Pensieri Sparsi

Come ci si sente alla fine di una pandemia?


Si, lo so, non è ancora finito un bel nulla ma permettetemi di dire che il peggio è passato. O almeno spero.
È che la vita di tutti i giorni, quella normale, mi ha assorbito così tanto che quasi faccio fatica a ricordare come fosse vivere in quarantena. Ho detto quasi.

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Con tutte la parole che solitamente affollano la mia testa ero certa che in questo posto avrei trovato un’inondazione di pensieri e di emozioni…e invece il nulla cosmico. Il vuoto più assoluto.
Il motivo non è poi così difficile da capire: nei due mesi e mezzo chiusa in casa tutto era sospeso…anche i pensieri. Ma quelli non puoi tenerli bloccati per sempre e, prima o poi, arriva il momento di metabolizzare, di provare a razionalizzare quanto emotivamente è successo. Perché se è vero che questo anno lo ritroveremo nei libri di storia, sono certa che difficilmente qualcuno racconterà delle nostre emozioni, delle nostre crisi di panico, dell’angoscia del non sapere quando avremo avuto nuovamente la normalità, delle foto sul terrazzo o dei balletti su Tik Tok. Tutto avrà un sapore melodrammatico. Ritroveremo il nome del Presidente Conte, ma nessuno scriverà delle sue bimbe. Forse si parlerà dei Presidenti di Regione, ma difficilmente sui libri di storia troveremo i meme sullo sceriffo della Campania. Si parlerà di numeri e di morti, per dare un tocco di romantico patriottismo forse dei canti dal balcone e gli arcobaleni con la scritta andrà tutto bene. Si parlerà dei medici che scopriranno il vaccino e degli infermieri, ma solo perché ci sono foto testimonianza della loro stanchezza che ormai hanno fatto la storia.

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Nessuno racconterà di quanta gente ha imparato a fare la pizza e il pane a casa, ma forse si saprà che ad un certo punto la gente avrebbe ammazzato per un panetto di lievito. Forse nessuno saprà mai che abbiamo creduto davvero saremmo usciti migliori da tutto questo. Che poi mi chiedo chi ci abbia creduto davvero a questa idiozia.

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Una pandemia. Forse non avevo neanche idea di cosa fosse prima del Covid-19, perché alla fine siamo riusciti a dare un nome specifico a chi ci stava sterminando.
La verità è che ognuno di noi porterà un ricordo diverso di quanto abbiamo vissuto; c’è chi porterà cicatrici profonde chi, come me, ha avuto la fortuna di vivere solo il disagio dell’obbligo di dover stare a casa e tuttalpiù di dover lottare con i propri demoni personali.

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Siamo sopravvissuti ad una pandemia…almeno per ora. Ma cosa ci è rimasto dentro di quei giorni?

Non ho imparato a fare il pane e non ho sfornato dolci in quantità industriale, ok non ho sfornato proprio nulla a dover essere sincera; non ho tagliato i capelli ma ho ricominciato a mettere lo smalto da sola. Non ho fatto le grandi pulizie di primavera ma ho messo in ordine la libreria e cestinato scheletri del periodo universitario. Non ho imparato una nuova lingua, ma ho letto due libri. Non ho divorato serie tv e nemmeno ho scritto su questo spazio. Non mi sono allenata, non così tanto almeno, ma ho perso 3 kg. Ho affrontato la mia ansia che a tratti non mi faceva respirare e ho iniziato a fare video su Tik Tok scoprendo che a prendermi in giro alla fine sono davvero brava. Ho iniziato a fare balletti idioti e nella mia scoordinatezza sono davvero favolosa. Ho capito che dividere il peso dei pensieri può essere d’aiuto a sentire meno la stanchezza, ma la verità è che i pensieri nessuno può toglierli davvero dalla tua testa…restano li, si nascondono dietro risate forzate e ritornano a galla quando meno ce lo si aspetta.

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Ho imparato che ci si riempie di promesse quando si condivide una realtà assurda e contorta, promesse che si scontrano con la realtà che torna a bussare alla propria porta.

