Pensieri Sparsi

Ciao ciao, 2015!


Quando un anno praticamente perfetto sta volgendo al termine e le premesse per quello che deve arrivare sono tutt’altro che  rosee è davvero difficile trovare qualcosa per cui festeggiare la notte di Capodanno; il 2014 era stato un anno talmente carico di emozioni e piacevoli avvenimenti che lo scorrere lento delle ultime ore della sua ultima giornata le ho trascorse ripetendo come una litania la stessa frase: non voglio che finisca!
Le mie speranze per questo 2015 ormai giunto al termine erano praticamente nulle: avrei compiuto 30 anni, non sarebbe stato un anno Back, molto presto il mio gruppo di amici avrebbe subito dei cambiamenti e troppi pochi eventi riempivano la mia agenda!
Sarebbe stato un disastro, ne ero sicura…eppure alla fine non è andata proprio così!

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Il bello della vita è che quando meno te lo aspetti sceglie di sorprenderti, prende le carte che hai in mano e le sconvolge regalandoti una nuova giocata, a volte più fortunata altre un po’ meno ma sempre completamente diversa da come l’avevi immaginata!
Questo 2015 è stato esattamente così e avrei dovuto capirlo dal primo giorno dell’anno quando, mentre, ero in fila per prendere delle patatine ho letto del primo cambio di rotta di questo anno: dopo tutto non sarebbe stato totalmente un anno non Back!

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Penserete che come prima reazione nell’apprendere che avrei beccato i Backstreet Boys a Londra, viaggio appena prenotato per celebrare al meglio i miei 30 anni, io abbia fatto i salti di gioia e ringraziato il fato magnanimo per questo inaspettato regalo! Nulla di più sbagliato!
Per quanto avessi adorato il sentigli cantare per me Happy Birthday lo scorso anno, il mio odio per gli imprevisti non mi ha lasciato gioire a pieno di questo inaspettato regalo: chi li aveva invitati anche quest’anno al mio compleanno? In fondo, capitemi, era il mio compleanno sarei dovuta essere io la protagonista del weekend, non loro eh!

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Eppure, nonostante le mille mila paranoie che hanno accompagnato le settimane precedenti alla partenza, il viaggio a Londra per i miei 30 anni è sicuramente uno dei ricordi che serbo con più tenerezza…e loro sono stati la ciliegina sulla torta o, per meglio dire, sui cupcakes della serata pop trash che io e le mie amiche ci siamo regalate per accogliere il mio ingresso negli -enta.
Cosa c’è di meglio di sentirsi ragazzina in momenti come questi? Assolutamente nulla!11081363_10206195633320046_6309600204601367040_n

E questa era solo la premessa…
In fin dei conti, quello di Londra era l’unico viaggio che avevo in programma a dicembre dello scorso anno! Ho sfogliato il mio album su Facebook dedicato a questo anno ormai finito [voi non potete saperlo ma tra la mia ossessione nel fotografare tutto e la mia paura di dimenticare le cose che vivo, ogni anno è catalogato a mo’ di promemoria del mio vissuto in uno specifico album sul mio profilo Facebook, con tanto di data e luogo in cui è stata scattata la foto] e, guardando tutti i posti in cui sono state scattate le varie foto, ho sorriso alla sensazione di staticità che mi attanagliava pensando al 2015 che doveva arrivare!

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Il 2015 è stato l’anno dei viaggi: Londra, Praga, ancora Londra e, infine, Parigi; l’anno dei consueti weekend a Como e del Salone del Mobile di Milano, dell’estate in Puglia e in Liguria, del weekend sulla neve e del Museo di Barbie, della mansarda ad attendermi ad Ostia! L’anno degli infiniti weekend romani, del cibo spazzatura e la distruzione di Dirty Dancing️.

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Il 2015 è stato l’anno dei concerti: Backstreet Boys (seppure solo per venti minuti), Ligabue, Lindsey Stirling, Tiziano Ferro, Robbie Williams, Jovanotti e i Linkin Park. L’anno della trottolina in giro per l’Italia che prenota tutto troppo ravvicinate e si ritrova , puntualmente, a fare delle vere e proprie maratone.

