Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Ferma non ci riesco a stare.


Non credo sia mai passato così tanto tempo prima che mettessi nero su bianco le emozioni di un viaggio di questo tipo; solitamente non riesco a controllare l’entusiasmo e le parole sono così concitate da divenire puntualmente quasi confuse…e invece a sto giro Boh!
Cioè capiamoci, è stata un’esperienza intensa, come sempre, eppure è stato tutto un po’ diverso questa volta.

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Ennesima partenza post-lavoro, ennesima valigia fatta quasi buttandoci dentro cose random, ennesimo viaggio con tempistiche ad incastro e switch sempre più veloci.
Fino a pochi giorni prima di salire su quell’aereo che mi avrebbe portato in Germania aleggiava pesantemente il timore che alla fine l’abbraccio che tanto attendevo non sarebbe arrivato. Per fortuna mi sbagliavo.

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A sto giro, per quanto avessi la consapevolezza di aver bisogno di perdermi nelle mie certezze, ero sicura che sarebbe stato diverso…che, nonostante tutta la gioia del mondo, difficilmente quel retrogusto amaro mi avrebbe abbandonato.
Non c’era davvero ansia questa volta, era più trepidazione, una frenetica attesa del momento in cui non avrei più pensato a ciò che, per quanto non volessi, ancora turbava i miei pensieri.

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La scelta di iniziare da chi non avessi mai incontrato mi era sembrata quella più giusta da fare, ma non potevo neanche immaginare quanto di più sbagliata potesse essere. Disorganizzazione e isterismo hanno caratterizzato le prime ore della giornata, sentivo già la puzza della sfiga quando ho optato per un cambio di programma.
Non credo di aver avuto il tempo di metabolizzare dove fossi quando ho incrociato il suo sorriso. La situazione era la classica da catena di montaggio, quasi più rapida del solito…insomma è arrivato il mio turno e non avevo idea se i miei capelli fossero apposto, se il rossetto fosse sbavato, se io fossi pronta…se si fosse ricordato di me.

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Il suo sorriso ha resettato ogni mio dubbio, dissipato ogni mio timore.
Mi ha abbracciato e mi sono ricordata come ci si sente quando va tutto bene.
Come stai?
Adesso bene.
Perché?

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Che vuol dire perché?!?
No veramente, non credevo fosse necessario un disegnino per spiegare il motivo. Ovvio. Lampante. Talmente scontato da essere banale…eppure lui ti fissa quasi preoccupato e tenendoti per le spalle ti chiede perché.

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Perché ci sei tu?
So che non è carino scuotere la testa per sottolineare l’ovvietà di un’affermazione, ma sono totalmente incapace di controllare la mia mimica. Ha riso, per fortuna. Mi ha stretto per la foto per poi bloccarmi mentre stavo andando via.

Aspetta devo raccontarti una cosa!!

Io avrei voluto avere una fotografia della mia faccia in quel preciso istante. Devo aver strabuzzato gli occhi cercando di capire con chi stesse parlando.

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Credo che in quell’istante anche lui deve essersi reso conto di aver bloccato tutto il meccanismo perfetto, come un ingranaggio che ha smesso di girare.

Hai un’altra foto, no?

Non adesso, domani.

Ok. Perché devo raccontarti una cosa troppo divertente. Ho scoperto una cosa davvero divertente. Devo raccontarti una cosa troppo divertente.

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Ho scoperto che il mio secondo nome è italiano.
Fermiamoci un secondo ed immaginate che la persona che avete amato da sempre vi abbia appena detto una cagata pazzesca. Fatto? Bene, quale sarebbe la vostra espressione?
La mia quella di una perfetta ebete che cercava di assecondare quel delirio cercando di non ridere fingendo un interesse smisurato per questa storia esilarante.
Italiano? Ma davvero? Voglio saperlo.
La sua mano sulla mia spalla. I suoi occhi nei miei.
Dopo te lo dico. Si, dopo ti dico tutto.

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Sono andata via perplessa. Non riesco a pensare ad una parola differente per il mio stato d’animo in quel momento. Negli anni di cose senza senso me ne aveva dette, ma a quello pseudo discorso proprio non riuscivo a dare una motivazione.
Non che ci avessi perso il sonno, insomma la questione è stata ben presto archiviata con un classico è un idiota.

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La giornata è stata lunga, l’isterismo intenso, la sua patatosità infinita.
Hello, Italy.
Al nome ci stiamo ancora lavorando, prima o poi sarò io a pensare di avere un nome differente a seconda dello stupido nomignolo che usa ogni volta, ma è palese che adori sottolineare la mia provenienza. E ammetto di adorarlo.

Il secondo giorno forse è stato ancora più un delirio del primo: tutti avevano paura di non riuscire a fare tutto ciò che avevano programmato.
Il momento foto è stato talmente veloce da non essere quasi classificabile…di altra storia sono stati invece i selfie.

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Devi ancora dirmi del secondo nome italiano.
Ti prometto che ti dico tutto.

In realtà non mi ha detto il nome neanche il giorno dopo, ma giusto qualche giorno fa ha scoperto di non essere un Carter e, stando all’indizio lasciato, sembrerebbe proprio che le sue origini siano italiane. Insomma, le sue parole hanno smesso di essere un totale NoSense.

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E’ stato tutto perfetto…o quasi.
La verità è che quando una ha un bel carattere, ha un bel carattere sempre.
Così quando nel momento dell’ultimo selfie di questo folle viaggio ho avuto la sensazione di non aver meritato quante attenzioni meritassi, non ho esitato un solo istante a brontolare.

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Non sono riuscita a darti neanche un bacio.
Perché?
Perché tu sei alto. Io sono corta.
Ah, ok.

