Parole e Storie

Eclisse #2


La risata argentea di Christian risuona gioiosa nell’aria rallegrando il mio cuore di mamma, corre felice arrampicandosi da una giostra all’altra, urla e sorride soddisfatto mentre l’altalena lo porta sempre un po’ più su, sempre più in alto verso quel cielo che, bramoso, vuole arrivare a sfiorare con la mano. Mi siedo su una panchina non molto distante dalle giostrine per dargli l’illusione di essere libero senza però perderlo di vista; si sente già un piccolo ometto il mio bambino, la sua voglia di scoprire il mondo riesce a sorprendermi giorno dopo giorno regalandomi emozioni che mai avrei immaginato di provare. I pensieri scemano nella mia mente, mi perdo osservando il mio piccolo correre spensierato inseguendo una farfalla dai mille colori, un’espressione vispa colora il suo viso mentre, come un piccolo tigrotto, studia la sua preda, sbuffa indispettito vedendola sfuggire per l’ennesima volta ma non si arrende. Caparbio e testardo. Proprio come il suo papà!
“Mamma, mamma! Guarda cosa ho catturato. Ce l’ho fatta! Guarda mamma.”
Con le mani strette a preservare il suo piccolo tesoro, Christian corre urlando a squarciagola verso di me, si agita forse un po’ troppo nella fretta di mostrarmi la sua conquista, le gambine gli si intrecciano, è un istante, e vedo il mio scricciolo capitombolare a terra, le sue mani si poggiano veloci sul terreno permettendo alla sua preda di tornare a volare libera e felice verso il verde prato.
“Christian!”
Afferro la borsa che avevo poggiato di fianco e, a grandi falcate, raggiungo quel piccolo angelo biondo, gli sorrido con dolcezza chinandomi a ripulirgli quei pantaloni che fino a poco fa erano di un candido azzurro. I suoi occhi brillano per le lacrime che li riempiono, tira su con il naso cercando con tutte le sue forse di non piangere, la vocina lamentosa e le manine si muovono concitatamente.
“Quella stupida farfalla, era mia ora. Non doveva andare via. L’avevo presa per te.”
“Non importa, amore mio, ascoltami: è volata via, adesso è di nuovo libera, può spostarsi di fiore in fiore, cercare nuovi prati, mica volevi tenerla prigioniera?”
“Certo che volevo. Era mia ora.”
Scuoto la testa con disappunto, Christian pende dalle mie labbra.
“Se qualcuno ti prendesse mentre stai scegliendo su quale giostra salire e ti portasse via dicendo: questo è mio adesso! Tu come ti sentiresti?”
“Io sono un bambino, non una stupida farfalla.”
“Un bambino cocciuto sei.”
Imbroncia le labbra incrociando le braccia indispettito.
“Era la mia.”
Gli passo una mano tra i capelli scompigliandoli un po’, un piccolo bacio sulla guancia e una dolce proposta. Basta poco per veder tornare il sorriso sul suo viso.
“Ho sentito che i cacciatori di farfalle mangiano molto gelato per restare in forma: mega coppa da Zacky?”
“Cioccolato e fragola?”
Annuisco rimettendomi in piedi, stringo la sua piccola mano nella mia e insieme ci incamminiamo verso la gelateria.
“Allora Christian, come la facciamo questa mega coppa di gelato?”
Zacky, il gelataio, un uomo sulla cinquantina dai capelli brizzolati e il viso bonaccione, inizia con il solito elenco di mille e più gusti, consapevole che la scelta del mio piccolo ricadrà sempre sui soliti due.
“Fragola e cioccolato.”
“Ma davvero non vuoi provare il gusto puffo?”
“Che schifo. Fragola e cioccolato.”
“Ma quanto è testardo questo bambino.”
“Cliente difficile.”
Sorrido divertita prendendo le due coppe dalle mani di Zacky e dirigendomi ad un tavolino non troppo distante dal bancone, Christian affonda felice il cucchiaino nel suo gelato concentrando su esso tutta la sua attenzione.
“Allora, scricciolo, pronto per domani?”
Distoglie lo sguardo dal cucchiaino strabordante di gelato che stava portando alla bocca, imbroncia le labbra corrucciando il viso in un’espressione seria.
“Non ci voglio andare. Io non ci vado eh.”
“Sono sicura che ti divertirai tantissimo, invece, ci sono molti tuoi amichetti di scuola e conoscerai tanti nuovi bambini…”
Lascia cadere nervosamente il cucchiaino nella coppa incrociando le braccia per dare più valenza alle sue parole.
“Non ci voglio andare. Se è così divertente perché non ci vai tu?”
Sorrido benevola assaggiando un po’ del suo gelato.
“Se avessi la tua età sarei contenta di andarci, ora sono po’ troppo cresciutella purtroppo. Comunque suor Mary è dolcissima, mi ha detto che vi porteranno tutti i giorni a mare e poi è attrezzatissimo il campus, pensa che hanno addirittura il campo di basket come quello dei veri campioni.”
Al suono delle ultime parole gli occhi gli si illuminano di gioia, impugna nuovamente il cucchiaino e riprende a mangiare il suo gelato riempiendomi di domande sul campo da basket, la testarda riluttanza di poco fa sembra essere solo un ricordo ormai, gli sorrido con dolcezza cercando di rispondere a tutti i suoi quesiti. E’ stata Maggie a suggerirmi di iscrivere Christian al campo estivo, dopo avermi ripetuto che come madre ho ancora troppo da imparare mi ha messo tra le mani il volantino pubblicitario del campus di suor Mary, l’ho scrutato interdetta per un po’ provando a immaginare come potesse essere per il mio bambino passare le vacanze in un posto del genere.
“Santa donna, non avrai mica intenzione di far trascorrere a questo piccoletto tutta l’estate in questo bar? Niente ma. Le iscrizioni chiudono oggi, quindi muoviti, alzati da quella sedia e cammina.”
Quasi di peso mi ha trascinato nel cortile dell’edificio, dove si svolgeranno le attività estive, di fronte a suor Mary, una donnina quasi della mia stessa età dai lineamenti minuti e lo sguardo profondamente misericordioso che, con aria affranta, mi faceva presente come era la situazione.
“Mi spiace davvero ma non ci sono più posti disponibili, quest’anno abbiamo avuto un elevato numero di iscrizioni e…”
Stavo per ringraziare e andare via quando ancora una volta Maggie ha intercesso per me ponendosi con le mani poggiate sulle anche e sguardo altero di fronte alla povera ragazza.
“Mi stia ben a sentire: non ho camminato per cinque isolati sotto questo sole torrido per sentirmi dire che a quel piccolo angelo biondo non è concesso di stare in questo campus e passare un’estate che abbia una parvenza di normalità, non mi importa chi santi in paradiso deve pregare: Christian avrà il suo campo estivo.”
La piccola suora mi ha guardato impaurita fare spallucce accennando un sorriso, ha alzato gli occhi al cielo posandomi una mano sulla spalla con fare caritatevole.
“A quanto sembra l’ultimissimo posto disponibile è del suo Christian.”
“Non so come ringraziarla.”
“Ringrazi il suo angelo custode.”
Ha accennato guardando Maggie andare via brontolando lasciandomi sola.
Il rumore squillante del metallo del cucchiaino che batte sulla coppa di vetro ormai vuota risuona nella mia mente disperdendo i ricordi.
“Diventerò un campione, mamma.”
“Ne sono certa, piccolo mio.”

