Pensieri Sparsi

❤ Principesse e cucchiaini ❤


Non importa quanti anni tu abbia o di cosa tu stia blaterando in quel momento, se un bambino ti imbocca con un cucchiaino vuoto tu fingi di mangiare e dici pure che è buono!

Me lo ha insegnato la mia principessina mentre con un cucchiaino mi dava il caffè e con il ditino mi faceva leccare la panna della mia torta di compleanno, me lo ha insegnato mentre ci fingevamo Elsa tra le montagne di Arendelle sulle melodie di Let it go dimenticandoci di essere al tavolo di un ristorante vista mare.
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Me lo ha insegnato facendomi tornare bambina e nutrendomi del suono argenteo della sua risata quando giochiamo a fare i selfie come le amiche sceme della mamma. Me lo ha insegnato facendomi sentendomi felice ogni volta che pronuncia il mio nome e un dolce calore si insinua dentro il cuore.
Non avrei mai immaginato di poter amare in maniera così incondizionata una piccola pulce bionda, non avevo mai messo in conto di avere una nipotina spettacolare come la mia piccola Giulia.
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…e adesso aspettiamo Sara ❤
Pensieri Sparsi

Buone ninne! 💤


  
Il rumore della pioggia fa compagnia ai miei pensieri questa sera mentre mi lascio coccolare dalla morbidezza del mio letto e dalle zappette del mio aMicio che sembra proprio non voler accettare la mia assenza giornaliera. Ho voglia di scrivere ma sento la sonnolenza appesantirmi le palpebre rallentando le connessioni della mia mente; rimando a domani quello che avrei voluto fare già ieri. Devo solo trovare il mio nuovo equilibrio! Ne sono consapevole, solo non credevo potesse essere così difficile dedicare tempo al mio tempo libero, avere costanza nell’ossevare il mondo che mi circonda prendendo appunti mentali da riversare con ironia  tra le righe di questo blog. Fotografo istanti  come fugaci promemoria di quello che i miei occhi catturano, di quello di cui si nutrono le mie emozioni, di quello che la vita mi offre giorno dopo giorno; fotografo per paura di perdere pezzi!

 
  Chiacchiere inutili, meglio andare. Buonanotte a voi 😘

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Nonostante tutto…


Nonostante oggi sia lunedì, nonostante il traffico del mattino che mi ha fatto fare tardi costandomi il primo rimprovero a lavoro, nonostante quasi non ricordo di aver pranzato, nonostante le risposte non ricevute e le mille mila fotocopie fatte oggi, nonostante mi sia sentita un Minions per tutto il giorno, nonostante il traffico che ha tardato il mio ritorno a casa… 

…nonostante tutto, mentre mi godo le coccole del mio aMicio e la morbidezza del mio letto, mi perdo nella malinconia dei ricordi.

 Posso tornare a due anni fa? Puoi prendermi di nuovo in braccio? Non chiedo mica la luna!  

Pensieri Sparsi

Caro Babbo Natale…


Nel pieno rispetto della teoria secondo cui gli ultimi saranno i primi, direi che è giunto il momento di farci una bella chiacchieratina, mio caro Babbo Natale. Per quanto mi riguarda, e sono convinta di trovarti pienamente d’accordo con il mio pensiero, salterei a piè pari la parte in cui tu ingenuamente mi domandi “Sei stata una brava bambina?”.
E’ una questione di onestà intellettuale, caro Babbuccio, per quanto mi riguarda ho già bella pronta una risposta diplomatica degna da talk show televisivo, ma davvero vuoi essere raggirato dalle mie parole?
Insomma: hai presente quanto è lungo un anno e quanti rompiscatole si rischia di incontrare in 365 giorni? Non ho ben presente come funzioni li da te al Polo Nord, ma essere il grande capo della baracca sicuramente ti agevola il compito; qui, mio caro, funziona leggermente in maniera diversa e forse dovresti aggiornarti un pochino prima di essere così severo con quelle liste che hai appeso sul camino.

