentro.
The only limit is the sky…e le mie ansie che avevo deciso di raggirare con il solito meccanismo di difesa “intanto prendo i biglietti, poi decido davvero cosa fare!”. Bugiarda!?! Non avrei rinunciato per niente al mondo a questo viaggio, ma ancora non lo sapevo.

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Come se avessi avuto bisogno di una conferma per quanto appena affermato, in una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, è arrivata una mail che sembrava urlarmi di essere felice.

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Io che non ho mai vinto il premio che volevo neanche quando da bimba pescavo i cigni al luna park, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi dalla felicità esattamente come ad una bambina a cui hanno regalato il biglietto per la fabbrica di cioccolato: il pass per la felicità.


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Organizzare un viaggio dall’altra parte del mondo mentre si è intenti a capire che direzione stia prendendo la propria vita non è una delle cose più semplici da fare al mondo, ve lo assicuro. Chi segue questo blog da un poco ben conosce il mood che ha accompagnato i miei giorni negli ultimi mesi, tutte le ansie che mi hanno rubato il sonno di notte e bloccato il respiro di giorno, quel senso di vuoto che pian piano si stava impossessando della mia essenza più nascosta. Prenotare alberghi, studiare percorsi, ricordarsi di effettuare tutte quelle noiose cose burocratiche mentre con la colla e con lo scotch si cerca di non far andare a pezzi la propria vita e la propria sanità mentale dovrebbe essere inserito come disciplina olimpica. Eppure ce l’ho fatta.

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Ero terrorizzata.
I giorni prima della partenza credo l’unica vera sensazione che riuscissi a provare fosse terrore, di tanto in tanto l’eccitazione veniva a bussare alla mia porta ma trovava la mia testa sin troppo piena per riuscire a soggiornare al suo interno.
Le mie ansie mi ansiavano.
Avevo aspettative troppo alte per questo viaggio e la paura di restare delusa stava pian piano schiacciando tutto il mio entusiasmo; credo di essermi maledetta in aramaico un giorno si e l’altro pure man mano che si avvicinava la data della partenza; un tira e molla emotivo che si è protratto fino al momento di sistemare tutti gli outfits, che avevo meticolosamente scelto appositamente per l’occasione, nel mio trolley fuxia.

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Credo che sia stato solo quando tutto aveva trovato il giusto posto per la partenza che ho iniziato a realizzare che:

– sarei partita per la California e avrei visitato Los Angeles;

– sarei stata a Las Vegas;

– lo avrei abbracciato di nuovo;

– non c’era posto per ansie e paranoie nel mio bagaglio, bisognava lasciarle a casa.

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13 ore di aereo e varie turbolenze dopo, io e le mie amiche abbiamo messo finalmente piede sul suolo californiano…e riabbracciato le nostre valigie.
Non era la mia prima volta in America, eppure, ogni volta, ho un sussulto al cuore; ogni volta è la realizzazione di un piccolo sogno.
Tra stanchezza e intontimento da jet-lag, ha avuto davvero inizio il nostro viaggio ed io avrei dovuto capire sin dai controlli per l’immigrazione quanto questo viaggio sarebbe stato ai limiti del delirio.

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Banale e scontata, la nostra prima tappa è stata la Walk of Fame.
Non avrei mai immaginato il senso di orgoglio che ha attraversato la mia anima fissando quella stella lercia sul marciapiede della strada più famosa di Hollywood; come se un pezzettino di quell’astro rosa fosse, in un qualche modo, anche una cosa mia, mi sono ritrovata a sorridere felice mentre, contrariamente a tutte le mie ansie da germi vari ed eventuali, mi sono ritrovata con il sedere per terra a cercare la posa perfetta per immortalare il momento.

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Girare in un solo giorno una città immensa come Los Angeles equivale un pò a trotterellare per la città inseguendo le orme del Bian Coniglio di Alice rincorrendo le lancette dell’orologio nella speranza di non sprecare neanche un solo istante del tempo a propria disposizione; significa scontrarsi con la realtà di Uber e dei suoi punti di incontro confusionari che ti costringono ad attraversare venti volte lo stesso incrocio cercando di capire quale macchina sia giunta a recuperarti; significa dimenticarsi della tabella di marcia per fare un vero e proprio shooting fotografico a Beverly Hills.
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Significa girare su un pullman turistico frustrate dal vento e letteralmente bruciate dal sole; restare incantate dall’atmosfera che si respira sul Bubba Gump, fare un giro sulle montagne russe urlando all’oceano facendosi bloccare la carta prepagata, mangiare da Bubba Gump e bere una Coronarita Tropical aiutando la birra a scendere piu velocemente  per la troppa fretta mista al terrore di perdere la coincidenze per Las Vegas.

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Ritrovarsi immischiata in un viaggio del genere significa viaggiare di notte, sfruttando lo spostamento in bus per dormire almeno un pochino consapevoli di aver solo assaggiato la vera frenesia dei giorni che verranno; ritrovarsi in mezzo al nulla ad attendere l’ennesimo Uber della giornata, attraversare la Strip di Las Vegas alle 4 di mattina senza avere la benché minima percezione di che giorno sia e del perché si stia al mondo.

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Mi state accompagnando mano nella mano attraverso il mio viaggio, sbirciando nel delirio del susseguirsi di quelle ore che continuavano a rincorrersi veloci, troppo veloci, portandomi inesorabilmente al vero motivo di questa folle trasferta concedendomi, seppure in maniera fugace, di riuscire a dedicarmi allo shopping.
Perché un ricordino a casa non te lo vuoi portare?

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Riguardo le fotografie scattate in questi giorni e mi domando stupita quante ore avessero le giornate che ho vissuto ma soprattutto quanto sia stata io brava a gestire le mie ansie.
Se li incontriamo alle 5, posso andare in panico dalle 3. Giusto?
Credo sia stato per questo compromesso, e per la complicità degli oltre 40 gradi di Las Vegas, che sono riuscita a concedermi anche un tuffo in piscina prima di iniziare ad avvertire il panico incasinarmi testa e stomaco.

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Prima di continuare il racconto, che da questo punto in poi, con elevata probabilità, assumerà magicamente le sembianze di un post scritto da una quindicenne in piena crisi ormonale, è importante specificare una cosa: non importa quante volte tu abbia incontrato il tuo sogno, ogni volta sarà come la prima volta. 

