Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Missing…


L’ultima persona a cui ho confidato di aver bisogno di un abbraccio era uno sconosciuto. Ha sorriso, fissandomi un istante tra il divertito e l’intenerito, e ha stretto le sue braccia intorno al mio corpo riempiendomi il viso di baci appena sfiorati. Non credo avesse idea dell’importanza di quel gesto, dettato probabilmente dalla troppa RedBull ingerita quella notte, eppure il suo sorriso mentre i suoi occhi fissi nei miei mi facevano lentamente morire era riuscito a scaldarmi il cuore come non accadeva da secoli ormai.
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Un istante prima ero in preda ad un panico che temevo non sarei stata in grado di gestire.
Un istante dopo avrei voluto il mondo smettesse di girare lasciandomi tra le braccia di quello sconosciuto.
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Non so perché questa notte la mia mente abbia deciso di farmi rivivere in loop quel millesimo di secondo in cui mi sono sentita fragile e vulnerabile, totalmente in balia delle mie emozioni, pienamente succube di una felicità di quelle che neanche utilizzando tutto il vocabolario riesci a spiegare a parole; non ho idea del motivo per cui adesso che tutto mi sembra così lontano e infantile mi sia venuto quel momento in cui, forse dopo troppo tempo, non mi sono sentita invisibile.
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It’s nice to see you again!
I need to see you again!
Pensieri Sparsi

Essere amiche a 30 anni.


Il seguente post l’ho letto ieri su Facebook, era stato condiviso da uno dei miei contatti e il titolo difficilmente poteva sfuggire ai miei occhi; l’ho letto di un sol fiato lasciandomi emozionare parola dopo parola mentre i volti delle mie amiche si susseguivano nella mie mente.

Ho deciso di riproporlo qui, perchè trovo giusto che sia letto, ma sopratutto come dedica alle mie amiche trentenni.

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L’amicizia è una cosa bellissima, a qualsiasi età, ma a trent’anni, forse, lo è ancora di più. Le amiche a trent’anni le hai scelte da tempo e, nel tempo, hai anche avuto modo di capire che alcune di loro sono delle grandissime stronze. Che alcune amiche le perdi per strada ma, ora lo sai, di sicuro quelle non erano buone amiche. Le amiche a trent’anni fanno quello che facevano quando avevano vent’anni, solo che ora c’è anche il lavoro, un marito, un figlio che assorbono le energie di tutte queste amiche, tenendole lontane per un po’. Ad incastrare gli impegni di tutte ci vuole una pazienza e una determinazione che a vent’anni ti dava fastidio solo il pensiero e per organizzare un aperitivo di mezz’ora, in media a trent’anni, ci si impiegano dai dieci ai quindici giorni. A volte anche un mese.

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A trent’anni con le amiche, la sera, ti vedi “prestino, perché poi devo tornare a casa, ché domani mattina la sveglia suona presto” e quando guardi il barman non pensi più alla storia di passione che potresti avere con lui sotto al bancone, ti auguri solamente che non ti metta alcol scadente nel cocktail: “Altrimenti domani di sicuro mi sveglio con un mal di testa pazzesco”.

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Le amiche a trent’anni non si vestono più tutte uguali. La regola del tacco, tutte o nessuna, non vale più. Ognuna si sente libera di uscire vestita come vuole, di affermare se stessa, risplendendo della bellezza di un gruppo di donne che hanno imparato ad amare tutto le une delle altre. Anche quegli orribili sandali con la zeppa sì, anche quelli. Gli uomini, per le amiche a trent’anni, di solito sono quasi tutti sposati, separati, divorziati, ex qualcosa (o di qualcuno) insomma, ma allergici ai legami proprio come quando avevano vent’anni. I problemi, invece, sono sempre gli stessi con l’aggiunta della comparsa delle prime rughe. E dei primi capelli bianchi. Poi c’è la cellulite che va sempre di moda, quella che già c’era a vent’anni e che ci sarà, di certo, pure a quaranta.

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C’è che prima non ti struccavi nemmeno, prima di infilarti nel letto alle quattro di notte e ora invece state lì a parlare per ore di routine serale e dei benefici del tonico utilizzato sempre dopo il latte detergente. C’è che prima andavate a ballare tutte le sere e ora, al massimo, tre volte all’anno. C’è che prima ci si vedeva sempre e solo nel locale più frequentato del momento e ora va bene tutto, purché la musica non sia troppo alta altrimenti non possiamo parlare in pace. C’è che tra amiche, a trent’anni, si può confessare di preferire il divano e la tv, per una sera almeno, trovando pure una discreta comprensione da parte delle altre.

