Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

#10yearschallenge


Sono giorni che sui social, da Instagram a Twitter passando per Facebook, spuntano come funghi collage accompagnate dall’hashtag #10yearschallenge (si lo so, anche foto di uova ma mi rifiuto categoricamente di dare importanza a questa follia globale).
Di cosa si tratta? Ad essere onesta la rima volta che ho visto l’hashtag richiedeva espressamente di postare la prima foto profilo usata su Facebook e di confrontarla con l’ultima utilizzata: una forma di autodenuncia di quanto tutti siamo diventati bravi ad utilizzare i filtri giusti per postare foto sui social abbandonando definitivamente, e finalmente oserei direi, quelle oscenità che venivano fuori da siti come Picnik (eddai, devo davvero sottolineare che adoravo rovinare le mie foto con quelle mostruosità?)
Insomma, per poter sfociare su tutti i social e generare una vera e propria invasione dal sapore retro’, il tutto è stato semplificato diventando: metti a confronto una foto di dieci anni fa con una di adesso.
Nel giro di pochi giorni l’ormai dimenticato 2009 della maggior parte della popolazione socialmente attiva ha trovato nuovo lustro. Come se di colpo tutti, dalla più popolare delle influencer alla figlia del salumiere sotto casa, avessero sentito l’irrefrenabile bisogno di mostrare al mondo quanto si possa cambiare in 10 anni, quanto si possa crescere, quanto si possa migliorare.
Il web è stato inondato da questo mare di ricordi, ricoperto da un velo di malinconia per gli anni trascorsi e da uno strato di fierezza della bellezza della foto più recente. Ho già menzionato il fatto che siamo diventati tutti più bravi ad utilizzare i filtri per migliorare le foto postate?
Per quanto mi riguarda: non posso farci nulla, non riesco proprio a resistere; non riesco a volgere lo sguardo altrove e restare indifferente. Lo ammetto: anche a questo giro ci sono cascata.
2009 – 2019
Sono cambiata così tanto?
Pensieri Sparsi · Weird World ❤

E se a diventare virale fossi tu?


Nel bene o nel male purché se ne parli.

Probabilmente nessuna frase potrebbe esprimere meglio lo stereotipo di società in cui, consapevoli o meno, siamo stati tutti risucchiati da così tanto tempo che difficilmente saprei dire quando sia accaduto. Siamo tutti in cerca di una qualche forma di visibilità, anche quando ci ergiamo sul nostro piedistallo fatto di disgusto e spocchiosità e iniziamo a sindacare tutto ciò che è trash, esibizionismo o, banalmente, lontano dal nostro modo di vedere le cose.

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La società si divide tra quelli che si scattano milioni di selfie e quelli che passano il tempo a storcere il naso alla loro vista puntando il dito e condividendo farlocche ricerche scientifiche che etichettano come malati gli amanti delle foto a se stessi; tra quelli che tweettano usando l’hashtag #GfVip per commentare la qualunque e chi usa lo stesso hashtag per commentare chi commenta la qualunque. 

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Si divide tra le pancine psicopatiche che, direttamente dal medioevo in cui sono rinchiuse, chiedono consigli sul nulla alle loro simili e le adepte stereotipate del Signor Distruggere che le giudicano lasciando commenti tutti uguali tra loro e ripetendo sempre le stesse 4/5 baggianate che la competizione in demenza scatta facile e decretare un vincitore diviene sempre più complesso. 

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Si divide tra chi usa il web come un luogo ameno in cui condividere ogni proprio stato d’animo lagnandosi della propria vita, del prossimo, del cibo, delle lagne e di chi prende le distanze dalle lagne e chi si lagna di chi si lagna.

Si critica Chiara Ferragni facendo un post su Chiara Ferragni, dando quindi pubblicità a Chiara Ferragni pur desiderando di non leggere ovunque di Chiara Ferragni. Un po’ per capire di cosa io stia parlando.

