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30 Days Writing Challenge – 17


Nessun balletto di gioia e gaudio per l’arrivo di questo Venerdi, nonostante io stia pregustando il mio weekend di ozio puro dal momento stesso in cui ho aperto gli occhi questa mattina [perchè dire che oggi io mi sia svegliata è un’esagerazione bella e buona].
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Essenzialmente sono ancora a lavoro, ma ho già finito tutto quello che avavo in programma per questa stupida settimana, non è quindi questo il momento migliore per ritrovarmi qui?
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Giorno 17 – Parla del tuo segno zodiacale e se ti calza o no.
Eh? Seriamente?
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Tralasciando la fase universitaria Paolo Fox è il guru della mia vita, in cui la classifica giornaliera e le stelline del buon Paolo erano diventate una vera e propria ossessione per me e la mia compagna di studi sfiornado perdite di dignità vertiginose con lo scambio di messaggi per restare aggiornate sulla quantità di stelle che avrebbe accompagnato la nostra giornata, credo di ricordarmi di avere un segno zodiacale solo per pura convenzione.
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Avrei potuto skippare la domanda con un semplice: Risposta non pervenuta.

Ma non sarebbe stato da me non blaterare a vuoto su qualcosa. Vi avrei deluso. Motivo per cui, da brava blogger dedita alla cura dei suoi fantastici post, ho provato ad acculturarmi sull’argomento per riuscire a dare una risposta quanto meno ragionata, veritiera sarebbe chiedere troppo.ajkjk

Mi sono, quindi, affidata al mio amico Google ponendogli la domanda in modo cristallino ed elementare:
Pesci – caratteristiche del segno zodiacale.
ed ho aperto la mente pronta a recepire nuove nozioni che avrebbero sicuramente soddisfatto la mia sete di conoscenza.
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Oroscopo.it
Pesci è il dodicesimo segno dello zodiaco, ed è anche l’ultimo segno del ciclo zodiacale. Questo segno, quindi, porta con sé molte delle caratteristiche degli undici segni che lo hanno preceduto. Coloro del segno dei Pesci, comunque, sono più felici nel tenere molte di queste qualità segretissime. Questa gente è altruista, spirituale e molto concentrata sul suo percorso interiore.
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Oroscopodioggiedomani.it
Pregi :
dolce, ama la famiglia, ama le feste e le tradizioni, fiducioso nella vita, ama i bambini, bonaccione.
Difetti : ingenuo, poco fedele verso il partner, eccessivo nel dare fiducia agli altri, goloso, può possedere non pochi vizi, manca di coraggio, manca di determinazione.

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Polveredistelle.it

  • Giorno della settimana: giovedì.
  • Pietre portafortuna: ametista, corallo rosa, turchese, acquamarina.
  • Colori: grigio perla, porpora e verde.
  • Fiori: iris, verbena, lylium e camelia.
  • Metalli: stagno.
  • Essenze ideali: incenso, violaciocca.
  • Simbolo: Stilizzazione di due pesci legati fra loro, ma che nuotano in direzioni opposte.

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Tra l’essere definita questa gente e dolce non ho ancora capito cosa sia stato peggio, senza contare che il giovedì è un giorno inutile, la verbena serve per allontanare i vampiri, lo stagno non è un metallo preziono e soprattutto io detesto il verde.

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Stavo per rinunciare quando mi sono imbattuta in questo sito: astriepsiche.it che forse tante baggianate con le racconta in fin dei conti.
I Pesci sono sintonizzati con il mondo delle emozioni e con tutto ciò che abita nel mondo della fantasia e dell’immaginario, vivono “sentendo” e per questo entrano facilmente in connessione con ciò che li circonda.

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Sono i Pesci stessi ad essere tormentati e complessi e a vivere una realtà densa di contraddizioni.

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I Pesci idealizzano la vita, l’amore, l’amicizia  e, spesso, quando si dedicano a lavori che prevedono relazioni di aiuto, anche la loro professione. Ma attenzione, perchè l’altra faccia della medaglia della idealizzazione è la delusione.  Chi è perennemente alla ricerca dell’ideale, è destinato a restare deluso perchè la vita concede sprazzi di infinito solo di tanto in tanto. Il Pesci deve ricordare che le persone sono persone non idee, non sogni.