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Lo ammetto: provare a corrompere con dei bastoncini di zucchero uno dei tuoi elfi spioni non è stata propriamente una genialità, ma in tempi di crisi, si finisce per provarle davvero tutte e visto che per contratto a te tocca essere buono, mettiti bello comodo sulla tua poltrona di velluto rosso, sistema gli occhialini e sorseggiando una bella cioccolata calda leggi per benino le mie richieste.

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Tralasciando a malincuore lo spiacevole fatto che io stia ancora aspettando la Barbie Magia delle Feste richiesta anni addietro e mai giunta a destinazione, dimostrazione che neanche tu, mio caro Babbo, sei proprio tutta questa perfezione e ignorando la presenza di quella fastidiosa clausola per la quale ti rifiuti ogni anno di rapire un componente di una boyband per me; parliamo di cosa voglio vorrei trovare sotto il mio bellissimo albero quest’anno.

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La verità è che come ogni anno mi ritrovo qui, dinanzi a questo foglio bianco ad interrogarmi su cosa sia davvero sensato chiederti, caro babbuccio; insomma reclamare un nuovo lavoro che non mi costringa a sentirmi tediata dal mondo intero ogni qual volta metto piede fuori casa al mattino, forse, sarebbe un pelino esagerato; farti presente che il mio principe azzurro deve aver distrutto il suo navigatore finendo a vagare a Timbuktu alla mia disperata ricerca potrebbe annoiarti; raccontarti che da queste parti i soldi non sono mai abbastanza e che io credo fermamente alla teoria che chi afferma che i soldi non fanno la felicità non conosce i negozi giusti in cui spendere, probabilmente non sarebbe il massimo dell’originalità e spedirebbe la mia letterina in fondo al mucchio insieme a quella sporca di moccio di quel bambino fastidioso che ama tirare il naso delle tue amate renne.

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Oh mio caro Babbo Natale, quello che davvero vorrei trovare sotto il mio alberello quest’anno è:
–  un sacco carico di pazienza, quella che mi servirebbe per sopportare tutte le cose che proprio non riesco a farmi andare giù, quella che mi aiuterebbe a non finire incastrata in pessime situazioni da cui diventa estremamente fastidioso uscirne;
–  un barattolo colmo di tempo da dedicare a me stessa e alle persone che amo, tempo per coltivare i miei interessi e le mie passioni, per leggere e per scrivere, per correre da un posto all’altro del mondo e per poltrire in casa, nel mio lettuccio, come se non ci fosse un domani;
una valigia vuota da riempire, nei prossimi 365 giorni, con risate e ricordi, emozioni e follie, foto di tramonti e di sorrisi, urla di gioia e lacrime di tristezza perché non voglio rischiare di perdere neanche uno dei momenti che vivrò in questo nuovo anno;
uno specchio per osservare i cambiamenti che tempo ed emozioni apporteranno al mio viso, per sorridermi ed incoraggiarmi quando ne avrò bisogno, per rimproverarmi quando avrò superato il limite ed accarezzarmi con lo sguardo per consolarmi dopo una giornata storta.

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Non ti chiedo la felicità assoluta, caro Babbuccio, ma la capacità di saper cogliere ogni piccolo frammento di gioia che troverò nel mio percorso e renderlo incastro perfetto di quel magnifico puzzle che è la mia vita.

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Xoxo A.

 

Pensieri Sparsi

Se tolgo gli occhiali, il mondo scopre che sono SuperGirl!


Una delle prime cose che ho letto stamattina mentre bevevo il caffè è stato il messaggio di un’amica che,  commentando l’ultima puntata di Supergirl e mi ha scritto:

 “Per fortuna la tua operazione di sabato non ti permetterà di eliminare gli occhiali, altrimenti tutti avrebbero scoperto la tua identità segreta.”

Un semplice messaggio ironico per commentare lo sciocco escamotage usato dalla bella aliena, e ancor prima dal suo più famoso cugino, per nascondere la propria identità di supereroina, eppure da quando ho letto queste parole non riesco a fare a meno di pensarci…e sorridere.

