Parole e Storie · Pensieri Sparsi

Alyssa


C’è stato un tempo in cui scrivere storie per me era una cosa normalissima, adesso è un pò come se fosse un evento. Non vi sto dicendo che è arrivato il momento di festeggiare, anche se forse dovrei. Insomma per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare, in un noioso pomeriggio domenicale ho assecondato chi volesse sapere la storia di Alyssa. Chi è Alyssa? Luuuuunga storia che prima o poi magari vi racconterò.
Prendete il racconto per quello che è: un qualcosa senza arte ne parte di una persona a cui le serate passati a raccontare storie forse mancano un pò.

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Fisso il nome comparso sul display del mio telefono. Non posso credere sia davvero lui. Il cuore ha iniziato a battere forte nel mio petto, non riesco a respirare; chiudo gli occhi ed inizio a contare. Perché diavolo non funziona questa volta? Perché non riesco a calmare il flusso dei ricordi che, come un fiume in piena inonda la mia essenza più nascosta. Mi concentro sul respiro, l’aria entra ed esce dai miei polmoni mentre i contorni della stanza che mi circonda iniziano a tremare, colori e suoni si confondono nella mia mente riportandomi di colpo a quella notte di circa due anni fa.
Neanche ci dovevo essere su quella nave, era stata un’amica a prenotare per me facendo leva sul periodo del cavolo che stavo attraversando. Era stato tutto così assurdo dal primo momento in cui il mio sguardo aveva incontrato il suo; c’era qualcosa di diverso, qualcosa che non avevo mai notato prima. Eppure non era la prima volta che lo avessi incontrato, sono sempre stata molto fiera della mia vita da fan e di quei viaggi che col tempo erano diventati parte della mia vita.
Aveva sorriso. Un sorriso strano che mi aveva trapassato l’anima facendo correre un brivido lungo la mia schiena. I primi tre giorni su quella nave erano stati al limite della follia, la mia sanità mentale vacillava un poco in più ogni qual volta i miei passi si incrociavano con i suoi.  Un solo suo sguardo bastava per farmi sentire nuda, le sue mani trovavano residenza sul mio corpo ogni volta fossimo abbastanza vicini. Forse avevo scelto una gonna troppo corta la sera in cui la sua mano ha sfiorato le mie mutandine mentre stavamo scattando una foto. Forse erano stati i miei occhi adoranti a dargli il lasciapassare per quel bacio rubato stampato sulle mie labbra poco prima della nostra foto.
Continuo a tormentarmi pensando a quante volte avessi immaginato tutto ciò e quanto, in realtà fossi stata impreparata ad affrontare quanto accaduto quella notte.
Era il terzo giorno di navigazione, avevamo appena scattato l’ennesima foto insieme, le sue mani si erano strette con più insistenza sui miei fianchi e le sue labbra mi avevano sussurrato lascive parole che avevano fatto accendere i miei desideri più nascosti. Un calore insolito aveva irradiato le mie viscere e fatto vacillare le mie gambe quando ero stata avvicinata dal suo bodyguard che, con il fare di chi avesse fatto quella medesima cosa innumerevoli volte, mi aveva illustrato tutti i dettagli sul nostro incontro. Non potevo credere a quanto avessi sentito, ero corsa dalle mie amiche con gli occhi pieni di lacrime e il cuore impazzito. Non sempre la strada verso il Paradiso è lastricata di petali rossi, ma conta davvero così tanto come ci si arriva alla felicità?
Avevo passato le ore che mi separavano a quell’incontro fantasticando sugli scenari più romantici che avesse potuto formulare la mia mente, avevo atteso con ansia e trepidazione la sua chiamata e senza neanche rendermene davvero conto avevo raggiunto la sua cabina. Avevo fissato quella porta con il cuore in gola. Inferno o Paradiso? Cosa avrei trovato? Solo in quel preciso istante avevo realizzato in che situazione mi stessi cacciando.
I miei piedi avevano varcato la soglia della sua camera e tutti i miei pensieri avevano cessato di esistere, la sua bocca famelica si era impossessatala della mia, le sue mani padroneggiavano sul mio corpo. Ero una bambolina in preda alle sue voglie, schiava dei suoi desideri che avevo fatto diventare anche i miei.Gemiti, sudore, graffi sulla schiena, le sue mani tra i miei capelli.
Un animale bisognoso di soddisfare i sui istinti primordiali, aveva dato poco peso all’assenza di preservativi in quel caos di vestiti e bottiglie che ci circondava, le sue mani si erano strette sui miei fianchi stringendomi ancora più vicino al suo corpo mentre raggiungeva l’apice del piacere e sfinito si lasciava cadere su di me. Aveva mugugnato parole incomprensibili stringendo forte i miei capelli poco prima di addormentarsi sfatto e appagato.
Ero rimasta immobile per ore su quel letto incapace di compiere ogni singola azione. Era successo davvero. Osservavo il suo viso schiacciato sul cuscino e ascoltavo il suono del suo russare chiedendomi come fossi finita in quella situazione.
Un nuovo messaggio.Il suono della notifica mi riporta alla realtà, fisso ancora il suo nome sul display mentre Alyssa inizia a chiamarmi dal suo lettino.
Blocco lo schermo del telefono e metto tutti i miei pensieri in pausa.
“Amore della mamma, arrivo.”

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Era una vita che non scrivevo e spero di non aver annoiato nessuno con questi miei deliri. Magari non ho più il “tocco magico” che avevo un tempo…e non mi sono mai fatta tutti questi problemi nel pubblicare qualcosa.
Insomma, se lo avete letto ditemi cosa ne pensate…

Mondo Tag · Pensieri Sparsi

30 Days Writing Challenge – 19


E’ ancora martedì, giusto per ricordarvelo eh.
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Giorno 19 – Racconta del tuo primo amore.
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Maledizione! Ecco a cosa mi sarebbe servito avere un fidanzatino all’asilo, oggi avrei avuto una storia dolce da raccontare, una di quelle che avrebbe trasformato i vostri occhi in cuoricini dipingendo me come una bambina dal cuore tenero e le gote rosee. Invece nada, nessun amore dal sapore di latte; la prima cotta e il primo amore sono arrivati quando bambina ormai non lo ero più.

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Gli amici se sapessero che sono proprio io
pensare che credevano
che fossi quasi un dio
perche non mi fermavo mai
nessuna storia inutile
uccidersi d’amore ma per chi?
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Max Pezzali e i suoi 883 ben avevano inquadrato la mia situazione, almeno fino agli anni del liceo. Io osservavo le mie amiche struggersi d’amore per qualche stupido ragazzino e non riuscivo a non domandarmi del perchè dovessero essere così sciocche? Perchè perdere tempo con chi tempo non ha alcuna voglia di dedicarti? I ragazzi erano i miei più cari amici, nella mia testa mi consideravano quasi uno di loro senza pene. Solo anni dopo avrei capito che mi sbagliavo, e non poco.