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I Pesci più fortunati e più evoluti  riescono a trovare un equilibrio fra il sogno e la realtà e costruiscono la loro serenità riuscendo a portare nella realtà quotidiana quel pezzettino di assoluto a cui aspirano.

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il Pesci vive in un suo mondo ideale e per questo la realtà quotidiana diventa  una sofferenza: dettagli, regole, orari, impegni lo fanno sentire imprigionato. Non che non sia in grado di prendersi responsabilità, ma semplicemente la quotidianità è troppo grigia per lui. Salvo la presenza nel tema natale di molti valori terra, la normalità non fa per il Pesci e per questo deve colorare con la sua immaginazione ciò che lo circonda, deve fantasticare, deve tenersi un unicorno immaginario color arcobaleno in salotto.

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Ecco, portatemi un unicorno!!!

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

La coccolosità va ricordata!?!


/ì·do·lo/: Oggetto di un’ammirazione o di una dedizione gelosa o fanatica.

Partendo dal presupposto che l’unica persona per cui nutro una dedizione gelosa o fanatica sono io, e neanche mi sto propriamente sempre simpatica, non credo di essere portata realmente per questa forma di venerazione divina verso qualcuno e/o qualcosa [ammesso che questo qualcosa non siano Skittles].

E come la definiresti la tua fissazione malata per quel coso biondo di quella boyband che manco si sente più? Ah ma non si sono sciolti?
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A me non piace dare definizioni alle cose, perché mai dovrei eh?

E’ una cosa talmente irrazionale che, io per prima, ho smesso di pormi domande a riguardo, ho smesso di considerarmi sciroccata e/o infantile [a secondo della giornata], ho smesso di chiedermi se sia giusto o meno continuare ad essere una ragazzina quando si tratta di lui.

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Quindi perchè scrivere l’ennesimo post sullo stesso argomento?

Tralasciando il fatto che sul mio blog in fin dei conti ci scrivo un pò quello che mi pare, questo post è un semplice Promemoria di Coccolosità che, se non bastasse la piacevolezza del suono dovuto all’accostamento delle due parole, è semplicemente un modo per ricordarmi di aver scelto di essere irrazionale per una persona che, non so per quale congiunzione astrale, riesce a dare segni di vita sempre quando ce n’è più bisogno.

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Per quanto qualche parola in più rispetto a tutte queste emojii sarebbe gradita, continua a farmi tenerezza il pensiero che 20 anni fa [come suona male, mamma mia] non avrei mai immaginato possibile una roba del genere.
I poster possono digitare messaggi? Ma per davvero?
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E’ solo uno stupido cuore. Un tuo stupido cuore. E io non riesco a non sorridere per quello stupido cuore e a domandarmi, ogni maledetta volta, come l’immagine di biondino stronzetto e spocchioso si riesca a sposare perfettamente con la dolcezza che, a modo tuo per carità dimostri ogni volta. Non riesco a capire come gli altri non riescano a vedere quello che vedo io quando ti guardo, come possano definirti odioso o scostante, come possano non avere semplicemente voglia di perdersi in un tuo abbraccio prima di tornare alla vita reale [perchè non sono ancora rincoglionita del tutto, ve lo giuro].
E’ solo uno stupido cuore. Un tuo stupido cuore. Ma a me piace assai quello stupido cuore.
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Perchè la verità è io sarò una piccola stalker ma lui resta l’amore.
Pensieri Sparsi

Rimpatriata: matricola…


Non bastava che oggi fosse lunedì a donare alla giornata quel retrogusto amaro che mi costringe ad una fastidiosa espressione corrucciata per l’intera giornata, eh no. Probabilmente devo essere divenuta, a mia totale insaputa, concorrente di qualche assurdo reality per testare la resistenza psico/fisica delle persone perché altrimenti tutto questo accanimento cosmico di lunedì davvero non me lo spiego.