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Ok???
Quelle che voi vedete alla fine sono bellissime foto, si…fanculo la modestia.
Io rido perché ok, lo dici a tua sorella…Ehmm…
Sarebbe stato meglio avessi detto di non aver capito.
Lo so, dovrei imparare a stare zitta…ma stare zitta non è proprio arte mia.
Anche se ti chiami Nick Carter.

Lo so, a sto giro poco amore…poche frasi da romanzetto rosa.
Mi mancava da morire eppure la magia ha funzionato un po’ meno.
E’ sempre Lui…io ero solo un po’ meno Me.

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È stato un weekend caratterizzato da un mal di testa atroce che non mi ha dato tregua, dagli antidolorifici presi come fossero caramelle, dalle file interminabili e da quelle saltate perché di base odio aspettare.

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Un weekend fatto di luci di Natale e würstel giganti, di boccali di birra e odore di zucchero, di punsh di mele e rhum che ti scaldano l’anima.

 

Un weekend di delirio e odio verso i tedeschi, di parole a caso e conversazioni senza senso.

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E’ stato il weekend di Hello, brother.
Perché anche dopo aver desiderato di dargli fuoco e vederlo divenire cenere come fanno i vampiri, alla fine, nell’esatto momento in cui non ci credevo più, è successo…ed è stato un momento tenerissimo. I suoi occhi fissi nei miei mi hanno fatto mancare l’aria rendendomi di colpo una ragazzina, la foto venuta male è stata il biglietto magico per un altro giro tra le sue braccia.

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…e adesso non mi resta che aspettare la prossima avventura.

Pensieri Sparsi · Weird World ❤

Coincidenze? Non credo!


Il bello di aver creato una categoria apposita per raccogliere le stranezze della vita e di ciò che ti circonda è quello di ricordarsene nel momento in cui sussiste una di quelle situazioni che vi costringerebbe a creare una categoria apposita se non esistese già.
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Voi credete alle coincidenze?
Non sto parlando del vecchietto rimbambito che puntualmente vi ritrovate dinanzi alla vostra macchina quando siete in ritardo [esiste un girone dell’inferno apposta per loro, sappiatelo] o del computer che blocca il caricamento dell’ultimo allegato esattamente qualche minuto prima dell’orario di uscita da lavoro quando avete preso appuntamento con la parrucchiera [quella si chiama sfiga].
E’ un ragionamento a più ampio spettro il mio.
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Avete presente quelle cose che quando accadono ti fanno sorridere e affermare: Devo assolutamente scriverci un post su questa roba qua; con la piena consapevolezza che questa roba qua è posizionata sulla sottile linea di confine tra cazzata epocale che se tieni per te fai più bella figura e pura follia.
Se la cosa non vi spaventa neanche un poco, benvenuti nel posto giusto, miei cari folli e temerari lettori.
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Stando ai miei contatti Facebook la prima gioia del 2017 è stata regalata all’universo femminile dalla Vodafone. Il caro Bruce e la sua fibra avevano abbondandemente scartavetrato i…ehmm distrutto le palline di Natale, motivo per cui la visione celestiale di Patrick Dempsey alla fine del nuovo spot della compagnia telefonica ha rallegrato occhi e ovaia delle donne, e non solo.
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Tralasciando il fatto che il Dottor Stranamore sia assolutamente uno gnocco pazzesco come lo giri e come lo metti e, probabilmente, l’idea di farlo solo sorridere con aria da piacione mentre abbraccia un gatto, invece di cantare come un demente jingle demenziali stile You give me Fibra, è dettata dalla volontà di farti dimenticare completamente cosa abbia pubblicizzato tutta la manfrina trasmessa prima della sua comparsa sullo schermo; dobbiamo andare un pò più indietro nel tempo per dare un senso a questo delirio.
Tu sei sicura che un senso ce l’abbia, si?
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Vi starete chiedendo che connessione sussiste tra le concidenze e Patrick Dempsey. [E se non lo state facendo siete dei lettori poco attenti, eh.]

Apparentemente nessuna, nel mio mondo, ovviamente, è tutta un’altra storia.
Partiamo dal principio: faccio parte di quella categoria di persona che quando vede un’immagine di Patrick Dempsey ha una sola associazione mentale plausibile: Derek Shepherd, il suo amore per quella pera cotta di Meredith, il post-it attaccato alla parete del letto, la sua stupida morte. [ormai lo sa anche il mio gatto che Derek è morto, quindi non è spolier.].

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Se mai dovessi rinascere attrice, mi è ben chiaro uno degli assiomi fondamentali del mestiere: mai far arrabbiare la sceneggiatrice perchè postresti ritrovarta non solo morta, che sarebbe il minimo, ma morta in un modo talemente stupido da non essere neanche triste e/o drammatico. Sappiamo tutti che il povero Derek è morto in modo talmente stupido che la sua stupidità è stata superata soltanto una volta nella storia dei telefilm con la morte del padre di Dawson e il gelato.
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Sono proprio queste morti stupide, e la loro connessione con lo stare alla guida di un’autovettura, il punto di partenza del mio post; da quando ho cambiato lavoro, con l’esigenza di trascorrere fin troppo tempo in auto per raggiungere l’ufficio, ho preso l’abitudine di ottimizzare i tempi e utilizzare il percorso lavoro/casa per stare a telefono con un’amica.
Scendo dall’ufficio e metto su gli auricolari per staccare totalmente con tutto quello che lascio alle mie spalle: un’abitudine a cui, ad oggi, non sarei più in grado di rinunciare.
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Ed è proprio lungo questo tragitto che, causa problemi di ricezione della mia linea Vodafone, che tra un Mi senti? e un Oddio, l’ho persa! che è nato il Tratto Derek. Cosa c’entra Derek? State leggendo il blog di una psicopatica vi siete mai chiesti perchè? Appunto.
Il Tratto Derek nasce dalla mia paranoia di ritrovarmi in auto senza linea telefonica, senza il mio fidato Siri che mi fa da assistente, e fare la fine del caro buon comunicazioniche, finito in un buco nero delle comunicazioni, si ritrova schiacciato da un tir proprio nel momento in cui il telefono riprende a squillare.
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E’ una cosa che mi ansia talmente tanto che, ogni qualvolta mi ritrovo in quel tratto di strada ed inizio a sentire la mia amica dall’altro lato del telefono parlare a singhizzi, inizio ad invocare la mia Meredith.
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Tratto Derek. Tratto Derek.