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Insomma, per parlare della mia prima cotta dobbiamo aspettare gli anni del liceo, quando, sicuramente senza prevederlo, mi sono infatuata di un mio compagno di classe. Lui era bello, ve lo posso giurare; di un bello quasi tenebroso già a quell’età, con me era sempre tanto carino e premuroso, mi portava lo zaino quando andavamo a fare ginnastica e mica è roba da poco. Ma io ero una ragazzina timida e rincoglionita, una di quelle che neanche sotto tortura ti faceva capire cosa le passasse per la testa e così, ad una festa credo, la mia migliore amica [a cui difesa devo dire che non aveva idea della mia cotta] mise gli occhi sullo stesso ragazzo che mi faceva sorridere al solo pensiero.
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Non ricordo bene come sia andata la cosa, fatto sta che mi sono ritrovata ad essere il loro postino dell’amore; non avevamo ancora i cellulari e il loro scambio epistolare avveniva tramite me. Sentivo il cuore farsi più piccolo ad ogni foglietto trasportato eppure tacevo quello che mi dilaniava dall’interno per troppo orgoglio, che senso avrebbe avuto raccontarle di quello che provavo se ormai lui l’aveva scelta?

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E’ stato solo qualche giorno prima della festa in cui avrebbero concluso che, non ricordo se dopo la descrizione dell’ansia per il primo bacio tra loro o qualche altro dettaglio che non avrei voluto sentire, non sono più riuscita a tattenere le mie emozioni. Non avevo intenzione di ostacolare il loro amore [quattro baci di una serata eh, non fatevi strane idee in testa] semplicemente non volevo saperne i dettagli, stavo male ma non le avrei mai chiesto di rinunciare.
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Ed è così che ho passato la serata della festa a cercare di non piangere e non ammazzare un altro compagno di classe che da mesi era diventato la mia ombra; aveva passato la serata a dirmi che mi vedeva strana e io, per levarmelo di torno, gli avevo presentato una mia amica stando ben attenta a sussurrargli della cotta che lei aveva per lui.
mrw-coming-out-as-mtf-transgendered-to-my-best-friend-and-his-first-question-is-if-he-can-touc-boobs-158225Il ragazzo fastidioso malamente scacciato tra le braccia di un’altra quella sera alla festa è stato il mio primo amore, quello che conserva la terenezza dei ricordi adolescenziali, quello su cui avrebbero potuto girare un teen drama che non avrebbe avuto nulla da invidiare a colossi come Dawson’s Creek.

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Non era bello, neanche lontanamente, eppure nonostante lo scacciassi in tutti i modi [alcuni veramente terribili] lui era sempre lì a cercare di entrare in quel mondo a cui continuamente gli negavo l’accesso. Era stato l’unico a capire del perchè quella sera io stessi male, l’unico a capire che stessi male, l’unico a capire cosa volesse significare provare un sentimento per qualcuno e non essere corrisposto.

“Io so a te chi piace perchè io non ascolto le tue parole, io osservo i tuoi occhi.”

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Una storia travagliata che mi ha accompagnato fino ai primi anni di università, che mi ha tediato almeno altri 5 anni dopo che una sera di gennaio, piangendo come un bambino, lui ha messo la parola fine ai nostri progetti, ai nostri sogni, e un pò quella sera anche a me. Alla vecchia me.
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Ti lascio perchè non so cosa provo adesso, ti lascio ma so che senza di te starò malissimo e avrò bisogno di te. Ti amo, non chiedermi di dirti che ho smesso di farlo, ma ti lascio perchè è meglio così.

Credevo di aver consumato tutte le mie lacrime quella sera, credevo mi avesse distrutta. Mi aveva chiesto se avesse potuto tenere il braccialetto d’oro con il nome inciso dentro, mi ero staccata la collana e gliel’avevo tirata addosso urlando di non volere nulla che mi ricordasse di lui. Avevo pianto con una disperazione che non avevo mai provato prima.
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Tralascerei il karma che lo ha punito immediatamente quella sera con una brutta rapina in cui ha dovuto dire addio alla macchina del padre che di li a qualche giorno sarebbe diventata sua e mi concentrerei sui ricordi ormai sbiaditi di quell’amore che mi ha stravolto la vita costringendomi a ritrovare una parte di me che forse avevo perso, costringendomi ad affrontare le mie paure e crescere. Costringendomi a capire che si sopravvive al dolore.

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Si dice che il primo amore non si dimentica mai,
io sto aspettando l’ultimo.

Pensieri Sparsi · Weird World ❤

WTF!


Tizio al lavoro: ah ma il tuo fidanzato sta nella marina?

Io: EH?

Tizio: uhmm aviazione?

Io: ma chi?

Tizio: il tuo fidanzato…

Io: uhmm

Tizio: ho visto la foto.

Io: è più complicata di così…

Tizio: Oh… – ride – non sapevo fossi sposata.
Io: ehmm… [WTF]

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La foto incriminata è quella dello sfondo del mio cellulare che deve essersi illuminato mentre io guardavo altrove

Mi domando:
non sarebbe più semplice farsi i fatti propri?

Pensieri Sparsi

Tirate fuori la pecora!


Ci sono due carabinieri in vacanza, senza divisa e, ad un certo punto,
incontrano un pecoraro che gli fa:
“Se indovinate che mestiere faccio vi regalo una pecora”
Uno dei carabinieri: “Il pecoraro!” e l’ uomo:
“Complimenti! Venite a casa mia che vi regalo una pecora”.
Arrivati a casa del pecoraro dice ai due carabinieri:
“Ora scegliete una pecora” e i carabinieri: “Quella!”
Il pecoraro: “Volete vedere che io indovino il vostro mestiere?
Voi fate i carabinieri! Perchè tra tutte le pecore avete scelto proprio il cane!!”

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Erano giorni, forse settimane, che cercavo l’ispirazione per un nuovo post, qualcosa che esulasse dal solito aggiornamento sulla mia posizione geografica [questo blog funziona meglio di un GPS da questo punto di vista] o sulla mia crisi d’astinenza da Nick Carter; insomma, ammetto che stavo cercavo qualcosa che riportasse quell’ilarità demenziale che aveva caratterizzato la nascita di questo spazio.
Adoro quando la vita mi ascolta.

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Ad essere del tutto sinceri, però, è da ieri che fisso questo foglio bianco cercando di dare un senso alle mie parole; capitemi: quando la realtà supera di gran lunga la fantasia, catapultandoti letteralmente in una barzelletta, è davvero complicato raccontare la verità dei fatti giurando di non averci romanzato sopra per rendere il tutto più appetitoso.
Mi sono sempre chiesta da cosa nascessero le barzellette sui carabinieri, da cosa fosse originata tanta ilarità nei confronti di persone formate ed addestrate per la nostra protezione, da cosa potesse prendere vita questa visione anche un pò umiliante per questi uomini in divisa…e ho avuto la mia risposta.

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E’ una mattina come tante altre quando, alla stazione dei carabinieri, giunge una segnalazione sospetta; sin dalle prime battute si intuisce che si tratta di una situazione delicata da dover verificare al più presto. Senza indugi, ligi al proprio dovere, quindi, ben 3 uomini in divisa si recano presso l’abitazione più o meno individuata dal segnalatore [tenendo ben presente che il numero civico rappresenta solo un numeretto utilizzato per far impazzire il postino nel consegnare correttamente la posta].
Suonano al citofono mostrando il proprio lato migliore alla videocamera e comunicano alla signora che risponde all’altra parte che, a causa di una chiamata sospetta, è necessario che svolgano alcuni controlli per accertarsi che nessun reato avvenga sotto la propria giurisdizione.

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La signora, preoccupata dalla presenza di ben tre uomini in divisa, si dimostra prontamente disponibile a collaborare con le forze dell’ordine invitandoli ad entrare e, cercando di capire quale potesse essere il problema in quella tranquilla mattinata di maggio, provando a capire la natura stessa della soffiata ricevuta.