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Il 2015 è stato l’anno del mio Eclisse e delle soddisfazioni che mi ha regalato; della gratitudine immensa verso chi ha creduto in me ancor prima che iniziassi a farlo io, verso chi ha dato fiducia alle mie parole e verso chi le mie parole non le ha gradite ricordandomi che nella vita non posso piacere a tutti, in fin dei conti non tutti possono avere buon gusto!

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Il 2015 è stato l’anno del “adesso voglio sentire un urlo!”; del calcio in culo quando per troppa razionalità e paura ho rischiato di rinunciare ad una cosa a cui tenevo tanto; del pianto di gioia attaccata ad un telefono quando tutte le difese sono crollate e l’emozione prende il sopravvento. L’anno in cui lo stupore di sapere che qualcuno avrebbe fatto qualcosa per me solo per il gusto di vedermi felice mi ha scaldato il cuore.

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Il 2015 è stato l’anno delle amicizie: quelle che giorno dopo giorno sono divenute indispensabili certezze, quelle assopite ma mai dimenticate, quelle riscoperte come una piacevole sorpresa, quelle che ti ricordano che non sei sola, quelle giunte al termine dopo 10 anni, quelle messe in discussione che ti fanno piangere come una cretina chiedendoti in cosa sei sbagliata. È stato l’anno della consapevolezza che ho scelto di avere intorno persone che mi capiscono, e che, quando non lo fanno, mi accettano così come sono.

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Il 2015 è stato l’anno in cui questo spazio virtuale ha preso vita e io ho ritrovato il piacere di mettere nero su bianco i miei pensieri, di non vergognarmi delle parole confuse che chiedono di trovare una collocazione, delle opinioni che non riesco a tacere, delle ansie che chiedono di essere ascoltate.

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Il 2015 è stato l’anno dell’operazione al mio occhio troppo pigro per guardare il mondo; l’anno in cui mi sono ricordata che da sola funziono alla grande ma non per questo devo fare tutto in solitudine.

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Il 2015 è stato un anno di cambiamenti: alcuni grandi e visibili, altri impercettibili ma fondamentali. È stato un anno di quelli che un po’ ti deludono, un po’ ti confondono, un po’ ti regalano sorrisi inaspettati e lacrime di gioia; uno di quegli anni colmo di momenti da fotografare e ricordare.

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Anche per quest’anno il mio principe azzurro deve aver smarrito la giusta via [dovevo chiedere a Babbo Natale di regalargli un navigatore nuovo, maledizione] e al suo posto sono arrivate delle fatine {lucciole poteva essere frainteso} che hanno illuminato anche i miei giorni più bui regalandomi un sorriso, che hanno combattuto contro i miei silenzi e distrutto i muri che nei giorni di pioggia sono brava ad indossare, che, proprio in quei giorni lì, hanno aperto il proprio ombrello offrendomi un passaggio finché non tornassi a vedere il sole.

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Propositi per questo 2016 ormai alle porte, in realtà, non ne ho, trovo sciocco farmi promesse che non riuscirò mai a mantenere o crearmi false aspettative che, con un’altissima percentuale, saranno deluse. Non mi aspetto nulla, ma sono pronta a lasciarmi sorprendere da tutto; credo possa bastare!

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Ma davvero qualcuno ha letto tutto questo papiro?

 

Pensieri Sparsi

Un puntino rosa


  
Mi ero fermata per fotografare quell’albero triste; ho sempre adorato gli alberi secchi, la fiera nudità con cui si apprestano ad affrontare l’inverno. Era domenica, una domenica strana, in cui la gioia di vivere e condividere del tempo con le amiche si mescolava alla consapevolezza di vivere in un mondo malato; una domenica in cui quell’albero privo di foglie che si ergeva solitario di fianco al lago sembrava avere un significato diverso dal solito! Stavo per scattare la foto quando un puntino rosa ha iniziato a camminare verso le papere, senza quella paura che il male del mondo aveva seminato nel mio cuore. Quel puntino rosa, ancora ignaro dell’orrore che ci circonda in questo periodo, si avvicinava speranzosa alle papere come fosse la cosa più naturale del mondo. Senza paura. È così che ho scattato la foto! 