Una sorta di Mayday moderno per indicare che la Vodafone sta tradendo la mia fiducia.

E’ un anno buono che va avanti questa manfrina e che Derek Shepherd è diventato il mio personale testimonial della Vodafone. Adesso lo capite il sorriso nato sul mio viso quando, tra tutto quel rosso che caratterizza tale compagnia telefonica, è comparso il viso di Patrick Dempsey?
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Caro, Patrick, sono ancora in attesa della mia percentuale sul tuo compenso.

In fondo, è un pò anche merito mio se passi le giornate ad accarezzare gattini adesso.

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E voi credete alle coincidenze?
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30 Days Writing Challenge – 9


Buon #LunediBis!!!
Stasera stanchezza a livelli estremi, un pò di leggerezza in più e la gioia di essere nel mio letto [anche se il B&B in cui sono stata a Bologna era proprio figo assai].

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Ma voglio provare a riprendere il ritmo, quindi prima di lasciarmi coccolare dal mio piumone eccomi qui a rispondere al quesito del giorno.

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Giorno 9 – Condividi qualche perla di saggezza che parla di te.

giphy20Beh la risata direi che è più che d’obbligo: io e saggezza nella stessa frase ha un suono così ilare che quanto meno mi ha strappato un bel sorriso.

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Farsi trovare pronti con un badile per dare due colpi di sicurezza resta comunque sempre un ottimo consiglio. Non sono una persona vendicativa, adoro affidarmi al Karma che, a meno non faccia pagare a me qualcosa [mai affermato di essere una santa, in fin dei conti], sa sempre come regolare i conti con chi mi ha fatto del male. Spesso in tempi così brevi da farmi sentire imparentata con qualche strega [magari sei tu stessa una strega, soprattutto certi giorni con quei capelli che ti ritrovi].
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Karma is a bitch, but I’m even more.

 

Pensieri Sparsi

Potere alle ciacione!!!


Tutte le donne sono belle: alte, basse, magre, grasse,bianche, nere, gialle o a pois, con i fianchi larghi, con il culo grosso, con i lineamenti mascolini, con i tratti da bambine, chi più ne ha più ne metta. Ogni donna è unica nel suo genere, ogni suo piccolo difetto ne è in realtà una sua caratteristica peculiare che, in un certo qual modo la rende speciale.
Ogni donna è perfetta semplicemente nel suo essere donna!
tumblr_njn1lyrrjo1qdgudso1_500Esplicitato questa sorta di pseudo manifesto femminista da due soldi, e sottolineato quanto io stessa sia lontana anni luci da poteressere considerata un femminone esagerato [anche se, ve lo posso giurare con la mano sul cuore, dal basso del mio metro e sessanta, la vita non è poi così malaccio] con i miei fiancotti larghi e i capelli in continua autogestione, posso trattare a cuor più leggero la questione pungente che, da ieri sera, mi solletica i pensieri:
Secondo voi, tutta questa storia del Politically Correct non sta sfuggendo un pò di mano?

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Trovo estremamente assurdo specificare quanto questo post non voglia risultare offensivo verso nessuna categoria, che poi già a parlare di categorie a ma personalmente sembra di fare discriminazione. Insomma, vivrò nel fantastico Mondo delle Meraviglie di Alice ma mi piace pensare alle persone semplicemente come essere umani, e come tali mi piace pensare che mi possano stare simpatici o collocarsi esattamente su quegli attributi che per conformazione naturale non posseggo ma che in casi eccezionali possono spuntare anche a me [per ben intenderci: a me dire mi stai sulle ovaia genera proprio l’orticaria].
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Per farla breve: che tu, mio caro prossimo, sia bianco, nero, arancione, a stelle o a strisce, che a te piacciano le donne, gli uomini o gli animali, che in camera da letto tu voglia essere legato come un insaccato o che ti scandalizzi al solo pensieri di finirci in una camera da letto, che tu sia bassa o dannatamente alta, che tu sia magra o che tu sia grassa, che sia fissata per la palestra o per la pancetta, che tu sia sferica, quadrata o ovale, insomma che tu sia un pò come cavolo ti pare io ho tutto il diritto di amarti o di odiarti semplicemente perchè sei tu.
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Magari, o mio caro prossimo, hai detto una frase sbagliata, magari il tono della tua voce mi urta il sistema nervoso, magari hai articolato le parole in modo armonico, forse hai sorriso nell’istante perfetto per farti entrare nelle mie grazie, forse non c’è un motivo preciso che ti abbia collocato nella lista di quelli che mi stanno a cuore o di quelli che vorrei sottoterra.
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Un solo fatto è poco più che certo: non è una questione di categoria umana!
Perchè, credetemi, è avvilente nel 2017 sentir ancora parlare di discriminazioni sessuali se si esprime un opinione diversa rispetto ad un omosessuale o discriminazione fisica se si esprime un parere estetico su una persona in sovrappeso, bassa, alta, troppo magra che magari semplicemente si è vestita al buio al mattino.
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Sia chiaro: non giustifico offese gratuite e, per l’appunto discriminazioni di alcun genere, ma difendo il sacrosanto diritto di un confronto sano e costruttivo: per quanto mi concerne, quando parlo con una persona dialogo con la sua mente non con la sua bellezza o con la sua sessualità, se tu che sei dall’altra parte poni fisicità e sessualità tra di noi come strumenti da manipolare nella discussione, con me, hai perso in partenza. Ma questa sono io.
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Ma perchè tutto questo sproloquio direte voi? Chi ha fatto cosa a questa povera psicopatica? Che problemi avrà mai questa volta?
Torniamo al nocciolo della questione e vi spiegherò tutto; dicevamo: tutte le donne sono belle e noi, a società moderna estremamente Politically Correct, non basta essere a conoscenza di tale verità per vivere bene. No, assolutamente.
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Noi società moderna estremamente Politically Correct abbiamo bisogno di indignarci e prendere posizione a favore di tutto e tutti [contro tutto e tutti, oserei direi io] per nutrire le nostre coscienze e/o il nostro bisogno di approvazione.
Ed è per questo motivo che uno spazio puramente ludico diviene piazza per la difesa dei diritti della bellezza delle donne di ogni forma, colore ed etnia.
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Vi avevo già accennato in qualche post precedente della mia nuova fissazione per un giochino di moda che consiste, nè più nè meno, nel creare outfit ideali per occasioni specifiche sfidando le altre fashioniste nella creazione del Top Look; in sostanza un mix tra il giocare con le Barbie ed una sorta di Gira la Moda moderno in cui perdersi esattamente come delle bambine un pò troppo cresciute che spendono soldi che non posseggono, indossano abiti, borse e accessori vari che non si possono permettere, presenziando ad occasioni surreali terreno fertile per la fantasia di chi, come me, un red carpet lo può solo sognare.
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Un gioco. Un passatempo. Un qualcosa di ludico con cui distrarsi. Errore!!!
Noi, società moderna estremamente Politically Correct, non possiamo assolutamente sottostare ad un giochino che mostra la donna come una bambolina, una modella dal corpo perfetto [nb: i fianchi erano comunque belli larghetti eh], uno stereotipo di bellezza dannoso per l’autostima della donna qualunque.