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Faccio parte di quell’élite di persone che ritiene che tutte le conoscenze smarrite per strada nell’arco della vita sono divenute tali per una motivazione ben precisa e non per una strana congiunzione astrale. Nel corso degli anni, per meglio capirci, ho perso di vista semplicemente quelle persone che, ad un certo punto, era giusto smettere di guardare; senza starci a pensare troppo ho voltato lo sguardo dall’altra parte e sono andata oltre indossando dei fighissimi occhiali da sole per dare alla scena giusto un filino di enfasi in più.

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Non ho semplicemente voltato pagina, talvolta ho praticamente chiuso del tutto il libro riponendolo al suo posto sulla mensola dei ricordi, una sorta di cimelio, quasi un souvenir, da tenere sulla libreria della vita a ricoprirsi della polvere degli anni che inevitabilmente passano.

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Faccio parte di quell’élite di persone che storce il naso ogni qual volta guardando una commedia romantica si imbatte nel più classico dei cliché cinematografici:
le rimpatriate scolastiche/universitarie.
Avete presente di cosa sto parlando, no?
Quegli eventi ridicoli organizzati a dieci anni dal diploma in cui per non si sa bene quale ragione ci si riunisce tutti vestiti bene con delle stupide etichette con il proprio nome appiccicate addosso; quegli eventi in cui puntualmente si scopre che la protagonista strafiga del film altri non era che la più sfigata della scuola bullizzata dalle mean girls di turno e bla bla bla…insomma scene che mi danno puntualmente l’orticaria lasciandomi addosso un’irritante sensazione di fastidio.
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La mera verità è che non sono riuscita, in passato, ad uscire illesa dalla rimpatriata liceale, per quanto adorerei raccontarla in questo modo: nonostante avessi scelto di non presentarmi ed erano bastati solo un paio di messaggi per liberarmi dal fastidioso impegno, l’unica persona per cui avevo scelto di mancare all’evento era riuscita lo stesso a reperire tutti i miei contatti riportandomi in quella spirale di gioia/dolore che, come sabbie mobili, mi ha tenuto bloccata per anni.

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Questa lunghissima premessa era doverosa per ben introdurvi nel giusto mood in cui mi sono mio malgrado ritrovata questa mattina quando mentre ero a fare le fotocopie ho letto sul mio giocattolino nuovo:
“PincoPallo ti ha aggiunto al gruppo Whatsapp: Rimpatriata: matricola…”
Superato il profondo oblio provato nella visualizzazione di quel nome sul display del mio orologio, sono passata nel giro di una manciata di secondi da chi cavolo è PincoPallo Ma perchè mi ha aggiunto in un odioso gruppo Whatsapp?
La realtà dei fatti è che, nonostante il chiaro titolo attribuito al gruppo, non riuscivo ad arrendermi all’idea che davvero stesse succedendo.

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Come se di colpo si fossero spalancate lo porte dell’inferno mi sono ritrovata inserita in un gruppo Whatsapp [e sapete quanto io ami i gruppi Whatsapp] di oltre 50 partecipanti di cui non possedevo il numero neanche a pagarlo oro; ricoperta da mille e più informazioni senza le quali non solo avrei vissuto ugualmente ma posso giurare che avrei vissuto addirittura meglio; riportata, senza aver dato consenso alcuno, indietro in un tempo che avevo abbondantemente archiviato e rimosso: gli anni universitari.

giphy3“Oh che piacere ritrovarvi, io adesso vivo a Londra…”
“Tizia e Caia invece vivono a Dublino.”
“Ma dai. Io mi sono sposata…”
“Io ho un figlio.”
“Io vi batto tutti: ho due bambine.”
“Mamma mia: quanto mi siete mancati. Pazziiiiii!!!”
“Siamo di nuovo tutti giovani!”
“YAAAAAAY!”

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Insomma, dopo un paio di ore in questo gruppo di ipotetici sconosciuti appartenenti al mio passato ho carpito vita, morte e miracoli di persone di cui avevo anche rimosso l’esistenza, molte delle quali sono rimaste nell’oblio di un numero di telefono sconosciuto visto che neanche la foto profilo di Whatsapp è servita a rievocare alcunché alla mia memoria….figuratevi quanto io ne potessi sentire la mancanza di questi pazzi.
Yaaaaaay.