Meritiamo di essere come quel puntino rosa: senza paura.

Pensieri Sparsi

L’uomo del treno


Sono solita viaggiare da sola: trolley alla mano, occhiali da sole a nascondere i pensieri, espressione imbronciata, aria svampita e cuffie per isolarmi dal mondo e perdermi nei meandri della mia testa.

Per quanto spesso aneli il teletrasporto per trovarmi in maniera istantanea nel luogo desiderato e nonostante le crescenti ansie che sempre più frequentemente le notizie al telegiornale innescano nella mia essenza, mi godo ogni momento del mio spostamento.

È, però, nell’esatto momento in cui alzo la testa dal mio lettore Ebook e mi concedo di dare uno sguardo a chi ho intorno che, solitamente, trovo storie interessanti da inserire nei miei racconti di viaggio, è nell’istante in cui ricambio il sorriso di uno sconosciuto, chiedo aiuto per la valigia troppo pesante o sposto la mia borsa per far spazio al mio vicino, che permetto a me stessa di fare nuovi e fugaci incontri.

Sono scontri di vite, scambi di parole che restano sospese a mezz’aria, un trucco per ingannare il tempo nei momenti di noia che ti assalgono durante un lungo viaggio.
Lo ammetto, nella mia visione romanzata delle cose, le persone che incontro, di volta in volta, sono figuranti posti da chi tesse i fili del fato per godersi lo spettacolo pop corn alla mano.

Sarà che nei miei viaggi ho incontrato persone di ogni genere: la nonnina che, carica di regali e cibo, attraversava mezza Italia per vedere il nipotino appena nato, la bambina che mi rubava le patatine chiedendomi di raccontarle una storia, la ragazzina al suo primo viaggio da sola per raggiungere il suo amore in un’altra città, il ragazzo che mi ha rubato un bacio, la vecchietta che mi ha riempito di frutta e biscotti, le ragazze americane missionarie venute a fare volontariato in Italia, turisti da ogni parte del mondo.
Storie e vite di cui conservo uno sbiadito ricordo, come pezzi nascosti di un enorme puzzle che, viaggio dopo viaggio, compongo sul muro della mia memoria..

In questo post, voglio condividere con voi il mio ultimo strano incontro fatto in treno, raccontarvi come, a volte, ho la sensazione di essere la protagonista di uno di quei film per ragazzine che adoro tanto guardare. Oh no, toglietevi quel sorrisetto dal volto, non ho incontrato alcun principe azzurro [leggesi: non  ho incontrato alcun bonazzo da far paura per cui perdere la testa e mollare tutto all’improvviso dimenticandomi del mio presente], era più come quei film in cui la bella protagonista svampita mentre sta attraversando un momento della propria vita in cui si sente confusa e smarrita incontra un perfetto sconosciuto che invece sembra aver capito tutto, nonostante non conosca neanche il suo nome.

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Solito inconveniente estivo su un intercity per Roma: aria condizionata guasta con conseguente carrozza chiusa al pubblico; valigia e imprecazioni alla mano, sono andata, quindi, alla ricerca di un posto da occupare. Dribblando bambini frignoni e uomini soli svaccati sui sedili manco fossero sul divano di casa propria, evitando di cascare sulle valigie disposte alla bene e meglio lungo il corridoio, ho trovato pace di fronte a due ragazze in partenza per le vacanze.
Troppo impegnata a brontolare contro la batteria del mio telefono, non ho notato subito il signore paffuto seduto al mio fianco; è stato solo l’arrivo del controllore dall’ostentata simpatia a distogliermi dai pensieri in cui mi ero persa.