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Se ci pensate solo un istante vi rendere conto voi stessi che non avrebbe senso nulla se così non fosse; se tutto divenisse semplice e privo di magia che senso mai avrebbe prendere un aereo e arrivare dall’altra parte del mondo solo per poterlo riabbracciare. Magari se la smettessi di parlare al singolare potrebbe essere una cosa carina, neh.

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La verità più assoluta è che, per quanto tu sia ben consapevole di potercela fare a non smettere di respirare di fronte a loro, ogni volta è una sfida contro te stessa. C’è un momento, l’istante esatto prima che tutto abbia inizio, che il cuore perde realmente un battito come nelle peggiori fan fiction; un solo istante in cui anche solo respirare sembra essere uno sforzo fuori dalla propria portata. È una frazione di secondo in cui il sorriso sul proprio viso si trasforma quasi in una smorfia di dolore, lo stomaco si contrae come accade prima di vomitare e le gambe iniziano a diventare un pochino più deboli.
Un solo infinitesimale attimo prima di perdersi in quegli abbracci che significano vita.

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Ci sono abbracci in cui semplicemente ti senti a casa, quelli in cui riesci a percepire, anche solo per un istante, il battito del suo cuore e inizi a temere che lui possa riuscire a sentire il tuo che sta battendo così forte da fare male. Sorridi. Non devi neanche pensare di farlo perché non riesci a fare diversamente, ti stringi tra quelle braccia che quasi ti tolgono il respiro e finisce che te ne freghi dei soldi spesi per quella maledetta foto, delle settimana passate a configurare la posa perfetta, l’outfit perfetto, le parole perfette. Sei li, schiacciata tra le sue braccia che bloccano le tue e ti costringono ad una posizione pessima, ma va tutto bene perché il mondo potrebbe anche finire in quel preciso istante, tu saresti felicemente a casa.

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È una sensazione strana quella che si prova ogni volta: ti aspetti di incontrare un sogno e finisci per avere la sensazione di riabbracciare dei vecchi amici.  Ti ritrovi a ringraziare per un complimento ai tuoi capelli che in realtà da mesi vorresti rasare perché di andare come vorresti tu proprio non ne vogliono sapere; a chiedere ancora un altro bacio perché quelli, è risaputo, non sono mai abbastanza e a  pensare come sia possibile che il suo viso sia così perfetto da sembrare che abbia un filtro beautyPlus applicato costantemente addosso. Voglio conoscere il trucco, maledetto.

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Finisci a brindare con lo chardonnay e fare photo booth idioti con le tue amiche di sempre, a nascondere una corsa per arrivare alla transenna, a gioire per un saluto rubato mentre sei intenta a commentare l’immensità del suo fondoschiena, ad analizzare ogni singola espressione di quell’ometto biondo che ha rubato il tuo cuore e incasinato la tua testa da troppo tempo ormai.

Canti felice quelle canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla tua vita stretta in una morsa di amore che solo chi condivide la tua stessa passione può realmente comprendere; ti lasci trasportare in una dimensione parallela in cui tutto può succedere, fatta di fugaci momenti che comporranno un favoloso puzzle quando tutto quello vissuto diverrà solo un ricordo.

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Rincorro frenetica le emozioni mentre le parole prendono vita sotto le mie dita, forse sto scrivendo troppo perdendomi in dettagli che non interessano a nessuno ma poco importa: ho bisogno di mettere nero su bianco ogni istante di questo fantastico viaggio e, in un certo qual modo, ringraziare persone e luoghi che lo hanno reso tale.

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Come potrei non parlarvi della dolcezza infinita di Kristin? Del sorriso sbocciato sul suo viso quando ha sentito del nostro lungo viaggio, della tenerezza del suo salutarci con baci ed abbracci e dell’assurdità del momento in cui lei ha definito noi delle fighe.

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Tutto molto bello ma It’s fabulous Vegas, baby.
E sicuramente non era ancora arrivato per noi il tempo per fermarsi, non ancora. Dopo il concerto, nonostante fossimo sveglie da ore infinite ormai, bisognava assolutamente correre al party sul tetto sotto la Torre Eiffel…ma si sa no Nick, No sense and so No party e ben presto il richiamo del cibo ha avuto la meglio sul nostro spirito festaiolo facendoci ritrovare stanche e felici a rimpinzarci di hamburger e patatine alle tre del mattino.

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E’ così strano per me ritrovarmi adesso a fare un resoconto cronologico di quanto vissuto, in viaggi del genere, quando le ore di sonno sono sempre troppo poche per essere prese in considerazione, finisco sempre per avere la sensazione di aver vissuto un unico giorno lunghissimo. Che non avvertissi la stanchezza o il sole cocente che mi aveva cotta a puntino rendendomi una piccola aragostina sarebbe una grandissima bugia eppure l’adrenalina che scorreva nelle mie vene era tale da impedirmi di fermarmi., seppure sempre in ritardo sulla tabella di marcia.
Nuovo giorno, nuova corsa, nuove avventure…sarete mica già stanchi di leggere?

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Il nostro ultimo giorno a Las Vegas è trascorso di corsa, come tutto il viaggio del resto, tra foto buffe e boomerang, pesantissimo cibo americano per dare inizio all’operazione bella ciaciona, giri in alberghi così immensi da rischiare di smarrirsi al loro interno e vani tentativi di sfidare la buona sorte alle slot machine del casinò del New York New York. Fingersi turista per eludere il nuovo panico che, questa volta decisamanete prima delle tre, aveva iniziato ad impossessarsi della mia essenza.

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Ok, li avevo visti appena 24 ore prima [decisamente meno, smettila di mentire] ma l’idea di avere a disposizione ancora un momento prima di salutarli fino alla prossima avventura mi dilaniava da dentro.
Si può davvero essere tristi per paura che una cosa finisca ancor prima che questa cosa sia realmente iniziata?
Non provate a darmi una risposta, non credo ne possa esistere qualcuna che vi salverebbe dalle mie lagne. La verità è che, sabato forse ancor più che venerdì, avevo bisogno di perdermi tra le sue braccia; avevo bisogno di sentire il sapore della felicità.