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Come ci si sente alla fine di una pandemia?
La verità è che alla fine di tutto proprio non saprei come ci si sente. So che quando tutto è iniziato ero stanca e incazzata con il mondo…dopo 77 giorni avevo uno strano sorriso; ho incontrato nuovamente me stessa anche se pensavo di essermi persa di nuovo. Ho capito che alla fine mi piaccio con tutte le mie debolezze e ho capito che, molto in fondo, la presenza degli altri nella mia vita è essenziale. Lo avreste mai detto? Proprio io ho scoperto che alla fine le persone non mi dispiacciono così tanto…senza abbracci…o forse qualcuno.

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Avete già riabbracciato qualcuno? Vi hanno già abbracciato?
Vorrei sentire le storie di tutti, capire quanto questa situazione vi ha toccato, ascoltare come sia stato tornare alla vita di tutti giorni…sentirmi vicina a tutti voi.

Pensieri Sparsi

Fino al 3 Maggio…


…è davvero tantissimo tempo ancora. E io vi giuro che sto provando a non pensarci, ma non è poi così semplice.
Ieri mi è stato chiesto con fare provocatorio cosa mi mancasse della mia vita in questi giorni, d’istinto ho risposto TUTTO e ho motivato la mia scelta con un messaggio chilometrico in cui raccontavo come ogni piccolo istante di una monotona giornata normale della mia vita mi mancasse. Ho spiegato di come provassi nostalgia anche per le mie solite lamentele per il traffico del mattino o per quelle incombenze noiose che mi mettevano di cattivo umore, di come mi manca l’aperitivo post lavoro con i colleghi per lagnarci della giornata e la sveglia all’alba per organizzare un servizio fotografico. Mi manca essere sempre di corsa, l’agenda sempre troppo piena, il telefono che squilla di continuo fino a farmi impazzire; mi manca vedere il mare distogliendo lo sguardo dal pc della mia scrivania, la telefonata con un’amica post lavoro, l’organizzazione dell’ennesimo viaggio incastrato tra un impegno improrogabile e l’altro.

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Mi manca la frenesia di quelle giornate che troppe volte ho definito impossibili, uscire di casa assonnata e tornare stanca e spesso tediata, mi manca ridere per una battuta idiota sol perché ormai al culmine dell’isterismo e della stanchezza. Mi manca preoccuparmi di come andare all’ennesimo concerto dall’altra parte del mondo cercando di incastrare consegne di barche e saloni nautici.

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Credo fosse questa una delle mie ultime preoccupazioni prima che il mondo fosse messo in pausa, questa e altre mille frivolezze di cui adesso faccio anche fatica ad averne memoria. Ero preoccupata di rivedere chi aveva fatto battere troppo velocemente il mio cuore, preoccupata di non essere capace di dimostrare una maturità che avevo promesso ma temevo di non avere, preoccupata per quel sorriso che sarebbe spuntato innaturalmente sul mio viso quando avrei incrociato quegli occhi azzurri che mi avevano confusa. Ero preoccupata di come sarebbe stata questa stagione estiva con le barche spostate dal solito posto, quanti giri in barca sarei riuscita a fare, quante pause da lavoro con il lavoro sarei riuscita a concedermi.

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Mi sembra tutto così lontano adesso, tutto così futile…tutto così diverso, quasi irraggiungibile.
Eppure dovremo tornare alla normalità…o quanto meno a quella nuova normalità che caratterizzerà le nostre vite per forse troppo tempo. E non riesco a non provare ansia. Non riesco a far smettere di rimbalzare quella sciocca domanda tra le pareti labili della mia mente:
Cosa ti manca della tua vecchia vita?

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Già a chiamarla vecchia vita mi manca il respiro, eppure se ci pensate un attimo è proprio così: sembra così lontana quella normalità da sembrare cosa vecchia. Ma cosa mi manca di tutto ciò? Cosa mi manca davvero da farmi bramare di uscire dalle mura sicure della mia casa…dalla comodità del terrazzo che ho bellamente attrezzato in questi giorni. E’ complicato.

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Perché la verità è che le prime due settimane questo stop forzato mi stava facendo impazzire, questa brusca decelerazione da 100 a 0 mi aveva sfasato totalmente, rendendo le mura di casa mia una fastidiosa prigione. I meeting su Skype erano la mia finestra sul mondo, le chiacchiere su Houseparty un’ancora di salvezza per non sprofondare nell’oblio della follia. Ma ci si abitua a tutto…anche ad una vita a metà.