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“Ci hanno segnalato che avete una pecora in giardino, siamo venuti a cercarla.”
Capirete lo stato di sbigottimento in cui la signora è piombata nell’udire codeste parole riempire con nonchalance il silenzio.
Una pecora? Siete seri?
Erano seri. E, per assicurarsi che alcun animale dal manto lanoso fosse presente nella proprietà, hanno chiesto se fosse possibile fare un giro del cortile, quello pavimentato e non quello ricoperto di erba perché, è cosa ben nota, quanto le pecore adorino pascolare sulle mattonelle di cotto piuttosto che su un terreno morbido ed erboso.

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Sinceratisi che gli unici animali posseduti dalla suddetta signora fossero solo un cane ed un gatto, e dispiaciuti del non aver trovato la pecorella smarrita, i tre carabinieri sono tornati tristemente alla propria caserma di provenienza lasciando la signora e tutto il vicinato nello sgomento più assoluto.
Che fine ha fatto la povera pecora?

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La già grottesca situazione è, però, peggiorata quando, tornata da lavoro e incuriosita dalla vicenda della povera pecora, la figlia della signora, ha iniziato a seminare dubbi e confusione:
Non avremmo potuto possedere una pecora?
Perchè erano in tre, non girano sempre in due [quanto meno nelle barzellette o nelle fiction televisive?
Ti hanno mostrato qualche documento?
A che caserma appartenevano?
Ti hanno mostrato un tesserino?

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La povera signora, vinto il desiderio di ammazzare la propria figlia e ritrovarsi nuovamente i carabinieri in casa, ha iniziato a nutrire qualche dubbio sull’accaduto mentre la figlia, ossessionata dai servizi delle Iene sui finti carabinieri/poliziotti, ha deciso di prendere in mano la situazione e, sentendosi essa stessa un carabiniere, ha iniziato ad indagare sul misterioso accaduto.

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Arrivati a questo punto, per la vostra salute mentale, vi risparmio i giri di telefonati assurdi effettuati alla ricerca della verità su questa benedetta pecora, vi risparmio l’incapacità del carabiniere di turno nel rispondere se  fosse loro compito o meno ricercare pecore a casa dei cittadini, vi risparmio i toni di stupore e sbigottimento risuonati lungo la linea telefonica ogni volta la parola pecora fosse pronunciata durante la conversazione. In un moto di generosità, vi risparmio anche l’accanimento nel voler sapere, a tutti costi, che problema ci potesse mai essere con la povera pecorella e le varie affermazioni al limite dell’oltraggio a pubblico ufficiale.

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Fatto sta che, dopo due giorni di telefonate, è stato il comandate della caserma a fornire le risposte tanto ricercate:
Capisco la sua ansia per la situazione, ma si rende conto che ha chiamato tutto il mondo da ieri? Ero proprio io con i colleghi a cercare la pecora.

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Insomma, adesso che so che le nostre forze dell’ordine vegliano solerti su di noi e sulle pecorelle posso dormire sonni tranquilli, stando ben attenta a contare le pecore d’ora in poi avendo appurato quanto esse siano care all’efficiente corpo dell’arma che ci mette 10 minuti per rispondere al centralino delle emergenze, oltre mezz’ora per giungere sul posto dopo una telefonata, manco si scomoda per un furto denunciato ma non esita un solo istante ad inviare il comandante stesso alla ricerca di una pecora in un recinto.

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Una domanda però continua a tormentarmi:
Cosa avrà mai fatto di male quella povera pecora?

Pensieri Sparsi

Questione di dettagli


Buongiorno.
Buongiorno, un cazzo.
La prima telefonata del mattino quando, mentre sto cercando di convincere me stessa che non sono uno zombie, mi metto in macchina pregando in aramaico per non beccare traffico nel tragitto che mi conduce a lavoro inizia sempre più o meno così.

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Per anni mi sono tenuta debitamente a distanza da chi osava anche solo pensare di riuscire a rivolgermi la parola prima che io avessi avuto la possibilità di bere la mia sacrosanta tazzina di caffè; ho sempre evitato come la peste chi riteneva cosa buona e giusta invadere il mio spazio del mattino.
Per capire quanto seriamente prendessi questa mia filosofia di vita, vi basti pensare che ai tempi del liceo [come suona da vecchiarda una frase del genere, mamma mia] era ben noto a chi mi orbitava intorno che per evitare di ricevere pessime risposte era da considerarsi buona norma l’abitudine di rivolgermi domande dopo le 10:30.

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Non era stato facile farlo capire a quei compagni che già dalle 8 del mattino sprizzavano energia da tutti i pori riempendo il silenzio con sciocche frasi ascoltate da qualcuno più grande, parlando di musica che a me faceva schifo, dandomi fastidiosissimi pizzicotti sulle guanciotte morbidose per il semplice gusto di sentirmi ripetere puntualmente:
Oggi sono particolarmente nervosa, lasciami stare.

tumblr_lm8mpadjfv1qakrdzo1_500Farlo capire ai professori poi si era dimostrata un’impresa utopica trasformando ogni singola interrogazione della prima ora in una vera e propria sfida con me stessa, potete ben capire che se parlare in maniera umana potesse presentare delle difficoltà, rispondere a delle fastidiose domande cercando di non rovinare la tua media scolastica nel lasso di tempo che va dal momento in cui poggi la borsa sul banco nelle vesti della sorella minore dell’incredibile Hulk a quello in cui torni ad assumere i tratti somatici di Candy Candy è un impresa a dir poco epica.

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Sono lontani i tempi della scuola.
Non c’è bisogno che facciate i saccenti, ne sono ben consapevole da sola eh!
Il tempo passa e noi evolviamo con esso; me lo hanno ricordato ieri sera mentre, seguendo il flusso delle ansie che guidano i miei pensieri in questi giorni, mi lagnavo del mio sentirmi bloccata mentre tutto intorno a me scorre come un fiume in piena.

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Tutti cambiano, tranne me…ma forse non è poi così vero.
Anche quando tutto sembra uguale, sono le sfumature a fare la differenza, vestirsi di una nuova pelle partendo da quei piccoli dettagli, sorridere accarezzando con lo sguardo quei piccoli grandi particolari che solo chi ti conosce davvero può osservare, a volte anche meglio di te stessa.

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Non mi sono mai piaciute le persone che mi rivolgono la parola al mattino, eppure adesso è proprio nella quotidianità di quell’insolito buongiorno che riconosco quanto io stessa stia cambiando senza rendermene davvero conto; quanto sia diventato importante quell’insieme di chiacchiere che mi rende ragazzina e donna allo stesso momento mentre in un outfit sempre più simile a quello della cugina di Superman mi dirigo al lavoro.

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I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio.