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Le amiche a trent’anni lo sanno che quella tua mania di controllo, in realtà, è solo bisogno di essere amate. E lo capiscono. Sanno che sei stata illusa, tradita, ferita ma anche che hai tutte le carte in regola per rialzarti da sola. Mentre loro ti stanno vicino. Ed è solo questa parte della storia che ti ricorderanno quando, per l’ennesima volta, avrai bisogno di rimetterti in piedi. Sanno che ce la stai mettendo tutta per essere felice, per raggiungere i tuoi obiettivi, fare carriera oppure no, un figlio oppure no, una vita coniugale felice oppure no. Sanno che la vita può prendere pieghe inattese e che la capacità di reagire, nel bene e nel male, è la cosa più importante.

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Soprattutto le amiche a trent’anni sanno che non è mai o tutto bianco o tutto nero, per questo sanno anche che tu, come loro, hai bisogno adesso più che mai di un’amica che ti asciughi le lacrime e esulti dei tuoi successi. Sanno che avere accanto qualcuno è una scelta e si sentono fortunate ad essere state scelte da voi.

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Le amiche a trent’anni sono donne consapevoli di loro stesse, quasi sempre almeno, consapevoli del fatto che, a qualsiasi età, un’amica saprà dirti sempre: “E se andrà male, la supereremo insieme. Anche questa”.

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(Questo post è apparso per la prima volta su C’era una vodka e ora c’è una mamma che ha bisogno di un drink)

Pensieri Sparsi

Oggi mi sono svegliata picciosa.


Non alzate gli occhi al cielo, mica solo ai bambini è concesso di fare i picci?
Certo, dire che a 30 anni [si va beh, 31 anni] uno abbia voglia di battere i piedi a terra e urlare fino a sentire la gola bruciare non è propriamente carino, affermare di aver voglia di mettersi in un angolo e frignare per qualsiasi motivo solo per il gusto di farlo, forse, non è propriamente maturo, ammettere di provare fastidio al solo suono della voce del prossimo per il semplice motivo che costui senta il bisogno di rivolgermi la parola non è un atteggiamento educato.

Confessare di voler fare i capricci come una bambina piccola non è decisamente carino…ma sti cazzi dove ce lo mettiamo?
Probabilmente dopo aver passato la notte a sognare che con la faccia colorata di rosa shocking e glitter passo il tempo a fare selfie con due dei Backstreet Boys mentre vomito arcobaleni, forse [ma giusto forse, eh] potrebbe essere un chiaro segnale del carico di stress misto ad ansia che mi porto addosso da un pochino di tempo a questa parte.

Che poi, a pensarci giusto un attimino, ancora mi va bene di non aver sognato di rincorrere Pokemon come se non ci fosse un domani visto che ieri, per vincere la noia serale, ho deciso che il mio letto fosse il luogo adatto per canalizzare questi piccoli mostricciattoli colorati che, di conseguenza, sono stati l’ultima cosa su cui ho posato i miei occhi.

Questo è un post piccioso, di una persona picciosa.

Pensieri Sparsi

A.A.A. Cercasi Felicity Smoak


Che la vita non sia un telefilm l’ho capito da troppo tempo ormai e, per quanto ancora io non abbia superato il trauma e la delusione di questa scoperta, mi sono rassegnata ad accettare la triste verità per cui mi ritrovo costretta a vivere in questa mesta realtà priva di vampiri, lupi mannari o ibridi, mi sono rassegnata a non essere salvata da un miliardario amante del tiro con l’arco, rassegnata a non essere operata da un modello di Abercrombie e a vedere la mia casa bruciare tra le fiamme in attesa dei pompieri della 51. Niente incantesimi da formulare, nessun metaumano a movimentarmi la giornata in ufficio, nessuna cameriera sciroccata che mi fa pessime battute sulla salute della propria vagina. Nessuna feste in piscina in ville Californiane stile Marissa Cooper ne delle passeggiate su e giù in Limousine tra le strade dell’Upper East Side.

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Nessuna voce fuori campo che narra con enfasi i miei movimenti dando voce ai miei pensieri più nascosti; oh maledizione: ho sempre desiderato una voce fuori campo che donasse spessore alle azioni più banali rendendomi di colpo protagonista della scena.