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Ci si abitua a vivere in un tempo lento, sospesi in un lungo fuso orario: ci si alza più tardi, perché non c’è il traffico da affrontare e si accende il computer indossando ancora il pigiama; ci si sistema i capelli tra una telefonata ed una mail; le riunioni si svolgono fuori orario; si mangia un po’ prima…un po’ sempre…un po’ tanto.

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Ho iniziato a scrivere questo post una settimana fa, mancano ancora due settimane al 3 Maggio.
Restiamo sospesi in questo tempo a metà.

Pensieri Sparsi

Tu come stai?


Sono giorni strani! 😕
Si finisce a pensare…forse troppo!!!
Ma voi avete chiesto a qualcuno davvero: “Come stai?”💛
Avete contattato qualcuno che non sentivate da un po’ solo per sapere se stesse bene?❤️
Avete avuto voglia di mandare un saluto a qualcuno che quasi avevate dimenticato? 😔

E qualcuno ha pensato a voi?💕

• Giorno 19 •

Pensieri Sparsi

Non ho tempo.


Vorrei leggere un bel libro ma non ho tempo.

Vorrei fare più esercizio fisico ma non ho tempo.

Vorrei tornare a scrivere come facevo qualche anno fa ma non ho tempo.

Vorrei chiamare quell’amico che non sento da un po’ ma non ho tempo.

Vorrei prendermi cura di me ma non ho tempo.

Vorrei imparare una nuova lingua ma non ho tempo.

Potrei continuare quest’elenco tristemente all’infinito.

Il tempo. Occupiamo questa terra da millenni e ancora non abbiamo imparato a gestirlo, ancora non abbiamo imparato ad addomesticarlo.

Non ne abbiamo mai abbastanza e adesso che abbiamo tutto il tempo di questo mondo è così troppo da farci paura. Non è un paradosso?

Adesso che potremmo leggere, scrivere, fare quella telefonata, fare tutto ciò che abbiamo sempre rimandato…non abbiamo la testa, non abbiamo la voglia, non abbiamo la costanza.

Ed è così che i giorni di questa lenta quarantena si stanno susseguendo inesorabilmente e, oltre che mangiare come se non ci fosse un domani, di tutto quello che avremmo voluto fare se solo avessimo avuto tempo non abbiamo fatto nulla.

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Almeno per me è così.

Pensieri Sparsi

11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.


11.
Come i giorni trascorsi da quando la mia vita è stata messa in una sorta di stand by forzato.
Per qualcuno sono trascorsi più giorni, per altri meno. Alcuni ancora non hanno compreso cosa stia accadendo, altri non hanno potuto ancora farlo. Per qualcuno il mondo sta finendo, per altri è già finito.

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Quando tutto questo è iniziato nessuno di noi lo aveva davvero preso sul serio: sta accadendo qualcosa in Cina. La Cina è un posto lontano da dove vivo io e poi in Cina sono così tanti che è normale che muoia così tanta gente. Normale. Come se la morte anche di una sola persona potesse considerarsi una cosa normale, sottovalutabile.
Poi però è successo qualcosa, la Cina non era poi così lontana come sembrava. Si stava avvicinando, silenziosamente…e forse ci illudevamo lo stesse facendo con lentezza.
La colpa era dei Cinesi. La colpa era di chi in Cina ci era stato per lavoro o forse per diletto.
Eppure era tutto ancora così lontano.

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Perché fino a che il male non parla la tua lingua in fin dei conti non è davvero cosa tua.
Le cose sono cambiate il 21 Febbraio, quando tutto di colpo è diventato così così vicino eppure ancora così lontano. Un solo contagiato, così lontano da casa mia. Si poteva ancora fare ironia sull’intensa vita sociale del paziente 1; si poteva ancora ridere su qualcosa che iniziava a fare un po’ più paura. Iniziava a sembrare sempre un po’ più vera.
Era un tempo diverso, i problemi erano altri: le troppe cose da fare a lavoro, il collega che ti aveva dato noia, i kg di troppo che segnava la bilancia…l’odiato compleanno che anche quest’anno stava inesorabilmente arrivando, la prenotazione per la cena e il post cena da organizzare per quel weekend saltato quando la paura iniziava ad avere un odore più acre.
Era ancora un problema lontano. Qualcosa che stava iniziando a condizionare la nostra vita lentamente, qualcosa che si stava insinuando nella nostra normalità.
Eppure si poteva ancora ridere di quei divieti quasi bislacchi: niente baci o abbracci, niente strette di mano, stiamo ad un metro di distanza.
Quel virus arrivato dalla Cina sembrava avesse imparato a parlare la mia lingua tenendo tutto a distanza. Anche le amiche.