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Avevo poco più di un anno quando i miei genitori hanno scoperto che il motivo per cui strizzavo di continuo gli occhi era legato ad un problema di vista e che, da quel momento, avrei dovuto indossare gli occhiali. Che sarà mai, direte voi; ed è difficile anche per me darvi torto adesso, ben diverso è stato per me circa 30 anni fa e per tutto il periodo della mia infanzia quando mia madre per prima è stata costretta a subire l’ignoranza della gente che, guardandomi, osservava solo una bambina difettosa. Frasi dal peso di “Mangia, bella di mamma, o diventi come quella bimba lì”, difficilmente abbandonano la memoria di chi si è trovato ad ascoltarle senza trovare il coraggio di ribattere alcunché, difficilmente sbiadiscono dai ricordi di chi quel racconto lo ha ascoltato, forse, troppe volte per restarne indifferente.

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E’ da quando che ho memoria che ho dovuto osservare il mondo da un paio di lenti indossando montature che si sposassero alla bene e meglio con il visino smagrito di una bambina con troppi capelli; costretta dal mio occhio pigro [certo, riesco a cogliere l’ironia della cosa persino io] ad andare a scuola con una benda sul viso, manco fossi la figlia di Capitano Uncino, e sentirmi diversa dagli altri bambini perché io, a differenza loro, di occhi ne avevo quattro, o a volte soltanto uno, maledetta benda…o maledetti bambini?

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Crescere nella speranza che prima o poi sarei stata come gli altri è stata, forse, la sensazione più fastidiosa che mi sono portata dietro negli anni; attendere invano quel momento è stato il mio tormento più grande ed è per questo che il messaggio ricevuto stamattina non può che farmi sorridere ripensando alla visione che ho sempre avuto di me stessa a causa degli occhiali, mi sarei sentita meno difettosa se mi avessero raccontato che quelle lenti che ero costretta a tenere sul naso servivano a nascondere al mondo i miei superpoteri.

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Ho iniziato a scrivere il post sperando di mettere nero su bianco le mie ansie per l’intervento di sabato, la mia delusione del non riuscire a guarire del tutto, la mia gioia nel riuscire comunque a migliorare la vista del mio occhio stupido e difettoso…eppure le parole non ne vogliono sapere di uscire.  

A quanto pare il mondo non è pronto a scoprire che sono una Supereroina.
Grazie, amica, per avermelo ricordato.

 

 

Pensieri Sparsi

Me stessa 2.0


Mia madre mi ha sempre detto devi essere una brava bambina,mi ha insegnato a parlare in un certo modo, a stare a tavola in un certo modo, a rispondere alle persone in un certo modo, a reagire alle situazioni in un certo modo. Mi ha spiegato l’importanza di essere brava a scuola, gentile con le persone più deboli e, allo stesso modo, con quelle più prepotenti; mi ha insegnato a porgere l’altra guancia, a cercare sempre nelle mie azioni i motivi delle reazioni degli altri. Mi ha insegnato ad essere una buona amica, a saper ascoltare, a lasciare spazio ed evitare i capricci, a non pretendere nulla dagli altri, a sopportare i loro cambi d’umore.  Mi ha fatto capire che, spesso, bisogna agire in un determinato modo perché altrimenti è brutto, perché ogni nostro gesto risuona come in una grande cassa di risonanza nel mondo, perché non è carino se qualcuno resta ferito da una nostra frase o da un nostro mancato gesto, perché bisogna pensare sempre agli altri prima che a noi stessi.
Mia mamma mi ha insegnato tante cose…poi sono cresciuta!

Ho preso tutti i suoi insegnamenti, li ho fotografati e li ho mischiati ai miei ricordi, li ho posti su un enorme tavolo, li ho guardati e studiati per un po’ prima di metterci mano, prima di stravolgerli totalmente ricreando un nuovo scenario di idee e prospettive frutto delle mie esperienze, delle mie sensazioni…della mia vita.
Non li ho dimenticati, come si potrebbe pensare, li ho semplicemente contestualizzati alla mia nuova essenza; li ho innaffiati con le lacrime versate ogni volta che, nel mio percorso, sono caduta, li ho concimati con tutto l’amore che ho incontrato percorrendo i miei passi.