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Io non ho idea di come funziono queste cose, se davvero percepisce gli odori come i cani o se semplicemente i miei occhi che sorridono ancor prima delle mie labbra quando i miei occhi incrociano i suoi gli suscitano qualche strano moto di tenerezza; non ne ho idea del perché accada ma è quando più ne ho bisogno che lui tira fuori il meglio di se.

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Io lo so che in quella stanza c’erano 5 uomini, ma i miei occhi erano tutti per lui; non ricordo minimamente di come sia stato abbracciare Alex, lo osservavo sorridermi e l’unica cosa che cercavo di fare era non morire.
Hi beautiful
.
La sua mano sulla mia testa e io non ho capito più niente. Vi giuro che, da perfetta regista, nella mia mente avevo organizzato perfettamente come doveva svolgersi il tutto per avere il mio momento perfetto; eppure quando le sue braccia si sono strette alla mia vita non mi ricordavo neanche chi fossi. Come se fossi una bambolina mi ha posizionato dinanzi a lui, mi ha stretta e io ho sorriso con il cuore che mi esplodeva di felicità. Ho sorriso davvero.

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She’s got two photos.
Spiegare agli altri 4 che quello che avrei voluto era una semplice foto con un abbraccio di gruppo non si è rilevata cosa semplice, bloccata dalle sue braccia credo davvero di non essere stata così femminile nel cercare di sporgermi per chiedere cosa volessi.
She wants a group hug.
Senza liberarmi da quell’abbraccio che desideravo come l’aria per respirare, ha dato voce alla mia richiesta tirando a noi il povero malcapitato alla sua sinistra regalandomi la foto più bella che avessi potuto desiderare.

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L’ho abbracciato, si l’ho fatto ancora, avevo bisogno di portare quella sensazione dentro di me il più a lungo possibile e ho raggiunto la mia partner in crime per quella sera; colei che si è subita il mio panico estremo e la mia logorroicità pre e post Paradiso, colei che scambiando il suo biglietto con il mio mi ha regalato la serata più stupendamente assurda della mia vita.

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Ritrovarmi di nuovo nel pit per quella seconda sera è stato magnifico, sentirsi parte di un’unica famiglia con ragazze di continenti diversi è una sensazione che difficilmente a parole si riesce a spiegare, ballare con le proprie amiche sulle note di qualche stupida canzone, ridere di gioia e fissare con occhi innamorati la magia che prende forma su quel palco è pura poesia.
Sopravvivere a Nick Carter che decide che sia giunta la tua ora è… qualcosa di sovrannaturale.

Vivere un concerto all’estero è un’esperienza incredibile, le ragazze che hai intorno, quelle perfette sconosciute, diventano di colpo le tue amiche per una notte pronte a supportati quando troppo sconvolta dall’indicazione appena ricevuta sul dove dovresti andare (?) resti bloccata in un limbo senza sapere se ridere o piangere.
You had a moment with Nick. He is horny.

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Perfetto. Fisso il foglio per continuare questo mio racconto alla ricerca di una parola che riesca a definirlo e nella mia mente rimbomba altisonante un solo termine: Perfetto.
Tutto è stato perfetto. Tutti loro sono stati perfetti [ehmm Brian ti sto salvando per affetto, sappilo]. I ballerini sono stati perfetti [Teddy ti abbiamo amato dal primo momento]. Le mie amiche sono state perfette.
LUI è stato perfetto, nonostante io continui a chiedermi: ma da me sabato sera cosa diavolo volevi?

Mi hai bruciato l’anima con lo sguardo, bloccato il respiro e inibito ogni barlume di lucidità presente nel mio corpo in quel momento. Il mio mondo fatto di minipony rosa è stato raso al suolo dalla tua tenerezza e dalla mia insensata voglia di vedere il mondo intero sparire in quel preciso istante.

 

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Un viaggio semplicemente perfetto.
Se siete arrivati a leggere fino a questo punto non potete che essere d’accordo con me.
Siamo giunti quasi alla fine di questo post chilometrico, al momento in cui, finita la frenesia del racconto, sopraggiunge la malinconia del ricordo. Si dice che ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi, e io credo che mi lascerò cullare dai miei ricordi ancora per un pò.

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Prima di scrivere la parola fine sento il bisogno di ringraziare le mie folli compagne di viaggio, quelle con cui ho vissuto h24 per i scorsi giorni, stressandole con la mia tabella di marcia e il mio posso andare in panico ora?, quelle con cui ho condiviso da bere e una mezza scottatura da sole californiano, quelle con cui stavo evaporando per fare le foto sotto l’insegna di Las Vegas e con cui ho attraversato il casinò del Cosmopolitan in ciabatte. Quelle del #maiunagioia sempre presente, che ormai è diventato uno stile di vita; quelle dei biscotti del hotel e il Kevin sull’aereo. Quelle senza le quali questo viaggio non avrebbe avuto lo stesso sapore.img_2432

Devo dire grazie al supporto da casa, a chi non ha dormito condividendo le mie ansie e facendole diventare un pò le sue, a chi mi ha urlato di essere felice e pensare a me stessa, a chi ha ascoltato i miei deliri pre viaggio, viaggio e post viaggio; alla mia famiglia che mi ricorda sempre che i soldi meglio spesi sono quelli per i viaggi, che collezionare ricordi è il miglior modo di vivere la propria vita. Alle perfette sconosciute che hanno fatto da comparsa in questo bellissimo film.

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Devo ringraziare Brian, Kevin, Alex e Howie per essere parte di qualcosa di perfetto, per la loro innata capacità di riuscire a non deludere mai le mie aspettative, per le emozioni che con le loro voci continuano a regalarmi da praticamente tutta la mia vita. Per l’onestà nel condividere le proprie emozioni riuscendo a riempire i miei occhi di lacrime al suono di parole che risuonano più o meno così:
“Leggiamo spesso nei messaggi che ci inviate che ‘vi abbiamo salvato la vita senza conoscervi’; non immaginate nemmeno quante volte siete state voi a salvarla a noi.”
*vi si ama incondizionatamente da sempre e per sempre*

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Devo ringraziare me stessa, per esserci riuscita ancora una volta a non farmi fermare dalle mie paure. per essere riuscita a dimenticarmi di tutto quello che nei mesi scorsi aveva spento il mio sorriso, per essermi concessa di essere ragazzina perdendomi in quell’abbraccio che riesce, ogni volta, a ricordarmi che sono viva.

