Pensieri Sparsi

Essere una donna con la minigonna.


Non è la prima volta che mi ritrovo a mettere nero su bianco considerazioni sul fatto di essere una donna in un mondo di uomini; ne avevo parlato dopo una calda giornata in cantiere, quando il peso delle parole mi aveva fatto porre delle domande, quando essere una donna mi era risultata una cosa difficile…e sono sicura che se avessi spulciato bene il blog avrei trovato ancora qualche altro post sull’argomento.

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Consapevole del fatto che Ogni donna che sa il fatto suo, sa che deve lavorare il doppio di un uomo per ottenere la metà del riconoscimento ma da sempre grande sostenitrice del fatto che una donna può fare le stesse cose di un uomo, meglio e indossando i tacchi, sono anni che in un modo o nell’altro mi ritrovo ad avere a che fare, dal punto di vista lavorativo, più con uomini che con donne.
Non me ne sono mai lamentata davvero, non è mai stato davvero un problema.

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Affrontiamo brutalmente la verità: gli uomini sono di base esseri semplici, elementari direi; una volta assimilato questo semplice concetto non risulta molto difficile averci a che fare, sfruttare le loro debolezze e, perché no, capire come manipolarli. Ops, forse questo non dovevo dirlo.

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Insomma a meno che non ti trovi dinanzi un vero stronzo (e ho collezionato anche quella categoria negli anni), il gioco resta molto semplice: basta essere gentili, educate e carine e dire le peggio cose con tono mieloso.
Sono bravissima a minacciare in maniera subdola, a sorridere carina mentre scrivo mail per mettere a sicuro me stessa, a rispondere in maniera gentile mentre progetto come rigirare la frittata a modo mio.

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Leggevo l’altro giorno delle donne vittime di mansplaining e mi veniva da sorridere: tendenzialmente adoro quando mi spiegano le cose e gli dimostro di saperle fare meglio.
Ammetto che capita molto poco spesso, che lavoro in un ambiente in cui mi rispettano e spesso dimenticano che io sia donna…ed è esattamente quando mi viene chiesto qualcosa che non mi va di fare che sono io stessa a ricordarlo trovando qualcuno che faccia quella cosa per me.

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Nel tempo ho trovato un compromesso, un buon equilibrio, e davvero di norma non avrei da lamentarmi, eppure…

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…eppure è un po’ di tempo che questa condizione mi snerva il sistema nervoso.

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La premessa è che so che per un breve lasso di tempo ho lasciato che mi vedessero più umana, e forse ho sbagliato. Ma porca miseria, non schifare tutti a prescindere può essere considerato un peccato? Probabilmente si.

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Ed è questo che poi forse inizia a renderti paranoica, inizia a farti vedere tante piccole sfumature come campanelli d’allarme che ti spostano il sistema nervoso e ti rendono davvero irritata, irritabile e nevrotica.

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E’ quando la tua voce è poco melodiosa che ti senti rispondere:
Cosa hai oggi? Come mai sei irascibile? – Niente, semplicemente non ho voglia di fare la simpatica.
Oh certo, vuoi questo preventivo perché qui c’è la corsia preferenziale. – No, perché è il mio lavoro e tu mi stai facendo perdere tempo.
Oh ragazzi, ma così non si può lavorare. – Certo, perché sei tu che non fai bene il tuo lavoro.

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E’ quando mandi un messaggio per chiedere informazioni di lavoro che ogni risposta sembra forzatamente simpatica e lievemente allusiva anche se ti domandi quale tuo atteggiamento possa aver scaturito una tale confidenza.

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E’ quando ricevi una telefonata post-lavoro e decidi di non rispondere perché devi iniziare a pesare la confidenza che dai alle persone; quando ti senti costretta ad alzare muri per mantenere il rispetto che ti è dovuto, quando le parole degli altri iniziano a intrufolarti nei tuoi pensieri rendendoti paranoica.

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E’ quando decidi di tornare ad essere quella di un tempo, quella che saliva le scale senza accorgersi della persona che ha di fronte, quella che vive in un mondo tutto suo e non concede a nessuno il permesso di entrare…quella che tiene le distanze per poter continuare silenziosamente a comandare.