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Nessun viaggio per il mio compleanno. Quel problema da lontano rischiava di avvicinarsi troppo, meglio stare a casa. Meglio rimandare le risate e le sbronze a tempi migliori. Perché ci saranno giorni migliori. Ma non sapevamo ancora cosa ci aspettasse: era ancora qualcosa di lontano, qualcosa che aveva iniziato a rinchiudere le mie amiche lontane. Qualcosa che iniziava a sembrare reale. Reale per davvero.
Fingevamo che le nostre vite fossero intoccabili, che avremmo avuto tutto il tempo del mondo per affrontare il problema o che forse saremmo stati tanto fortunati da non doverlo affrontare affatto. Nord e Sud sembravano vivere a due velocità diverse, andare in due direzioni diverse.
Siamo bloccate a casa da giorni. Sono uscita tardi dall’ufficio. Inizio ad avere paura. Sta arrivando la bella stagione. Finirà presto. Qui non arriverà.

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Ci credevamo davvero. Credevamo a tutto. E poi pian piano, regione dopo regione, provincia dopo provincia, si è preso tutto il nostro paese.
Quel virus lontano che proveniva dalla Cina, ha iniziato a parlare a voce alta in Italiano.
1. 5. 10. 30. 80. 100. 140. 220. 450. 660. 880. 1000. 1350. 1760. 2050. 2300. 2450….10350. 15450. 23970. 34560. 43890. 54060.
E poi abbiamo smesso di contare i contagiati per iniziare a contare i morti.
E poi abbiamo iniziato a stilare grafici.
E poi abbiamo iniziato a guardare delle curve alla ricerca del picco più alto per poter iniziare a vedere la fine di tutto.
Era tutto così lontano. E adesso non lo è più.

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Lockdown. Quarantena. #stateAcasa
È il 22 Marzo. È passato un mese da quando questo maledetto virus ha pronunciato il suo primo vagito italiano e stiamo completamente brancolando nel buio.
Sono passate due settimane da quando tutta l’Italia è diventata zona rossa eppure sembra sia passata una vita da quando la nostra solita routine ci dava noia.
Era poco più che un’influenza. Un’epidemia. È diventata una Pandemia.
Ci siamo raccontati che #andràTuttoBene, sono stati dipinti arcobaleni su lenzuoli e sventolare bandiere. Tutti hanno messo la mano sul cuore per sentirsi italiani ed intonare l’inno dal proprio balcone di casa. Siamo tutti italiani e l’Italia si rialzerà da tutto questo. Siamo un Paese forte, vincente e alla fine #andràTuttoBene. Lo ascoltiamo alla tv, lo leggiamo sui social, ce lo raccontiamo nel corso di una videochiamata. Lo ripetiamo sperando di crederci. Eppure i colori dell’arcobaleno iniziano a perdere vividezza.

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11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.
Abbiamo i telefoni pregni di meme che non fanno più ridere, di video commoventi che non guardiamo più, di avvertimenti su cosa fare e cosa non fare quando si mette piede fuori casa. I gruppi whatsapp pullulano di foto di pizze e dolci, di foto nostalgiche di momenti passati, di meme diversamente divertenti che ironizzano sui kg che stiamo accumulando, di promesse di aperitivi, grigliate o viaggi.
Siamo pieni di buoni propositi e nostalgia, di rimpianti e rivincite. Ci manca chi non dovrebbe mancarci, manchiamo a chi non impegna i nostri pensieri. Ci perdiamo nei silenzi o ci assordiamo di rumore.
Siamo persi nelle mura del nostro luogo del cuore, quello in cui siamo felici di tornare anche dopo il viaggio più bello mai fatto.
Siamo smarriti nelle nostre paure, bloccato in un tempo che non sappiamo come impegnare, immobilizzati nelle nostre incertezze.
Dicono che tutto andrà bene e, in fondo, alla fine sarà così. Deve essere così. Ma il cielo grigio di questa domenica immobile e senza suoni mette in pausa il mio ottimismo.

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11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.

Pensieri Sparsi

Giorno 7 di quarantena!