Non credo di essere la brava bambina che lei ha cresciuto, quella bambina ha preso troppe fregature, si è scontrata troppe volte con una realtà poco attenta ai suoi bisogni, con delle bambine troppo furbe, invidiose o arriviste che hanno provato a farle il vuoto intorno solo per paura.

Ero appena in seconda elementare quando ho realizzato cosa potesse generare l’invidia di una sola persona gretta e insignificante: ero la bambina nuova, quella divenuta, quasi subito, la preferita della maestra con i miei occhiali, forse, troppo grandi per il mio visino minuto; lei era la classica bambina prima della classe [fino al mio arrivo] che, per principio, aveva preso in odio la nuova arrivata. A quell’età non avevo idea dei film adolescenziali che sarebbero stati girati sul tema, non avevo gli strumenti giusti per reagire, mi limitavo ad odiare il dover andare a scuola passando le giornate a tossire, non volevo affrontare le mie giornate scolastiche perché quando quel mostro di bambina decideva che nessuno doveva parlare con me, beh nessuno lo faceva e, credetemi, non è una cosa piacevole.
E’ stato a quell’età ho iniziato a intuire che le parole di tolleranza di mia madre poco mi sarebbero state utili.

Non sono mai stata brava ad imparare dai miei errori, nessuno lo è davvero quando l’unico desiderio è quello di essere accettato dal gruppo, quando si mette da parte la propria personalità per diventare come le altre. Non servono le confraternite americane nelle nostre scuole per la creazione di gruppi di elite in cui tutte le ragazzine aspirano ad entrare;  io non so avessi mai davvero desiderato di essere parte di quel gruppo ma, di certo, non volevo essere un outsider…non ancora una volta.
Neanche allora  gli insegnamenti di mia madre mi avevano aiutato, la mia gentilezza e il mio non voler offendere nessuno mi avevano, ancora una volta, penalizzato; troppo ingenua e troppo buona per capire che mi stessero raggirando come meglio credevano, ero diventata il capro espiatorio del loro stupido giochetto ed ero stata silurata con un “non ti vogliamo nel nostro gruppetto, non ci fidiamo di te.
Ero solo alle scuole medie, e il porgi l’altra guancia iniziava a starmi stretto.

Non credo essere migliorata molto, non negli anni immediatamente successivi; sentivo che qualcosa stava cambiando dentro di me ma ero stata bravissima ad infilarmi da sola in una nuoca casa di bambola; giorno dopo giorno sentivo le catene stringersi intorno ai miei polsi, ero un’adolescente frenata dalla buona bambina che alloggiava nella sua mente. Non ero più un outsider, in questo ero stata brava; ero parte di un gruppo che, con la tenerezza dei gesti e la forza delle parole, aveva iniziato a prendersi cura di me, della ragazzina che andava protetta e difesa, la ragazzina a cui andava spiegato quanto il mondo potesse essere cattivo, la ragazzina che non sapeva reagire alle angherie del mondo.

Ho passato tanti anni in una gabbia d’oro, si forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero. Tiziano Ferro non avrebbe potuto spiegarlo meglio; adoravo la gabbia d’oro in cui ero finita, eppure il personaggio che gli altri avevano costruito per me iniziava a starmi antipatico.
La brava bambina dentro di me aveva delle cose da raccontarmi ma io non le davo spazio per parlare, non avevo voglia di ascoltare. Avevo gli insegnamenti di mia madre, le cicatrici delle mie cadute, le gioie delle volte in cui mi ero rimessa in piedi da sola e delle mani sempre pronte per aiutarmi, ma non sapevo più dove fossi finita io.

