Pensieri Sparsi

Non mi va.


Ma esattamente cosa non mi va? Perché non basta dire che non mi va?
Non mi va di non essere più padrona delle mie emozioni, di lasciare che stupide sensazioni infantili condizionino il mio presente.
Non mi va di avere lo stomaco in subbuglio e sentire il nervosismo che mi contorce le viscere dall’interno.
Non mi va di sorridere ad uno stupido messaggio.
Non mi va di restare incastrata nei miei pensieri quando quei pensieri non sono io a gestirli.
Non mi va di ascoltare le storie degli altri quando vogliono solo vomitarmi addosso i loro problemi.
Non mi va di raccontare cosa mi passa per la testa, tanto nessuno ascolta davvero.

Non mi va di sentirmi così stanca di chi mi circonda da non aver voglia di motivare le mie azioni.
Non mi va di sentirmi triste perché non sono triste come avrei immaginato.
Non mi va di sentirmi assente. Fintamente problematica. Fintamente serena.
Non mi va di sentire niente.  

Non mi va di chiedere come stai? Non mi va di raccontare come sto.
Non mi va di preoccuparmi per quanto potrebbe succedere.
Non mi va di ascoltare. Si già l’ho detto ma credo sia importante ribadirlo.
Non mi va di esserci per nessuno.

…in realtà non mi va.
OK!

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Il bello di essere umani.


Si torna a scrivere sempre quando si vorrebbe stare in silenzio per un po’, ma la testa non è poi così d’accordo. Nei giorni scorsi ho desiderato avere un po’ di tempo da sola con il mio pc, con il foglio bianco che adesso si sta riempiendo di quelle parole che girano in tondo nella mia mente e proprio non riescono a trovare una collocazione.

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La premessa dei miei post sembra essere sempre la stessa, come se mi sentissi sempre in dovere di giustificarmi con qualcuno della mia assenza…come se a qualcuno potessero importare questi farneticamenti.
La verità è che, dopo probabilmente un’eternità, il vero scopo di questo fiume in piena non è quello di creare un testo accattivante che mi ricordi che a scrivere sono brava ma semplicemente è quello di dialogare un po’ con me stessa. Proprio come accadeva la prima volta che mi sono convinta ad aprire un blog.

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Forse la frase che più ho sentito dire in questi giorni è stata:
E’ strano vedere che anche tu sei umana.
Come può un’affermazione del genere riuscire a non destabilizzarti almeno per un po’?

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E’ come se tu fossi diversa, credevo quasi tu fossi un robot. A volte sembra che non hai emozioni, niente ti tocca. Vai dritta per la tua strada finchè non ottieni quello che vuoi. Vederti umana è strano…ma è bello. Non tornare ad essere un robottino.

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Siamo così abituati a guardarci allo specchio, o nella fotocamera del nostro cellulare, che ascoltare come gli altri ci percepiscono è quasi sconcertante. Crediamo di fornire un’immagine di noi stessi e, invece, c’è chi riesce a guardare oltre e a raccontarcelo quando forse ne abbiamo bisogno; quando è tutto un po’ confuso, quando è tutto un po’ sfocato…quando gli ingranaggi del robottino sembra si siano inceppati.

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Sei solo umana!
Ma essere umani è sopravalutato, se proprio non mi consentite di dire che fa schifo!

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E’ che essere umani ti fa sorridere leggendo un messaggio, ti fa aspettare quel messaggio, ti fa ridere di cose che non fanno ridere, ti fa osservare il meteo e pensare a cose di cui non dovrebbe fregarti nulla, ti rende stupida come quando avevi 15 anni, ti rende triste e malinconica, ti fa parlare con la tua coscienza, ti fa desiderare di spaccare la faccia a qualcuno e ti fa venire voglia di prendere il primo aereo e scappare in Brasile.

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Essere umani ti costringe a scegliere…e scegliere di fare la cosa giusta fa schifo.

Pensieri Sparsi

Voi affidereste la vostra vita nelle mani di qualcun altro?


