Pensieri Sparsi

12 lunghissimi mesi


Oddio, ma davvero siamo riusciti ad arrivare alla fine di questo anno?
Mi assicurate che siete tutti sani e salvi? Si ok, un po’ ammaccati…decisamente provati ma mai prima d’ora alla fine di un anno era accaduto di essere felici semplicemente per il fatto di essere sopravvissuti.

Volendo citare uno dei meme che forse ho visto più spesso durante questi 12 angoscianti mesi: sopravvissuto al 2020 dovrebbe fare curriculum.

E dal 2020 cosa vorrei?
Non chiedo nulla, come sempre: sorprendimi!!!
Dimostrami che sono brava a sbagliare.
Ricordami che posso amare.
Insegnami che non devo smettere di sognare.

In questo modo avevo chiuso il post di fine anno lo scorso dicembre: un post chilometrico in cui avevo parlato di viaggi, di persone, di consapevolezze; un post carico di malinconia per il volgersi a termine di un anno che mi aveva dato veramente tanto, pregno di speranze per un anno che, stando a quanto blaterava Paolo Fox, mi avrebbe dato ancora di più.
Il 2020 è finito da poche ore e io, onestamente, ancora non credo di averlo capito…figuratevi se l’ho metabolizzato.

La verità è che già dal suo esordio questo 2020 si era dimostrato per quello che era: un anno nefasto. Pensare che credevo fosse Gennaio il problema…

Avevo iniziato l’anno cercando di dimenticare una persona, dimenticare chi mi aveva dimenticato con una facilità estrema (non sono capace a valutare situazioni e persone, ma questo ad inizio anno mica potevo saperlo).  Avevo stilato una lista di buoni propositi…che mi sono appena accorta avrei potuto scrivere questa mattina e sarebbe stata uguale (questo mi spaventa non poco…davvero non è cambiato proprio nulla?)

Ma parliamo di questo Non-Anno.
Non sono sicura che a Febbraio tutti abbiamo capito che qualcosa di veramente catastrofico stesse per stravolgere le nostre vite.
Sono iniziate a comparire le prime regole da seguire, quelle regole che inizialmente ci hanno quasi fatto sorridere:
Di colpo ci siamo ritrovati in una realtà in cui baci ed abbracci erano vietati, in cui la distanza tra le persone doveva essere superiore ad un metro, in cui a forza di lavarci le mani e utilizzare gel igienizzanti di sera rossori e bruciori erano la normalità, in cui bisognava sorridere nel gomito e piuttosto di tossire saresti esploso silenziosamente.

Sono comparse le prime mascherine, quelle introvabili da esibire con orgoglio e arroganza come se fossero un bene di lusso…quelle che ti sentivi pure un po’ scemo ad indossare, come se ti fossi ritrovato di colpo sul set di Grey’s Anatomy.

Una Pandemia.
Io ero ignorante e ho dovuto cercarne il significato prima di capirne davvero il senso.
Il viaggio per il mio compleanno annullato. La richiesta di smart-working che poi è diventata un obbligo. La vita che di colpo ha ricevuto un repentino stop: il lockdown.
Mi manca il respiro se solo chiudo gli occhi e mi soffermo sulle sensazioni provate i primi giorni di reclusione forzata: l’ansia che è tornata, il senso di vuoto, la mancanza di respiro e la paura di crollare di nuovo.

Lo scorrere lento dei giorni che hanno iniziato a susseguirsi ha trovato pian piano una nuova dimensione: la sveglia ritardata non dovendo prendere la macchina per andare in ufficio, la tuta come outfit di default, le video-riunioni con i colleghi che ormai mi hanno visto nelle peggiori versioni di me stessa, il pranzo caldo a casa come non accadeva da anni, la tv che faceva da sottofondo alle mie giornate lavorative, gli appuntamenti su Houseparty con le amiche, la finta ginnastica, i flashmob sui balconi alle 18 (quelli che io vedevo solo sui social perché da me non esiste questo senso di comunità), il conteggio dei contagiati e dei morti, la curva di quel maledetto grafico che sembrava non volesse scendere mai più, Conte in tv e le bimbe di Conte sui social, i DPCM e i divieti che continuavano a susseguirsi, il terrazzo che ha iniziato a prendere forma e i TikTok fatti per non impazzire.