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Sei la solita cinica, asociale e disamorata.
Potrei tranquillamente darvi ragione, eppure ho la netta sensazione che messi alle strette nessuno sano di mente possa essere dotato della spasmodica voglia masochistica di restare bloccato per un’intera serata a conversare con persone di cui risulta evidente non vi sia mai fregato nulla neanche quando eravate costretti a frequentare le stesse aule, ad ascoltare racconti su figli e pappine, su mariti e viaggi di nozze, su brillanti carriere un po’ vere e un po’ romanzate utilissime ad innalzare l’ego del narratore e a triturare le scatole del povero ascoltatore.

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Non ho mai amato così tanto il tasto: Abbandona gruppo.

 

 

Pensieri Sparsi

Il girone dell’inferno dei gruppi su Whatsapp!


Se Dante Alighieri avesse scritto la sua Divina Commedia ai giorni nostri sono più che sicura che avrebbe dedicato un intero girone agli abusatori dei gruppi whatsapp, probabilmente vagando con Virgilio avrebbe incontrato Brian Acton e Jan Koum [si, mi sono andata a documentare sugli ideatori di Whatsapp per scrivere codesta idiozia] costretti a rispondere incessantemente ai settordicimila messaggi al secondo che riempiono di notifiche i propri smartphone mentre Zucherberg gli balla intorno lanciandogli coriandoli a forma di emoticon al suono di fastidiosissimi messaggi vocali pregni di sconcerie, rumori molesti e pipponi che funzionerebbero da sonnifero meglio del fuso della Bella Addormentata nel Bosco.

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Inutile negare quel senso di frivola gioia iniziale che la possibilità di creare gruppi Whatsapp ha donato in tutti noi orfani delle megachat di MSN; quella malinconica sensazione di poter tornare indietro nel tempo quando chiacchierare virtualmente in 20 persone regalava un nuovo senso di aggregazione abbattendo le distanze e avvicinando i cuori. Una visione forse un pò troppo poetica di quelli che restano ricordi di una tarda adolescenza condivisa attraverso uno schermo del computer con persone decisamente lontane da me ma con le quali condividevo un’immensa passione.

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Il punto è che ognuno di noi ha, inizialmente, gioito della possibilità di poter evitare il fastidioso copia ed incolla dello stesso messaggio per comunicare il luogo di ritrovo per una serata, di poter evitare di riportare pezzi di conversazioni per giungere ad un accordo sulla scelta del suddetto luogo, di poter evitare quel frustrante giro di messaggi/telefonate tipiche dell’organizzazione per la scelta e l’acquisto di un regalo di compleanno di gruppo per un’amica o, peggio mi sento, i dettagli di un viaggio.

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I gruppi Whatsapp sembravano destinati ad essere la chiave di volta di tutti quei problemi logistici che tanto ci davano noia prima della loro comparsa. Scrivo una cosa, la leggono in 10 in una volta sola, mi rispondono tutte nello stesso posto, ci confrontiamo: tutto risolto in 10 minuti, facile e veloce.
Oh che bella cosa l’illusione.

00007092La verità è che essere inserito in un gruppo Whatsapp è come entrare a far parte di una setta, si sa quando si entra ma non si ha mai ben chiaro come, quando e se si riesce ad uscire [quanto meno senza mandare al diavolo qualcuno o senza passarci per stronza maleducata]. 

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I gruppi Whatsapp rappresentano a pieno un esempio perfetto di sistema anarchico: non esistono regole da rispettare! [laddove esistessero, non andrebbero comunque rispettate…quindi perchè perderci tempo?]
Bisogna, però, ricordare giusto un paio di cosucce utili per non soccombere in questo mondo fatto di messaggi deliranti, screenshots inutili, messaggi audio irritanti:
  • Non bisogna mai farsi ingannare dal nome del gruppo perché esso rappresenta, il più delle volte, un mero specchietto per le allodole; insomma se vi inseriscono in un gruppo chiamato Regalo PincoPalla [dopo aver capito se PincoPalla davvero la conoscete e rientra nelle persone degne della vostra attenzione] potete stare tranquille che su 200 messaggi ricevuti forse solo 10 parleranno effettivamente del regalo in questione.
  • Silenziare un gruppo Whatsapp è sempre cosa buona e giusta per salvaguardare la propria salute mentale e la batteria del proprio smartphone.
  • Non dire alle persone partecipanti alla conversazione di gruppo che le avete silenziate ed intervenire di tanto in tanto con faccine random per fingersi presenti [quella che ride fino alle lacrime resta perfetta per ogni situazione].