Non molto tempo fa mi è stato detto che una delle soluzioni per imparare a stare davvero meglio sarebbe quella di imparare a fidarsi degli altri. Fidarsi realmente. Impregnarsi di quella fiducia che, per capirci bene, ti pervade l’essenza fino ad infiltrarsi nel profondo, fin dentro alle ossa; quella fiducia che ti porterebbe a saltare ad occhi chiusi sicuri che, in fondo al burrone, ci sia qualcuno pronto a prenderti a qualunque costo. Quella fiducia che ti fa chiudere gli occhi, poggiare la mano in quella di un altro e seguire, senza paura, i suoi passi; senza porsi domande, senza sentire angoscia. Una fiducia che esiste solo nei film adolescenziali. E forse neanche più di tanto.

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Io di questa fiducia non sono stata dotata dalla nascita e, volendo essere onesti fino in fondo, non ho mai capito dove si potesse acquistare; non che ne volessi fare una grande scorta ma provare, anche solo per un pò, come ci si possa sentire a fidarsi completamente di qualcuno non mi avrebbe in alcun modo arrecato dispiacere. 

Probabilmente quel tipo di fiducia non è per tutti, non sarebbe un dono così speciale, in effetti, se lo fosse. Perché un dono innato, no? Non è qualcosa che si può imparare, giusto? Perché personalmente in 30 anni non ho capito neanche da dove iniziare.

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Non che chi mi circonda mi rendi tutto più semplice. Anzi.

Delusione dopo delusione, ho capito che la fiducia è sopravvalutata. 

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio come stile di vita. 

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Ma voi potreste darmi realmente torto?

Vi ricordate la storia dello Spritz? (Se volete rinfrescarvi la memoria, fate un salto qui). Oh, se non fosse già un esempio lampante di cosa voglio dimostrarvi, dovrei decisamente raccontarvi di come sia continuata la storia; vi aiuterà a capirmi meglio, ne sono certa.

Normalmente alla delusione dello Spritz avrei reagito con rabbia, vomitando tutta la negatività di cui si era riempita la mia testa in quel momento; questa volta, però, ho agito diversamente: mi sono messa in disparte e ho osservato lo svolgersi degli eventi.
Devo davvero dire di non essermi meravigliata di come siano andate le cose?

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Insomma, dopo aver subito per giorni la solita tattica trita e ritrita del faccio finta di nulla, magari si dimentica che è arrabbiata e andiamo avanti come se non fosse accaduto nulla (vi sembro davvero persona con cui potrebbe mai funzionare una cazzata del genere?) è arrivato il solito messaggio:
mi sono accorta che non ci sentiamo, mi manchi.

Normalmente, a questo punto avrei fatto notare l’ilarità del momento; perché dopo aver affermato fin troppo candidamente quanta difficoltà avessi ad affrontare le mie giornate probabilmente avrei avuto bisogno del supporto di un’amica e non della banale superficialità che mi era stata riservata; eppure al leggere che i suoi impegni le impedivano di comunicare con me ho risposto con distaccata educazione: Non ti preoccupare, sono cose che succedono.

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A questo punto, e vi prego davvero di illuminarmi, come pensiate sia proseguita la cosa?
Ovvio, l’amica dello Spritz è sparita. Totalmente. Puff. A quanto pare sono davvero brava a fare magie, decisamente più di quanto lo sia a lasciar correre le cose. Dopo giorni di silenzio, infatti, ricascando io stessa nelle solite dinamiche, ho domandato se fosse stato proprio il mio non ti preoccupare a fornire una sorta di lasciapassare per l’abbandono; ho così scoperto di aver dato una risposta di merda proprio con quel non ti preoccupare.

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Insomma, preso atto, tanto per cambiare ,che sbaglio io aspettarmi empatia quando parlo con le persone, sono stata liquidata in poche battute perché al momento sono isterica per cose mie e non voglio essere cattiva, non lo meriti tu e ne la nostra amicizia. 

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Ovviamente le sue cose sono passate ma l’effetto della magia deve essere più forte di quanto pensassi. Harry Potter, scansati.

Evidentemente la nostra amicizia un chiarimento non lo meritava. E alla fine va bene così. tenor

Vogliamo davvero ancora parlare di fiducia qui?