 

Parole e Storie

Fallen in love with an Angel #2.0


Bravo, James, complimenti davvero! A volte riesco a sorprendere anche me stesso per la mia tremenda incapacità  di giudizio, vittima di qualche sordido sortilegio che mi impedisce di evitare stronzate come quella appena fatta. Bravissimo, davvero.
“A fine serata sarà mia.”
Le parole mi sono scivolate via troppo veloci, il mio cervello, anche questa volta, non le ha filtrate, le ha lasciate libere e selvagge, e loro, come se non stessero aspettando altro, sono uscite via così, senza chiedere il permesso. La mia barca, un pezzo della mia vita. La mia dignità, non posso perderla. Guardo per un attimo Angel, vittima immolata in questo squallido gioco di rivalsa tra me e Tom, mando giù l’ennesimo bicchiere di rhum e scuoto veloce la testa per allontanare definitivamente quella vocina che disperatamente mi urla di desistere. Troppo tardi. Il regista di questa storia ha già urlato a squarciagola “Azione!” e a me povero attore non tocca che interpretare il mio ruolo.
“Puoi ancora rinunciare, Parker!”
“Prepara le chiavi e il casco, Tom.”Con arroganza, prendo il bicchiere che Kirsten ha tra le mani e lo porto dritto alla bocca, ho bisogno di sentire l’alcool scorrere tra le vene o forse sto solo preparando il terreno per la squallida giustificazione di cui so di aver bisogno quando tutto questo teatrino sarà finito.
Mi alzo spedito, senza guardare i volti inebetiti dei miei compagni di questa serata, e mi dirigo verso la mia preda, sorride felice tra le braccia del suo primo vero amore. E’ bellissima. Sfodero il sorriso più seducente di cui dispongo e, dosando bene la voce, attiro in poche battute l’attenzione della cameriera. Dunkan mi guarda con sguardo di sfida e stringe forte a se la sua fragile bambolina, sembra intenzionato ad inglobarla nel suo corpo pur di tenerla lontano da me. Sento l’odore della sua paura, il suo volto non riesce a nascondere il turbamento dei suoi pensieri; teme che questa volta io abbia le carte giuste per portargliela via. La terra vacilla  sotto i piedi dello spavaldo gradasso che era un tempo; ne è passata di acqua sotto i ponti da quando un suo solo sguardo era sufficiente per rilegarmi nell’angolino più nascosto pregando di essere invisibile ai suoi occhi; la sua mano chiusa a pugno non riuscirebbe più a trovare con facilità il mio viso e questa consapevolezza lo dilania dall’interno. Angel si volta lentamente al suono della mia voce, mi scruta curiosa e non riesco a non sorriderle con dolcezza;  è ancora più bella di quanto riuscissi a ricordare, ancora più bella di quanto fossi riuscito a notare sotto queste luci frenetiche. Resto incantato ad analizzare le fattezze del suo viso per un attimo che mi sembra eterno, osservo il suo viso leggermente più truccato rispetto a qualche anno fa, i suoi lineamenti sensuali, ho una voglia tremenda di assaporare quelle labbra rosate che mi sorridono, che sorridono a me senza provare compassione, semplicemente per il gusto di farlo. Ordino una bottiglia di champagne per festeggiare il suo ritorno, guadagnandomi in questo modo un po’ di tempo qui con lei.
“Bentornata, Angel!”I suoi occhi mi scrutano attenti, non proferisce alcuna parola, forse si sta interrogando sull’identità dello sconosciuto che le sta dando il benvenuto, forse sta scavando nella sua memoria alla ricerca di un indizio che la riporti a me, o forse è solo meravigliata che, nonostante tutto, io sia ancora qui e mi ricordi di lei. Darei tutto per poter conoscere i suoi pensieri.
“Non dirmi che non ti ricordi di me?”
Sorride. Sembra imbarazzata, mordicchia le labbra senza smettere di sfregare le mani.
“Come potrei essermi dimenticata di te.”
Mi illudo le sue parole siano sincere, le sorrido malizioso e prontamente distoglie lo sguardo cercando Dunkan, bambolina tra le sue mani aspetta un suo cenno, una sua parola, un indizio su quello che deve essere il continuo di questa conversazione; nessun mutamento di espressione nella faccia di bronzo che continua a cingerle il viso, sorride sicuro del potere che ancora esercita su di lei. Buffone. Nulla può destabilizzare la sua convinzione che lei sia sempre pazza di lui, pronta a soddisfare i suoi assurdi desideri, ad annullarsi al suo volere. Languida la cameriera si intromette tra noi, mastica un chewingum in maniera sguaiata, continuando a mangiarmi con gli occhi vogliosa come non mai, mentre mi chiede cosa fare della bottiglia che ha tra le mani. Le faccio cenno di stapparla e riempire i nostri fluite e torno a studiare la mia piccola preda, non mi ha tolto gli occhi di dosso neanche per un solo istante. Che fama e successo facciamo effetto anche su di lei? Cassandra mi porge il fluite, si passa la lingua sulle labbra giocando a fare la sexy, non ci riesce neanche un po’, ma non voglio deluderla, le lancio un’occhiata maliziosa che aumenta i pensieri osceni nella sua testa e le provoca un leggero calore. Angel afferra il suo fluite sfiorandolo appena con le dita, scocca un’occhiata torbida alla cameriera  e torna ad indossare il classico atteggiamento da chi sa di non dover temere paragoni, di chi è unica per diritto di nascita.
“Brindiamo al ritorno della principessa!”
I suoi occhi continuano a specchiarsi nei miei, i nostri bicchieri si incontrano leggermente, cerco di sfiorarle la mano ma è troppo lesta ad allontanarsi, mi avvicino al suo viso dosando i miei movimenti, ho paura che scappi di nuovo, che mi respinga; resta immobile mentre le mie labbra si posano sulla sua guancia calda. Mi porto accanto al suo orecchio adornato da più orecchini di quanti ne ricordassi e le sussurro con voce roca:
“Mi sei mancata!”Mi allontano lento dal suo viso, osservo i suoi occhi che sembrano essere diventati più grandi, la sua bocca  semiaperta per lo stupore, le gote arrossate. Povera Angel. O povero me?
“Tesoro, che ne dici di andare a prendere un po’ d’aria?”
L’espressione desiderosa di Angel non è passata inosservata al suo cavaliere che, ormai colmo di rabbia, si intromette banalmente tra noi nel vano tentativo di dissolvere l’elettricità che riempie l’aria; povero piccolo uomo, non sembra disposto a voler condividere il suo piccolo angolo di paradiso con nessun altro. Sciocco e prevedibile. Senza pensarci troppo afferro la sua spalle e la stringo forte con la mano, voglio che il significato delle mie parole sia ben recepito, voglio che abbia la consapevolezza di chi abbia il controllo della situazione.
“Puoi andarci anche da solo, amico. O hai paura del lupo cattivo?”
Lo lascio andare di scatto, allontanandolo da me. Dolci infermierine, Lauren e Jennifer, corrono prontamente a calmargli i bollenti spiriti, lasciando me e Angel finalmente soli.
Lei è qui di fronte a me. Non è scappata via a fasciare le ferite del suo dolce amore, è rimasta qui con me, i suoi occhi continuano a scrutarmi mentre, con disarmante naturalezza, inizia a raccontarmi di se, a chiedere di me, della mia nuova vita; è un fiume di domande a cui rispondo senza neanche pensare a cosa io stia realmente blaterando totalmente rapito dal movimento delle sue labbra sensuali, affascinato dalla gestualità di quelle sue mani affusolate che vorrei sentire sul mio corpo. Il tempo sembra aver acuito la mia voglia di lei, il desiderio di tenerla stretta tra mie braccia, di sentirla mia, di farla mia. Distolgo per un attimo lo sguardo per osservare i miei amici: Kirsten mi canzona con lo sguardo, Tom mi mima qualcosa di volgare facendomi il saluto da marinaio ricordandomi della nostra stupida scommessa. Perché sono stato così stupido? Riporto il mio sguardo su di lei, ondeggia la testa seguendo la musica completamente persa nei suoi pensieri; le prendo la mano e la tiro, con forza al mio corpo, mi sento eccitato e, da come sorride maliziosa, credo se ne sia accorta. Abbasso leggermente la testa, portandola vicina al suo orecchio, lo sfioro appena con le labbra per un lieve sussurro.
“Ti andrebbe di ballare, principessa? Sono migliorato come ballerino.”
“Come potrei rifiutare!”Le prendo la mano e la conduco al centro della pista, sento gli occhi di tutti puntati addosso come grossi fanali, attenti spettatori pronti a giudicare la mia performance. Non posso deluderli, non posso perdere. La stringo forte a me, vorrei essere in grado di farla  scomparire tra le mie braccia, proteggerla da me stesso. Il mio viso è accanto al suo, caldo, morbido, attraente; la mia bocca attratta da lei come da una calamita non riesce a non sfiorarla, a non tentare di assaporare quel dolce sapore che ho sempre e solo immaginato. Il mio cuore, da bravo batterista, ha iniziato a suonarle la serenata composta per lei, Angel sfiora leggiadra il mio petto, lievi carezze  come se volesse coglierne ogni nota. Sorride beata ed io, schiavo delle mie emozioni, non posso non avvicinarmi a quel sorriso sbocciato sulle sua labbra per me, per questi baci rubati, per queste sensazioni che non la lasciano indifferente. Sto bene. Era tanto che non succedeva, che non mi sentivo così. Vorrei non aver fatto quella stupida scommessa, vorrei aver avuto la lucidità necessaria per salvarmi da me stesso; è troppo tardi adesso per rimuginare sulle scelte sbagliate, da bravo attore indosso le vesti del mio patetico personaggio e continuo questa farsa.Baci sfiorati sulla pelle in questa corsa verso quelle labbra carnose che  si schiudono per me, in attesa di quel bacio che desidero con tutto me stesso, di quel bacio che non arriverà. Socchiude gli occhi attendendo il contatto che le ho fatto bramare; Kirsten attira il mio sguardo, provocante e odiosa sta tenendo banco nel privè prendendosi gioco di me. Il ricordo di ciò che Angel ha significato nel mio passato mi stordisce, le emozioni che mi pervadono, in questo momento, mi confondono le idee, l’alcool che circola dentro di me fa tutto il resto, ma poco mi importa adesso, non sarò umiliato di nuovo per colpa sua.
“Questa volta ti saresti fatta baciare, dovresti vedere la tua espressione: sembri una platessa!!!”
Ridono tutti intorno a noi, ma, questa volta, non ridono di me!Angel è completamente spiazzata dal mio gesto, un velo umido le ricopre quegli occhi che mi fissano sbigottiti, mordicchia le labbra cercando di riprendere il controllo delle proprie emozioni. I riflettori sono puntati su di me ed io non posso deludere il mio pubblico. Afferro di scatto la sua testa, non c’è niente di dolce nel mio gesto, nulla di romantico, guidato dall’eccitazione che mi sta facendo impazzire, una scarica di adrenalina che pervade ogni centimetro del mio corpo mentre lecco le sue labbra per rubare squallidamente quel contatto tanto desiderato. E’ rossa in viso, ma non saprei decifrare le emozioni che colorano il suo viso. Rabbia o eccitazione? Un movimento lesto della sua mano che mira dritta al mio viso, blocco il suo braccio una frazione di secondo prima dello scontro con la mia guancia. Non riesco a crederci, sento una fitta penetrare forte il mio cuore, un nodo mi blocca la gola, provo a deglutire ma niente, non va via. La fatina elfica. Dal bracciale, che adorna il suo braccio, pende triste il ciondolo di cui le feci dono la sera del ballo, non avrei mai creduto lo avesse ancora con se. I suoi occhi sono diventati lucidi, trattiene a stento le lacrime; non credo di averla mai vista piangere, nessuno ha mai visto Angel piangere. Lei sempre fiera e spavalda, arrogante e sicura di se, stasera sta per piangere per me. La fatina sembra guardarmi, ammonirmi con la sua inaspettata presenza, ricordandomi le dolci promesse di un ragazzo innamorato. Mi perdo nel luccichio delle sue iridi, mi sento un verme, ho solo voglia di andare via pur di non avvertire il suo sguardo disgustato su di me.
“Prova a dire che ti ha fatto schifo adesso!”
Mi allontano lasciandola alle mie spalle, da bravo codardo non ho il coraggio di affrontare la reazione provocata da quest’ultima mia frase infelice.
“Tom, domani la voglio trovare sotto casa mia: pulita e lucidata!”
Devo andare via, subito. Ho bisogno di stare da solo, di bloccare il flusso isterico dei miei pensieri.
Perdonami, Angel, perdonami almeno tu perché io non credo potrò farlo mai.

