Pensieri Sparsi

Fino al 3 Maggio…


…è davvero tantissimo tempo ancora. E io vi giuro che sto provando a non pensarci, ma non è poi così semplice.
Ieri mi è stato chiesto con fare provocatorio cosa mi mancasse della mia vita in questi giorni, d’istinto ho risposto TUTTO e ho motivato la mia scelta con un messaggio chilometrico in cui raccontavo come ogni piccolo istante di una monotona giornata normale della mia vita mi mancasse. Ho spiegato di come provassi nostalgia anche per le mie solite lamentele per il traffico del mattino o per quelle incombenze noiose che mi mettevano di cattivo umore, di come mi manca l’aperitivo post lavoro con i colleghi per lagnarci della giornata e la sveglia all’alba per organizzare un servizio fotografico. Mi manca essere sempre di corsa, l’agenda sempre troppo piena, il telefono che squilla di continuo fino a farmi impazzire; mi manca vedere il mare distogliendo lo sguardo dal pc della mia scrivania, la telefonata con un’amica post lavoro, l’organizzazione dell’ennesimo viaggio incastrato tra un impegno improrogabile e l’altro.

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Mi manca la frenesia di quelle giornate che troppe volte ho definito impossibili, uscire di casa assonnata e tornare stanca e spesso tediata, mi manca ridere per una battuta idiota sol perché ormai al culmine dell’isterismo e della stanchezza. Mi manca preoccuparmi di come andare all’ennesimo concerto dall’altra parte del mondo cercando di incastrare consegne di barche e saloni nautici.

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Credo fosse questa una delle mie ultime preoccupazioni prima che il mondo fosse messo in pausa, questa e altre mille frivolezze di cui adesso faccio anche fatica ad averne memoria. Ero preoccupata di rivedere chi aveva fatto battere troppo velocemente il mio cuore, preoccupata di non essere capace di dimostrare una maturità che avevo promesso ma temevo di non avere, preoccupata per quel sorriso che sarebbe spuntato innaturalmente sul mio viso quando avrei incrociato quegli occhi azzurri che mi avevano confusa. Ero preoccupata di come sarebbe stata questa stagione estiva con le barche spostate dal solito posto, quanti giri in barca sarei riuscita a fare, quante pause da lavoro con il lavoro sarei riuscita a concedermi.

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Mi sembra tutto così lontano adesso, tutto così futile…tutto così diverso, quasi irraggiungibile.
Eppure dovremo tornare alla normalità…o quanto meno a quella nuova normalità che caratterizzerà le nostre vite per forse troppo tempo. E non riesco a non provare ansia. Non riesco a far smettere di rimbalzare quella sciocca domanda tra le pareti labili della mia mente:
Cosa ti manca della tua vecchia vita?

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Già a chiamarla vecchia vita mi manca il respiro, eppure se ci pensate un attimo è proprio così: sembra così lontana quella normalità da sembrare cosa vecchia. Ma cosa mi manca di tutto ciò? Cosa mi manca davvero da farmi bramare di uscire dalle mura sicure della mia casa…dalla comodità del terrazzo che ho bellamente attrezzato in questi giorni. E’ complicato.

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Perché la verità è che le prime due settimane questo stop forzato mi stava facendo impazzire, questa brusca decelerazione da 100 a 0 mi aveva sfasato totalmente, rendendo le mura di casa mia una fastidiosa prigione. I meeting su Skype erano la mia finestra sul mondo, le chiacchiere su Houseparty un’ancora di salvezza per non sprofondare nell’oblio della follia. Ma ci si abitua a tutto…anche ad una vita a metà.

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Ci si abitua a vivere in un tempo lento, sospesi in un lungo fuso orario: ci si alza più tardi, perché non c’è il traffico da affrontare e si accende il computer indossando ancora il pigiama; ci si sistema i capelli tra una telefonata ed una mail; le riunioni si svolgono fuori orario; si mangia un po’ prima…un po’ sempre…un po’ tanto.

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Ho iniziato a scrivere questo post una settimana fa, mancano ancora due settimane al 3 Maggio.
Restiamo sospesi in questo tempo a metà.

Pensieri Sparsi

Il dramma della pausa pranzo


Quando smetti di lavorare ad uno sputo da casa uno dei problemi più gravosi che sei costretto ad affrontare, oltre all’ingente mole di stress da traffico che sarai costretta ad accettare già al secondo giorno ritrovandoti a svegliarti prima ancora del suono della sveglia al solo pensiero di restare imbottigliata anche oggi, è quello del momento del pranzo.