 

 

Pensieri Sparsi

Sms e mancanze…


Quando ero ragazzina avevo la malsana abitudine ogni qual volta partissi per un viaggio di misurare l’affetto delle amicizie che lasciavo a casa in base al numero di messaggi e squilli che ricevevo quando ero via; in un periodo in cui non esisteva WhatsApp e i messaggi si pagavano ben 12 cent [e ancor prima 200 lire o con il mostruoso addebito di 2.000 lire della Omnitel] ricevere un messaggio per sapere come stavi, dove stavi e cosa stavi facendo era una palese dimostrazione di interesse. Un mi manchi grosso a caratteri cubitali, anche senza utilizzare davvero quelle parole. Ti sto pensando perché sei lontana, magari solo poche centinaia di km ma comunque lontana e ho bisogno di sapere come stai. Non esistevano i social network e le mille e duecento fotografie caricate ogni momento, le telefonate si pagavano veramente, non si conteggiavano i minuti, e un sms era il filo conduttore diretto tra te e chi di te interessava davvero qualcosa. 

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Per anni ho avuto questa convinzione!
Il viaggio di ritorno a casa aveva sempre il sapore agrodolce che il senso di abbandono che provavo in quei momenti donava alla mia anima. La sensazione che la vita fosse continuata senza di me, senza che nessuno si fosse accorto della mia mancanza aumentava la mia voglia di non tornare a casa, il mio desiderio di sparire ancora per un altro po’. Prima o poi avrebbero sentito la mia mancanza.

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Era tutto nella mia testa!

Arrivavo a scuola quasi un poco imbronciata incapace di scrollarmi di dosso questo quella sorta di risentimento; nessuno se ne rendeva conto: ero sempre imbronciata al mattino, sempre particolarmente nervosa. 

Finalmente sei tornata! Devo assolutamente aggiornarti, per messaggi era troppo lunga da raccontare. Dovrebbero essere sempre gratis, porca miseria: ho di nuovo finito il credito. Faccio gli squilli con l’addebito, cioè ma quando ho fatto l’ultima ricarica? tumblr_inline_oea6c6igbg1rkg7ly_500

Non c’erano grandi abbracci ne frasi epiche, Non ne avevamo bisogno [ok io forse si eh, ma non lo avrei mai ammesso].
Ne sono cambiate di cose da quegli anni, il bisogno di conferme si è affievolito, paradossalmente nonostante la possibilità di essere sempre connesse con quello che lascio a casa sento ogni volta il bisogno di staccarmene almeno per un pò.

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Pensieri Sparsi

Pensavate che anche oggi facessi la vaga e saltassi la fantastica challenge in cui ancora mi chiedo perchè io mi sia imbattuta. Errore: eccomi qui, pronta a rispondere al quesito del giorno.
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Giorno 16 – Qualcosa che ti manca.
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Prendere coscienza della mancanza di qualcosa è un pò come rendersi conto di essere incompleti, guardarsi e riuscire a concentrarsi solo su quel piccolo, o grande, vuoto lasciato da:
– ciò che vorremmo e non abbiamo più,
– ciò che vorremmo ma non è mai stato nostro,
– ciò che vorremmo ma non sarà mai nostro.
Non amo concentrarmi sulle mancanze, è una di quelle sensazioni che ti logora lentamente dall’interno fino ad annientare una parte di te inesorabilmente.
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Eppure a tutti manca qualcosa, sempre.

E’ una di quelle condizioni del genere umano a cui nessuno riesce a sottrarsi, neanche la persona all’apparenza più felice della terra; forse troppo abituati a lagnarci e troppo poco a concentrarci sulla felicità siamo più bravi a cogliere l’assenza delle cose, delle persone, che la loro presenza.

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E’ così che ad oggi mi mancano i miei nonni, quelli che troppe volte mi dava noia passare a salutare; mi manca il tempo libero che prima non sapevo come impegnare; mi manca il caffè con quell’amica con cui a volte mi dava noia parlare; mi manca quel Buongiorno, Principessa di cui tanto mi lamentavo; mi manca quel sentirmi fintamente fragile e bisognosa di essere difesa che mi rendeva debole ed insicura. Mi manca tornare a credere che l’impossibile possa ancora accadere.