Di tanto in tanto, mi fa piacere condividere i miei mondi di fantasia con voi;
spero di non avervi annoiato.
Buona domenica.

Parole e Storie

Una vacanza da sogno


Non ho mai avuto un’ottima memoria, soprattutto per le cose che scrivo; scrivendo di getto, probabilmente, perdo la connessione con alcune cose, perdo la conoscenza delle stesse…non saprei dare una spiegazione alla capacità di stupirmi quando, per puro caso, ritrovo qualcosa scritto da me di cui non ricordavo l’esistenza.

Una vacanza da sogno

Era da tempo che mi ero ripromessa di farlo, questa volta non mi sarei  lasciata scappare l’occasione. Mi sono imposta di non chiedere consiglio a nessuno e concedermi il brivido di seguire semplicemente l’istinto nel prendere la mia decisione; egoisticamente sapevo di meritarmi questo regalo: quindici giorni di crociera nel meraviglioso Oceano Indiano: Seychelles, Madagascar, le Mauritius e Zanzibar. Un viaggio da sogno, il mio viaggio da sogno. Quindici giorni lontani dal mondo, io e Micheal, chi potrebbe negare che ci siamo meritati una ricompensa, dopo tutto?
Sono giorni, ormai, che la nave è salpata, il clima a bordo è sereno e, finalmente, anche io sto iniziando a rilassarmi e a sciogliere la troppa tensione accumulata in questo periodo convulso che ho attraversato.
Ho aspettato con ansia che Micheal cedesse al richiamo di Morfeo abbandonandosi, beatamente, tra le sue braccia nel letto king size nostra cabina per potermi concedere una passeggiata solitaria lungo il ponte illuminato; c’è la luna piena stanotte e una strana sensazione aleggia nel mio cuore facendolo sentire stranamente pesante. Cammino sovrappensiero, perdendomi con lo sguardo nell’oscurità della notte, fino a quando i miei occhi si soffermano su una sagoma troppo familiare.