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Come se l’intero post non fosse stato un continuo ringraziamento al creatore per averti messo su questa terra, devo ringraziare Te per come mi sento io quando sono con te.
Non smetterò mai di stupirmi di come la gente non riesca a percepire che persona meravigliosa tu sia, di quanta dolcezza ci sia nei tuoi gesti, di quanto tu sia capace di far sentire una persona speciale, donandole l’illusione di vivere in una favola.

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Tu sei l’amore, e io voglio vivere per sempre di quest’amore.

 

Parole e Storie · Pensieri Sparsi

365 giorni di Eclisse


365 giorni fa ero di fronte allo stesso pc da cui sto scrivendo in questo momento a premere, con il cuore pieno di ansia ed emozione, il tasto: PUBBLICA.
365 giorni fa, mettendo a tacere quella vocina che da anni mi sussurrava che nessuno avrebbe letto una storia scritta da me, mi sono decisa a dare retta a tutte quelle persone che ci avevano creduto prima di me.
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365 giorni fa scrivevo questo post annunciando in questo mio piccolo spazio virtuale la nascita del mio piccolino, il mio primo libro, il mio Eclissetumblr_inline_mq2hpkx1xb1qz4rgp.365 giorni.
1232 libri venduti.
La consapevolezza che credere nei propri sogni è solo l’inizio di un percorso stupendo.

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Desy, Chris e il piccolo Christian ringraziano.
Io pure.
All the love  ❤

Pensieri Sparsi

Kindle Unlimited & Eclisse


Un promemoria di tanto in tanto non fa assolutamente male, ne sono certa.
Forse è presunzione, o semplicemente spirito imprenditoriale, ma secondo me la storia di Desy, Chris e Christian dovreste davvero leggerla tutti, non sto scherzando; sarà che proprio ieri ne parlavo a lavoro, nella famosa pausa pranzo di cui vi ho raccontato, in uno di quei discorsi che sanno di tutto e sanno di niente.

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Oh davvero ti piace leggere?
Cosa stai leggendo adesso?
Hai letto After?
Oh no, ti prego…dovresti leggere Io prima di te.
Sono una lettrice pignola…perché in realtà io scrivo.

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Insomma mi sono ritrovata a parlare del mio piccino con il cuore pieno d’orgoglio, come una mamma che racconta che il proprio figlio ha iniziato a pronunciare le prime paroline [saranno quelle che dicono tutti, ma come li dice lui nessuno mai].
Mi sono accorta di essere ancora tanto legata a questa esperienza per stiparla nel cassetto dei ricordi ed archiviarla come una cosa passata, troppo orgogliosa del percorso che abbiamo fatto insieme per abbandonare questa storia a se stessa, troppo legata ad essa per smettere di parlarne nella speranza di arrivare al cuore, e agli occhi, di chi ancora non si è lasciato rapire dalle mie parole.
Stai diventando presuntuosa, signorinella.

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Tutto questo giro di parole serviva a spiegare il motivo dell’ennesimo post sul mio libro, come se dovessi davvero trovare una giustificazione per scrivere di me sul mio blog.
La novità è che, da un mesetto circa, Eclisse lo trovate in forma gratuita nel programma Kindle Unlimited di Amazon.

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Buona lettura, per chi non lo avesse ancora letto.

 

Pensieri Sparsi

Sole spento


La storia della nostra evoluzione è la storia di ciò che ci lasciamo alle spalle. Di ciò che abbiamo scartato. I nostri corpi trattengono le cose che ci servono assolutamente. Le cose che non ci servono più.. Le eliminiamo. Le lasciamo andare.

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E’ assolutamente chiaro, così talmente semplice che oserei definirlo cristallino: il passato è passato. Le cose di cui non abbiamo bisogno devono svanire, evaporare, dileguarsi dalla nostra mente per fare spazio alle cose nuove che attendono di affollarla. E’ un processo semplice, forse non immediato per carità, ma assolutamente lineare: il passato pian pianino deve svanire in una nuvola di fumo e smetterla di tormentarmi di notte.

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Caro subconscio, io e te mi sa che abbiamo bisogno di fare una bella chiacchierata, ma una di quelle lunghe dal retrogusto amaro, una di quelle che magari ti sfiancano ma alla fine ti portano, finalmente, ad una conclusione perché così non si può andare avanti.
Partendo dal presupposto che dire che sono passati anni è un eufemismo, sono passati secoli, forse addirittura millenni; insomma stiamo parlando del paleolitico e il pensiero di intraprendere un viaggio stile Ritorno al Futuro non mi hai mai, e sottolineo mai, neanche lontanamente sfiorato, non riesco assolutamente a capire, ne tanto meno ad accettare, che ancora i miei sogni siano tormentati da un passato che non mi manca neanche se provo a sforzarmi con tutta me stessa.

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Capirei se pensassi a quei momenti con nostalgia durante il giorno, se avessi visto un film che con la mente mi avesse portato a quei tempi, che presa da un profondo moto di disperazione sentissi il bisogno di perdermi in quei dolci ricordi ma la verità è che stiamo parlando di un passato a cui mai e poi mai vorrei tornare, ad una versione di me che mai e poi mai vorrei veder apparire di nuovo dinanzi allo specchio.
E’tutto quello che vorrei in versione diversa tutto quello che non voglio più.

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Sole spento
Io ti sento con me.

Pensieri Sparsi

Una storia vecchia 100 anni!


Avevo 15 anni quando la ragazzina della casa di fianco è divenuta la mia migliore amica, era stato suo padre a presentarci dopo aver ascoltato per l’ennesima mattina la musica che ad alto volume rimbombava dalla mia stanzetta.
“A mia figlia piace Nick, ha visto i poster appesi alla tua stanza. Potreste diventare amiche.”
Era stato proprio quel particolare ad unirci come sorelle, a 15 anni basta poco per scambiarsi promesse di amicizie eterne…eppure a me quelle promesse non sono mai piaciute.
“Saremo amiche per sempre. Nulla potrà mai dividerci. Ci sarò sempre per te.”