Sono tornata al lavoro il 25 Maggio…ed era tutto uguale ma tutto completamente diverso. Tutto quello che avevo lasciato prima del lockdown era li ad aspettarmi: tutto…anche quello che credevo di aver dimenticato. 
La verità è che durante la reclusione forzata ero convita che avevo imparato ad affrontare la vita con una consapevolezza maggiore…beh mi sbagliavo.

Il tempo di guarire forse non era stato abbastanza e  me ne sono accorta subito quando, dopo mesi di silenzio totale o quasi, mi sono ritrovata di fronte a chi mi aveva incasinato il cuore…che poi non lo abbia realmente ammesso è un’altra storia. Il mondo era ancora nel caos più totale ma il mio problema più grande era essermi accorta di non essere capace a gestire quella situazione…ma ancora non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stato complicato.

Per essere un Non-Anno è stato davvero un anno intenso.
Tutto quello che era stato messo in standby i mesi precedenti si è scatenato nei mesi successivi: shooting fotografici come se piovesse, visite con i clienti e prove in mare, due fiere da organizzare, eventi open days, delivery e allestimenti. Ancora una volta ho sfidato me stessa, vinto le mie ansie e capito che, alla fine del circo, amo davvero il mio lavoro…e sono anche decisamente brava a farlo.

In questo Non-Anno ho scoperto tanto di me stessa…e anche imparato tanto.
Mi sono stupita rendendomi conto che forse il contatto fisico non mi fa così schifo, che non sono così asociale come credo di essere ma i momenti di solitudine sono estremamente importanti per me. Ho scoperto che odio gli imprevisti ma alla fine so sempre come non annegare, anche se ho bisogno di piangere prima di trovare la forza. Ho capito che ogni tanto dire SI fa bene, anche perché rifiutare una giornata su uno yacht da 2M di euro solo perché  non ci si stente a proprio agio con il proprio fisico è decisamente da stupidi. Ho imparato che se sorrido un po’ in più, se rido un po’ in più, non sono più stupida…solo un po’ più leggera. E prendersi un po’ in giro non è poi una brutta cosa.

In questo Non-Anno ho scoperto che sarei diventata zia di una cucciola che non vedo l’ora di incontrare e che già amo da morire.
Ho avuto paura per la mia famiglia, per ogni colpo di tosse, per ogni linea di febbre.
Ho capito che stare in salute è un dono inestimabile.
Ho scoperto che il tampone per il Covid-19 fa male al naso ma l’ansia per l’esito distrugge l’anima.
Ho capito quanto una giornata immersi nel verde e pieni di vino possa essere una boccata d’aria.

Ho scoperto che ci sono emozioni sbagliate contro cui puoi lottare ma alla fine non sempre ne esci vincitrice. Ho imparato che fa male prendersi una sbandata sbagliata, che lottare contro quello che si prova fa schifo e che ammetterlo forse è ancora più doloroso; che si finisce per essere impotenti quando sorridi senza volere e l’unica cosa che desideri è perderti in quell’abbraccio sbagliato. Che merda.

12 lunghissimi mesi…che da poche ore fanno ormai parte di un anno ormai passato.
12 lunghissimi mesi in cui ho cambiato ufficio, scoperto nuove persone essenziali nella mia vita, perso alcune delle mie certezze, smarrito un pezzo di cuore probabilmente per sempre, collezionato nuovi ricordi.
12 lunghissimi mesi in cui ho imparato tantissime nuove parole che mai avrei voluto usare, in cui sono riuscita a non uccidere alcun complottista o noVax, in cui sto ancora lavorando a non intraprendere conversazioni con gli idioti.
12 lunghissimi mesi in cui ho tormentato i miei capelli che sono diventati specchio della mia anima.

12 lunghissimi mesi…che non mi sono serviti per dimenticare, che non mi hanno ancora dato il coraggio per affrontare questo 2021 senza aver voglia di scappare o voglia di uccidere qualcuno, che non mi hanno insegnato ad addomesticare quello che sento…nel bene e nel male.

12 lunghissimi mesi…che difficilmente riusciremo a dimenticare.

Pensieri Sparsi

Come ci si sente alla fine di una pandemia?


Si, lo so, non è ancora finito un bel nulla ma permettetemi di dire che il peggio è passato. O almeno spero.
È che la vita di tutti i giorni, quella normale, mi ha assorbito così tanto che quasi faccio fatica a ricordare come fosse vivere in quarantena. Ho detto quasi.