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Troppe domande…troppe elucubrazioni mentali.
Tutto ciò che odio.

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Vi odio tutti.

Pensieri Sparsi

Addio 2019…e grazie!


Quando negli ultimi giorni dell’anno ormai concluso ti ritrovi a ripercorrere i mesi trascorsi con un velo di tenera malinconia, quasi sicuramente vuol dire che è stato un anno buono, uno di quelli da ricordare con il sorriso sulle labbra.
Difficilmente potrei affermare il contrario.

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Le premesse, in realtà, c’erano tutte: ho iniziato l’anno con già in tasca i biglietti della felicità sapendo che sarei stata dall’altra parte del mondo; ancor prima di mettere piede nel nuovo anno ero consapevole che, nonostante tutto, avrei avuto i miei attimi di gioia…ma non potevo immaginare quanto questo anno avesse in serbo per me.
In fin dei conti dopo aver passato la prima notte dell’anno a vomitare anche l’anima, davvero non riuscivo ad immaginare un risvolto negativo.
Cosa? Sarebbe stato più logico pensare se questo è l’inizio figuriamoci il resto?
Ma quando mai i miei pensieri seguono una logica comune?

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Come ogni anno mi ritrovo con la voglia di analizzare ogni più piccolo avvenimento e il bisogno di non perdermi in post chilometrici che non leggerà mai nessuno, forse neanche io.
Puntualmente mi ritrovo a buttare un occhio sui resoconti degli anni passati (2015, 2016, 2017, 2018) per poi scoprire, quasi con stupore, quanto sia cambiata di anno in anno per poi restare sempre la stessa.

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Il dono della sintesi non è mai stata una delle mie migliori qualità, e mai come questa volta me ne sto rendendo conto. Ripenso ai 365 giorni trascorsi e mi domando:
questa volta da dove inizio?

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Potrei iniziare semplicemente da me…da quella mania di fotografare me stessa e tutto ciò che mi circonda che mi permette di arrivare a fine anno ed avere almeno una mia foto per ogni mese dell’anno e scoprire che ricordo con esattezza il momento in cui è stata scattata ogni singola foto, riconosco ogni sfumatura che si cela dietro ogni sorriso e percepisco esattamente i pensieri che accompagnavano la me di quel momento.

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Chiudo gli occhi e cerco di fare chiarezza, di cercare un ordine, una logica, per accompagnare voi, e me, in questo viaggio lungo 365 giorni alla scoperta di una me che a volte è stata travolta dagli eventi e a volte li ha governati.
Quante cose succedono in un anno? A volte decisamente troppe…ed è questo il motivo per cui ormai non riesco a fare a meno di questi resoconti annuali: non voglio perdermi neanche un pezzo di questo folle puzzle che è la mia vita.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…forse ho trovato la giusta chiave di lettura di questo anno.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho viaggiato!!!
E direi che ho viaggiato davvero tanto; adoro gli anni così.

Gennaio: Roma
Febbraio: —
Marzo: Roma – Madrid
Maggio: Milano
Giugno: Zurigo – Praga
Luglio: Albenga
Agosto:Los Angeles – Salento
Settembre: Cannes
Ottobre: —
Novembre: Londra
Dicembre: Dortmund – Monaco di Baviera

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho fatto pace con Nick Carter.
Il punto è che non abbiamo mai litigato davvero ma era esattamente dalla crociera del 2018 che vivevo con la convinzione che ormai mi odiasse profondamente (non osate litigare con la mia mente eh) ed è stato assolutamente liberatorio, per una volta, rendermi conto di essere in errore.
La sua espressione e la linguaccia che ha seguito il suo saluto sono stati il lasciapassare per un anno pieno di ricordi meravigliosi.

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È stato l’anno di Hello, Kitty…Hey…ma tu alla fine di dove sei?…italianoooo…è sempre un piacere vederti…devo raccontarti una cosa troppo divertente…il mio secondo nome è italiano…
È stato l’anno in cui ogni abbraccio è stato migliore di quello precedente, in cui il suo sorriso ha dato un senso a tanti giorni bui, in cui la prospettiva di vederlo mi ha dato la forza ogni qual volta pensavo di non volercela fare più.
L’anno in cui, ancora una volta, mi ha fatto sentire speciale, il puntino che cerca tra la folla…il sorriso che rende più splendente la mia vita.