Ormai passo le giornate dalla scrivania alla poltrona, passando per il letto…buttandomi sul divano!!!
Sono praticamente tornata al periodo universitario quando usavo il pc e scrivevo nelle posizioni più assurde!!!
È solo il 7imo giorno…ma avete detto che #andràtuttobene e io continuo a credervi!!

•Ma alla fine di tutto anche la bilancia mi dirà che #andràtuttobene?• ⚖️
✨ chiedo per un’amica eh✨

Pensieri Sparsi

Andrà tutto bene?


Sono giorni che mi riprometto di mettere nero su bianco quanto affolla la mia mente in questo periodo che definire strano è dire poco.
Non è certo il tempo quello che mi manca, la concentrazione forse…ecco quella si, credo sia andata a farsi un bel giro da tempo ormai. La verità è che, per quanto ci provi non riesco a tenere i pensieri lontani dal solito circolo vizioso in cui non riesco a smettere di inciampare.

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Andrà tutto bene!!!
Lo leggiamo ovunque negli ultimi giorni, lo sentiamo ovunque in questa botta di ottimismo forzato che, in fondo, male non può fare.
Ci credo davvero che andrà tutto bene! Deve essere così. Non può essere diversamente…eppure non riesco a togliermi dalla testa il più pesante degli interrogativi:

Tra quanto andrà tutto bene?

Non credo mi sia concesso davvero di potermi lamentare, sono a casa solo da 5 giorni (che mi sembrano già un’eternità) ma tra ansia, mood preciclo ed internet che va un po’ come cavolo gli pare, oggi sento di essere pronta ad impazzire.

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Inspiro e espiro. Dicono che calmi. Non ricordo bene come funziona al momento perché non funziona. Neanche i fiori di Bach mi danno l’illusione che andrà tutto bene…per davvero.

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Voleva essere un post ironico e irriverente, un post che facesse sorridere nonostante l’assurdità che stiamo vivendo…ma oggi non respiro (e non è uno dei sintomi di questo virus malefico, di questo ne sono certa). Avrò tempo per parlavi del delirio delle videochiamate, dei concerti dai balconi e dai forni accesi.
Domani forse andrà meglio. Oggi no.

Pensieri Sparsi

Un post un po’…vintage!!!


Sarà che sto per invecchiare, sarà che sono un po’ nostalgica da qualche settimana, sarà la novità di poter utilizzare la tecnologia per tornare indietro nel tempo senza rinunciare alla comodità…insomma questo post nasce un pò per caso… un po’ per rendere lieto il mio stato attuale, troppo burrascoso e mesto per essere affidato al mero ticchettio dei tasti sul mio iMac!

Febbraio è iniziato da una settimana ormai, ma tutta questa rivoluzione rispetto a Gennaio non mi sembra ci sia stata!

Degli obiettivi affidati a questo blog ad inizio

anno, mestamente, devo ammettere di non averne ottenuto neanche 1 (oddio, forse il meno Nick Carter… ma poco più di 30 giorni non credo siano un tempo utile per questa valutazione).

Lo so, è appena iniziato l’anno e forse non

è così giusto giudicarmi… eppure non riesco a

non farlo.

Non riesco a non pensare, in un certo

qual modo, di aver già fallito!

In neanche 40 giorni di questo nuovo

anno ho già capito un’ importante verità:

SARA’ un GRANDE, infinito… MEGAGALATTICO

CASINO

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

You Think you Know…


Quando la vita inizia a somigliare sempre più un trenino delle montagne russe da cui è impossibile scendere, inizi a chiederti se sarai davvero in grado di staccare da tutto e tutti almeno per un giorno.
Inizi a temere che lo switch per tornare 15enne possa non funzionare più, come se all’alba dei tuoi 34 anni essere grandi possa essere l’unico modo di affrontare la vita.
Inizi a non sentire per davvero le solite ansie che hanno da sempre accompagnano questi eventi, non hai tempo per ascoltare quella vocina flebile nella tua testa che cerca invano di attirare la tua attenzione.

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Funziona che prendi un aereo di corsa subito dopo un’intensa giornata di lavoro, riabbracci le tue amiche mentre cercate un posto in cui mangiare poiché tutto quello che hai in corpo sono due mini Philadelphia e 4 patatine prese dal distributore automatico, finisci sotto il loro hotel assecondando il tuo animo da stalker ma, anche dopo aver chiacchierato con Mike, sei lì a pensare alla serratura della porta della barca che non sei riuscita a recuperare prima di partire.