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Erano stati i ragazzi col tempo ad allontanarci, così come in maniera platonica ci avevano unito. Era stata lei a baciare il ragazzino per cui avevo una cotta stratosferica, io quella brava a mettersi da parte fingendo una maturità che non avevo. Era stata lei ad essere usata dal ragazzino pazzo di me per farmi ingelosire, io quella che gliel’aveva resa facile mettendo in chiaro che non piace quando la storia si ripete. Era un periodo diverso quello, quando a scandire lo scorrere del tempo non era il susseguirsi delle stagioni ma il succedersi delle cotte adolescenziali, dei colori dei capelli e la larghezza dei jeans che variava a seconda della moda e non del peso; quando tutto sembrava più semplice e più difficile allo stesso tempo, quando inizi a sentire di non essere più una ragazzina ma tutto il tuo mondo continua essere racchiuso nelle sicurezze di quando ti sentivi tale.

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Eravamo noi con il nostro equilibrio precario, noi con il nostro rapporto unico e indissolubile, noi con il nostro sogno di incontrare Nick Carter e farlo innamorare di noi, noi con le nostre vite che iniziavano a diventare sempre più quelle di due piccole donne. Non era bastato il suo trasferimento a chilometri lontani a cambiare quel noi a cui eravamo tanto legate; c’ero con la mia prima storia seria, lei con l’amore incontrato in treno mentre mi raggiungeva per il mio diciottesimo compleanno.
Un equilibrio precario che si sarebbe rotto molto presto!

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Ero una ragazzina quando la mia storia importante si è eclissata facendomi provare sensazioni che mai avrei immaginato di essere in grado di sentire; è stato in quel preciso momento in cui ho avuto bisogno di credere in quelle promesse con cui per anni mi era stata riempita la testa.
Ci sarò sempre per te.
Avevo voluto crederci e, dispersa in una valle di lacrime manco mi si fosse rotta una diga nel dotto lacrimale, avevo chiamato lei convinta ci sarebbe stata per me. Lo aveva promesso. Era bastata una sola frase a farmi capire che erano state solo parole quelle con cui mi aveva incasinato la testa; non erano stati i chilometri a dividerci ma l’uomo perfetto che aveva di fianco e che lentamente aveva preso il mio posto nella sua vita rendendo vane le sue promesse. Non aveva tempo per ascoltare quanto stessi male, non aveva empatia per comprendere il mio dolore, non aveva interesse a tenere fede a quelle promesse adesso che quelle promesse richiedevano l’impegno che da sempre avevano custodito in esse.

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La verità è che quando un’amica trova un nuovo uomo, inesorabilmente, quelle promesse che aleggiavano nella bolla di sapone in cui vi eravate rifuggiate diventano effimere. Non è cattiveria, per carità, oserei dire che è uno strano fenomeno dell’evoluzione della specie umana che forse qualche seguace di Darwin potrebbe prendersi la briga di esaminare perché, e di questo ne sono certa, il caro vecchio Charles non se n’è occupato semplicemente per mancanza di tempo.
In fin dei conti, mica poteva fare tutto lui?

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Nella mia visione utopistica dell’argomento: amicizia e amore non sono assolutamente in competizione. Ci tengo a precisare la mia posizione a riguardo, insomma al di là dei dettagli pratici [e aggiungerei con tutta la malizia del caso: fisici] che rendono i due rapporti differenti, credo che ogni essere umano, uomo o donna, dovrebbe essere in grado di far convivere questi due aspetti fondamentali della vita senza alcun tipo di sforzo.
Insomma in una giornata ci sono abbastanza ore per dedicarsi a tutto, non trovate? Bisogna davvero fare pulizia per dare spazio a quel qualcosa di meraviglioso che sta nascendo? Non dovrebbe essere quello il momento in cui si ha più bisogno dell’amica fidata? E non solo per lagnarsi delle mancanze del povero malcapitato di turno, ma per condividere insieme quelle emozioni che stanno nascendo, per cullarsi nelle vecchie abitudini facendo pian pianino spazio alle nuove, per lasciarsi rassicurare per quelle stupide paure che solo un’amica che ti conosce da una vita può definire sciocche ed inutili.
Non è questo il momento in cui, forse proprio per paura, si tiene più stretta la mano di chi ci è sempre stato? Non è questo il momento in cui quelle promesse fatte in un momento di solitudine dovrebbero diventare qualcosa di reale? Buuuuuh [uhmm, non mi venivano in mente suoni assimilabili a quelli di una risposta sbagliata, accontentatevi].

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Ricerche scientifiche affermano che nulla di quanto sopra affermato potrebbe essere più sbagliato, anche senza alcun suono a sottolinearne la drammaticità. Non sono imparentata al caro vecchio Charles, ma un po’ di evoluzione ve la posso spiegare anche io.
Per prima cosa, bisogna smentire tutto il discorso relativo alla lunghezza delle 24h di una giornata; non raccontiamoci eresie, per favore, quando un uomo entra a far parte dell’universo della vostra amica si crea un vortice spazio temporale che altera il susseguirsi dei minuti e delle ore, saltando tutta la parte relativa agli algoritmi che definiscono questa strana mutazione si potrebbe semplificare l’intera faccenda con un gigantesco: non ho tempo/non ho avuto tempo.

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E’ una questione di sfumature, ed ancora una volta non sono le 50 di Christian Grey, pian piano il vortice spazio temporale modificherà tutte quelle piccole certezze e/o abitudini di cui si nutriva quell’amicizia che sembrava indissolubile.
Pian piano iniziano a sparire tutte quelle accortezze che erano rivolte a te, quelle gentilezze educate e anche un po’ inquietanti come il buongiorno che arrivava un minuto dopo il suono della tua sveglia, quella certezza di avere sempre qualcuno dall’altra parte del telefono pronto ad ascoltarti, quelle piccole attenzioni fatte di gesti abitudinari che pian piano scompariranno susseguiti da bugie bianche pronte a riempire quelle mancanze che diverranno lentamente voragini ponendoti in una prospettiva completamente diversa da cui osservare il tutto.
E a quel punto non serve il caro vecchio Charles per capire che le cose cambiano solo quando si decide che è arrivato il momento di farle cambiare, quando si è deciso di farsi scivolare una persona tra le dita come sabbia al vento, quando i nodi vengono al pettine e tutto diviene effimero…proprio come quelle promesse a cui non credi più.