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Come ogni qualvolta i pensieri diventano troppo pensanti, le dita battono convulsive sulla tastiera dando sfogo alla confusione che la scuote dall’interno. Non è tristezza, neanche malinconia, la semplice certezza che solo laddove nessuno davvero la conosce riesce ad essere se stessa smorza il sorriso sul suo viso. Solo in quello spazio solitario…

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Ok, lo ammetto: la mia voce fuori campo sarebbe tendenzialmente deprimente forse e le sue parole troverebbero adatto accompagnamento nelle nostalgiche melodie di un pianoforte in lontananza. Soprattutto in giornate come questa.

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Il punto della questione è semplice, l’ho già detto e lo ripeto: la vita non è un telefilm ma il vero problema è che le aspettative che questi episodi di 40 minuti hanno lasciato in eredità alla nostra mente sono decisamente troppo elevate!

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Per quanto io sia consapevole che se malauguratamente dovessi finire in ospedale posso già ritenermi fortunata se ne esco viva non riesco a non sperare che un giorno varcata la soglia del pronto soccorso io possa incontrare il mio Dottor Stranamore; per quanto io mi sia rassegnata che a voglia di strizzare gli occhi, muovere le mani, schioccare le dita o storcere il naso non ci sarà nessuna esplosione, il tempo non si bloccherà di colpo, il telecomando troppo lontano dal divano non comparirà magicamente nella mia mano, Nick Carter non si innamorerà mai di me… non credo di essere pronta a smettere di provarci.

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Ma è sulle piccole cose di ogni giorno che sento di essere stata ingannata maggiormente dalle serie TV. Non mi riferisco al vicino di casa strafigo o al capo estremamente stronzo che nasconde la sua profonda bontà dietro atteggiamenti tirannici solo per vederti finalmente, e con uno sguardo di soddisfazione, prendere il volo da sola; no, non mi riferisco a quegli sciocchi incidenti giornalieri che hanno il solo scopo di farmi capire in maniera irriverente importanti lezioni di vita.

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Mi riferisco a quelle cose molto più banali e pratiche.
Ad esempio: tutti abbiamo quell’amico/conoscente/collega che si vanta di essere un genio del computer e magari, per i livelli medio bassi di chi ha intorno, nel suo piccolo potrebbe essere pure vero; la verità è che noi siamo abituati a personaggi come la biondina occhialuta che con una serie di tap tap a velocità elevata sulla tastiera fa delle vere e proprie magie geolocalizzando un perfetto sconosciuto mediante una scansione facciale fatta ad una foto che per definirla nitida serve molto più che una fervida immaginazione.

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Cosa sarebbe mai per lei:
Scaricare quell’allegato che sembra essere rimasto incastrato nella rete?Convertire un documento in formati vari ed eventuali?
Recuperare foto da un telefono che sembrano essere perdute per sempre?
Impostare un file in modo che faccia le più banali operazioni consentite dal programma utilizzato?
Scattare una foto ad un documento in modo tale che esso appaia quanto meno leggibile?
Risolvere quel problemuccio informatico a cui non riuscite a venirne a capo da sole?

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Sono tutti bravissimi ad utilizzare il computer/telefono/aggeggio tecnologico random fino a quando non avete bisogno di aiuto voi. Sto ancora cercando di capire se sono semplicemente sfigata ad avere sempre problematiche tecnologiche che richiederebbero l’intervento di Felicity Smoak e il supporto tecnico di suo padre o semplicemente dietro alle chiacchiere c’è sempre e solo tanta fuffa.

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Fatto sta che, per quanto non sia bionda e non abbia rubato il cuore di un miliardario tutto addominali con la passione del turo con l’arco, probabilmente a causa degli occhiali che ancora mi ostino a portare quando sono al computer, per il mio istinto nerd e la mia poca pazienza per la risoluzione dei problemi per mano di altri, in breve tempo sono passata dalla ricerca della mia Felicity Smoak personale alla sua impersonificazione. Se tutto va bene, siamo rovinati.

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Se la vita fosse un telefilm prima o poi Oliver Queen mi chiederebbe di scaricargli un allegato che per qualche ragione mistica non vuole saperne di trasferirsi sul suo computer o di fargli un complicatissimo aggiornamento all’iPhone appena comprato…e si innamorerebbe di me. Passerei la giornata a fingere di lavorare e la nottata a contare i suoi addominali; indosserei vestiti fighissimi e avrei i capelli sempre perfetti senza dovermi preoccupare della lucidità della mia pelle quando la temperatura supera i 30 gradi e il tragitto auto-ufficio ha provato la mia capacità atletica alimentando il primo vaffanculo della giornata.

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La vita non è un telefilm, eh?

Pensieri Sparsi

La pioggia di notte dovrebbe essere illegale!