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Succede che sei davvero stanca eppure pian piano le chiacchiere e le risate delle amiche che man mano iniziano a circondarti iniziano a fare la magia; non sai bene dove sia nascosto quel pulsante magico ma senti che, quasi senza rendertene conto, lo switch avviene. Senti il suono della tua risata, forse un po’ più isterica del solito, che risuona nell’aria…e l’ansia, quella che aspettavi, finalmente prendere possesso della tua testa.

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È sempre un viaggio strano nei meandri dei sentieri tortuosi della mia testa, eppure ogni volta è una nuova avventurache, anche se a rilento, adoro mettere nero su bianco.

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E’ stato un viaggio strano. Credo che ce lo siamo ripetute un miliardo di volte a sto giro.
L’aver deciso, circa 7 mesi fa, che ancora una volta sarebbe stato compito nostro rendere quella serata magica si è rilevata un’impresa più complicata di quanto potessimo immaginare. Le reazioni incredule e felici di 5 anni fa erano ancora troppo impresse nelle nostre retine e, nonostante lo scetticismo iniziale, provare a scappare da questo impegno sembrava impossibile. E così è stato.
La mole infinita di cose che possono cambiare in 5 anni è, a dir poco, infinita.
Ma 7 mesi fa non potevamo neanche lontanamente immaginarlo.

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Sono stati 7 mesi intensi.
7 mesi in cui, oltre alla confusione e agli impegni delle nostre vite (che in 5 anni sono diventate stressanti e complicate in maniera esponenziale), ci siamo ritrovate a combattere contro a restrizioni e autorizzazioni, presentazioni e progetti da sottoporre a Sony e Live Nation, attese per il benestare del managment americano, fornitura e logistica dei materiali, ansie e liti, risate isteriche e battibecchi telefonici alla ricerca della pura magia.

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E’ con un carico maggiorato di ansia che è iniziata la giornata del 15 Maggio.
Mentre tutti erano a programmare come beccarli fuori dall’albergo, noi eravamo a ritoccare gli schemi da attuare per riuscire a far funzionare la macchina da guerra che avevamo messo su. Mentre mettevamo in ordine trucco e parrucco ripetevamo come delle ossesse il materiale da portare, le persone da chiamare, le cose da non dimenticare. Si, esattamente come delle pazze.

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Siamo passate fuori dall’albergo forse più per sentirci almeno per 5 minuti delle fans normali che non stavamo morendo di ansia da prestazione.
I 5 minuti che a me sono serviti a ricordare il senso di tutta la giornata.
Ero nervosa, agitata e forse più acida del solito…fino a quando, grazie a chi forse aveva capito più di me di cosa avessi bisogno, finalmente TU.

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La scena è stata tragicomica, forse più del solito.
“C’è Nick, salutalo.”
“No. Non voglio.”
Cosa mi avesse detto il cervello io ancora non lo so. A te, per fortuna, non importa.
Uno sguardo. Il solito. Una linguaccia. Come sempre. Un bacio. Le mie lacrime.

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Perché diciamolo pure: mi hanno vista tutti piangere.
Probabilmente c’è chi ha goduto non capendo il momento, forse c’è chi mi ha giudicato male…a qualcuno magari ho fatto anche tenerezza (si, lo so, è impossibile).
Ho pianto perché era passato un anno ma in realtà non era passato un solo istante.
Ho pianto perché era passato un anno ma non era cambiato nulla.

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Il mio umore è cambiato, almeno per un po’.
Ma non c’era tempo per crogiolarsi, la corsa contro il tempo era ormai iniziata: la corsa al filaforum di Assago, il controllo della correzione delle stampe sbagliate, il pranzo al volo che ti fa rendere conto che sei passata dai panini del Mc Donald’s al risotto con i gamberetti, l’incontro con i tipi di Live Nation mentre stai ancora cercando di portare il cibo alla bocca, lo scarico della mole infinita di materiale, il dissuasore del traffico che non ne voleva sapere di lasciarci libera la strada, il biglietto del concerto finalmente tra le mani, ritardi non giustificati e assenze poco chiare, ansia, stress ma tanti volti amici che con passione erano li a ricordarci che Siamo una squadra fortissima.