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Da settimane ormai nella chat del gioco, quella che avrebbe lo scopo di scambiarsi consigli di moda, la polemica infiamma: il sistema di votazione del gioco ha una politica di base corrotta e discriminatoria.
Quelle bionde hanno il punteggio più alto di quelle more.
Quelle bianche hanno il punteggio più alto di quelle nere.
Quelle con i capelli lunghi hanno il punteggio più alto di quelle con i capelli corti.
La gente che vota è razzista.
La gente che vota è discriminante.
Mi sento discriminata.
Il mondo è cattivo!
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Fatto sta che lagna di qua e lagna di là è stato apportato un aggiornamento al gioco: Celebriamo la bellezza in tutte le sue forme. Siamo orgolgiosi di presentarti, a partire da oggi, una nuova gamma di modelle Covet, ciascuna con la propria taglia, silhouette, altezza, carnagione e caratteristiche del volto. […] il nostro obiettivo è celebrare la bellezza in tutte le sue forme, non quello di paragonare una donna all’altra […] tutti i vestiti nel guardaroba e quelli che deciderai di acquistare si adattereanno automaticamente alla sua taglia, alla sua silhouette e alla sua altezza. Divertiti a provare i tuoi look preferiti sulle diverse modelle.

Noi, società moderna estremamente Politically Correct, non giochiamo più a vestire delle modelle alte, magre e della pelle del colore che meglio ci aggradava, mai e poi mai, noi giochiamo a vestire delle belle ciacione con gli stessi abiti che avevamo comprato per le modelle alte e magre che altro non fanno che sottolineare tutte le imperfezioni della bellezza dei corpi che esaltiamo evidenziando, ancora una volta, come a noi società moderna estremamente Politically Correct in realtà il bello piace, anche se è brutto ammetterlo, e, anche solo per finta in uno stupido giochino, non era poi così brutto vestire delle modelle alte, magre e della pelle del colore che meglio ci aggradava.

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Ma noi siamo Politically Correcte e forse non si può dire,
quindi: Potere alla Ciacione.
Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Missing…


L’ultima persona a cui ho confidato di aver bisogno di un abbraccio era uno sconosciuto. Ha sorriso, fissandomi un istante tra il divertito e l’intenerito, e ha stretto le sue braccia intorno al mio corpo riempiendomi il viso di baci appena sfiorati. Non credo avesse idea dell’importanza di quel gesto, dettato probabilmente dalla troppa RedBull ingerita quella notte, eppure il suo sorriso mentre i suoi occhi fissi nei miei mi facevano lentamente morire era riuscito a scaldarmi il cuore come non accadeva da secoli ormai.
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Un istante prima ero in preda ad un panico che temevo non sarei stata in grado di gestire.
Un istante dopo avrei voluto il mondo smettesse di girare lasciandomi tra le braccia di quello sconosciuto.
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Non so perché questa notte la mia mente abbia deciso di farmi rivivere in loop quel millesimo di secondo in cui mi sono sentita fragile e vulnerabile, totalmente in balia delle mie emozioni, pienamente succube di una felicità di quelle che neanche utilizzando tutto il vocabolario riesci a spiegare a parole; non ho idea del motivo per cui adesso che tutto mi sembra così lontano e infantile mi sia venuto quel momento in cui, forse dopo troppo tempo, non mi sono sentita invisibile.
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It’s nice to see you again!
I need to see you again!
Pensieri Sparsi

Come fai a spiegare…


Mica lo so spiegare come mi sento io; non credete vorrei fosse facile trasformare i pensieri in parole come ho sempre fatto? E invece nulla, il vuoto più totale è l’unica sensazione che continuo a percepire; ma come fai a spiegare il vuoto? Come spieghi quella sensazione che ti attanaglia lo stomaco e ti rende difficile respirare mentre nella tua mente non sta passando alcun pensiero?