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E mi mancano le tue braccia in cui poter rifuggiare i miei sogni.

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Ma questa è un’altra storia.

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Arrivi tu…


Che ieri fosse stata una giornata psicologicamente impossibile, probabilmente, lo avrete intuito dal post delirante del mattino; quello che non vi avevo raccontato è che, ad accrescere lo stato di labilità del mio già precario equilibrio emozionale, ci aveva pensato un sogno. Non un incubo, forse più un ricordo o per meglio dire una proiezione di quello che sarebbe potuto essere se e solo se.
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Uno di quei sogni talmente vividi da lasciarti al risveglio in uno stato di stordimento emozionale pregna di sensazioni contrastanti che hanno un solo scopo: farti scendere dal letto con il piede sbagliato e la testa piena di pensieri confusi e nostalgici.

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Uno di quei sogni che ti tormenta l’anima riportandoti in un passato a cui sei sicura di aver voltato le spalle ma che, di tanto in tanto, torna a bussare ricordandoti cosa hai perso e rendendo effimero cosa hai trovato nel tuo nuovo percorso.

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Insomma uno di quei sogni che rendono la giornata semplicemente da archiviare perchè l’ultima cosa che ti serve, tra gli stessi 4 stramaledetti faldoni su quel maledetto tavolino del cavolo e immagini cruente di omicidi immaginari che sarei bravissima a commettere, è stare a rimuginare su quel maledetto sogno, sul perchè ti torni in mente ogni qual volta le cose sembrino non andare come le avevi programmate e sullo stato di ansia da catastrofe imminente che la sua presenza scatena da anni del tuo subconscio. Perchè, per quanto sia infantile e probabilmente poco intelligente, ormai non riesci a cancellare dalla tua mente il binomio che vede associato il suo viso allo scatenarsi di eventi che ti cambieranno l’umore e la giornata.

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Uno di quei giorni in cui avevo creduto di sbagliarmi, ma anche no!

Perchè alla fine arrivi tu…

 

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e la bimbominchia che è in me prende il sopravvento sulla lagnosa adulta che sono diventata in questi giorni mesi per ricordami che la vita può deve essere sempre un pò più leggera di come la viviamo.

Basta poco a cambiarmi l’umore e la giornata.

Basti tu!!!
 
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Missing…


L’ultima persona a cui ho confidato di aver bisogno di un abbraccio era uno sconosciuto. Ha sorriso, fissandomi un istante tra il divertito e l’intenerito, e ha stretto le sue braccia intorno al mio corpo riempiendomi il viso di baci appena sfiorati. Non credo avesse idea dell’importanza di quel gesto, dettato probabilmente dalla troppa RedBull ingerita quella notte, eppure il suo sorriso mentre i suoi occhi fissi nei miei mi facevano lentamente morire era riuscito a scaldarmi il cuore come non accadeva da secoli ormai.
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Un istante prima ero in preda ad un panico che temevo non sarei stata in grado di gestire.
Un istante dopo avrei voluto il mondo smettesse di girare lasciandomi tra le braccia di quello sconosciuto.
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Non so perché questa notte la mia mente abbia deciso di farmi rivivere in loop quel millesimo di secondo in cui mi sono sentita fragile e vulnerabile, totalmente in balia delle mie emozioni, pienamente succube di una felicità di quelle che neanche utilizzando tutto il vocabolario riesci a spiegare a parole; non ho idea del motivo per cui adesso che tutto mi sembra così lontano e infantile mi sia venuto quel momento in cui, forse dopo troppo tempo, non mi sono sentita invisibile.
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It’s nice to see you again!
I need to see you again!
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Il Blues del Viaggiatore


E’ martedì…e stamane non riesco proprio a ricordare dove ho riposto la mia voglia di sorridere; non che abbia voglia di cercarla in questo momento ma mi piacerebbe quanto meno essere a conoscenza di dove sia finita.