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Il povero malcapitato di turno non ha colpa alcuna, di questo bisogna prenderne coscienza prima di chiamare Will Smith e la sua squadra di Men in Black per disintegrare l’alieno e sparaflashare la perfetta sconosciuta che un tempo eravate solite chiamare amica; semplicemente per una strana legge dell’evoluzione che non saprei spiegarvi la vostra presenza non è più così indispensabile quanto poteva esserlo prima di quel cambiamento non richiesto.
Quelle da sparaflashare probabilmente a questo punto siete proprio voi perché rendersi conto di essere stata una sorta di surrogato per sopperire la mancanza di altro probabilmente potrebbe urtare la vostra sensibilità.

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Per quanto mi riguarda credevo di aver imparato la lezione da ragazzina, in fin dei conti, quando a 19 anni ti ritrovi da sola con un pugno di parole vuote ti rendi conto di avere dentro una forza che non conoscevi e che quelle promesse vuote sono solo chiacchiere fatte per essere trasportate via dal vento; mi sbagliavo sulla mia capacità di apprendere dalle lezioni della vita. Sono passati anni, si sono susseguite promesse vuote, delusioni e prese di coscienza…eppure sto ancora imparando.

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Nessuna amica è stata maltrattata per la stesura di tale post.

Parole e Storie

Una vacanza da sogno


Non ho mai avuto un’ottima memoria, soprattutto per le cose che scrivo; scrivendo di getto, probabilmente, perdo la connessione con alcune cose, perdo la conoscenza delle stesse…non saprei dare una spiegazione alla capacità di stupirmi quando, per puro caso, ritrovo qualcosa scritto da me di cui non ricordavo l’esistenza.

Una vacanza da sogno

Era da tempo che mi ero ripromessa di farlo, questa volta non mi sarei  lasciata scappare l’occasione. Mi sono imposta di non chiedere consiglio a nessuno e concedermi il brivido di seguire semplicemente l’istinto nel prendere la mia decisione; egoisticamente sapevo di meritarmi questo regalo: quindici giorni di crociera nel meraviglioso Oceano Indiano: Seychelles, Madagascar, le Mauritius e Zanzibar. Un viaggio da sogno, il mio viaggio da sogno. Quindici giorni lontani dal mondo, io e Micheal, chi potrebbe negare che ci siamo meritati una ricompensa, dopo tutto?
Sono giorni, ormai, che la nave è salpata, il clima a bordo è sereno e, finalmente, anche io sto iniziando a rilassarmi e a sciogliere la troppa tensione accumulata in questo periodo convulso che ho attraversato.
Ho aspettato con ansia che Micheal cedesse al richiamo di Morfeo abbandonandosi, beatamente, tra le sue braccia nel letto king size nostra cabina per potermi concedere una passeggiata solitaria lungo il ponte illuminato; c’è la luna piena stanotte e una strana sensazione aleggia nel mio cuore facendolo sentire stranamente pesante. Cammino sovrappensiero, perdendomi con lo sguardo nell’oscurità della notte, fino a quando i miei occhi si soffermano su una sagoma troppo familiare.

Non può essere lui. Sicuramente, sarà la mia immaginazione a giocarmi brutti scherzi. Con il cuore in gola, mi avvicino a quella figura che inizia a delinearsi sempre di più ai miei occhi, mi sento mancare il respiro quando i suoi occhi si incontrano con i miei e le sue labbra disegnano un dolce sorriso.
“Ashley…”
La sua voce calda e sensuale, proprio come era impressa nei miei ricordi, trapassa la mia anima. Non può essere lui, non può essere qui. La mia voce acida scandisce le poche parole che riesco a pronunciare.
“Che ci fai tu qui?”
Sgrano gli occhi incredula, cercando di controllare il battito convulso del mio cuore e di apparire meno agitata e isterica di quanto non sia in questo momento della mia vita.
“Probabilmente la stessa cosa che fai tu?”
I suoi occhi gelidi catturano i miei, mette le mani in tasca e, con aria distratta, si poggia alla balaustra del ponte, mordicchio le labbra cercando qualcosa di intelligente da dire ma mi rendo conto ben presto che i miei neuroni hanno deciso di prendersi le ferie proprio adesso che la loro presenza sarebbe a dir poco necessaria. Sospiro, cercando di guadagnare tempo, ma è tutto inutile. Alzo bandiera bianca e lascio liberi i miei pensieri, smetto di razionalizzare e lascio che sia la mia memoria muscolare a prendere possesso dei miei movimenti. In un incastro perfetto le mie braccia si stringono intorno al suo collo e le mie labbra si posano leggere sulla sua guancia, lo sento rilassarsi per una frazione di secondo prima di adagiare con decisione le sue mani lungo i miei fianchi e stringermi a se.
“Scusami, è solo che eri l’ultima persona che mi aspettavo di incontrare su questa nave…”
Sorride sarcastico, accarezzando il mio corpo con lo sguardo.
“…forse, l’ultima che avresti voluto incontrare.”
Sfioro il suo viso con il dorso della mia mano.
“E’ passato tanto tempo, ormai.”
Sembra passata una vita da quando io e lui eravamo una sola cosa, quando, giovani e innamorati, vivevamo nella nostra bolla d’amore convinti che non esistesse mondo al di fuori di noi due. La passione che ci travolgeva ardeva così prepotentemente in noi fino a consumarci, il nostro amore era una fiamma rovente che, tristemente, una folata di vento aveva spento di colpo. Di punto in bianco, i nostri migliori pregi erano diventati i nostri peggiori difetti; litigi, urla, crisi isteriche, la nostra storia idilliaca si era trasformata, all’improvviso, in un inferno a cui con grande dolore, ma forse anche grande liberazione, avevamo messo fine.
Sorride dolcemente fermando la mia mano con la sua per portarla lentamente all’altezza labbra che delicatamente la sfiorano in un lento baciamano, i suoi occhi verdi sorridono cercando complici i miei, un breve contatto che  fa fremere il mio corpo come se fosse attraversato da una scarica elettrica. Ritraggo timidamente la mano sfregandola nervosamente con l’altra, abbasso lo sguardo per impedirgli di leggere i pensieri che, troppo malinconici, rapiscono il mio cuore riportandolo indietro nel tempo a quando esisteva un noi.
“Sei sempre bellissima.”
Non saprei dire se è colpa del leggero dondolio della nave che miscela i miei pensieri confodendoli, del fantastico cielo stellato che ci fa da scenario o della voglia di vivere che, per troppo tempo, ho represso dentro di me ma non riesco a resistere a questa forza magnetica che mi attrae verso di lui, le mie labbra non riescono a respingere il suo bacio improvviso. Non abbiamo bisogno di parole, i nostri occhi si specchiano gli uni negli altri per confidarsi ciò che le nostre bocche hanno ancora paura di ammettere, la sua mano si intreccia alla mia, i suoi passi si fanno veloci e, ad ampie falcate, mi conduce nella sua cabina. Come  due ladri, ci infiliamo in camera, i suoi occhi cercano nuovamente i miei facendo vibrare la mia anima, non riesco percepire altro se non la mia voglia di essere sua; il suo sorriso malizioso mi fa tremare le gambe mentre le sue mani, forti e decise, prendono possesso del mio corpo. Le sue mani scendono lentamente lungo la mia schiena, si adagiano sicure sulle mie natiche alzandomi di peso, allaccio le gambe intorno al suo corpo percependo tutta la sua virilità. Sto impazzendo di desiderio, e lui lo sa. Non smette di baciarmi mentre mi adagia sul letto, ammira il mio corpo caldo e pronto ad accoglierlo fino a quando, impaziente, afferro il colletto della sua camicia bianca e lo tiro verso di me; non mi lascia bramare oltre le sue carezze, le sue mani iniziano a muoversi sul mio corpo, accarezzano lentamente le mie gambe risalendo verso le mie cosce, le labbra seguono le loro movenze lasciando una scia umida e luccicante, le sue dita si avventano con foga sui bottoni dei miei pantaloni per slacciarli e liberarmene. Accarezza la mia intimità, perdendosi nel lago del mio piacere, non riesco a trattenere i gemiti che risuonano nella stanza; i suoi occhi smeraldi studiano il mio viso, contempla con un ghigno soddisfatto la mia espressione estasiata. Sento la sua eccitazione crescere sempre più prendendo vita in mezzo alle sue gambe; mugugna qualcosa con la voce roca e rotta di piacere non appena le mie mani prendono ad accarezzare con ritmo più deciso la sua intimità, volge gli occhi al cielo, dal suo respiro spezzato riesco a percepire palesemente quanto sia vicino al limite. Senza indugiare ulteriormente, si fa largo tra le mie gambe, intreccia le sue mani con le mie portandole all’altezza della mia testa, lasciando il suo corpo aderire quasi completamente con il mio; i suoi occhi nei miei, il battito del mio cuore sincrono al suo, i nostri respiri affannosi, la sua voce rauca al mio orecchio.
“Non sai quanto ho desiderato questo momento.”