Piove! Anzi no, il termine giusto sarebbe diluvia; vi sembra una cosa carina da farsi a quest’ora? E mica sei sotto l’acqua a bagnarti [cosa che potrebbe avere anche delle sfumature affascinanti] direte voi, in realtà sono a letto cercando di rilassarmi e non riesco a trovare simpatico il sentire di essere finita nell’occhio del ciclone! 

Sto esagerando? Ovvio, sono donna e odio la pioggia e il vento; detesto i fulmini che illuminano a festa il cielo mandando in tilt qualche centralina Enel [giusto per restare in tema con questi giorni] e lasciandomi al buio!  

La verità è che odio il buio e il rumore inquietante della pioggia! Non dormirò e…domani meglio non parlarmi!

Pensieri Sparsi

/em•pa•tì•a/


Ci sono parole che hanno un non so che di affascinante già dal suono con cui vengono pronunciate, dal modo in cui le labbra si schiudono e la lingua si muove per dare origine alla vibrazione che genererà quel suono specifico.
Amo il suono di alcune parole, quelle buffe e ridondanti così come quelle la cui pronuncia possiede il fascino intrinseco del proprio significato.

Sono sempre stata una persona empatica, forse più che simpatica.
Il concetto secondo cui alcune persone riescono ad entrare in sintonia con le altre con più facilità riuscendo a capire meglio sensazioni ed emozioni altrui l’ho compreso benissimo sin da ragazzina vivendolo sulla mia pelle; seppur non conoscessi il termine giusto per definire quella capacità di connessione con le persone che si sentivano quasi in dovere di raccontarmi gioie e dolori della propria vita e  non riuscissi a spiegarmi le motivazioni per cui, anche perfetti sconosciuti, sentissero il bisogno di sfogarsi con me, comprendevo a pieno come funzionasse la cosa.

Non ho mai capito fino in fondo cosa spingesse le persone ad aprirsi con me, a mostrarmi quel mondo che tenevano nascosto ai più, forse i lineamenti del mio viso e la mia voce delicata, forse l’idea illusoria che molte persone avevano costruito intorno a me, forse la mia capacità di ascoltare anche quando vorrei essere km lontani [non ho mai affermato di essere davvero una persona stupenda]…davvero non ne ho la più pallida idea.Ancor meno riesco a comprendere, a voler essere sincera, è la tremenda difficoltà a trovare una qualità come l’empatia nelle persone che ci circondano; tutti si sforzano di essere simpatici, pochi di essere empatici, molti non ne colgono neppure la differenza.
Questa non vuole essere una lamentela, non proprio almeno, solo una mera constatazione.
Non dimentichiamo che è lunedì, è autunno, sono donna e i pensieri random sono la mia specialità.Empatia: capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore.
La capacità di comprendere questi stati d’animo non implica, allo stesso tempo, l’abilità di rapportarsi con gli stessi; insomma, non è una grande scoperta sottolineare l’esistenza di persone capaci di rapportarsi con il prossimo quando questo esprime mera felicità e di persone che, invece, sembrano capaci di farlo solo quando percepiscono nell’altro un’aurea pregna del colore tetro della tristezza.Tutti abbiamo quell’amico perfetto da chiamare quando ci sentiamo pronti a finire sotto un treno, lo stesso che, però, diventerà assente e irritabile quando finalmente la ruota della fortuna inizia a girare bene dalla nostra parte; quello che si sentirà in diritto di criticare le nostre scelte, gettare fango sulla nostra strada semplicemente per il bisogno di riuscire a trovare la sua giusta connessione con noi, quella fatta di compassione e tristezza, di fittizi pensieri di speranze vane e gelati virtuali da condividere a telefono.Tutti abbiamo quell’amica che proprio non riesce a capire come prenderci quando ci svegliamo con la luna storta, quella perfetta da chiamare quando il nostro umore è alle stelle, la stessa da cui sfuggire come dalla peste quando ci alziamo dal letto con il piede storto. Quella che osserva da lontano la nuvola nera che ci avvolge e scappa via prima di essere risucchiata dal vortice nero dei brutti pensieri o quella che, per quanto ci provi, proprio non riesce a ricordarsi come era entrare nel tuo mondo quando eri tu a chiuderle le porte in faccia, quando i silenzi prendono il posto delle parole e i pensieri sembrano sfuggire dal tuo controllo.Non tutti abbiamo quell’amica che, nonostante quella porta chiusa, nei suoi mille modi sbagliati e irritanti, continua a bussare chiedendo di entrare; quella che cerca le scorciatoie anche quando tu gli hai minato tutte le strade possibili. Non tutti abbiamo quella che, al diavolo le definizioni e i pugni in pieno viso, nonostante tutto continua a provarci anche quando sei talmente odiosa da irritare anche te stessa; quella che prenderesti a pugni semplicemente perché hai sognato che ti ha indispettito durante la notte, quella che siamo noi, e io ci credo.Io ce l’ho, quella a cui rendo la vita più difficile di tutti e che peggio sa relazionarsi a me quando non è giornata. Un modo strano e perverso per scegliersi la migliore amica, non trovate? Un modo strano, questo post lungo e contorto, per dirle ti voglio bene.Cause you’re the salt to my pepper
You’re the moon to my sun
We’re like Batman and Robin
When we’re out having fun
And we’re gonna be together
Till we’re old and grey.