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Ci sono persone che, tornate da un viaggio, non fanno in tempo a mettere piede in casa che hanno già disfatto la valigia, messo a lavare i vestiti sporchi, suddiviso i vari souvenir da donare ad amici e parenti, scaricato la scheda SD della fotocamera sul computer e collocato nelle giuste caselle della memoria i momenti appena vissuti…e poi ci sono io che, dopo ormai più di una settimana, ancora fisso il vuoto cercando di costringere la mia mente a tornare alla realtà.

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La valigia l’ho riposta ieri, iniziavo a temere di ritrovarmi alla porta qualcuno del programma Sepolti in casa e non sarebbe stato propriamente carino [il borsone è ancora mezzo pieno, ma non ditelo a nessuno]; l’ho osservata per giorni giacere inerme ai piedi del mio letto, fissarmi sconsolata per quella posizione di limbo a cui l’avevo rilegata attribuendone la colpa alla mia famigerata pigrizia. Quella posizione di limbo in cui mi ero rintanata io stessa.

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Era quasi consolatorio vederla ancora li per terra, semiaperta, come se fosse in sospeso tra quello che ormai era terminato e quello che avverrà in seguito; quella sciocca sensazione a cui aggrapparsi, l’illusione che tutto quello che ho vissuto non potesse essere davvero finito. Un mero inganno della mia mente.

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Ho sempre vissuto di depressione post viaggio, allontanarsi dalla monotonia della propria vita, anche se per pochi giorni, regala nuove prospettive da cui osservare il tutto al proprio rientro; vivere lontano dai doveri e dalle preoccupazioni, poi, regala alla mente quell’irrefrenabile desiderio di essere nomade per sempre. Vivere in un sogno per circa una settimana e ritrovarsi la scrivania piena di scartoffie al proprio ritorno ti uccide lentamente dentro, ti spegne come un alito di vento sulla flebile fiamma di una candela.

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Faccio fatica ad abituarmi nuovamente a quello che avevo lasciato alle mie spalle, ai ritmi e alle persone della mia quotidianità, ai loro discorsi e alle loro vite che risuonano così lontane dalla mia. Sorrido distaccata, annuisco fingendomi partecipe mentre con la testa sono lontana…mentre con la testa sono ancora via.

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Lo chiamano Blues del Viaggiatore, una melodia triste che accompagna i giorni del ritorno a casa. Io lo definirei Sindrome da Adele, sarà che quando ci siamo salutate, o poco prima, c’era una sua canzone alla radio e i nostri occhi si sono riempiti di lacrime in un istante ma la mia mente non smette di mandarmi in loop immagini dei momenti vissuti, ricordi in bianco e nero come in quei video che piacciono tanto a Maria De Filippi.

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E in un certo senso la depressione post viaggio è proprio questo, perché la vita di tutti i giorni a volte sembra proprio un videogioco pieno di bug, che continua solo a forza di scatti irreali e saltelli inutili. [cit.]

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E’ una malinconica tristezza, una mancanza insistente, un desiderio irrefrenabile di scappare via; è una lotta alla sopravvivenza per non soccombere alle emozioni che ti schiacciano. E’ una fase transitoria…

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…fino al prossimo viaggio.

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Ho imparato a sognare…


Sto tornando a casa, non posso credere che sia già tutto finito; se mi ci rifermo a pensare sento le lacrime che fanno a gara per affollare i miei occhi!

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Dopo questi giorni rinchusa in un sogno meraviglioso, chi mi spiega come faccio a tornare alla realtà? Quando il karma ti regala momenti al di sopra di ogni immaginazione, come si fa a credere che sia accaduto tutto per davvero?          

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C’è che ho imparato a sognare e non smetterò! 

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I need…


Ho bisogno di uno shampoo!È stato il primo pensiero che mi si è impresso in mente non appena ho aperto gli occhi stamane, ho bisogno di togliermi di dosso quest’aria da malaticcia che mi porto dietro da martedì! Ho necessità di vedere la mia faccia con un colorito normale e non più con questo grigiore pallido che mi rende simile ad un vampiro semi essiccato!

img_5488 Ho bisogno che il tempo scorri veloce, che arrivi la primavera, che tornino quei momenti leggeri dal sapore di felicità. 

 Miss you, love ❤️