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 Siamo tutti un po’ blogger, un po’ Instagramers, un po’ influencer, un po’ poser (anche se questo termine non sono sicura si utilizzi ancora). Siamo tutti un po’ critici cinematografici, critici letterari, critici culinari. Siamo, semplicemente, tutti critici.

La nostra opinione conta, sempre e comunque. Ma è realmente così?

Ho citato prima non a caso le pancine e le adepte di Distruggere. Troppo facile puntare il dito contro un genio del male che ha ben capito come sfruttare a suo vantaggio la voglia di deridere il prossimo che è insita dell’animo umano; troppo facile puntare il dito contro le pancine vittime della loro stessa demenza. Il motivo del suo successo è banale e scontato, è quello che ha portato ogni Mean Girl che si rispetti ad essere popolare e dominare sul resto della popolazione: prendi un soggetto debole ed esponilo al giudizio di chi si crede più furbo. Boom! Il gioco è fatto! 

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Lui lo trovo geniale! Chi lo segue in maniera maniacale un po’ meno! Chi ne invidia il successo per niente! Chi arriva a stampare gli attestati di Petalogia, però, mi fa una tristezza infinita.

Potremmo analizzare sommariamente il caso di Timidamente Amore: una poraccia crede di saper scrivere, condivide questo suo testo senza capo né coda in un gruppo (o forse una pagina, non sono sicura della fonte); questi capitoli sconclusionati vengono postati sulla pagina di Distruggere e, loro malgrado, diventano virali! C’è chi invia video sulle reazioni alla lettura del favoloso testo, chi si impegna a disegnare la pianta dell’appartamento dove si svolgono i fatti, chi studia le dinamiche cercando un senso logico e chi, addirittura, decide di creare un piccolo corto dedicato ad ogni capitolo!

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Tutto molto divertente, direte voi! 
Eppure, se ci ragioniamo almeno un attimo, dietro le parole a sconclusionate di quella sottospecie di romanzo c’è una persona, probabilmente ignorante e senza alcuna nozione di scrittura, che, nel suo mondo, ha un sogno, forse troppo grande e troppo irraggiungibile (e toglierei anche il forse), ma chi siamo noi altri per deriderla rendendola lo zimbello del web?

Sicuramente gloria ai personaggi della sua immaginazione, in un certo senso, è stata donata: ma era questa gloria quella a cui ambivano? E se così fosse: non stiamo forse creando dei mostri?

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E finalmente arrivo a parlare di ciò che, più di ogni cosa sopra citata, mi ha spinta a parlare di ciò: la signora della pelliccetta. E non fate finta di non sapere di cosa io stia parlando eh, che non ci crede nessuno.

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Da un lato abbiamo una signora un pò verace che, in modi rozzi e teatrali, cerca di far valere un suo diritto (raccontata così educatamente sembra addirittura un’altra storia, me ne rendo conto), dall’altro un’entità sconosciuta che, fiutata la potenzialità di un video del genere sul web, ha filmato l’intera scena, svenimento compreso, e lo ha postato sulla rete. Non saprei darvi una tempistica ma, all’improvviso, il video della signora dall’improbabile maglione bicolore era praticamente ovunque.

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Anche sulla mia bacheca di facebook, se ve lo stavate domandando o mi stavate già etichettando come una di quelle che sale sul suo piedistallo a giudicare; resistere a quel concentrato di trash e teatralità è stato impossibile anche per me, domandarmi del perché cose del genere non accadano mai in mia presenza è stato il passo successivo.

Diciamoci la verità: la reazione della signora è perfettamente esilarante!

La dialettica sconnessa mista di chi sente di avere come unica arma la sua voce grossa e le sue minacce urlate un pò a casaccio, la commessa maleducata incapace di gestire la situazione e la vigilanza che, con garbo ed educazione, cerca di portare la calma in una situazione degenerata ormai da un bel pò. Fosse stata una sceneggiata sarebbe stata perfetta. Ma non si tratta di finzione, e il problema alla fine della fiera è proprio questo.