Come fai a spiegare che senti di stare male ma non riesci a capire neanche tu stessa il perché tu abbia perso la serenità? Come fai a spiegare che la stessa canzone che fino a ieri ti faceva sorridere adesso passa inosservata nei tuoi auricolari? Come fai a spiegare che quella stessa foto che ti scaldava il cuore quando lo sguardo la sfiorava appena adesso è solo una foto? Come fai a spiegare che, quando apri gli occhi al mattino, l’unico pensiero che ti costringe ad alzarti dal letto è che tanto poi in quel letto ci ritorni, e tutto quello che devi fare è resistere, sopportare quelle ore che ti tengono lontane dalle braccia del tuo morbido piumone? 

Come fai a spiegare che ti senti spenta, smarrita…semplicemente vuota? Come fai a spiegare che basta una parola, un suono, una melodia a farti tremare dall’interno come se un terremoto emotivo minasse il tuo instabile equilibrio? Come fai a spiegare che inizi ad essere stanca di vivere in equilibrio, che vorresti smettere di pensare forse un po’ troppo, forse un po’ male?

Come fai a spiegare come ti senti se neanche tu riesci a spiegarlo a te stessa?

Pensieri Sparsi

Se tolgo gli occhiali, il mondo scopre che sono SuperGirl!


Una delle prime cose che ho letto stamattina mentre bevevo il caffè è stato il messaggio di un’amica che,  commentando l’ultima puntata di Supergirl e mi ha scritto:

 “Per fortuna la tua operazione di sabato non ti permetterà di eliminare gli occhiali, altrimenti tutti avrebbero scoperto la tua identità segreta.”

Un semplice messaggio ironico per commentare lo sciocco escamotage usato dalla bella aliena, e ancor prima dal suo più famoso cugino, per nascondere la propria identità di supereroina, eppure da quando ho letto queste parole non riesco a fare a meno di pensarci…e sorridere.

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Avevo poco più di un anno quando i miei genitori hanno scoperto che il motivo per cui strizzavo di continuo gli occhi era legato ad un problema di vista e che, da quel momento, avrei dovuto indossare gli occhiali. Che sarà mai, direte voi; ed è difficile anche per me darvi torto adesso, ben diverso è stato per me circa 30 anni fa e per tutto il periodo della mia infanzia quando mia madre per prima è stata costretta a subire l’ignoranza della gente che, guardandomi, osservava solo una bambina difettosa. Frasi dal peso di “Mangia, bella di mamma, o diventi come quella bimba lì”, difficilmente abbandonano la memoria di chi si è trovato ad ascoltarle senza trovare il coraggio di ribattere alcunché, difficilmente sbiadiscono dai ricordi di chi quel racconto lo ha ascoltato, forse, troppe volte per restarne indifferente.

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E’ da quando che ho memoria che ho dovuto osservare il mondo da un paio di lenti indossando montature che si sposassero alla bene e meglio con il visino smagrito di una bambina con troppi capelli; costretta dal mio occhio pigro [certo, riesco a cogliere l’ironia della cosa persino io] ad andare a scuola con una benda sul viso, manco fossi la figlia di Capitano Uncino, e sentirmi diversa dagli altri bambini perché io, a differenza loro, di occhi ne avevo quattro, o a volte soltanto uno, maledetta benda…o maledetti bambini?

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Crescere nella speranza che prima o poi sarei stata come gli altri è stata, forse, la sensazione più fastidiosa che mi sono portata dietro negli anni; attendere invano quel momento è stato il mio tormento più grande ed è per questo che il messaggio ricevuto stamattina non può che farmi sorridere ripensando alla visione che ho sempre avuto di me stessa a causa degli occhiali, mi sarei sentita meno difettosa se mi avessero raccontato che quelle lenti che ero costretta a tenere sul naso servivano a nascondere al mondo i miei superpoteri.

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Ho iniziato a scrivere il post sperando di mettere nero su bianco le mie ansie per l’intervento di sabato, la mia delusione del non riuscire a guarire del tutto, la mia gioia nel riuscire comunque a migliorare la vista del mio occhio stupido e difettoso…eppure le parole non ne vogliono sapere di uscire.  

A quanto pare il mondo non è pronto a scoprire che sono una Supereroina.
Grazie, amica, per avermelo ricordato.

 

 

Parole e Storie

Una vacanza da sogno


Non ho mai avuto un’ottima memoria, soprattutto per le cose che scrivo; scrivendo di getto, probabilmente, perdo la connessione con alcune cose, perdo la conoscenza delle stesse…non saprei dare una spiegazione alla capacità di stupirmi quando, per puro caso, ritrovo qualcosa scritto da me di cui non ricordavo l’esistenza.

Una vacanza da sogno

Era da tempo che mi ero ripromessa di farlo, questa volta non mi sarei  lasciata scappare l’occasione. Mi sono imposta di non chiedere consiglio a nessuno e concedermi il brivido di seguire semplicemente l’istinto nel prendere la mia decisione; egoisticamente sapevo di meritarmi questo regalo: quindici giorni di crociera nel meraviglioso Oceano Indiano: Seychelles, Madagascar, le Mauritius e Zanzibar. Un viaggio da sogno, il mio viaggio da sogno. Quindici giorni lontani dal mondo, io e Micheal, chi potrebbe negare che ci siamo meritati una ricompensa, dopo tutto?
Sono giorni, ormai, che la nave è salpata, il clima a bordo è sereno e, finalmente, anche io sto iniziando a rilassarmi e a sciogliere la troppa tensione accumulata in questo periodo convulso che ho attraversato.
Ho aspettato con ansia che Micheal cedesse al richiamo di Morfeo abbandonandosi, beatamente, tra le sue braccia nel letto king size nostra cabina per potermi concedere una passeggiata solitaria lungo il ponte illuminato; c’è la luna piena stanotte e una strana sensazione aleggia nel mio cuore facendolo sentire stranamente pesante. Cammino sovrappensiero, perdendomi con lo sguardo nell’oscurità della notte, fino a quando i miei occhi si soffermano su una sagoma troppo familiare.