[Solo citazioni colte per noi]

Pensieri Sparsi

Nostalgicamente New York!


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Mai guardare le foto di un viaggio prima di mettersi a letto, mai lasciarsi trasportare dalla malinconica nostalgia di sorrisi lontani quando il sole non è alto in cielo. Mai farsi fregare dalla nostalgia.

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I need to come back, New York.

Pensieri Sparsi

La stagione dei fuochi d’artificio.


E’ finalmente arrivata l’estate, da ben una settimana, e questo dalle mie parti oltre alle feste da Paolino e all’andare in due sul motorino [voglio denunciare l’ideatore della pubblicità della Sammontana per istigazione alla violenza] equivale a dire: benvenuta stagione dei fuochi d’artificio.

Personalmente sono tra quelle persone che adorano perdersi con il naso all’insù ad ammirare gli sfavillanti colori che riempiono il cielo in queste calde notti estive, adoro lo scintillio che si riflette nelle mie iridi e l’infantile sorriso entusiasta che si disegna sul mio viso mentre i miei pensieri accarezzano con romanticismo l’infinità del cielo. Da bambina attendevo con ansia le grandi occasioni per godermi lo spettacolo del cielo vestito a festa, perché, anche se adesso sembra solo uno sbiadito ricordo, c’era un tempo in cui i fuochi d’artificio si associavano solo a grandi eventi: la festa del paese, una manifestazione importante, la vittoria in una finale importante di calcio, una celebrazione particolare. Erano la ciliegina sulla torta di un evento.

Un tempo era così…ma si sa, la società moderna è pregna di nuovi talenti e noi siamo stati bravi a togliere la magia a tutto perché lasciarla ad una cosa effimera come i fuochi d’artificio?

Probabilmente chi vive al Nord Italia poco può capire queste mie parole, ma chi come me è costretto a scontrarsi contro tali realtà non può che comprenderle a pieno perché, credetemi, essere svegliati di domenica mattina, dopo una serata tendenzialmente alcolica, dal soave suono dei fuochi d’artificio perché il figlio di PincoPallo ha ricevuto la Prima Comunione o il Battesimo non rientra esattamente tra le cose piacevoli della vita. Mi domando, tra l’altro, quale sia il senso di sprecare una batteria di fuochi al mattino, insomma oltre al fastidioso rumore, che ti pone immediatamente in cima alla mia lista nera, cosa c’è di bello da ammirare? Il fumo bianco che produci davvero ti ripaga del disturbo arrecatomi? Non ci voglio credere.

Di fastidio ben diverso parliamo, invece, quando esattamente alle 23.59 sembrerà di essere finiti di colpo in Afganistan perché la figlia del dirimpettaio ha appena compiuto 18 anni. Un evento del genere puoi davvero festeggiarlo semplicemente con un mega party con palloncini e vestiti da sfilata? Che povertà di pensiero. Diciotto anni si compiono una sola volta nella vita [perché è risaputo che gli altri anni li puoi festeggiare random quante volte ti pare e piace], vanno celebrati al meglio, tutti devono sapere che la principessina ha raggiunto quel traguardo tanto atteso, non basta il mega striscione portato con fierezza dalla amiche e neanche la mega scritta sull’asfalto sapientemente imbrattata dal fidanzatino, oh no, bisogna far destare tutto il vicinato al suono di fuochi d’artificio. Ovvio no?
E’ per questo che mi domando puntualmente, la ragazzina è riuscita a non morire fino ad ora, perché sfidare la sorte proprio allo scoccare della mezzanotte del suo compleanno?

Che sia giunto il tempo di chiedere i fuochi d’artificio quando la mattina abbandono il mio letto?

Parole e Storie

Una notte per dirsi addio.