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Perché il popolo del web è avaro, non si accontenta di ridere guardando un video che probabilmente non sarebbe dovuto finire on line; non gli basta deridere la signora per la scenata. Il popolo del web deve indagare, dare un nome a quella donna, geolocalizzarla; ha bisogno di vedere quella povera pelliccetta che ormai ha assorbito il colore del vestito oggetto del contendere, deve vedere la foto della cerimonia da 150 invitati a cui la signora ha partecipato facendo una pessima figura, deve andare a scavare negli strafalcioni regalati a facebook dalla stessa signora che con l’italiano proprio non riesce ad andare d’accordo. 

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E’ un popolo strano quello del web!

Non che la gente reale sprizzi normalità da tutti i pori eh, ma dal web a volte sembra più facile osservare quanto disagio ci circonda, quanto disagio ci ingloba. 

Una signora senza arte ne parte è stata trasformata in un fenomeno da baraccone, prima, e in una sottospecie di celebrità dopo; perché tutta l’empatia  provata per questa signora presa di mira dal popolo del web si è persa nel momento esatto in cui l’ennesimo video della signora che racconta di essere fermata per strada per fare foto e lasciare la firma (parlare di autografi è troppo complicato per lei), nel momento esatto in cui ci sono siti che parlano di una possibile ospitata della signora nei salotti della d’Urso o, peggio mi sento, dell’ospitata come guest star della donna della pelliccetta in una o più discoteche del napoletano (il video qui). Ma siamo seri?

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E se a diventare virale fossi tu? Come reagiresti?

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Il giochino nuovo


Il fatto che a 31 anni io affronti il mondo ancora come se fossi una bambina, appassionandomi alle cose esattamente come farebbe una bimba con un giocattolo nuovo, deve finire. O forse no.
E’ che non posso farci nulla: non riesco a non farmi ammaliare dal fascino della novità, dall’euforia della scoperta, dal luccichio che solo le cose nuove possiedono; non riesco a resistere a quella sensazione di stupore che ancora certe cose riescono a regalarmi.

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Non sto parlando del nuovo gioco per cui tutto il mondo sta impazzendo, per il quale inutile sottolineare che anche io mi sono rincretinita ritrovandomi a cercare e catturare Pokemon nella mia pausa pranzo ed a raccogliere sfere Pokè nel percorso abituale verso la mia macchina quando esco dall’ufficio.

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La mia nuova droga, il mio nuovo giochino, si chiama Twitter; esattamente il social network dall’uccellino blu, non avete letto male. Uhmm sento il coro di Buuuh levarsi in automatico nelle vostre menti e il naso storcersi con fare saccente:
Come può un social network creato nel 2006 essere oggetto di stupore e novità?
A sto giro, cara psicopatica, hai dimostrato di essere un pò arretrata. Sarà che stai perdendo colpi?

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Nulla di più sbagliato.           
Devo sottolineare che, pur facendone parte dall’ormai lontano Febbraio 2009, il social network con l’uccellino non è mai stato tra i miei preferiti; per una logorroica come me l’imposizione del 140 caratteri per esprimere il proprio pensiero equivale ad una sorta di condanna da scontare; il dono della sintesi non è mai stato il mio forte e l’idea di tornare a scrivere utilizzando quei vecchi stratagemmi utilizzati quando gli SMS erano gratuiti solo in periodo di Christmas Card [o Summer Card che dir di voglia] non ha mai stuzzicato la mia fantasia.