Non può essere lui. Sicuramente, sarà la mia immaginazione a giocarmi brutti scherzi. Con il cuore in gola, mi avvicino a quella figura che inizia a delinearsi sempre di più ai miei occhi, mi sento mancare il respiro quando i suoi occhi si incontrano con i miei e le sue labbra disegnano un dolce sorriso.
“Ashley…”
La sua voce calda e sensuale, proprio come era impressa nei miei ricordi, trapassa la mia anima. Non può essere lui, non può essere qui. La mia voce acida scandisce le poche parole che riesco a pronunciare.
“Che ci fai tu qui?”
Sgrano gli occhi incredula, cercando di controllare il battito convulso del mio cuore e di apparire meno agitata e isterica di quanto non sia in questo momento della mia vita.
“Probabilmente la stessa cosa che fai tu?”
I suoi occhi gelidi catturano i miei, mette le mani in tasca e, con aria distratta, si poggia alla balaustra del ponte, mordicchio le labbra cercando qualcosa di intelligente da dire ma mi rendo conto ben presto che i miei neuroni hanno deciso di prendersi le ferie proprio adesso che la loro presenza sarebbe a dir poco necessaria. Sospiro, cercando di guadagnare tempo, ma è tutto inutile. Alzo bandiera bianca e lascio liberi i miei pensieri, smetto di razionalizzare e lascio che sia la mia memoria muscolare a prendere possesso dei miei movimenti. In un incastro perfetto le mie braccia si stringono intorno al suo collo e le mie labbra si posano leggere sulla sua guancia, lo sento rilassarsi per una frazione di secondo prima di adagiare con decisione le sue mani lungo i miei fianchi e stringermi a se.
“Scusami, è solo che eri l’ultima persona che mi aspettavo di incontrare su questa nave…”
Sorride sarcastico, accarezzando il mio corpo con lo sguardo.
“…forse, l’ultima che avresti voluto incontrare.”
Sfioro il suo viso con il dorso della mia mano.
“E’ passato tanto tempo, ormai.”
Sembra passata una vita da quando io e lui eravamo una sola cosa, quando, giovani e innamorati, vivevamo nella nostra bolla d’amore convinti che non esistesse mondo al di fuori di noi due. La passione che ci travolgeva ardeva così prepotentemente in noi fino a consumarci, il nostro amore era una fiamma rovente che, tristemente, una folata di vento aveva spento di colpo. Di punto in bianco, i nostri migliori pregi erano diventati i nostri peggiori difetti; litigi, urla, crisi isteriche, la nostra storia idilliaca si era trasformata, all’improvviso, in un inferno a cui con grande dolore, ma forse anche grande liberazione, avevamo messo fine.
Sorride dolcemente fermando la mia mano con la sua per portarla lentamente all’altezza labbra che delicatamente la sfiorano in un lento baciamano, i suoi occhi verdi sorridono cercando complici i miei, un breve contatto che  fa fremere il mio corpo come se fosse attraversato da una scarica elettrica. Ritraggo timidamente la mano sfregandola nervosamente con l’altra, abbasso lo sguardo per impedirgli di leggere i pensieri che, troppo malinconici, rapiscono il mio cuore riportandolo indietro nel tempo a quando esisteva un noi.
“Sei sempre bellissima.”
Non saprei dire se è colpa del leggero dondolio della nave che miscela i miei pensieri confodendoli, del fantastico cielo stellato che ci fa da scenario o della voglia di vivere che, per troppo tempo, ho represso dentro di me ma non riesco a resistere a questa forza magnetica che mi attrae verso di lui, le mie labbra non riescono a respingere il suo bacio improvviso. Non abbiamo bisogno di parole, i nostri occhi si specchiano gli uni negli altri per confidarsi ciò che le nostre bocche hanno ancora paura di ammettere, la sua mano si intreccia alla mia, i suoi passi si fanno veloci e, ad ampie falcate, mi conduce nella sua cabina. Come  due ladri, ci infiliamo in camera, i suoi occhi cercano nuovamente i miei facendo vibrare la mia anima, non riesco percepire altro se non la mia voglia di essere sua; il suo sorriso malizioso mi fa tremare le gambe mentre le sue mani, forti e decise, prendono possesso del mio corpo. Le sue mani scendono lentamente lungo la mia schiena, si adagiano sicure sulle mie natiche alzandomi di peso, allaccio le gambe intorno al suo corpo percependo tutta la sua virilità. Sto impazzendo di desiderio, e lui lo sa. Non smette di baciarmi mentre mi adagia sul letto, ammira il mio corpo caldo e pronto ad accoglierlo fino a quando, impaziente, afferro il colletto della sua camicia bianca e lo tiro verso di me; non mi lascia bramare oltre le sue carezze, le sue mani iniziano a muoversi sul mio corpo, accarezzano lentamente le mie gambe risalendo verso le mie cosce, le labbra seguono le loro movenze lasciando una scia umida e luccicante, le sue dita si avventano con foga sui bottoni dei miei pantaloni per slacciarli e liberarmene. Accarezza la mia intimità, perdendosi nel lago del mio piacere, non riesco a trattenere i gemiti che risuonano nella stanza; i suoi occhi smeraldi studiano il mio viso, contempla con un ghigno soddisfatto la mia espressione estasiata. Sento la sua eccitazione crescere sempre più prendendo vita in mezzo alle sue gambe; mugugna qualcosa con la voce roca e rotta di piacere non appena le mie mani prendono ad accarezzare con ritmo più deciso la sua intimità, volge gli occhi al cielo, dal suo respiro spezzato riesco a percepire palesemente quanto sia vicino al limite. Senza indugiare ulteriormente, si fa largo tra le mie gambe, intreccia le sue mani con le mie portandole all’altezza della mia testa, lasciando il suo corpo aderire quasi completamente con il mio; i suoi occhi nei miei, il battito del mio cuore sincrono al suo, i nostri respiri affannosi, la sua voce rauca al mio orecchio.
“Non sai quanto ho desiderato questo momento.”

Con un colpo deciso entra dentro di me, le mie mani si stringono alle sue in un istante in cui resto senza fiato, mi sento donna come non accadeva da tempo sotto le spinte possenti del mio amante, il suo bacino batte con forza contro il mio regalandomi attimi da mille brividi, un urlo smorzato esce dalla sua bocca quando con un colpo più forte mi bagna con il suo piacere, tremo tutta tra le sue possenti braccia mentre stremata lo raggiungo in quell’attimo di paradiso tutto nostro.

Appagato, si lascia scivolare accanto al mio corpo, le mie mani sul suo petto ascoltano il ritmo accelerato del suo battito mentre la mia bocca ancora bramosa del suo sapore inizia a muoversi sul suo collo. Basta poco, fugaci carezze e baci proibiti e anche la sua eccitazione raggiunge i livelli della mia, bacio il suo addome scolpito scendendo pericolosamente verso le sue zone erogene, lo sento fremere di piacere sotto i colpi esperti della mia lingua, sorrido soddisfatta: ricordo ancora bene come farlo godere, come renderlo schiavo dei movimenti. Accarezza con veemenza i miei seni invitandomi a risalire verso la sua bocca, seguo le sue indicazioni da brava gattina, mi struscio sul suo corpo fino a unirmi nuovamente al suo, mi muovo sicura scandendo il ritmo della nostra frenetica danza, i nostri corpi sembrano non essere mai sazi: per troppo tempo sono stati a digiuno l’uno dell’altro. La mia lingua si infila avida nella sua bocca fino al momento in cui ancora una volta siamo scossi dal più alto dei piacere. Mi lascio cadere sul suo corpo, le sue braccia scolpite mi stringono a se fino a quando, ormai stremati, ci abbandoniamo al più dolce dei sonni.
È oramai mattina quando mi desto dal torpore in cui ero caduta, scruto i dolci lineamenti del suo viso e una fitta mi trafigge il cuore; raccolgo i miei vestiti e di fretta mi ricompongo senza far rumore.
“Addio, amore mio.”Come una ladra sgattaiolo fuori dalla sua cabina, chiudo la porta alle mie spalle e lascio che tristi lacrime bagnino il mio visi; la sua voce calda alle mie spalle mi trapassa l’anima. Non mi volto fino a che non sento le sue mani posarsi sulle mie spalle.
“Ashley, perché stai scappando da me?”
Raggiunge il mio viso, i suoi occhi penetranti raggiungono i miei.
“Non dovevo, Jason. Perdonami.”
Le sue mani si stringono intorno alle mie braccia, l’espressione del suo viso è un misto tra rabbia e delusione, abbasso lo sguardo impotente di fronte alla dolcezza del suo.
“Devo andare, ti prego lasciami. Micheal si starà per svegliare, non può non trovarmi accanto a lui.”
Lascia di scatto la presa lasciando scivolare le braccia lungo il suo corpo. Non dice una parola. Nei suoi occhi solo profondo disprezzo. Sento il mio cuore rompersi in mille pezzi, troppo piccoli per essere rincollati questa volta. Senza muovere bocca, mi volto per riprendere la mia strada, quella che mi conduce alla mia cabina, quella che mi porta nuovamente lontana da lui.
Con le lacrime che colmano i miei occhi rientro in camera, senza spogliarmi mi adagio a letto accanto a Micheal che, fortunatamente, dorme ancora come un angelo, sfioro il suo dolce viso e mi guardo intorno osservando cosa è diventata la mia vita adesso, quanto distante sono arrivata da quel sogno idilliaco di amore eterno che mi aveva legato a Jason, quel sogno che stanotte mi aveva rapita e stravolto la vita proprio come tanti anni fa. Non è più tempo per i rimpianti, non è più tempo per i rimorsi, non è più tempo per noi.
Quella che era iniziata come una vacanza da sogno si sta trasformando per me nel peggior incubo mai vissuto, da giorni ormai vivo con il terrore di incontrare nuovamente i suoi occhi  ,ogni porta che apro, ogni angolo che svolto, ogni singola attività a cui decido di prendere parte è una puntata azzardata nella partita della mia vita.