Potrei scrivere un intero post sul fatto che la gente dia per scontato che io sia straniera e che, di conseguenza, parli inglese [quando nella tua stessa città il cameriere di parla in inglese inizi a capire che c’è qualcosa che non va proprio come dovrebbe], fatto sta che mi sono ritrovata in maniera del tutto spontanea a fare da traduttrice tra il controllore troppo curioso e il mio vicino di posto decisamente divertito dalla scenetta offerta.

Un modo banale per attaccare bottone direte voi, ed io non posso che darvi ragione!
Non appena il controllore si è allontanato, l’uomo al mio fianco si è rianimato, ben felice di aver trovato qualcuno che parlasse la sua lingua con cui poter condividere il viaggio; sotto lo sguardo sconcertato delle due ragazze, che non capivano una sola parola di cosa stessimo dicendo, abbiamo iniziato così a dialogare del più e del meno.
Domande banali da viaggio:
• è in vacanza?
• come mai da solo?
• da dove viene?
• quanto tempo si ferma in Italia?
Chiacchiere leggere per ingannare il tempo con cui ho appreso che lo sconosciuto signore era norvegese, viveva ad Oslo per la precisione, cambiava lavoro ogni tre anni per noia e voglia di affrontare sempre nuove sfide, aveva lavorato più o meno in tutto il mondo, aveva una moglie e due figlie [di cui ho osservato le foto ascoltando i racconti sulle loro vite], aveva da poco salutato la consorte per godersi gli ultimi giorni in Italia da solo e aveva scelto Roma come ultima meta.

Stavo per dedicarmi alle lettura di qualche blog random, quando mi ha incuriosito con l’ennesima domanda:
posso chiederti in che mese sei nata? E il giorno?
Credo di aver sorriso in maniera cordiale fornendogli la risposta e di aver finto accondiscendenza quando gli ho sentito esclamare:
Tu non lo sai, ma mi hai detto tantissime cose di te in questo momento.

A questo punto del racconto va fatta qualche specifica, sono una persona estremamente razionale eppure mi lascio affascinare dalle cose che non conosco, quei misteri che si nascondono tra le parole e le immagini, tra i numeri ed i pensieri. E’ solo per questo motivo che, invece di scoppiare a ridere come istintivamente avrei fatto, ho domandato incuriosita: ma davvero? Ok, il termine giusto per definire il mio tono di voce sarebbe sarcastico, ma chi non lo sarebbe in una situazione del genere?

Lo sconosciuto signore norvegese, mostrandomi il libro che stava leggendo poco prima di essere interrotto dal controllore, mi ha spiegato la sua passione per la numerologia illustrandomi quanto i numeri che gli avevo fornito gli avevano aperto un mondo su me stessa.

Ero incredula e sconcertata mentre ascoltavo le sue parole fluttuare nell’aria del vagone di quell’intercity diretto a Roma; un perfetto sconosciuto stava tracciando un accurato profilo del mio carattere e del mio modo di affrontare la vita come se mi conoscesse da anni… ed io mi sono ritrovata a parlare delle mie ansie e delle mie paure, come se avessi di fronte un vecchio amico ho liberato i miei pensieri. In fondo è proprio questo il bello di parlare con un perfetto estraneo, la consapevolezza che l’indomani non dovrai rivedere il suo sguardo fa crollare di colpo ogni corazza di cui ti eri ricoperta fino a quel momento.

Abbiamo chiacchierato per oltre un’ora ridendo di quanto buffo fosse stato il destino quel giorno: io ero sulla carrozza sbagliata, lui sul treno sbagliato, entrambi stavamo imparando qualcosa da quell’incontro inaspettato, da quelle chiacchiere leggere e pesanti allo stesso momento.
Ci siamo salutati augurandoci il meglio per le nostre vite, mi ha lasciato una mail per inviare il mio curriculum a sua moglie che non credo utilizzerò mai e con la consapevolezza di non aver sprecato tempo con le nostre chiacchiere.