Ci ho messo un po’ per ritrovarmi, credo di aver avuto il bisogno di perdermi del tutto per potermi ripresentare a me stessa.
Piacere di averti conosciuta, sei la benvenuta nel mio mondo…nel tuo mondo!
Ci ho messo un po’ per trovare un posto nella mia testa per la brava bambina che tanto brava non era più, ci ho messo un po’ ad imparare ciò che la mia vita voleva insegnarmi ma, un po’, ci sono riuscita.

Ed è così che ho imparato a conoscere le persone prima di concedere loro la mia fiducia, ad ascoltare i miei pensieri prima di confrontarli con quelli degli altri, a non nascondermi dietro le mie paure e le mie ansie.
Ho imparato a guardare oltre le parole dette, a ricordarmi che dietro ogni persona esiste un mondo che, probabilmente, non conoscerò mai del tutto, ad accettare i sorrisi e le lacrime che arriveranno con la consapevolezza che ogni momento è unico e ha un insegnamento per chi vuole imparare.
Ho imparato che nessun uomo è un’isola, che sono brava a stare da sola ma è quando mi concedo a stare in compagnia che ritrovo la parte di me che mi sta più simpatica, quella che troppe volte dimentico di possedere, quella che sa vivere di leggerezza e sorrisi.
Ho imparato che sono brava ad ascoltare,  forse più che a parlare, che sono brava a leggere tra le righe anche quando non dovrei farlo, che empatia non è solo una bella parola ma a volte sa essere una grande fregatura.
Ho imparato a porgere l’altra guancia stringendo la mia mano a pugno pronta per reagire, perché buona si ma con rispetto per me stessa; ho imparato che non sempre la miglior difesa è l’attacco, ma un buon piano è sempre la buona base per cadere sempre in piedi.
Ho imparato che essere una buona amica è complicato, quasi quanto trovarne una. Nessuno ti insegna davvero come fare, nessuno ti spiega quali sono i tuoi errori. Troppa sincerità. Troppa diplomazia. Troppa disponibilità. Troppa poca presenza. Troppe parole…forse troppo poche. Troppi silenzi. Troppa distanza. Troppe incomprensioni. Troppe complicazioni.
Ho imparato che curare un’amicizia è un lavoro difficile e io non sono bravissima nel farlo per quanto continui a provarci, che per quanto provi a donare la mia presenza non sempre è il modo giusto di farlo, che i miei silenzi pesano più delle mie parole.
Ho imparato a conoscere me stessa e a volermi bene anche quando volermi bene è difficile.

Non sono più quella brava bambina che mia madre ha cresciuto, sono diventata la versione 2.0 di me stessa…la versione migliorata di me stessa.

Pensieri Sparsi

Il mio primo concerto: 16 anni fa.


Non avevo idea di cosa significasse desiderare qualcosa con tutta se stessa fino a quel momento. Neanche  il Pisolone mai arrivato aveva lasciato negli anni quel vuoto incolmabile che ero certa avrei provato se fossi mancata a quell’evento.
Avevo 14 anni e non desideravo altro che respirare la loro stessa aria ed essere sotto il loro stesso cielo. Quanta ingenua tenerezza.
Mi sentivo grande nel porgere quella richiesta ai miei genitori, estremamente piccola nel prendere coscienza che avrei avuto bisogno del loro permesso, terrorizzata all’idea di un loro rifiuto, determinata a trovare una soluzione se mai si fosse presentata quell’eventualità.


Se non mi ci portate, scappo di casa!”
Sono sicura di averlo urlato disperata tra le lacrime almeno un paio di volte ai miei genitori; non so se avrei mai trovato il coraggio di farlo davvero ma il solo suono di quella minaccia mi faceva sentire forte del mio desiderio, il solo averla elaborata mi rendeva simile a migliaia di ragazzine che stavano vivendo il mio stesso dramma.
Era solo un concerto. Il mio primo concerto. Il loro concerto.