Il bianco ovattato delle nuvole sfuma lentamente sotto il mio sguardo fisso sul finestrino, i colori assumono sfumature diverse, le figure iniziano a prendere forma nei miei occhi. Scruto ogni particolare su cui ricade la mia attenzione mentre una mesta malinconia mi pervade dal profondo, un paesaggio che conosco in ogni suo piccolo dettaglio per le troppe volte che ho percorso la stessa tratta. Le prime scosse di assestamento dell’aereo che ha toccato terra scuotono il mio corpo allontanando da me quegli stupidi ricordi che cercavano di invadere con prepotenza la mia mente.
Chiudo gli occhi lasciandomi cullare dalle ultime vibrazioni del veicolo.
Il suono metallico delle parole del capitano che annunciano il nostro arrivo a Barkley riecheggia nell’abitacolo. Un sorriso smorzato si fa largo sul mio viso al pensiero di quanto risuonassero dolci queste sterili parole nella mia mente solo qualche anno fa quando il mio unico desiderio era correre da lei.
“Hey, Chris, tutto bene?”
La voce di Alex spazza via la sua immagine dai miei pensieri, riacquisto possesso di me, sfodero un sorriso sfacciato e mi metto in piedi strizzando l’occhio all’hostess che mi mangia con gli occhi ancora eccitata dalla sveltina consumata in volo.
“Benissimo, amico, benissimo.”