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Si ringrazia Alessandra per avermi reso presentabile nonostante la stanchezza e lo stress sul viso; per aver cercato di rendermi nuovamente una persona normale.

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Ci eravamo preparate per 7 mesi per quel momento e non poter essere dentro con le ragazze ad ammazzarci fisicamente di lavoro e coordinare tutto il lavoro lentamente ci ha ucciso. Essere in fila per dare inizio al divertimentoe non riuscire a staccarsi dal telefono per capire se le ragazze sono entrate, se è fattibile fare il lavoro in quel poco tempo, se il lavoro di tutti riesca a non essere vano. Essere in fila e capire che hanno fatto casino con le autorizzazioni, temere che nel parterre non si potesse mettere più nulla, cercare un piano di riserva senza smettere di trovare una soluzione per far andare avanti il primo.

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Fare il giro del backstage, vedersi passare Briandi fianco e continuare ad osservare se le ragazze stanno posizionando i fogli in maniera corretta. Scorgere i cuori in platea e sentire il proprio scoppiare nel petto.

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Credo di essermi ritrovata in fila per fare la foto senza neanche rendermene conto, di aver capito cosa stesse accadendo solo quando sono entrata in quella stanza.
Finalmente loro. Finalmente Lui.
Dopo anni mi sono ritrovata a pensare: Esistono davvero.Non ero pronta a quel momento, non mi ero preparata affatto. Era tanto che non mi sentivo così impreparata.

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Le braccia di Brian le prime ad accogliermi. Adoro i suoi abbracci.
Di Alex ricordo sempre troppo poco…i miei occhi erano stati già calamitati dai suoi.
“Oh…Hey.”
E persa tra le tue braccia mi sono sentita nuovamente a casa. E tu sei uno stronzo e lo sai.
I want a BIG hug from you!”
Chissà cosa volessi veramente dire in quel momento. Kevin ha riso e sottolineato che io volessi un BIG HUG FROM YOU…GRANDE…hai riso…io volevo morire…mi hai abbracciato e stretto più forte al momento della foto (grazie, mi ero preoccupata di non riuscire ad avere la solita faccia da allucinata cronica). Hai riso di nuovo e mi hai abbracciato di nuovo. Ti ho dato un bacio sul collo perché non si dica che la testa mi assista in quei momenti. Mi hai abbracciato di più mentre Kevin guardava divertito probabilmente pensando ancora che sono un’analfabeta funzionale.
Ho salutato Kevin, due baci sulle guance e lui mi ha abbracciato. Come fa sempre, con tutti, come per dire Grazie.
Mi sono trovata Howie sulla strada verso l’uscita…puoi davvero non salutarlo?

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Ho lasciato la stanza frastornata e la prima frase che ho sentito è stata:
“C’è un problema con la Fan Action.”
Sono sbiancata. Anche il tizio della sicurezza aveva capito quanto fosse facile prenderci in giro in quel momento.

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Ho bevuto. Tanto e di gusto. Ho riso in compagnia delle mie vecchie amiche di sempre e di quelle nuove appena scoperte. Abbiamo brindato come se non ci fosse un domani  perché del domani poco ci importava: in quel momento eravamo felici, ma felici per davvero.
Era la quiete prima della tempesta. E lo sapevamo.

Arrivata nel circle è iniziata la battaglia: ancora fogli da consegnare, direttive da fornire, starlights da far brillare, una stronza da mandare a cagare (perchè quando deciderò di portare croccantini per calmare gli animi di quelle animali sarà sempre troppo tardi).
Che poi, apro e chiudo parentesi, ma io dico: piccola imbecille davvero credevi di poterla avere vinta contro di me? PORACCITUDINE HAS NO LIMITS.

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Insomma, il telone è calato letteralmente sulle nostre teste e lo spettacolo ha avuto inizio.
E’ stato strano.Il cuore batteva forte, Tu eri semplicemente il solito Tu a cui sono ormai affezionata, l’adrenalina era a mille eppure i nostri occhi fissavano la scaletta in attesa del momento della verità.

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Sulle prime note di Incomplete mi è mancato il respiro. Ho chiuso gli occhi per una frazione di secondo. Speriamo vada tutto bene. Li ho riaperti ed è stata magia.
Siiiii. La prima è andata. Abbiamo urlato, le nostre mani si sono incontrate in un battito di gioia. Possiamo respirare, per un po’.