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato qualcosa di grande.
Abbiamo realizzato qualcosa di grande!!!
Nonostante tutti gli impegni e la stanchezza, mi sono ritrovata incastrata in un progetto che troppe volte mi era sembrato più grande di me.
Sei mesi di duro lavoro, di telefonate e scleri, di ansie e litigate, di entusiasmo e speranza…un istante fatto di pura magia.
La consapevolezza di avercela fatta!!!

Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito che probabilmente finalmente ho trovato la mia strada.
Avere un titolo dinanzi al proprio nome ma sentire che non ti rappresenta può far paura, decidere che quel titolo è solo un appellativo in più rispetto a quello che hai scelto (ti hanno indirizzato) di fare, non ha prezzo!
È questo il motivo per cui, ancora oggi, quando mi chiedono quale sia il mio lavoro non riesco a non affermare: Sono un architetto, ma in realtà mi occupo di marketing e comunicazione…che nel mio caso significa occuparmi anche di logistica, amministrazione, post vendita, service…insomma se c’è un problema sono quella che se ne occupa, o quanto meno ci prova.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho assistito al mio primo varo.
Quello ufficiale di un nuovo modello e mi sono emozionata. In cui ho organizzato i miei primi shooting fotografici e ho ricevuto i complimenti perché sembrava lo avessi sempre fatto e non si notava per niente che fosse la mia prima volta. In cui ho seguito il mio primo rebranding, il rifacimento di sito e brochure, i primi comunicati stampa seri.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho organizzato totalmente da sola il mio primo Salone Nautico…ho seguito la realizzazione dello stand…la conferenza stampa ed il catering.
L’anno del primo concorso nautico…del primo premio vinto e dell’emozione travolgente che ne è seguita.
L’anno in cui il tempo trascorso in fiera ha avuto un sapore diverso, fatto di alcol e serate al limite dell’assurdo, di salsedine e…tante risate.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho smesso di essere un robottino senza anima e ho sorriso senza un vero motivo (ok, il motivo era anche bello grosso direi). L’anno in cui sono tornata quindicenne e ho trovato chi assecondasse questa follia.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito che basta un vestito carino ed un sorriso in più per ricordare che sei una donna a chi forse non ti ha mai visto come tale. E che a te basta anche meno per capire che non è un uomo chi pensa si illude di poterti classificare come una tra le tante.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui... sono andata ad un matrimonio a Los Angeles e c’era uno dei Backstreet Boys!
Si ok, chi se lo incula Aj…ma spiegatelo alla me 15enne che fissava sognante i poster alla parete che un giorno sarebbe finita ad un matrimonio con uno dei tizi dei poster.
Tanto non li incontrerai mai. [cit.]

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho capito tanto di me stessa e di chi mi sta intorno.
Ho capito che, nonostante il mio carattere, piaccio alla gente, forse proprio per il mio carattere.
Ho capito che ho dato troppa fiducia alle persone sbagliate e troppa poca a chi poi mi ha stupito; ho capito che sono amabile, anche se adoro essere odiabile; che so mettermi in gioco e che, quando lo faccio, piaccio per davvero. Ho capito che c’è un mondo intero dentro di me che per troppo tempo ho tenuto sopito ma che quando schiudo la porta esce fuori un arcobaleno ricco di colori.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho smesso di aver paura dei silenzi.
Ho imparato ad ascoltare i miei pensieri senza volerli per forza addomesticare, ho imparato a provare a sentire un po’ di più quello che ho paura di provare perché a volte anche il dolore è necessario per rivedere il sole. Ho imparato a non aver bisogno di nessuno ma ad apprezzare la compagnia di chi vuole esserci davvero.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato che so stare da sola, ma quando si è in compagnia si sorride di più.
E ho imparato che non è da perdenti ammettere di provare malinconia, di avere delle mancanze…e a volte mi manca avere qualcuno accanto, quel qualcuno che ti fissa solo perché mi piaci…qualcuno che non voglio che tu abbia problemi…qualcuno con cui abbattere ogni difesa.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…ho realizzato che non tutti possono comprendere cosa stai passando e fargliene una colpa è sbagliato, ma nessuno ha scritto da alcuna parte che bisogna accontentarsi delle amicizie a metà; che chi non ti ascolta non ti merita, chi non capisce i tuoi silenzi non merita le tue parole, chi pretende la tua presenza ma non ti concede la sua probabilmente merita la tua assenza.