Ho ascoltato qualche consiglio…a breve troverete il mio racconto su Amazon.
Ho condiviso con voi un altro pezzo in modo da darvi un’idea di cosa troverete in esso, di cosa potreste leggere se mi darete fiducia.

Una finestra sui personaggi che incontrerete…
Nulla di più.
Se vi va, ditemi cosa pensate.

Parole e Storie

Eclisse


Mi prenderò cura di te

“Perché lo hai fatto? Come hai potuto? Cosa cazzo ti è passato per la testa, cristo santo. Non dovevi. Perché diavolo lo hai fatto?”
Le sue urla strazianti riecheggiano nell’auricolare del telefono che stringo disperatamente tra le mani, mordo il labbro inferiore quasi fino a farlo sanguinare, respiro ritmicamente cercando di mantenere saldo il controllo della voce, nessuna sfumatura nella freddezza assente del mio tono deve svelare ciò che sento sempre più difficile nascondere.
“Mi dispiace. Avevo già deciso ormai, non avrebbe avuto alcun senso aspettare ancora.”
Una pausa pregna di dolore e disperazione.
“Ne avrebbe avuto per me, porca troia. Per noi. Come hai potuto farlo? Era nostro figlio, cazzo, come hai potuto decidere da sola? Cazzo, sei solo una stronza, come ti è saltato in mente? Sei un’egoista, era nostro figlio, cazzo. Lui. Cazzo. Lui era…”
Ascolto le sue parole spingendole lontano da me. Sfogati, amore mio, butta fuori tutta la rabbia che senti esplodere dentro di te, odiami pure se ti servirà a stare meglio. Piangi amore mio, liberati da quel dolore che ti stringe il cuore opprimendoti fino a impedirti quasi di respirare. Non rispondo alle sue accuse, sospiro stancamente cercando dentro di me quell’ultimo barlume di forza per mettere fine a questo strazio.
“Mi spiace, Chris. Il bambino non c’è più, è inutile parlarne ormai.”
Frasi dirette e concise di chi parole davvero non ne ha.
“Ti odio. Per me sei morta, Desy. Morta!!!”
Il suono muto del telefono attraversa la mia anima annientandola con un sol colpo, come uno specchio gettato a terra da un bambino dispettoso sento il mio io frantumarsi in mille pezzi, alcune schegge impazzite hanno infilzato il mio povero cuore provocandomi un dolore allucinante, mi manca il respiro mentre sento il mio male prendere forma, calde lacrime amare bagnano il viso rigandolo con la loro scia nerastra. Mi lascio cadere sul letto, il materasso sembra voglia fagocitarmi per quanto risucchia il mio corpo, l’odore di vecchio delle coperte si impossessa di me rendendomi parte dell’arredamento di questo squallido motel di terzo ordine in cui mi trovo.
La mano accarezza il ventre ancora piatto in un gesto lento e carico di dolcezza e sofferenza.
“Mi prenderò cura io di te.”