Con un colpo deciso entra dentro di me, le mie mani si stringono alle sue in un istante in cui resto senza fiato, mi sento donna come non accadeva da tempo sotto le spinte possenti del mio amante, il suo bacino batte con forza contro il mio regalandomi attimi da mille brividi, un urlo smorzato esce dalla sua bocca quando con un colpo più forte mi bagna con il suo piacere, tremo tutta tra le sue possenti braccia mentre stremata lo raggiungo in quell’attimo di paradiso tutto nostro.

Appagato, si lascia scivolare accanto al mio corpo, le mie mani sul suo petto ascoltano il ritmo accelerato del suo battito mentre la mia bocca ancora bramosa del suo sapore inizia a muoversi sul suo collo. Basta poco, fugaci carezze e baci proibiti e anche la sua eccitazione raggiunge i livelli della mia, bacio il suo addome scolpito scendendo pericolosamente verso le sue zone erogene, lo sento fremere di piacere sotto i colpi esperti della mia lingua, sorrido soddisfatta: ricordo ancora bene come farlo godere, come renderlo schiavo dei movimenti. Accarezza con veemenza i miei seni invitandomi a risalire verso la sua bocca, seguo le sue indicazioni da brava gattina, mi struscio sul suo corpo fino a unirmi nuovamente al suo, mi muovo sicura scandendo il ritmo della nostra frenetica danza, i nostri corpi sembrano non essere mai sazi: per troppo tempo sono stati a digiuno l’uno dell’altro. La mia lingua si infila avida nella sua bocca fino al momento in cui ancora una volta siamo scossi dal più alto dei piacere. Mi lascio cadere sul suo corpo, le sue braccia scolpite mi stringono a se fino a quando, ormai stremati, ci abbandoniamo al più dolce dei sonni.
È oramai mattina quando mi desto dal torpore in cui ero caduta, scruto i dolci lineamenti del suo viso e una fitta mi trafigge il cuore; raccolgo i miei vestiti e di fretta mi ricompongo senza far rumore.
“Addio, amore mio.”Come una ladra sgattaiolo fuori dalla sua cabina, chiudo la porta alle mie spalle e lascio che tristi lacrime bagnino il mio visi; la sua voce calda alle mie spalle mi trapassa l’anima. Non mi volto fino a che non sento le sue mani posarsi sulle mie spalle.
“Ashley, perché stai scappando da me?”
Raggiunge il mio viso, i suoi occhi penetranti raggiungono i miei.
“Non dovevo, Jason. Perdonami.”
Le sue mani si stringono intorno alle mie braccia, l’espressione del suo viso è un misto tra rabbia e delusione, abbasso lo sguardo impotente di fronte alla dolcezza del suo.
“Devo andare, ti prego lasciami. Micheal si starà per svegliare, non può non trovarmi accanto a lui.”
Lascia di scatto la presa lasciando scivolare le braccia lungo il suo corpo. Non dice una parola. Nei suoi occhi solo profondo disprezzo. Sento il mio cuore rompersi in mille pezzi, troppo piccoli per essere rincollati questa volta. Senza muovere bocca, mi volto per riprendere la mia strada, quella che mi conduce alla mia cabina, quella che mi porta nuovamente lontana da lui.
Con le lacrime che colmano i miei occhi rientro in camera, senza spogliarmi mi adagio a letto accanto a Micheal che, fortunatamente, dorme ancora come un angelo, sfioro il suo dolce viso e mi guardo intorno osservando cosa è diventata la mia vita adesso, quanto distante sono arrivata da quel sogno idilliaco di amore eterno che mi aveva legato a Jason, quel sogno che stanotte mi aveva rapita e stravolto la vita proprio come tanti anni fa. Non è più tempo per i rimpianti, non è più tempo per i rimorsi, non è più tempo per noi.
Quella che era iniziata come una vacanza da sogno si sta trasformando per me nel peggior incubo mai vissuto, da giorni ormai vivo con il terrore di incontrare nuovamente i suoi occhi  ,ogni porta che apro, ogni angolo che svolto, ogni singola attività a cui decido di prendere parte è una puntata azzardata nella partita della mia vita.