“Non devi aver paura di perdere nella vita, ogni volta che perdi qualcosa, in realtà, impari molto altro; impari che resti in piedi, nonostante tutto; impari che sei, comunque, più forte tutto. Le prime volte ci stai male, ma poi impari che alla fine tutto passa, che tu riesci a far passare tutto. Ci vuole tempo. Perdere aiuta a costruire la tua personalità, non farti spaventare dalle cose che non vanno come vorresti. Non aver paura di desiderare qualcosa, sai che, prima o poi, sei talmente testarda da ottenerlo.”

Grazie sconosciuto signore del treno.

Pensieri Sparsi


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Sono un misto di emozioni stamattina: ansia, agitazione, eccitazione, noia, paura, curiosità, indifferenza…sonno.
Ho indossato occhiali da sole per schermarmi dal mondo più che dal sole, ho chiuso nella mia borsa rosa le mie ansie peggiori e ho disegnato un sorriso sul mio viso.
Una voce amica dall’altro lato del telefono, un soffio di leggerezza al sorgere del giorno. Ne avevo bisogno, ma non lo avrei mai ammesso.
Posso farcela, devo farcela. ☆

Pensieri Sparsi

Benvenuti 10 giorni di ansia estrema.


Giuro che se supero illesa i prossimi dieci giorni, mi prendo una sbronza colossale per festeggiare la riuscita dell’ardua impresa.

Che io sia una persona ansiosa, lo avrete imparato ormai [e probabilmente non ve ne frega nulla, ma non me ne farò un problema]; che fossi in procinto di affrontare una serie di eventi più o meno complicati per il mio sistema nervoso pure. In questi giorni il mio blog è diventato lo specchio delle mie ansie e delle mie paure, come se i miei stati d’animo si fossero impossessati delle mie dita per potersi liberamente sfogare.

10 giorni di ansia preannunciata.
3 tipologie di ansie diverse.
1 ragazza che oscilla tra momenti di estrema gioia e istanti di pura angoscia.

Ma andiamo con ordine e, almeno per oggi, lasciamo spazio ai miei deliri. Per la serie: siete ancora in tempo a salvarvi, io vi sto avvisando che quel che leggerete sarà al limite della follia.

  • Ansia da prenotazione

Ricordate la famosa monetina che avrei dovuto lanciare per prendere la mia decisione? In realtà, non l’ho lanciata; nel momento stesso in cui, prendendo il coraggio a due mani, avevo deciso di farlo ho iniziato a provare vero e proprio terrore: se la moneta mi avesse dato la risposta sbagliata? Avevo trovato la mia risposta, in fondo era sempre stata là, semplicemente dovevo prenderne consapevolezza. Come in tutte le cose, ci ho messo un po’ a dare ascolto a quello che davvero avrei voluto per me stessa, a capire che, anche se può sembrare folle, è una pazzia che voglio concedermi di vivere. Quando il più sembrava fatto, adesso che so cosa voglio, ho il terrore che qualcosa possa andare storto nel processo.

  • Ansia da partenza
    Sono in quella fase che va tra il disfare la valigia del precedente viaggio e rifarla per quello prossimo. Nonostante ormai sembri che non riesca più a riporre il mio trolley al suo posto, ogni qualvolta si avvicina la data della partenza inizia la danza dell’ansia. Come se fosse sempre la prima volta, come se non avessi mai preso un aereo o prenotato un albergo, come se non riuscissi a pensare solo a come godermela. È il problema delle persone ansiose, dicono, quello di pensare troppo; psicanalizzare ogni minimo dettaglio e perdersi la parte piacevole dell’attesa. Perché esiste una parte bella nell’aspettare…devo solo capire bene dove si stia nascondendo.

  • Ansia da colloquio di lavoro
    Infine, l’ultima delle tre ansie imminenti, forse quella più  concreta. Nuovo lavoro, nuova città, probabilmente nuova me. La paura di non essere abbastanza fa a cazzotti con la paura di esserlo questa volta. È un controsenso, lo so, ma la prospettiva che tutto possa cambiare in un lasso di tempo così breve prende il mio stomaco, lo accartoccia e lo usa per giocare a basket. Canestro. Non voglio stare ferma, non posso credere che la vita io debba solo stare a guardarla passare. Non posso arrendermi alle paure che mi paralizzano nel mio porto sicuro rendendomi bambola di porcellana nella mia gabbia dorata. Sono pronta a saltare? Ancora non lo so.