Buonanotte, Mr Stephens

Mi lascio cadere rovinosamente sul divano slacciandomi i pantaloni, senza molti preamboli afferro la testa della brunetta, che mi fissa con aria sognante, e la conduco con poca grazia sulla mia intimità, la sua bocca si muove golosamente intorno alle mie parti più sensibili seguendo il ritmo dettato dalla mia mano sulla sua nuca. Alzo gli occhi al cielo abbandonandomi ai miei gemiti fino a sfogare tutta la mia libido nella bocca della ragazza che, stravolta dall’eccitazione e dal desiderio, mi supplica con lo sguardo di farla godere.
“Bob, portala fuori!”
La porta alle mie spalle si apre lentamente, il mio uomo ombra entra sicuro mentre con pochi gesti scoordinati risistemo i pantaloni al meglio, la ragazza viene quasi alzata di peso dal mio bodyguard che, senza proferir parola, accontenta subito la mia richiesta facendola sparire in men che non si dica dalla mia vista.
Sono distrutto. Lo show di questa sera mi ha massacrato eppure il mio appetito sessuale non è ancora sazio, prendo una birra fresca da frigobar e una sigaretta speciale dal pacchetto che ho poggiato sul tavolino accanto a me, sento i miei sensi affievolirsi leggermente e la mia voce rauca chiedere l’ingresso della prossima troietta della serata, è una biondina questa volta, si avvicina sensuale a me guardandomi come se fossi un dio, le sue stupide parole inutili riempiono la stanza, una smorfia compare sul mio viso mentre l’afferro con forza facendola quasi cadere su di me, le mie labbra cercano fameliche le sue, la mia lingua fruga violentemente nella sua bocca quasi come se volessi succhiarne la più profonda essenza, le mie mani si muovono veloci sul suo corpo fino a spogliarla totalmente, in pochi gesti le sono dentro, mi muovo come un animale in calore tenendola saldamente per i fianchi, pochi colpi decisi per raggiungere di nuovo il piacere più assoluto, esco da lei e mi allontano senza degnarla nemmeno di uno sguardo.
“Puoi sparire adesso.”
Mugugna qualcosa con tono supplichevole e lamentoso cercando di fermarmi prendendomi un braccio, l’allontano da me con un movimento lesto, chiudo la porta del bagno alle mie spalle lasciando scemare nella mia testa il suono lagnoso della sua voce, lascio scorrere l’acqua sul mio corpo perdendomi nel tepore che mi regala il vapore che ha riempito la stanza.
Un altro giorno ha avuto fine.
Sbandando come se fossi ubriaco, mi lascio cadere sul morbido letto ricoperto da un caldo piumone rosso porpora, spalanco gli occhi fissando il soffitto cassonettato, un senso di spossatezza pervade il mio corpo eppure anche questa notte il sonno non sembra volersi impossessare di me. Sospiro rumorosamente accendendomi l’ennesima sigaretta farcita, aspiro profondamente fino a quando i miei polmoni saturi chiedono di essere liberati, inspiro lentamente inarcando le labbra per un sorriso ebete e vuoto, proprio come me. Chiudo gli occhi costringendomi a mettere fine a questa giornata, la testa si fa a mano a mano sempre più pesante fino a quando si spegne definitivamente anche l’ultimo pensiero.
Buonanotte, Mr Stephens.

Desy e Chris sono due mie vecchie conoscenze,
quei personaggi che tieni chiusi nel cassetto, che ogni tanto saluti facendoti prendere da mille dubbi, mille desideri.
Desy e Chris sono una storia scritta senza pretese, quelle storie a cui ti ci affezioni senza motivo, quelle storie che vorresti che gli altri conoscessero anche se non sai che non sono nulla di speciale, quelle storie che hai nel cuore…
Desy e Chris sono un piccolo progetto:
l’idea di un racconto che vorrei autopubblicare su Amazon…ma che, per paura di mettermi in gioco, continuo a mettere da parte.