Mi giro e mi rigiro tra le morbide lenzuola di seta che avvolgono il mio corpo pervaso da un insolito senso di spossatezza, mi raggomitolo su me stessa in pochi morbidi gesti, sento la testa schiacciarsi pesantemente sul cuscino mentre, ancora con gli occhi sigillati, mi lascio cullare beatamente dal torpore che avvolge le mie membra intorpidite e stanche. Un lieve tepore scalda il mio viso, una leggiadra carezza sulla mia pelle. Sogno o realtà? Non sono ancora sicura di volerlo scoprire. Sconnessi input pervadono la mia mente che si sforza inutilmente di comprendere quanto reale sia questo calore che sento farsi sempre più vicino a me. Devo avere decisamente esagerato con l’alcool ieri notte e quest’odioso stato di stordimento in cui mi trovo ne è la diretta conseguenza. Nuovamente quel lieve tepore sul mio viso, a rilento sfiora le mie guance, lambisce appena le mie labbra per poi perdersi tra i ricci dei miei capelli. Ascolto il silenzio intorno a me lasciandomi inebriare dall’intenso profumo di uomo che mi avvolge. Lentamente schiudo gli occhi, muovo le palpebre per lasciarli abituare gradualmente alla luce del giorno che li inonda rendendo più nitida l’immagine del dolce sorriso che illumina il suo viso. Ti fisso incredula, il cuore trema nel mio petto mentre il mio sguardo si posa rapido sui biondi capelli che ricadono morbidi sul tuo viso latteo, sfiora la tua bocca carnosa nascondendosi timido ai tuoi intensi occhi azzurro mare che si adagiano dolcemente sul mio viso.

“Buongiorno, piccola.”

La voce del roca del mattino. Un morbido bacio sulle mie labbra. Un dolce sorriso sul mio viso.

Ma cosa diavolo sta succedendo?

Non so bene neanche io perché anche questa volta avevo accettato il tuo invito a seguirti nell’ennesimo tour, la mia passione per i viaggi e la mia costante ricerca di nuovi stimoli per le mie mostre fotografiche avevano vinto ancora una volta su tutte le mie titubanze; in fondo non vi era stato tour a cui non avevo partecipato, non vi era città in cui non ti avevo seguito e, nonostante questa volta non era stato facile motivare la mia presenza alla tua nuova compagna, eri stato perentorio nel ricordarmi la promessa che ti avevo fatto il giorno in cui con la mano tremante aveva firmato il tuo primo contratto discografico: ci sarò sempre io con te Nicky!

Sebbene dentro di me sapessi che forse sarebbe stato meglio starmene a casa mia, ancora una volta mi sono trovata a urlarti felice a telefono che non avrei rinunciato a partire con te per nulla al mondo. Per quanto amassi farmi pregare, ho sempre adorato seguirti in giro per il mondo: la folla urlante, gli orari strampalati, jet-lag a non finire da superare, le emozioni dei live; vivere di riflesso il suo successo riuscendo a mantenerti in poche battute con i piedi per terra mi ha sempre regalato sensazioni che più vivo e più sento difficili da abbandonare.

È iniziato tutto così: la tua telefonata, la mia risposta, la nostra partenza.

L’espressione beata del tuo viso, mentre i tuoi occhi cercano quasi disperati i miei, mi confonde.

Era una bellissima giornata di sole ieri mattina, lo spettacolo della sera precedente era stato un successo strepitoso, la sveglia aveva suonato relativamente presto per entrambi, un’abbondante colazione e via: una sana mattinata di shopping per le strade di Tokyo era quello a cui avevamo deciso di dedicarci noi due.

“Allora, Kristal, mi aiuti a scegliere?”

Ho risposto annoiata avvicinandomi all’ennesimo stand che avevi deciso di spulciare alla ricerca del regalo perfetto per la tua dolce Marissa, mi guardavi interrogativo mostrandomi due kimoni in seta dai colori molto tenui.

“Allora rosa o blu? Farfalle o fiori?”

Fissavo indecisa i due eleganti abiti tradizionali giapponesi cercando di trovare in tempi brevi la risposta che fremevi di ricevere, sebbene conoscessi decisamente molto poco i gusti della tua nuova fidanzata l’ansia con cui ti apprestavi a prendere uno dei due capi mi aveva spinto a correre in tuo soccorso.

“Questo blu è bellissimo, molto delicato…”

“…e facile da far scivolare via.”

Una lieve risatina aveva accompagnato le tue parole alle quali mi ero ritrovata a sorridere leggermente portando gli occhi al cielo.