Roma non mi era mai sembrata così lontana come allora, io non mi ero mai sentita così determinata come nel momento in cui erano state annunciate le date italiane del tour e io avevo deciso di esserci [il fatto che avessi deciso di non perdermi quel concerto quando neanche era ancora in programma è un dettaglio irrilevante]. Mai gioia è stata più grande di quando ho finalmente stretto il mio biglietto tra le mani, è stato in quel momento in cui ho preso coscienza di quanto un pezzo di carta potesse farmi toccare il cielo con un dito, di quanto la gioia possa essere pura e assoluta, di quanto il mio cuore potesse battere forte senza rischiare di scoppiare.
Ho sperimentato l’emozione e l’ansia dell’attesa, ogni giorno che passava era solo un giorno in meno che mi separava dal momento in cui finalmente li avrei visti. Il solo pensiero di vederli mi faceva tremare le gambe e brillare gli occhi, sorridevo inebetita fissando il loro poster appeso al muro della cameretta e mi lasciavo travolgere dalle emozioni.

Avevo 14 anni e quella boyband era tutta la mia vita. La nota stonata delle mie armonie, la scritta fuori le righe, l’eccezione alle mie regole. Erano così poco da me, così tanto di me stessa, la poesia dei miei giorni, il sorriso del mattino, l’ultimo pensiero prima di poggiare il viso sul cuscino.

Accompagnata dai miei sogni ad occhi aperti, nel 1999, ho atteso con ansia l’arrivo di quel 29 giugno; con santa pazienza era stato mio padre a portare me e le mie amiche allo Stadio Olimpico per lasciarmi assaporare emozioni che mai prima di allora avevo provato: la lunghissima attesa, le urla fuori dai cancelli, la voglia di vederli e la consapevolezza che fossero reali; perché a 14 anni quei 5 ragazzotti sorridenti dal poster di camera mia mica ero sicura esistessero davvero, troppo perfetti per essere reali.
Ho già detto quanto fossi teneramente ingenua?

Chi ha vissuto la mia stessa  adolescenza avrà capito da un pezzo quale sia stato il mio primo concerto, gli altri si staranno chiedendo su cosa/chi sto blaterando da ormai troppe righe immersa nei miei ricordi.
Sono stata una ragazzina negli anni 90, immune al fascino dei Take That, simpatizzante del girl power delle Spice Girls, sono rimasta completamente e assolutamente folgorata dalla bellezza [riguardando le loro foto di quegli anni mi domando il perché] e dalle armonie dei Backstreet Boys.

Non ho mai voluto sposare Nick Carter, sia ben chiaro, ho sempre avuto una certa razionalità nella mia follia. Io volevo portarmelo a casa. Non so bene a quattordici anni cosa volessi farmene, probabilmente volevo utilizzarlo al posto del Pisolone mai avuto, certi traumi non si superano mai per davvero.
Quella sera di 16 anni, fa immersa nella Curva Sud dello Stadio Olimpico, ho assaporato per la prima volta la felicità che la musica potesse regalarmi dal vivo; avevo appena 14 anni e avevo realizzato il mio sogno; certo avevo visto il concerto per lo più dai mega schermi vista l’enorme distanza a cui mi trovavo dal palco, ma non riuscivo ad immaginare emozioni più intense di quelle.

Ero felice. Ricordo ancora che non riuscivo a smettere di parlare per cercare di dar voce al turbinio di sensazioni che erano esplose nel mio povero cuoricino, avevo raccontato tutto il concerto a mio padre [che per la cronaca era all’interno dello stadio, quindi già era stato costretto a subirlo dal vivo]; parlavo, ridevo e a stento trattenevo le lacrime.
“E’ stata la prima e l’ultima volta che li ho visti. Tanto si sciolgono…”
Neanche a 14 anni sono mai stata brava a godermi a pieno le gioie della vita; probabilmente volevo semplicemente enfatizzare il momento: si sarebbero pure potuti sciogliere da quel momento, ormai io li avevo visti.

Sono passati 16 anni da quella sera. Sono cresciuta, sono cambiata…ma non ho mai smesso di credere nei sogni…

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…e nei caldi abbracci di quei sogni.