Pubblicando tutto il racconto, sarebbe stato troppo lungo;
magari vi avrei annoiato…

Pensieri Sparsi

Ebook a 99 cent!!! Che fai non lo leggi???


Yaaaaaaay!!!

Torno a gioire con voi: Eclisse è giunto ai suoi 500 downloads!!!
E' per questo motivo che, solo per questo pomeriggio, 
lo trovate in promozione a soli 99 centesimi.
Non avete più scuse per non leggerlo!!!

Parole e Storie

Insieme.


Il crepitio del camino riempiva l’enorme salone ben arredato dai toni caldi, tutto in quella stanza suggeriva che il Natale era ormai alle porta, fiori e ghirlande ornavano fieri i mobili in noce che lei stessa aveva scelto, candele dorate illuminavano il focolare in marmo che lui aveva fortemente voluto, dolci melodie di voci bianche riempivano l’aria. Tutto era in festa, come il suo cuore che scoppiava della gioia riflessa delle risate del suo piccolo angelo. Risate e urla riempivano la stanza, coloravano di sorrisi i loro volti, stretti nella morsa di quell’amore che li teneva al sicuro da tutto e da tutti. Non era stato facile affrontare le conseguenze della loro scelta d’amore, ma insieme ci erano riusciti. Insieme. Esattamente come si erano ripromessi quel giorno tra le lacrime mentre disperata lei cercava di allontanarlo dalla sua vita. Insieme. Come nelle più belle favole mai scritte. Osservava il suo piccolo diavoletto biondo correre per la stanza cantando a squarciagola canzoni natalizie, utilizzando gli addobbi natalizi come palline di baseball per colpire il suo papà, le risate divertite di Chris per ogni vaso salvato per miracolo sotto il suo sguardo fintamente severo. L’enorme albero di natale dominava l’intero spazio pronto ad accogliere la moltitudine di pacchettini regalo che, come ogni anno come tradizione, lo avrebbero invaso; le lucine colorate illuminavano a festa la stanza risplendendo nella lucentezza dei loro occhi innamorati.
“Manca solo l’angioletto in cima.”
Chris aveva baciato con dolcezza le sue labbra carezzandole il viso, il volto soddisfatto della sua opera, la stessa espressione di suo figlio. Identici. Christian aveva ridacchiato come ogni volta che vedeva i suoi genitori scambiarsi teneri gesti d’amore, si era stretto alle sue gambe, forte, quasi fino a farle perdere l’equilibrio e l’aveva fissata con i suoi occhi profondi. I suoi occhi.
“Posso mettere io l’angioletto quest’anno?”
Si era morso le labbra speranzoso mentre aveva visto spuntarle un sorriso materno sul viso.
“Che dici, papà, è stato abbastanza bravo ad aiutarti?”
Chris aveva intrecciato le braccia pensieroso, un espressione seria sul viso, la mano ad accarezzare il mento con fare meditabondo.
“Ti prego, papà, dai. Dai. Dai.”
Aveva visto il suo bambino volare tra le braccia del suo compagno. Suo marito. Le loro risate argentee si erano fuse nell’aria creando una dolce armonia per le sue orecchie, il cuore le scoppiava di gioia. Era quello il più bel regalo di Natale che avesse mai potuto desiderare.
“Certo, campione. L’angioletto è tutto tuo.”
Osservava gli uomini della sua vita intenti a sistemare l’angioletto dorato in cima a quell’albero davvero forse troppo grande anche per casa loro, le gambe del piccolo Christian penzoloni sul petto di Chris mentre, seduto sulle sue spalle, si allungava quanto più poteva verso la cima ancora troppo distante.
“ Mamma, non restare imbambolata, vieni ad aiutarci.”
Christian l’aveva tirata di scatto stringendola forte a se. Avevano sistemato l’angioletto rompendo qualche pallina di troppo, ma non importava a nessuno. Erano felici. Erano insieme.

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Gli oltre 30 gradi che ci sono in questo momento mi hanno fatto venir voglia di tirar fuori una storia natalizia, una scena…un momento rubato alle vite di Christian e Desy.
Se volete leggere di più di loro [e vi consiglio di farlo] dovreste darmi fiducia,
spendere 2,99 euro [che non sono poi così tanti] ed acquistare il mio ebook su Amazon: Eclisse.
In fondo tutti abbiamo bisogno di qualcuno che inizi a credere in noi. 