Non può essere lui. Sicuramente, sarà la mia immaginazione a giocarmi brutti scherzi. Con il cuore in gola, mi avvicino a quella figura che inizia a delinearsi sempre di più ai miei occhi, mi sento mancare il respiro quando i suoi occhi si incontrano con i miei e le sue labbra disegnano un dolce sorriso.
“Ashley…”
La sua voce calda e sensuale, proprio come era impressa nei miei ricordi, trapassa la mia anima. Non può essere lui, non può essere qui. La mia voce acida scandisce le poche parole che riesco a pronunciare.
“Che ci fai tu qui?”
Sgrano gli occhi incredula, cercando di controllare il battito convulso del mio cuore e di apparire meno agitata e isterica di quanto non sia in questo momento della mia vita.
“Probabilmente la stessa cosa che fai tu?”
I suoi occhi gelidi catturano i miei, mette le mani in tasca e, con aria distratta, si poggia alla balaustra del ponte, mordicchio le labbra cercando qualcosa di intelligente da dire ma mi rendo conto ben presto che i miei neuroni hanno deciso di prendersi le ferie proprio adesso che la loro presenza sarebbe a dir poco necessaria. Sospiro, cercando di guadagnare tempo, ma è tutto inutile. Alzo bandiera bianca e lascio liberi i miei pensieri, smetto di razionalizzare e lascio che sia la mia memoria muscolare a prendere possesso dei miei movimenti. In un incastro perfetto le mie braccia si stringono intorno al suo collo e le mie labbra si posano leggere sulla sua guancia, lo sento rilassarsi per una frazione di secondo prima di adagiare con decisione le sue mani lungo i miei fianchi e stringermi a se.
“Scusami, è solo che eri l’ultima persona che mi aspettavo di incontrare su questa nave…”
Sorride sarcastico, accarezzando il mio corpo con lo sguardo.
“…forse, l’ultima che avresti voluto incontrare.”
Sfioro il suo viso con il dorso della mia mano.
“E’ passato tanto tempo, ormai.”
Sembra passata una vita da quando io e lui eravamo una sola cosa, quando, giovani e innamorati, vivevamo nella nostra bolla d’amore convinti che non esistesse mondo al di fuori di noi due. La passione che ci travolgeva ardeva così prepotentemente in noi fino a consumarci, il nostro amore era una fiamma rovente che, tristemente, una folata di vento aveva spento di colpo. Di punto in bianco, i nostri migliori pregi erano diventati i nostri peggiori difetti; litigi, urla, crisi isteriche, la nostra storia idilliaca si era trasformata, all’improvviso, in un inferno a cui con grande dolore, ma forse anche grande liberazione, avevamo messo fine.
Sorride dolcemente fermando la mia mano con la sua per portarla lentamente all’altezza labbra che delicatamente la sfiorano in un lento baciamano, i suoi occhi verdi sorridono cercando complici i miei, un breve contatto che  fa fremere il mio corpo come se fosse attraversato da una scarica elettrica. Ritraggo timidamente la mano sfregandola nervosamente con l’altra, abbasso lo sguardo per impedirgli di leggere i pensieri che, troppo malinconici, rapiscono il mio cuore riportandolo indietro nel tempo a quando esisteva un noi.
“Sei sempre bellissima.”
Non saprei dire se è colpa del leggero dondolio della nave che miscela i miei pensieri confodendoli, del fantastico cielo stellato che ci fa da scenario o della voglia di vivere che, per troppo tempo, ho represso dentro di me ma non riesco a resistere a questa forza magnetica che mi attrae verso di lui, le mie labbra non riescono a respingere il suo bacio improvviso. Non abbiamo bisogno di parole, i nostri occhi si specchiano gli uni negli altri per confidarsi ciò che le nostre bocche hanno ancora paura di ammettere, la sua mano si intreccia alla mia, i suoi passi si fanno veloci e, ad ampie falcate, mi conduce nella sua cabina. Come  due ladri, ci infiliamo in camera, i suoi occhi cercano nuovamente i miei facendo vibrare la mia anima, non riesco percepire altro se non la mia voglia di essere sua; il suo sorriso malizioso mi fa tremare le gambe mentre le sue mani, forti e decise, prendono possesso del mio corpo. Le sue mani scendono lentamente lungo la mia schiena, si adagiano sicure sulle mie natiche alzandomi di peso, allaccio le gambe intorno al suo corpo percependo tutta la sua virilità. Sto impazzendo di desiderio, e lui lo sa. Non smette di baciarmi mentre mi adagia sul letto, ammira il mio corpo caldo e pronto ad accoglierlo fino a quando, impaziente, afferro il colletto della sua camicia bianca e lo tiro verso di me; non mi lascia bramare oltre le sue carezze, le sue mani iniziano a muoversi sul mio corpo, accarezzano lentamente le mie gambe risalendo verso le mie cosce, le labbra seguono le loro movenze lasciando una scia umida e luccicante, le sue dita si avventano con foga sui bottoni dei miei pantaloni per slacciarli e liberarmene. Accarezza la mia intimità, perdendosi nel lago del mio piacere, non riesco a trattenere i gemiti che risuonano nella stanza; i suoi occhi smeraldi studiano il mio viso, contempla con un ghigno soddisfatto la mia espressione estasiata. Sento la sua eccitazione crescere sempre più prendendo vita in mezzo alle sue gambe; mugugna qualcosa con la voce roca e rotta di piacere non appena le mie mani prendono ad accarezzare con ritmo più deciso la sua intimità, volge gli occhi al cielo, dal suo respiro spezzato riesco a percepire palesemente quanto sia vicino al limite. Senza indugiare ulteriormente, si fa largo tra le mie gambe, intreccia le sue mani con le mie portandole all’altezza della mia testa, lasciando il suo corpo aderire quasi completamente con il mio; i suoi occhi nei miei, il battito del mio cuore sincrono al suo, i nostri respiri affannosi, la sua voce rauca al mio orecchio.
“Non sai quanto ho desiderato questo momento.”