Pubblicando tutto il racconto, sarebbe stato troppo lungo;
magari vi avrei annoiato…

Pensieri Sparsi

Più che una recensione…


Quando chiedi ad un’amica di leggere qualcosa di tuo e dirti sinceramente cosa ne pensa non sai mai cosa aspettarti; tendenzialmente sai che dall’altra parte troverai supporto ma sai che, allo stesso modo, sarai travolta da una dose massiccia di sincerità.
Un estraneo che legge le tue parole si fermerà sempre alla semplice storia da te raccontata; un’amica che legge quelle stesse parole non potrà imporsi di ignorare il non raccontato, non potrà ignorare quello che, forse in maniera del tutto inconscia, hai scritto tra le righe. Un’amica non può ignorare la persona che c’è dietro quella storia, il suo passato…il vostro passato.

Quando ho chiesto ad Ilaria di dirmi cosa pensasse di Eclisse, sapevo che, in un modo o nell’altro, le sue parole mi avrebbero velato gli occhi. Sapevo che la sua non sarebbe stata una semplice recensione, e non mi sbagliavo.

Questo stupido blog non mi consente di rebloggarvela in maniera semplice [figuriamoci se questa settimana qualcosa poteva essere semplice e lineare], motivo per cui, oltre a consigliarvi di leggerla per intero qui, vi incollo alcuni passaggi:

“E’ una storia che già conoscevo, anche se non ne ricordavo con precisione ogni dettaglio leggermente sbiadito dal tempo: ne ho visto nascere la versione iniziale. […] Ricordo che quello che Angela scriveva aveva il potere di smuovermi la voglia di fare altrettanto. Leggendola, iniziai a scrivere anche io storie, la prima aveva proprio una delle sue come base, per poi finire con l’aprire un numero imprecisato di blog su cui raccontavo qualsiasi cosa mi passasse per la mente, per poi chiudere tutto, smettere, ricominciare dopo un po’ di tempo…. l’idea di scrivere non mi aveva mai sfiorata prima, anzi. Non mi ritenevo particolarmente capace di raccontare qualcosa. Angela fu la prima a smentirmi, e la prima a minacciarmi di morte lunga e dolorosa se non mi fossi decisa a diventare scrittrice, cosa che tuttora fa ogni volta che può visto che non esistono mie pubblicazioni in nessun angolo di mondo. Non so se ne esisteranno in futuro, forse si o forse no, ma di certo se adesso sono qui e nel tempo ho ricevuto qualche riscontro positivo lo devo al calcio nel c..o che non sa di avermi dato con i suoi racconti. […] I protagonisti sono tre: la paura, il perdono e l’orgoglio. Una decisione sbagliata finisce per incastrare in una situazione senza via d’uscita. Il dolore di chi subisce la decisione incastra in una situazione senza via d’uscita. La vicenda si muove sui binari del “cosa potevo fare?“: i protagonisti si sentono costantemente vittime degli eventi, spostati di peso da quello che volevano ad una vita che non appartiene loro, nonostante si ostinino a raccontarsi che va bene così. […] “Eclisse” è una storia che mi sento addosso per svariati motivi. Ha tratti comuni al mio rapporto con Angela: abbiamo vissuto una forte vicinanza ed una lunga lontananza, come i protagonisti. Come loro, abbiamo saputo trovare nuovi stimoli per ridurla, senza arrenderci ad un contesto che in apparenza lo rendeva difficoltoso.”

Questo post è un ringraziamento per te, amica mia, e un augurio speciale…aspettiamo insieme che torni il sole. Ti voglio bene.

Pensieri Sparsi

Eclisse ed Amazon!


Avevo fatto una promessa a me stessa, prima ancora che agli altri:
questa volta avrei portato una cosa a termine; questa volta ci avrei creduto io per prima.

Ho tergiversato, cercato scuse, mi sono nascosta dietro a ragionamenti assurdi anche a me stessa ma, alla fine, mi sono fatta violenza e mi sono costretta a mantenere quella promessa.

E’ questo il vero motivo per cui sono qui a parlarvi di Eclisse, il racconto [chiamarlo romanzo mi sembra ancora una cosa troppo grossa] che oggi mi sono decisa a pubblicare su Amazon.
E’ una storia a cui sono affezionata, una di quelle IMG-20150525-WA0001 (1)storie scritte quasi di getto e poi conservata per anni in un cassetto, una di quelle storie che vorresti condividere con chi ha la pazienza di dedicarti del tempo.
Non farò una recensione del mio stesso libro, probabilmente finirei per dare pieno spazio alle mie paranoie e a convincervi a cercare altro; se siete qui è perché mi avete conosciuto attraverso le parole del mio piccolo spazio virtuale…se avete voglia di conoscermi meglio attraverso le parole del mio racconto potete farlo qui:

Eclisse di Angela Maisto

La copertina [che io adoro] è opera della mia favolosa grafica di fiducia Giada Savio, a cui non smetterò mai di dire grazie per avermi assecondato in questa cosa [e in tutte le altre].

Il racconto è acquistabile sullo store di Amazon, non è necessario possedere un Kindle per il download, il sito è dotato di un’apposita App sia per dispositivi Ios che Android che consentono una facile gestione dell’acquisto, del download e della lettura.

Non mi resta che augurarmi in bocca al lupo per quest’avventura, sperando che qualcuno di voi, magari incuriosito dal mio blog, avrà voglia di leggermi e di dirmi cosa ne pensa della storia a cui le mie dita hanno dato vita.