Avevamo superato il primo test, ma il vero esame lo avremmo sostenuto a breve.
Ho perso un battito quando Shape of my Heart ha iniziato a risuonare nel forum, ho ascoltato tutta la parte di Nick quasi senza respirare…e credo che il video spieghi meglio di me cosa sia accaduto.

Abbiamo pianto. Ci siamo abbracciate tra i singhiozzi di chi sa di esserci riuscita, nella consapevolezza di aver creato qualcosa di grande. Tremavamo incredule della magia che due teste vuote erano riuscite a tirare fuori da un cappello fatto di ansie, sogni e testardaggine da vendere. Piangevamo per le ragazze che ci avevano dato fiducia, per chi ci aveva dato soldi e chi era diventato le nostre braccia e le nostre gambe. Piangevamo per lo stupore disegnato sui volti di chi da anni ci regala emozioni.
Lacrime e gioia. Ce l’abbiamo fatta. Finalmente potevamo goderci la serata, la nostra serata.

Il concerto è stato pazzesco. Loro sono stati pazzeschi. Noi siamo state pazzesche.
Ma neanche a questo punto della storia c’era il tempo per fermarsi a festeggiare, di corsa in macchina per raggiungere un locale dalla parte opposta di Milano per l’afterparty.
Ovviamente in ritardo, ovviamente le ultime ad entrare nell’area Vip praticamente pochi istanti prima che arrivassi Tu e l’altro.

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Altro giro, altra corsa.
Solo adesso che metto nero su bianco il tutto, mi rendo conto di non aver salutato Howie; sono venuta direttamente da te.  Il tuo sorriso mi uccide ogni volta.
“Hello, Kitty.” – Ti è concesso solo perché sei Nick Carter, lo sai, si?
Mi hai abbracciato e hai riso quando ti ho detto che Howie nella foto non lo volevo.
E’ solo in questo momento che mi sono resa conto di lui, con voce carina e coccolosa gli ho detto:
“Facciamo che tu ti metti qui e fai un po’ quello che vuoi. Ecco, bravo qui. Sorridi. Fai la faccia arrabbiata. Fai quello che vuoi. Non ci mettiamo in la, eh!”

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Tu hai riso divertito. E’ l’effetto che ti faccio.Un altro bacio…un altro segno.

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Ricordate lo switch di cui parlavo un milione di parole fa?
Ricordate tutte le ansie di non essere più capace di vivere il momento?
Parole…parole…parole.
Mi perdo nell’azzurro dei Tuoi occhi ogni volta come fosse la prima, mi sento a casa quando mi stringi tra le tue braccia cicciottose, la morbidezza della tua pelle e il suono della tua risata. E’ sempre un fiume di parole senza senso quando provo a raccontare cosa vivo in quel momento, perdo il filo insieme al senno ogni volta che i miei occhi si incrociano con i tuoi. Torno 15enne e torno stupida, sono felice. Di quella felicità puttana che è come una droga. Un’astinenza continua che mi spinge a fregarmene delle poche ore di sonno prima di tornare a lavoro, a fregarmene delle risatine di chi non capisce, a fregarmene di chi  vuole fare i conti nel mio portafogli.

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E’ l’ansia che torna a scalfire la mia serenità; un uragano che ogni volta mi lascia per giorni in balia di quelle emozioni che mi stravolgono l’esistenza e mi ricordano che non viva. Ma viva per davvero.

img_5811Come ogni volta è un libro più che un racconto…ed è neanche la metà di cosa si affolla nella mia mente.
Come ogni volta i gioielli più brillanti sono le amiche con cui condivido questi momenti, eppure questa volta c’è qualcuno in più da ringraziare. Lo abbiamo fatto per giorni ma non è mai abbastanza.

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Come sempre però il grazie più grande lo devo a Me stessa per ogni volta che osservo impaurita le mie ansie fissarmi e deciso di essere più forte di loro; per tutte le volte che temo di non farcela e mi dimostro che mi sbagliavo; per quando cedo alla tenerezza di un abbraccio o al bisogno di avere vicino le mie amiche; per quando metto il telefono in modalità aereo e decido che il tempo per me è un momento sacro.

Grazie a me che mi concedo di essere Me quando sono con Te.