Con un colpo deciso entra dentro di me, le mie mani si stringono alle sue in un istante in cui resto senza fiato, mi sento donna come non accadeva da tempo sotto le spinte possenti del mio amante, il suo bacino batte con forza contro il mio regalandomi attimi da mille brividi, un urlo smorzato esce dalla sua bocca quando con un colpo più forte mi bagna con il suo piacere, tremo tutta tra le sue possenti braccia mentre stremata lo raggiungo in quell’attimo di paradiso tutto nostro.

Appagato, si lascia scivolare accanto al mio corpo, le mie mani sul suo petto ascoltano il ritmo accelerato del suo battito mentre la mia bocca ancora bramosa del suo sapore inizia a muoversi sul suo collo. Basta poco, fugaci carezze e baci proibiti e anche la sua eccitazione raggiunge i livelli della mia, bacio il suo addome scolpito scendendo pericolosamente verso le sue zone erogene, lo sento fremere di piacere sotto i colpi esperti della mia lingua, sorrido soddisfatta: ricordo ancora bene come farlo godere, come renderlo schiavo dei movimenti. Accarezza con veemenza i miei seni invitandomi a risalire verso la sua bocca, seguo le sue indicazioni da brava gattina, mi struscio sul suo corpo fino a unirmi nuovamente al suo, mi muovo sicura scandendo il ritmo della nostra frenetica danza, i nostri corpi sembrano non essere mai sazi: per troppo tempo sono stati a digiuno l’uno dell’altro. La mia lingua si infila avida nella sua bocca fino al momento in cui ancora una volta siamo scossi dal più alto dei piacere. Mi lascio cadere sul suo corpo, le sue braccia scolpite mi stringono a se fino a quando, ormai stremati, ci abbandoniamo al più dolce dei sonni.
È oramai mattina quando mi desto dal torpore in cui ero caduta, scruto i dolci lineamenti del suo viso e una fitta mi trafigge il cuore; raccolgo i miei vestiti e di fretta mi ricompongo senza far rumore.
“Addio, amore mio.”Come una ladra sgattaiolo fuori dalla sua cabina, chiudo la porta alle mie spalle e lascio che tristi lacrime bagnino il mio visi; la sua voce calda alle mie spalle mi trapassa l’anima. Non mi volto fino a che non sento le sue mani posarsi sulle mie spalle.
“Ashley, perché stai scappando da me?”
Raggiunge il mio viso, i suoi occhi penetranti raggiungono i miei.
“Non dovevo, Jason. Perdonami.”
Le sue mani si stringono intorno alle mie braccia, l’espressione del suo viso è un misto tra rabbia e delusione, abbasso lo sguardo impotente di fronte alla dolcezza del suo.
“Devo andare, ti prego lasciami. Micheal si starà per svegliare, non può non trovarmi accanto a lui.”
Lascia di scatto la presa lasciando scivolare le braccia lungo il suo corpo. Non dice una parola. Nei suoi occhi solo profondo disprezzo. Sento il mio cuore rompersi in mille pezzi, troppo piccoli per essere rincollati questa volta. Senza muovere bocca, mi volto per riprendere la mia strada, quella che mi conduce alla mia cabina, quella che mi porta nuovamente lontana da lui.
Con le lacrime che colmano i miei occhi rientro in camera, senza spogliarmi mi adagio a letto accanto a Micheal che, fortunatamente, dorme ancora come un angelo, sfioro il suo dolce viso e mi guardo intorno osservando cosa è diventata la mia vita adesso, quanto distante sono arrivata da quel sogno idilliaco di amore eterno che mi aveva legato a Jason, quel sogno che stanotte mi aveva rapita e stravolto la vita proprio come tanti anni fa. Non è più tempo per i rimpianti, non è più tempo per i rimorsi, non è più tempo per noi.
Quella che era iniziata come una vacanza da sogno si sta trasformando per me nel peggior incubo mai vissuto, da giorni ormai vivo con il terrore di incontrare nuovamente i suoi occhi  ,ogni porta che apro, ogni angolo che svolto, ogni singola attività a cui decido di prendere parte è una puntata azzardata nella partita della mia vita.

Pubblicando tutto il racconto, sarebbe stato troppo lungo;
magari vi avrei annoiato…

Pensieri Sparsi

Urlare è terapeutico!


Quando a 19 anni sono stata mollata da quello che credevo il grande amore della mia vita [povera e tenera pazza] alcuni amici di quel tempo mi portarono in riva al mare. Era una sera d’inverno, l’aria era pungente e salata; non avevo posto molte domande sui programmi della serata, non ponevo molta attenzione a quello che mi accadeva intorno in quel periodo persa come ero nella mia disperazione. Non avevo mai pianto con loro, non avevo mai ammesso a voce alta quanto mi sentissi morire dentro in quei giorni. Non credevo possedessero i mezzi giusti per comprendermi.

Mi sbagliavo. Giunti di fronte al mare scuro increspato dal vento, mi avevano accompagnato soddisfatti lungo la riva posizionando il mio sguardo verso l’infinito. Mi ero sforzata di sorridere chiedendo cosa stessimo facendo.
“Urla!!!”

Avevo scosso la testa, cercando di scacciare la convinzione di aver iniziato a frequentare un gruppo di pazzi, magari strafattoni, senza essermene accorta; avevo provato ad indietreggiare ma le loro mani tese mi avevano bloccato posizionandomi nuovamente di fronte il mare nero e sempre più arrabbiato.

“Siamo venuti qui per farti urlare!”
Avrei riso di gusto, avessi solo ricordato come fare. Mi sono limitata a guardarli sconcertati: io non urlo! Siete matti!