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  • Bloccare il download automatico delle immagini per evitare di ritrovarsi la galleria del telefono piena di screenshot sgrammaticati, uomini mezzi nudi, outfits vari ed eventuali, in definitiva roba compromettente random.
  • Dotarsi di tantissima pazienza: più sono le partecipanti alla conversazione meno si riuscirà a capirsi in maniera logica e lineare; dall’esaurimento al ritrovarsi a rimpiangere il vecchio giro di telefonate il passo è breve.
  • Ignorare le conversazioni a cui non si è interessate evitando di lasciarsi andare a risposte acide [su questo punto ci sto ancora lavorando anche io].
  • Skippare le note audio di quelle che si divertono a mandarle a ripetizione, soprattutto se sei fuori casa.

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Ricordare che in fin dei conti: è solo l’ennesimo gruppo whatsapp.

Mondo Tag

Tag: Whatsapp – Contatti momentanei


Lo so, ho praticamente tralasciato tutti i tag in cui sono stata nominata in questo ultimo periodo e, per questo, chiedo umilmente scusa; la verità è che quando vengo taggata da un blog mi sento ogni volta onorata perché il/la blogger in questione abbia scelto me, mi riprometto di rispondere al tag il prima possibile e poi…me ne dimentico.

Partiamo, quindi, dall’ultima nomination ricevuta, quella per cui devo ringraziare La Gnoma: Whatsapp – Contatti momentanei

Le regole del Tag sono le seguenti:
– Utilizzare il Logo,
– Menzionare chi ha creato il Tag: Carla
– inviare i “messaggi e/o immagini”
– nominare 10 blogger ed avvisarli della nomina.

Come vi sentireste se, stasera, aprendo l’App di WhatsApp un insolito messaggio vi avvertisse della presenza di “Contatti Momentanei” a cui sono associati “nomi” e non numeri telefonici, ai quali (dalla mezzanotte al sorgere del sole) sarà possibile inviare un messaggio e/o immagine? Gli “intrusi” sono 10 e sono i seguenti:

  • Una persona di cui hai perso ogni traccia. Mi sono chiesta per anni cosa ti avesse portato a cambiare atteggiamento nei miei confronti, cosa ti avesse fatto capire che non valeva più la pena essere mia amica. Ci sono stata male, mi sono data colpe che, in realtà, non avevo; sono passati anni dall’ultima volta che ci siamo incrociate e sai che c’è? Sto alla grande senza la tua inutile presenza nella mia vita. Buona vita, brutta stronza.

  • Un/a amico/a scomparso/a. Uhmm, scusa, ci conosciamo?

3) Un/a parente stretto che non c’è più. Mi mancate così tanto, spero siate orgogliosi di me.

4) Qualcuno che può svelarti un segreto del tuo futuro.

5) Qualcuno a cui vuoi chiedere “scusa”.  Uhmm, il numero non è pervenuto nella mia rubrica.

6) Qualcuno a cui vuoi gridare una verità scomoda! Se non smetti di mangiare patatine, a Maggio ti useranno come boa [messaggio auto inviato]

7) Un personaggio del “passato”. Oddio, non saprei.

8) Un personaggio del “presente”. Ecco cosa ti aspetta:


9) Un personaggio del “futuro”. Cara Amara, scusa se già ti odio; non è colpa tua ma del tuo papà che non ha usato giuste precauzioni.

10) Il SIGNORE o il destinatario della tua Fede. Io e te dovremmo trovare il tempo di fare due chiacchiere. Con affetto. A.

E adesso tocca a voi, stesse domande e stesse regole da rispettare:

 

Pensieri Sparsi

Così connessi…così distanti.