Lentamente disegni con un dito il mio profilo, restiamo sospesi nel pesante silenzio che ci avvolge. Ti sorrido timidamente mordicchiandomi le labbra mentre continuo a ripercorrere con la mente tutto ciò che ci ha portato qui.

Eri così soddisfatto del tuo acquisto, eri stato ore a raccontarmi di lei, di come vi eravate conosciuti, di cosa sentivi quando eravate vicini e del vuoto che provavi standole lontano, di quanto il cuore battesse nel tuo petto al solo vederla sorridere, ti sentivi finalmente completo e, anche se la delusione era stata enorme, in fondo avevi compreso anche il suo rifiuto alla tua richiesta di seguirti in tour: per una modella non era cosa semplice partire per mesi interi e tu eri ben consapevole che lei non avrebbe mai rinunciato alla sua vita per accompagnarti in giro per il mondo. Abbiamo camminato per ore in giro per la città mentre la tua voce riempiva l’aria intorno a noi e il tuo braccio cingeva la mia vita.

Perché non hai insistito per portare lei? Perché sei stato così accondiscendete? Poggio la mia mano sul tuo petto sperando che il tuo cuore risponda alle mie insistenti domande.

La giornata è trascorsa tranquillamente, mi hai costretta ad assaggiare il sushi a pranzo, canzonandomi tra un boccone e l’altro per le espressioni buffe del mio viso. Da bravi turisti, abbiamo vagabondato per le strade lasciando alla mia fedele macchina fotografica il compito di immortalare la bellezza, i colori, le sfumature e l’intensità della città. Stremati, siamo tornati in hotel alle prime luci del tramonto, i ragazzi ci aspettavano per cena e non potevamo assolutamente tardare; ancora ridendo per la tua ennesima battuta di cattivo gusto, ci siamo salutati con un rapido bacio sulle guance sparendo entrambi nelle nostre camere da letto per un rilassante bagno caldo.

La tua mano si poggia morbida sulla mia, l’avvolge completamente al tuo interno tenendola ferma sul tuo cuore.

Solita cena per noi, solite risate, solite battutine sciocche, solita telefonata di Marissa che ti ha tenuto per un bel po’ di tempo lontano da noi. Solita vita da tour. Sebbene siano passati anni ormai, nonostante i nuovi arrivi e qualche partenza, l’armonia del gruppo è rimasta sempre invariata nel tempo. Penso sia proprio di questo di cui parlavamo io e Alex al tuo ritorno tra noi, frettolosamente, ti sei inserito nel nostro discorso, il tuo fiume di parole ha placato le nostre lasciandoci in silenzio ad ascoltarti, sembravi particolarmente iperattivo e non hai provato neanche a mimetizzare il tuo sconforto quando tutti gli altri lentamente si sono ritirati nelle loro stanze per il giusto riposo.

“Non avrai sonno anche tu?”

Un vivido luccichio ha rischiarato i tuoi occhi al suono della mia risposta, la tua mano si è intrecciata alla mia, conducendomi nuovamente per le strade illuminate a festa di Tokyo. Come due bambini finiti di colpo nel paese dei baiocchi, ci siamo fatti fagocitare dalla vita notturna della città, naufraghi in quel mare di luci abbiamo trovato rifugio in un club dove, senza pensarci troppo, abbiamo iniziato ad assaporare un cocktail dietro l’altro.

“Questo non possiamo non assaggiarlo.”

Sempre la solita scusa. Sempre uno in più. La testa sempre più leggera. I sensi sempre più alterati. È forse questo che ci ha portato qui?

Decisamente entrambi su di giri abbiamo fatto ritorno in hotel, chiamare un taxi era stata una decisione più che sensata, seduta sui sedili posteriori dell’auto mi sono ritrovata con la testa poggiata sul tuo petto mentre la tua mano si districava tra i miei ricci ribelli. Le tue labbra morbide si sono poggiate sul mio collo per lievi carezze. Ero confusa, annebbiata dall’alcool, ho chiuso lievemente gli occhi lasciandomi trasportare dalle crescenti emozioni che quel contatto inaspettato stava suscitando dentro di me. La tua mano si è intrecciata ancora una volta alla mia per aiutarmi a scendere dal taxi, il tuo braccio si è stretto intorno alla mia vita mentre insieme abbiamo varcato silenziosamente il possente ingresso della hall per nasconderci velocemente nel vano ascensore che ci avrebbe portato al nostro piano. Ancora qualche istante e ci saremmo dati la buonanotte come sempre, ma ieri non era la solita sera e nessun vano ascensore mi è mai sembrato più piccolo, la mia schiena poggiata alle pareti, il tuo corpo adagiato al mio, il tuo sguardo eccitato aveva letteralmente rapito i miei occhi un istante prima che le tue labbra facessero lo stesso con le mie.