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Con tutte la parole che solitamente affollano la mia testa ero certa che in questo posto avrei trovato un’inondazione di pensieri e di emozioni…e invece il nulla cosmico. Il vuoto più assoluto.
Il motivo non è poi così difficile da capire: nei due mesi e mezzo chiusa in casa tutto era sospeso…anche i pensieri. Ma quelli non puoi tenerli bloccati per sempre e, prima o poi, arriva il momento di metabolizzare, di provare a razionalizzare quanto emotivamente è successo. Perché se è vero che questo anno lo ritroveremo nei libri di storia, sono certa che difficilmente qualcuno racconterà delle nostre emozioni, delle nostre crisi di panico, dell’angoscia del non sapere quando avremo avuto nuovamente la normalità, delle foto sul terrazzo o dei balletti su Tik Tok. Tutto avrà un sapore melodrammatico. Ritroveremo il nome del Presidente Conte, ma nessuno scriverà delle sue bimbe. Forse si parlerà dei Presidenti di Regione, ma difficilmente sui libri di storia troveremo i meme sullo sceriffo della Campania. Si parlerà di numeri e di morti, per dare un tocco di romantico patriottismo forse dei canti dal balcone e gli arcobaleni con la scritta andrà tutto bene. Si parlerà dei medici che scopriranno il vaccino e degli infermieri, ma solo perché ci sono foto testimonianza della loro stanchezza che ormai hanno fatto la storia.

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Nessuno racconterà di quanta gente ha imparato a fare la pizza e il pane a casa, ma forse si saprà che ad un certo punto la gente avrebbe ammazzato per un panetto di lievito. Forse nessuno saprà mai che abbiamo creduto davvero saremmo usciti migliori da tutto questo. Che poi mi chiedo chi ci abbia creduto davvero a questa idiozia.

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Una pandemia. Forse non avevo neanche idea di cosa fosse prima del Covid-19, perché alla fine siamo riusciti a dare un nome specifico a chi ci stava sterminando.
La verità è che ognuno di noi porterà un ricordo diverso di quanto abbiamo vissuto; c’è chi porterà cicatrici profonde chi, come me, ha avuto la fortuna di vivere solo il disagio dell’obbligo di dover stare a casa e tuttalpiù di dover lottare con i propri demoni personali.

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Siamo sopravvissuti ad una pandemia…almeno per ora. Ma cosa ci è rimasto dentro di quei giorni?

Non ho imparato a fare il pane e non ho sfornato dolci in quantità industriale, ok non ho sfornato proprio nulla a dover essere sincera; non ho tagliato i capelli ma ho ricominciato a mettere lo smalto da sola. Non ho fatto le grandi pulizie di primavera ma ho messo in ordine la libreria e cestinato scheletri del periodo universitario. Non ho imparato una nuova lingua, ma ho letto due libri. Non ho divorato serie tv e nemmeno ho scritto su questo spazio. Non mi sono allenata, non così tanto almeno, ma ho perso 3 kg. Ho affrontato la mia ansia che a tratti non mi faceva respirare e ho iniziato a fare video su Tik Tok scoprendo che a prendermi in giro alla fine sono davvero brava. Ho iniziato a fare balletti idioti e nella mia scoordinatezza sono davvero favolosa. Ho capito che dividere il peso dei pensieri può essere d’aiuto a sentire meno la stanchezza, ma la verità è che i pensieri nessuno può toglierli davvero dalla tua testa…restano li, si nascondono dietro risate forzate e ritornano a galla quando meno ce lo si aspetta.

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Ho imparato che ci si riempie di promesse quando si condivide una realtà assurda e contorta, promesse che si scontrano con la realtà che torna a bussare alla propria porta.

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Come ci si sente alla fine di una pandemia?
La verità è che alla fine di tutto proprio non saprei come ci si sente. So che quando tutto è iniziato ero stanca e incazzata con il mondo…dopo 77 giorni avevo uno strano sorriso; ho incontrato nuovamente me stessa anche se pensavo di essermi persa di nuovo. Ho capito che alla fine mi piaccio con tutte le mie debolezze e ho capito che, molto in fondo, la presenza degli altri nella mia vita è essenziale. Lo avreste mai detto? Proprio io ho scoperto che alla fine le persone non mi dispiacciono così tanto…senza abbracci…o forse qualcuno.

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Avete già riabbracciato qualcuno? Vi hanno già abbracciato?
Vorrei sentire le storie di tutti, capire quanto questa situazione vi ha toccato, ascoltare come sia stato tornare alla vita di tutti giorni…sentirmi vicina a tutti voi.