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Tralasciando per un istante il fatto che, fregandomene altamente di quello che praticamente tutti i nutrizionisti e/o dietologi affermano, io al mattino, pur rientrando brutalmente nella categoria di persone che prima del caffè non esistono [o mordono in alcune giornate non iniziate propriamente con il piede giusto] non riesco a toccare cibo [se non dopo aver sognato di mangiare biscotti tutta la notte, in quel caso i Pan di Stelle diventano esigenza vitale]. Insomma, capirete bene che giunta a metà mattina nel mio stomaco scatta una riunione di condominio tra tirannosauri inferociti.
Una dramma, che sarà solo il preludio della vera tragedia: la pausa pranzo.

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Perché la verità è che, quando sei l’ultima arrivata, le dinamiche dell’ufficio non ti sono ancora del tutto chiare e rientri in quella categoria di persone per cui il crearsi problemi inesistenti dovrebbe essere una disciplina olimpica, ritrovarsi a mangiare dopo poche ore con dei perfetti sconosciuti non può essere una passeggiata di salute. L’ansia che accompagna lo scorrere delle ore che ti avvicinano inesorabilmente alla pausa pranzo è pari solo a quella di non creare disastri non appena posizionata nella tua nuova postazione; i minuti che si rincorrono poco prima dello scoccare delle 13.00 sembrano interminabili mentre, nella tua mente, inizi già ad elaborare possibili argomenti di conversazione perché nulla c’è di più imbarazzante del silenzio in compagnia di chi conosci ancora così poco.

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Se si rientra nella fortunata categoria dei fruitori di mensa aziendale, il maggior trauma da affrontare sarà quello di capire in maniera smart il funzionamento del tutto: la fila, la scelta, il menù, il tavolo a cui sedersi e quello a cui non avvicinarsi. Un po’ come ritrovarsi, di colpo, in quei film adolescenziali americani in cui la nuova ragazzetta della scuola deve capire come funziona la mensa scolastica, insomma, una tragedia annunciata perché, per quanto tu voglia dissimulare disinvoltura, non ci sono dubbi che: sbaglierai ad ordinare, rischierai di inciampare e rovesciare tutto il contenuto del vassoio in terra, ti volerà qualcosa via dal piatto, avrai difficoltà a capire come sederti senza sembrare goffa su quei malefici sgabelli girevoli, la signora della mensa ti scambierà per una ragazzina spaventata e denutrita e deciderà di adottarti rivolgendosi a te esclusivamente utilizzando vezzeggiativi e incoraggiandoti a mangiare di più magari regalandoti cibo sotto banco.

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Se, in alternativa, si rientra nella categoria del hai un’ora di tempo per mangiare cazzi tuoi come hai intenzione di fare il discorso cambia decisamente perché quando nessuna convenzione giunge in tuo aiuto, piuttosto che spendere metà stipendio in cibo e ritrovarsi ad imprecare ad ogni boccone ingerito, l’unica soluzione è quella di dotarsi di tanta pazienza e di pranzo a sacco.
Facile a dirsi, ma mica è così semplice come sembra?
La consapevolezza che i tuoi nuovi colleghi avranno affrontato le tue stesse difficoltà all’inizio del loro percorso non allevierà in alcun modo le ansie legate alla scelta del tuo primo pasto perché, soprattutto se sei una sana donnina dall’aspetto delicato e lo stomaco di un muratore, dovrai riuscire a scegliere un alimento sostanzioso ed appagante dall’aspetto leggero. Facile no?

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Inizierai, quindi, con la prima fase: l’illusione.
Cercherai con tutte le tue forze di abbagliare te stessa, ed ingannare gli altri, con la più stupida delle scuse:
Mi bastano due tramezzini a pranzo, non mangio così tanto.
Sentirai nel mentre il tuo stomaco imprecare in aramaico, tenterai invano di sfuggire alle sadiche immagini che ti ripropone la tua mente cercando di non assumere in alcun modo la classica espressione di Homer Simpson di fronte ad una ciambella al solo pensiero di mettere sotto i denti qualcosa di solido.

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Questa squallida finzione potrebbe durare all’incirca una settimana, tempo utile per studiare in maniera metodica il pasto di ogni singolo collega e prepararsi in maniera perfetta alla seconda fare: l’emulazione. Stessi contenitori, stessa bottiglina d’acqua, stesso cibo, stessa tovaglietta, stesse posate.

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Perché la verità è che si è disposti a tutto pur di abbandonare quell’imbarazzo che, giorno dopo giorno, diverrà solo un flebile ricordo, un qualcosa di buffo che ha accompagnato i vostri primi giorni in azienda e che, in breve tempo, si trasformerà in un simpatico argomento di conversazione tra un panino con cotoletta e salsa barbecue e un piatto di pasta fredda.

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In fin dei conti, allo stomaco non si comanda.