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Inizialmente non mi era ben chiaro il concetto per cui avrei dovuto lasciar fluttuare nella rete un mio pensiero random, senza alcuna foto o video [inizialmente Twitter lo permetteva], senza possibilità di avviare una vera e propria discussione visto l’impossibilità di commentare come invece era possibile fare su Facebook; il tutto tenendo ben presente il discorso sulla privacy che personalmente ci ho messo un poco ad accettare. Il vero senso di Twitter è l’integrazione mondiale attraverso un social network, io scrivo un pensiero seduta bellamente alla scrivania del mio ufficio e PincoPallo dall’altro lato del mondo senza avere idea di chi sia io ma attraverso l’hashtag che sicuramente avrò utilizzato [lingua permettendo] potrà leggere il mio pensiero ed eventualmente rispondere ad esso. Figo.

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Oh certo, a meno che io non decida di proteggere i miei Tweet manco fossero l’anello trasportato da Frodo rendendo, in tal caso, i miei pensieri leggibili esattamente solo ad io, mammeta e tu o, per dirla in maniera più consona, rendendo i miei tweet accessibili solo a chi mi followa. Mi sembra più che giusto mi direte voi. Certo, peccato che tale restrizione valga esattamente per tutti: sento il bisogno impellente di comunicare a PincoPallo che i pantaloni con i risvolti indossati nell’ultima foto postata sono tremendi? A meno che PincoPallo sia un mio follower, e visti i terribili pantaloni ne dubito fortemente, devo rassegnarmi a far abortire il mio pensiero e lasciare a PincoPallo la libertà di continuare a commettere crimini di moda andando in giro così conciato.

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Eppure, nonostante tutto, dopo ben 7 anni dalla mia iscrizione a questo social network che proprio non riuscivo a capire non posso non ammettere di adorarlo letteralmente…esattamente come un giochino nuovo.

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Il motivo è decisamente molto pù semplice e banale di quanto possiate immaginare: sono figlia degli anni ’90, cresciuta a pane e cazzate scritte sul Cioè, costretta a credere a tutto quello che mi veniva raccontato su giornaletti da due lire su quel mondo magico e distante contornato da boyband e teen idol.
Sono cresciuta con l’impensabile desiderio di scovare l’indirizzo di casa dei Signori Carter per inviare una lettera al figlio e dichiarargli tutto il mio amore [quanto è stato duro avere 13 anni è difficile da raccontarlo], ho passato l’adolescenza ad ascoltare i racconti della mia compagna di classe che passava i pomeriggi interi a telefonare a tutti i Cremonini di Bologna e dintorni solo per poter dire a Cesare che un giro sulla sua 50Special lo avrebbe fatto volentieri.

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Capirete che quando arriva un social network che ti mette, allo stesso tempo, liberamente in contatto con PincoPallo dagli orribili risvoltini e il tuo gruppo preferito, l’iscrizione ad esso parte in automatico. Quanto poi sia facile o meno riuscire ad avere quel contatto tanto desiderato è decisamente un discorso molto più articolato; il motto la speranza è l’ultima a morire è decisamente uno dei pilastri fondamentali del popolo di Twitter.

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Quando mi sono iscritta al social network dell’uccellino mai avrei realmente immaginato che i miei sciocchi tweet random avessero  avuto una risposta da un personaggio più famoso del succitato PincoPallo ovviamente; la certezza di questa convizione, fomentata dalla presa coscienza di quanto avessi avuto ragione ad elaborare un tale pensiero, aveva fatto si che relegassi Twitter ad ameno luogo per un silente stalkeraggio.
La noia insomma, dopo ben poco tempo.

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Si ma sono pur sempre passati 7 anni da quando hai iniziato ad usare Twitter, cosa vuoi con questo post oggi?
La verità è che stamane mi sono resa conto che stavo twittando mentre mi lavavo i denti [si, lo so: il disagio proprio] e la cosa mi ha fatto tanto ridere pensando a come considerassi questo social network fino a poco tempo fa. Mi sono chiesta come sia possibile che adesso ci fossi entrata in fissazione e la risposta più logica è stata quella del giochino nuovo.

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E io adoro i giochini nuovi…
…finchè non mi annoio!!!