Parole e Storie

Eclisse #2


La risata argentea di Christian risuona gioiosa nell’aria rallegrando il mio cuore di mamma, corre felice arrampicandosi da una giostra all’altra, urla e sorride soddisfatto mentre l’altalena lo porta sempre un po’ più su, sempre più in alto verso quel cielo che, bramoso, vuole arrivare a sfiorare con la mano. Mi siedo su una panchina non molto distante dalle giostrine per dargli l’illusione di essere libero senza però perderlo di vista; si sente già un piccolo ometto il mio bambino, la sua voglia di scoprire il mondo riesce a sorprendermi giorno dopo giorno regalandomi emozioni che mai avrei immaginato di provare. I pensieri scemano nella mia mente, mi perdo osservando il mio piccolo correre spensierato inseguendo una farfalla dai mille colori, un’espressione vispa colora il suo viso mentre, come un piccolo tigrotto, studia la sua preda, sbuffa indispettito vedendola sfuggire per l’ennesima volta ma non si arrende. Caparbio e testardo. Proprio come il suo papà!
“Mamma, mamma! Guarda cosa ho catturato. Ce l’ho fatta! Guarda mamma.”
Con le mani strette a preservare il suo piccolo tesoro, Christian corre urlando a squarciagola verso di me, si agita forse un po’ troppo nella fretta di mostrarmi la sua conquista, le gambine gli si intrecciano, è un istante, e vedo il mio scricciolo capitombolare a terra, le sue mani si poggiano veloci sul terreno permettendo alla sua preda di tornare a volare libera e felice verso il verde prato.
“Christian!”
Afferro la borsa che avevo poggiato di fianco e, a grandi falcate, raggiungo quel piccolo angelo biondo, gli sorrido con dolcezza chinandomi a ripulirgli quei pantaloni che fino a poco fa erano di un candido azzurro. I suoi occhi brillano per le lacrime che li riempiono, tira su con il naso cercando con tutte le sue forse di non piangere, la vocina lamentosa e le manine si muovono concitatamente.
“Quella stupida farfalla, era mia ora. Non doveva andare via. L’avevo presa per te.”
“Non importa, amore mio, ascoltami: è volata via, adesso è di nuovo libera, può spostarsi di fiore in fiore, cercare nuovi prati, mica volevi tenerla prigioniera?”
“Certo che volevo. Era mia ora.”
Scuoto la testa con disappunto, Christian pende dalle mie labbra.
“Se qualcuno ti prendesse mentre stai scegliendo su quale giostra salire e ti portasse via dicendo: questo è mio adesso! Tu come ti sentiresti?”
“Io sono un bambino, non una stupida farfalla.”
“Un bambino cocciuto sei.”
Imbroncia le labbra incrociando le braccia indispettito.
“Era la mia.”
Gli passo una mano tra i capelli scompigliandoli un po’, un piccolo bacio sulla guancia e una dolce proposta. Basta poco per veder tornare il sorriso sul suo viso.
“Ho sentito che i cacciatori di farfalle mangiano molto gelato per restare in forma: mega coppa da Zacky?”
“Cioccolato e fragola?”
Annuisco rimettendomi in piedi, stringo la sua piccola mano nella mia e insieme ci incamminiamo verso la gelateria.
“Allora Christian, come la facciamo questa mega coppa di gelato?”
Zacky, il gelataio, un uomo sulla cinquantina dai capelli brizzolati e il viso bonaccione, inizia con il solito elenco di mille e più gusti, consapevole che la scelta del mio piccolo ricadrà sempre sui soliti due.
“Fragola e cioccolato.”
“Ma davvero non vuoi provare il gusto puffo?”
“Che schifo. Fragola e cioccolato.”
“Ma quanto è testardo questo bambino.”
“Cliente difficile.”
Sorrido divertita prendendo le due coppe dalle mani di Zacky e dirigendomi ad un tavolino non troppo distante dal bancone, Christian affonda felice il cucchiaino nel suo gelato concentrando su esso tutta la sua attenzione.
“Allora, scricciolo, pronto per domani?”
Distoglie lo sguardo dal cucchiaino strabordante di gelato che stava portando alla bocca, imbroncia le labbra corrucciando il viso in un’espressione seria.
“Non ci voglio andare. Io non ci vado eh.”
“Sono sicura che ti divertirai tantissimo, invece, ci sono molti tuoi amichetti di scuola e conoscerai tanti nuovi bambini…”
Lascia cadere nervosamente il cucchiaino nella coppa incrociando le braccia per dare più valenza alle sue parole.
“Non ci voglio andare. Se è così divertente perché non ci vai tu?”
Sorrido benevola assaggiando un po’ del suo gelato.
“Se avessi la tua età sarei contenta di andarci, ora sono po’ troppo cresciutella purtroppo. Comunque suor Mary è dolcissima, mi ha detto che vi porteranno tutti i giorni a mare e poi è attrezzatissimo il campus, pensa che hanno addirittura il campo di basket come quello dei veri campioni.”
Al suono delle ultime parole gli occhi gli si illuminano di gioia, impugna nuovamente il cucchiaino e riprende a mangiare il suo gelato riempiendomi di domande sul campo da basket, la testarda riluttanza di poco fa sembra essere solo un ricordo ormai, gli sorrido con dolcezza cercando di rispondere a tutti i suoi quesiti. E’ stata Maggie a suggerirmi di iscrivere Christian al campo estivo, dopo avermi ripetuto che come madre ho ancora troppo da imparare mi ha messo tra le mani il volantino pubblicitario del campus di suor Mary, l’ho scrutato interdetta per un po’ provando a immaginare come potesse essere per il mio bambino passare le vacanze in un posto del genere.
“Santa donna, non avrai mica intenzione di far trascorrere a questo piccoletto tutta l’estate in questo bar? Niente ma. Le iscrizioni chiudono oggi, quindi muoviti, alzati da quella sedia e cammina.”
Quasi di peso mi ha trascinato nel cortile dell’edificio, dove si svolgeranno le attività estive, di fronte a suor Mary, una donnina quasi della mia stessa età dai lineamenti minuti e lo sguardo profondamente misericordioso che, con aria affranta, mi faceva presente come era la situazione.
“Mi spiace davvero ma non ci sono più posti disponibili, quest’anno abbiamo avuto un elevato numero di iscrizioni e…”
Stavo per ringraziare e andare via quando ancora una volta Maggie ha intercesso per me ponendosi con le mani poggiate sulle anche e sguardo altero di fronte alla povera ragazza.
“Mi stia ben a sentire: non ho camminato per cinque isolati sotto questo sole torrido per sentirmi dire che a quel piccolo angelo biondo non è concesso di stare in questo campus e passare un’estate che abbia una parvenza di normalità, non mi importa chi santi in paradiso deve pregare: Christian avrà il suo campo estivo.”
La piccola suora mi ha guardato impaurita fare spallucce accennando un sorriso, ha alzato gli occhi al cielo posandomi una mano sulla spalla con fare caritatevole.
“A quanto sembra l’ultimissimo posto disponibile è del suo Christian.”
“Non so come ringraziarla.”
“Ringrazi il suo angelo custode.”
Ha accennato guardando Maggie andare via brontolando lasciandomi sola.
Il rumore squillante del metallo del cucchiaino che batte sulla coppa di vetro ormai vuota risuona nella mia mente disperdendo i ricordi.
“Diventerò un campione, mamma.”
“Ne sono certa, piccolo mio.”

Il bianco ovattato delle nuvole sfuma lentamente sotto il mio sguardo fisso sul finestrino, i colori assumono sfumature diverse, le figure iniziano a prendere forma nei miei occhi. Scruto ogni particolare su cui ricade la mia attenzione mentre una mesta malinconia mi pervade dal profondo, un paesaggio che conosco in ogni suo piccolo dettaglio per le troppe volte che ho percorso la stessa tratta. Le prime scosse di assestamento dell’aereo che ha toccato terra scuotono il mio corpo allontanando da me quegli stupidi ricordi che cercavano di invadere con prepotenza la mia mente.
Chiudo gli occhi lasciandomi cullare dalle ultime vibrazioni del veicolo.
Il suono metallico delle parole del capitano che annunciano il nostro arrivo a Barkley riecheggia nell’abitacolo. Un sorriso smorzato si fa largo sul mio viso al pensiero di quanto risuonassero dolci queste sterili parole nella mia mente solo qualche anno fa quando il mio unico desiderio era correre da lei.
“Hey, Chris, tutto bene?”
La voce di Alex spazza via la sua immagine dai miei pensieri, riacquisto possesso di me, sfodero un sorriso sfacciato e mi metto in piedi strizzando l’occhio all’hostess che mi mangia con gli occhi ancora eccitata dalla sveltina consumata in volo.
“Benissimo, amico, benissimo.”

Ho ascoltato qualche consiglio…a breve troverete il mio racconto su Amazon.
Ho condiviso con voi un altro pezzo in modo da darvi un’idea di cosa troverete in esso, di cosa potreste leggere se mi darete fiducia.

Una finestra sui personaggi che incontrerete…
Nulla di più.
Se vi va, ditemi cosa pensate.