Insomma, è divertente essere me!

Pensieri Sparsi

Mai abbastanza…


Avete mai sognato di salire una scala ma di non riuscire mai a raggiungere la cima? Non importa quanto sentiate la fatica, quanto il respiro inizi a diventare corto, quanto vi sentiate ormai allo stremo…voi, arrancando, continuate a salire. Ad un certo punto volgete lo sguardo verso l’alto, ormai speranzosi di vedere la vetta, e vi scontrate con la realtà: ancora scale, infinite scale, e nessun punto di arrivo all’orizzonte.

Come se tutta la fatica fatta non fosse stata abbastanza, tutti gli sforzi e gli affanni non fossero stati abbastanza, la strada percorsa non fosse stata abbastanza, gli ostacoli superati non fossero stati abbastanza. Tutti i sacrifici non fossero stati abbassa. Tu non fossi abbastanza.

Non ho mai amato psicanalizzare i sogni, sempre troppo contorti, oserei dire al limite dalla follia. Eppure, non credo di aver bisogno di Freud, per capire cosa voglia velatamente suggerirmi il mio subconscio.

Non ricordo il momento esatto in cui ho iniziato a sentirmi mai abbastanza, è successo e basta, da un giorno all’altro la mia sfrontata sicurezza nelle mie capacità si è affievolita lasciando uno sfocato alone di quella che ero un tempo. E’ come se di colpo mi fossi svegliata da un lungo sonno in cui credevo che tutto fosse possibile per me, che avrei potuto toccare la luna con un dito, se solo avessi voluto.

Sono sempre stata brava in tutto quello che ho fatto nella vita, lo dico senza falsa modestia; sono sempre stati i risultati a parlare per me sin da quando indossavo un orribile grembiulino blu e i miei capelli erano un ammasso di ricci senza forma. Sempre la prima della classe, la preferita della maestra, le prescelta per le interviste, la solista nel saggio di musica, la vincitrice del premio di scrittura, la voce narrante nelle recite.

Sono sempre stata la prima, fino a quando non mi rendevo conto di esserlo. Era in quel momento in cui sentivo nascere pian piano il panico, quella sensazione di non essere mai abbastanza. Ero brava, la più brava…ma meritavo di esserlo? Era quello il momento in cui, di punto in bianco, mollavo.

Ho smesso di suonare il piano quando il mio maestro voleva mi iscrivessi al conservatorio, ho smesso di scrivere quando tutti sembravano amare le mie storie, ho smesso di progettare quando mi hanno detto che per farlo dovevo liberare la mente dalle mie rigidità. Ho smesso di crederci quando gli altri ci credevano troppo.

Ho sempre avuto paura, paura di non essere abbastanza. Paura di sperarci davvero, paura di dimostrare agli altri che hanno sbagliato, che hanno visto una luce in me che in realtà non esiste, il riflesso di una lucciola che troppo spesso si dimentica come volare.

Anche adesso lo sento, sono brava… ma mai abbastanza.

Parole e Storie

In un istante


E per un istante si rivide bambina,

In un mondo pieno di sogni forse un po’ troppo grandi

Tra promesse che, ormai lo sapeva, non sarebbero state mantenute.

Tra persone di cui avrebbe dimenticato i volti,

Tra parole altisonanti che avrebbe scoperto vuote.

Si rivide bambina,

E per un solo istante abbracciò se stessa

Le sue bambole, le sue certezze, le sue illusioni.

Un istante dal sapore infinito.

Fissò il vuoto dinanzi a se

E saltò!

***

Sempre dallo scatolone dei ricordi…non so se ero particolarmente ottimista o bisognosa di un cambiamento. Rileggo le mie parole, e incontro un’altra me stessa…quella che di tanto in tanto ritorna a farmi visita in quelle notti un po’ così, quando il sonno non arriva e i pensieri si rincorrono.