“Urla. Grida quello che senti dentro contro le onde del mare, sovrasta il loro rumore con la tua voce. Urla. Tira fuori quel dolore che ti sta uccidendo, sputa quelle parole che stai reprimendo. Smetti di stare in silenzio, smetti di essere educata nel tuo stare male. Urla contro il mare, lascia che il vento porti via le tue parole, lascia che il rumore assorba il tuo dolore. Chiudi gli occhi e urla.”

Non avevo abbastanza forza per esprimere il mio dissenso, avevo lasciato fluire flebilmente la mia voce, i miei pensieri. Quasi un sussurro sempre più forte, ancora più forte…un urlo contro il mare.

Gli occhi velati di lacrime, il fiato corto e la gola in fiamme. Mai in vita mia avevo urlato così tanto…mai in vita mia mi ero sentita così leggera. Il dolore non era sparito, quello ci ha messo un bel pò ad andare via, ma il soffio del vento, al rabbia del mare e le mie parole urlate nella notte  avevano tirato fuori quelle emozioni moleste che mi stavano spegnendo lentamente.Ieri ho urlato!!!
Non avevo una distesa di mare arrabbiato di fronte a me, ma un gruppetto di ragazzetti che mi stavano il giardino di casa vecchia. Ho urlato la mia rabbia e sfogato la frustrazione dei giorni passati, ho tirato fuori tutte le parole che diplomaticamente avevo rinchiuso dentro. Ho urlato forse più per me che per loro [4 calci in culo non sarebbero sufficienti a raddrizzargli la schiena]…e non potete immaginare quanto mi sia sentita leggera dopo.

Le parole non vanno imprigionate!!!
Urlate alla vita!!!

Pensieri Sparsi

Lei ha un contatto Skype???


Una domanda semplice, all’apparenza, che diviene leggermente più complessa quando effettuata durante un colloquio lavorativo e tu sei consapevole che il contatto Skype era stato creato con l’unico scopo di cazzeggiare in video con le tue amiche dopo un lungo viaggio e per tanto il nickname di riferimento non può essere così facilmente condiviso.
Lei ha un contatto Skype?
Sorridi, arricci i capelli intorno ad un dito e metti su un’aria lievemente svampita:
Certo che ho un contatto Skype che le invierò non appena avrò recuperato la mail per accedervi. Bugia condita da un sorriso sarcastico e una sicurezza sfacciata.

E’ stato più o meno così che mi sono ritrovata un venerdì sera incastrata nel mio primo colloquio/presentazione via Skype; insomma, dopo il primo colloquio di persona andato bene serviva la presentazione ufficiale all’altro socio a km di distanza, ma davvero si parla di distanza ai giorni nostri?
Come per tutte le cose nuove, dire che avevo una leggera ansia a riguardo sarebbe usare un eufemismo, ho passato tutta la giornata ad interrogare me stessa su come si sarebbe svolta la cosa.
Onestà per onestà, a me Skype tutta simpatia non ha mai fatto: l’idea di mostrarmi in video mentre sono impegnata in una conversazione non mi hai mai entusiasmato più di tanto, insomma, io mentre sono impegnata in una conversazione telefonica sono solita fare 1200 cose e ancora più espressioni assurde che il mio interlocutore può decisamente risparmiarsi.

Trovo già estremamente complicato capire come vestirsi, muoversi e parlare ad un colloqui lavorativo normale; effettuare il tutto tramite un pc mi risulta, a dir poco, un’esperienza mistica, ancor più per una donna.
Bisogna:

  • tener conto del fatto che la web cam mostra una finestra sulla nostra persona, un mezzo busto, nel migliore dei casi, o uno zoom sul nostro viso che, in maniera del tutto involontaria, si ritroverà a riempire tutto lo schermo. Io sono riccia, capirete tutto il mio disagio a riguardo.
  • truccarsi in modo appropriato: né troppo e rischiare di sembrare delle battone, né troppo poco e risultare sciatte e poco interessanti.
  • scegliere un outfit appropriato: sobrio ma non noioso, non provocante ma, assolutamente, non anonimo.
  • Tener presente delle condizioni di luce a cui saremo esposte cercando di evitare, allo stesso tempo, l’effetto Madonna scesa in terra e donna delle catacombe.

Altro problema, non poco rilevante, è la location in cui effettuare un colloqui lavorativo via Skype; nel mio caso sono andata via prima dall’ufficio per evitare spiacevoli inconvenienti; per questo motivo, ho dovuto posizionare il mio pc in una stanza della mia casina, evitando saggiamente:
–  il bagno, ovvero la stanza meglio illuminata di tutta l’abitazione;
–  la camera da letto, perché ritrovarmi come sfondo la locandina di un concerto del 2008 o la serie di foto abbracciata a Nick Carter probabilmente non mi avrebbe dato molto credito;
– il disimpegno invaso dalle mie scarpe;
– il tavolo del salone, anche se il tapis roulant come sfondo mi avrebbe fatto passare, sicuramente, per una persona estremamente attiva.
Dopo aver valutato tutte le prospettive possibili ed immaginabili, ho quindi optato per il divano: pc sulle gambe, telecamera puntata sul mio viso quasi in maniera perpendicolare e sfondo neutro del muro. Sobria e composta.

Ultimo punto, non meno importante, bisogna essere sicure di avere una buona connessione, di aver bene configurati audio e video per rischiare di fare la figura dell’impedita che magari fissa lo schermo con sguardo inebetito pigiando tasti a caso sulla tastiera.

In conclusione, dopo mille paranoie, mezz’ora prima dell’appuntamento on line ero già connessa e in attesa; superata la fase di imbarazzo iniziale, ho dimenticato totalmente tutte le mie ansie e ho semplicemente parlato come avrei fatto se le due persone dall’altra parte dello schermo fossero state sedute in un grande ufficio.
Ho superato indenne anche questa, messaggiando di nascosto a piedi scalzi.

E adesso aspettiamo Settembre con tutte le sue notizie…speriamo siano buone.