È stato così che tutto ha avuto inizio, la tua lingua come impazzita ha cercato la mia per una frenetica danza, le tue mani si sono strette intorno al mio corpo bramose di abbandonarsi a carezze proibite. Il suono dell’ascensore ha interrotto l’oblio dei sensi in cui eravamo finiti. Pochi istanti. Era ormai troppo tardi per spegnere ciò che ardeva di vita dentro noi. Stingendo la mia mano, hai cercato le chiavi della camera, senza accendere le luci mi hai lasciato entrare chiudendo la porta alle tue spalle, non riuscivo a vederti ma sentivo il tuo respiro farsi più vicino, le mie labbra schiuse in attesa delle tue, le tue mani decise sul mio corpo, lungo la mia schiena, sul mio sedere, e poi su fino a raggiungere il mio seno. La tua bocca affamata di me. Le mie mani desiderose di te. Spingendomi con il tuo corpo mi hai condotta al letto su cui giaciamo adesso, mi hai fatto stendere coprendomi con il tuo corpo, lentamente hai iniziato a liberarmi dei miei vestiti assaporando con la lingua ogni centimetro della mia pelle sempre più nuda ai tuoi occhi. Con decisione ti sei insinuato tra le mie gambe schiudendole delicatamente, le tue mani si sono intrecciate alle mie, i miei occhi hanno cercato il profondo oceano dei tuoi mentre, con una spinta, sei entrato dentro di me. I tuoi movimenti decisi, le tue carezze delicate, il nostro piacere che si espandeva nella stanza. I nostri corpi non sembravano essere mai sazi l’uno dell’altro, abbiamo sfamato la nostra bramosia  bramosia fino a quando, stremati di piacere, non ci siamo addormentati ancora stretti l’uno tra le braccia dell’altro.

Mi sorridi con dolcezza sfiorando nuovamente le mie labbra. È tutto così surreale. Lasciamo che il silenzio parli per noi, permettiamo ancora un po’ al nostro muto amico di conservare i mille pensieri che attanagliano le nostre menti. Le tue labbra si posano nuovamente sulle mie.

“E’ stata la notte più bella della mia vita.”

Mi sussurri appena, lasciandomi sorridere imbarazzata. Sono confusa, cerco le tue labbra come risposta alle tue parole. La tua mano sfiora le mie forme di donna risvegliando lentamente i sensi ancora intorpiditi, il tuo corpo si fa sempre più vicino al mio mentre la tua lingua ha ormai preso pieno possesso della mia bocca.

Il suono squillante del tuo cellulare ci distrae prepotentemente dall’ascolto dei nostri desideri, mugugni qualcosa stringendo il mio labbro tra la bocca, allontani il tuo corpo dal mio per allungarti ad afferrare il piccolo oggetto poggiato sul comodino. Fissi in display per qualche istante, dall’espressione smarrita non faccio fatica a capire che sia lei. Ti alzi nervosamente schiarendoti la voce prima di accettare la chiamata.

“Buongiorno, amore mio.”

Ti osservo camminare nervosamente di fronte la grande vetrata che da sulla città. Mi sento piccola e sporca in questo immenso letto.

“Ma che dici? Tu non mi disturbi mai…ma no, non stavo facendo niente di importante e poi, lo sai, che nulla è più importante di te, piccola mia.”

Sgattaiolo via dalle lenzuola che ricoprono il mio corpo caldo, senza fare alcun rumore, mi rivesto frettolosamente senza distogliere lo sguardo dal tuo corpo.

“Mi manchi da morire, amore mio, è tutto così triste senza di te. Non ce la faccio più a vivere così.” Mi avvicino furtivamente alla porta, un sorriso smorzato si fa largo sul mio viso osservando per un’ultima volta il tuo viso illuminarsi in un dolce sorriso al suono della sua voce.

“Ti amo anche io, tesoro.”

Chiudo la porta alle mie spalle abbandonandomi ad un lungo sospiro.

Non è facile lo so, ma questo è un addio. Il mio addio.

Se siete arrivati alla fine, non posso che ringraziarvi.

Oggi storie e ricordi del passato, quando bastava una foto per far viaggiare la fantasia.

Nessuna pretesa, solo noia in una lunga domenica pomeriggio.