Pensieri Sparsi

Anche le mie ansie, hanno l’ansia.


Non ho ancora capito se dare un nome al proprio nemico lo renda meno spaventoso; conoscere il suo nome non mi aiuta a sconfiggerlo, forse lo rende più familiare, meno misterioso, ma mai meno potente. Un nome lo rende condivisibile, unisce nella battaglia, ma è nella lotta che siamo soli. Forse quel nome mi avrebbe aiutato quando ero bambina, quando mi mettevo a letto la sera prima delle lezioni di pianoforte e provavo a dormire: chiudevo gli occhi concentrandomi sul suono della televisione per intontire i pensieri e lasciarli fluire via dalla mia mente, stringevo il mio peluche quasi fino a strangolarlo nella vana speranza di trovare in esso la consolazione di cui sentivo di aver bisogno, mi rigiravo nel mio lettino non riuscendo a capire cosa stesse accadendo al mio stomaco, cosa lo comprimesse così tanto quasi fino a far male. Forse quel nome mi avrebbe aiutato a capire che quel peso al petto e quella sensazione che non sapevo spiegare non erano dovuti all’influenza, non erano capricci per restare a casa l’indomani, non era un modo per attirare attenzione…erano dannatamente reali e, ad una bambina, facevano paura. Erano li, tutta la notte e ancora al mattino, per tutte le ore di lezione, fino a quando con i miei spartiti in una borsa andavo a lezione. Era in quel momento che divenivano più forti, il dolore allo stomaco mi toglieva il respiro e le dita erano quasi pietrificate quando sfioravo il piano per la prima nota. Era un istante: o io o il mio nemico. A me la scelta: le mie dita le mie armi, la mia mente la mia difesa. Ad una bambina è difficile credere. Era complicato, in quel tempo, dare un nome a quelle sensazioni. Ansia.

Alcune persone la ricevono in dono sin dalla culla: biberon, pannolini, carillon… e ansia. Altre la incontrano tra i banchi di scuola, negli occhi di un professore o tra le lacrime del primo amore, quando sembra che quello che si possiede non è mai abbastanza, quando appare tutto sbagliato, approssimativo, quando il vuoto ricopre il tutto e sembra che non si riesca a smettere di annegare.

Ad altri la presenta la vita con la sua imprevedibilità, come un cameriere imbronciato che ti porge il conto dopo aver mangiato tanto, forse troppo. In un bel giorno di sole lei decide di mostrarti quanto poco basti per l’arrivo di una tempesta, quanto poco serva per cancellare tutto ciò che avevi progettato nella tua mente. Un alito di vento e, come un castello di carte in un uragano, tutto diviene labile, effimero e tu resti aggrappato, semplicemente, a quello che non c’è.

E’ un insistente promemoria. Una costante paura dell’errore. Un’invadente compagna di viaggio. La più potente delle debolezze.

Ci sono mattine in cui mi sveglio e so che, per quel giorno, non sarò sola. Apro gli occhi, tiro un lungo respiro e lascio che lo stomaco accolga tutto il suo maledetto peso. Osservo il mio viso allo specchio e mi ricordo che è solo un altro giorno, che è tutto nella mia mente. Sorrido perché so che è quella sensazione che mi terrà compagnia tutto il giorno, sarà seduta accanto a me in auto, mangerà al mio tavolo a pranzo e cena, guarderà la tv insieme a me tenendo occupati tutti i miei pensieri, accompagnerà ogni mio passo rendendolo più pesante. Eppure sorrido perché so che non mi fermerà.

Come da bambina, quando le mie mani iniziavano a sfiorare i tasti del pianoforte e il mio nemico diventava musica. Come quando, incredula, suonavo l’ultima nota e imbarazzata facevo il mio inchino.

Sorrido spaventata esattamente come in quel momento. Ho paura, ma so che sono più forte io. Sempre.