C’era un tempo in ho finito il credito era la frase più gettonata per giustificare una non risposta ad un messaggio. Un tempo in cui un semplice squillo aveva mille significati e, a dir la verità non capisco ancora come facevamo, li conoscevamo tutti. Uno squillo per dirti che ti penso, che mi manchi, che ho bisogno di te. Uno squillo per dirti richiamami devo parlarti, per dirti scendi sono giù, per dirti affacciati a quella finestra voglio vederti. Uno squillo per accendi la tv c’è il tuo video preferito su Mtv, per avvisarti che la mia lezione di aerobica è finita, per dirti che è suonato l’intervallo tra noiose ore di lezione. Nessuna parola, nessuna emoticon, niente di niente.

Un suono stonato, spesso silenzioso, una leggera vibrazione, un nome fugace sullo schermo di un display privo di colori. Bastava poco per sentirsi connessi, per sorridere immaginando i pensieri della persona dall’altro lato del telefono, per leggere quei pensieri come se bastasse così poco per capirli.

C’era un tempo in cui i messaggi erano fatti di parole e non di faccine gialle, un tempo in cui 160 caratteri dovevano racchiudere un pensiero e le parole erano scelte con cura, erano ricontrollate, capite e poi inviate. Si usavano fastidiose abbreviazioni, ma anche quello era un modo per sentirsi connessi, capiti. Un pessimo linguaggio condiviso, lettere messe in fila come uno stupido gioco di parole che racchiudevano intere frasi, messaggi in codice che i grandi non potevano arrivare a capire.

Un tempo in cui i messaggi si pagavano e il credito non era illimitato, le conversazioni cercavano un loro senso e le parole si rincorrevano senza perdersi in sentieri vuoti. Si ponderava l’interlocutore ancor prima del dialogo, non si sceglieva da chi ricevere un messaggio, ma si valutava a chi rispondere…quando valeva la pena farlo.

Ci si chiedeva che fai, come stai perché si aveva davvero voglia di saperlo, perché le parole avevano un peso, un costo di tempo e di denaro. Il telefono non era il prolungamento della propria mano, spesso troppo grande per la tasca dei jeans era un accessorio da tenere in borsa, assolutamente non a tavola, nascosto sotto al banco di scuola o mimetizzato tra i pennarelli dell’astuccio.

C’era un tempo in cui non esistevano i minuti illimitati ma le telefonate si facevano da casa, di nascosto dai genitori che ad ogni bolletta cercavano il colpevole del costo eccessivo. Erano parole rubate, chiacchiere leggere che correvano lungo un filo. Nessun tasto rosso per rifiutare una chiamata ma un bisbigliato dì che non ci sono troppe volte non capito. Una chiamata mancata era perduta per davvero, il non avere linea era entrare in un buco nero; nessun messaggio per dirti che ti aveva cercato e nessuno che abbia mai preso davvero sul serio l’esistenza della segreteria telefonica.

C’era un tempo in cui Ci sentiamo stasera in chat, era il più comune degli arrivederci, un appuntamento, seppur virtuale, da segnare sull’agenda; ci si incontrava in chat, ci si aspettava, si studiavano gli orari dell’altro per beccarlo per caso, una finta coincidenza, un futile saluto. La gioia di vedere il suo nome comparire tra gli altri. Una piazza virtuale in cui ritrovarsi, le prime parole scambiate col ragazzo della classe di fianco, il numero lasciato e la speranza di ascoltare quelle parole digitate divenire,finalmente, voce.

Parole, suoni, attese, appuntamenti mancati.

Un mondo fatto di connessioni ricercate, contatti sfiorati, frasi sussurrate. Si sceglieva di esserci, non si era costretti dalla doppia spunta blu di whatsapp o dal visualizzato di facebook, si sceglieva di mentire con la più classica delle frasi “non mi è arrivato il messaggio”, si sceglieva di farsi rintracciare, non si era stalkerati come se non ci fosse un domani. Si era meno social, certamente esistevano meno notifiche, non si utilizzava il wifi e le email erano lette appena possibile e non appena inviate. Era tutto più complicato, forse troppo lento. Eravamo meno connessi, ma più vicini. Meno reperibili, ma più presenti.

Eravamo…c’eravamo.