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Il 2019 è stato l’hanno in cui…senza accorgermene,  mi sono amata un poco in più!
In cui ho amato un poco in più.

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E dal 2020 cosa vorrei?
Non chiedo nulla, come sempre: sorprendimi!!!
Dimostrami che sono brava a sbagliare.
Ricordami che posso amare.
Insegnami che non devo smettere di sognare.

Pensieri Sparsi

/pro·cra·sti·nà·re/


– Io odio il mese di Gennaio.
° A chi lo dici, lo detesto proprio.
– Cioè veramente ho un problema con questo mese.
° E’ peggio del mese di Settembre.
– A Settembre ero distratta, adesso sono triste. Anzi non riesco ad essere neanche triste. Non riesco ad essere niente a Gennaio.
° Esatto, mi prende l’apatia.
– Ecco, brava. Sono apatica. A Gennaio sono apatica. Anzi sono tristemente apatica.

Tema ricorrente della telefonata di ieri con un’amica è stato l’odio per il mese di Gennaio; ad un certo punto ho temuto ci fossimo trasformate in un disco rotto per quanto incapaci di uscire da questo loop di insofferenza rivolto ai primi 31 giorni dell’anno.
– Fa freddo ed è buio.
° Si stanno allungando le giornate.
– Si è vero, ma è comunque freddo e buio.
° Non ho voglia di fare nulla, fa freddo.
– Ed è sempre buio.
Non so se sia davvero colpa del freddo, che nel mio caso gioca sicuramente un ruolo bello pesante, o se sia tutto semplicemente nella mia testa ma sono ormai giorni che mi crogiolo nella mia apatica tristezza. Mi affaccio sul mondo, sbircio i mesi a venire, osservo tutte le mie emozionanti cose che mi aspettano e mi metto seduta ancora un pò. Non ho voglia di carburare, come se si potesse scegliere davvero. 
/pro·cra·sti·nà·re/  |  Rinviare a un altro momento, differire, rimandare.
E’ esattamente quello che sto facendo in questi giorni: lo farò più tardi…lo farò nel pomeriggio…lo farò domani…lo farò, prima o poi…
Ricomincerò a sentire qualcosa, ne sono sicura.
Semplicemente lo farò più tardi…forse domani…magari a Febbraio…
Pensieri Sparsi

Il trauma del primo giorno di palestra


La verità è che ad un certo punto bisogna arrendersi: l’età avanza, il metabolismo cambia, la fame non diminuisce neanche invocando tutti i santi del calendario e l’unica soluzione plausibile per affrontare tutte queste piaghe diviene iscrizione in palestra.
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Dopo aver passato un’intera estate, dimenticandoci per un attimo delle illusorie promesse primaverili, a ripeterci: da domani vado a correre come scusante per ogni ben di dio che abbiamo fagocitato, siamo onesti, abbiamo ben chiaro che quel famoso domani è collocato in un futuro distopico in cui probabilmente correre sarà l’unico modo per restare in vita e che, se siamo fortunati, quel futuro non lo vedremo mai, investire in un abbonamento in palestra è l’unico modo per sperare di smuovere il nostro sedere dal suo amato divano. Forse.
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Esattamente un anno fa, per la prima volta dopo una vita, ho messo nuovamente piede in una palestra affrontando una serie di paure fissazioni che avevano accompagnato le mie prime due settimane in quel mondo che tento mi sembrava lontano dalla mia essenza ma che giorno dopo giorno mi aveva lentamente fagocitato. In poco tempo mi sono trasformata in quel tipo di persona che esce di casa al mattino abbinando alla borsa del computer il borsone della palestra, una di quelle pazze che in palestra ci finiva anche il sabato mattina, addirittura una di quelle che prima di fare l’albero il giorno dell’Immacolata è andata a farsi un corso in palestra perchè se ho la possibilità di andarci di mattina con calma, non posso sprecarla.
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Insomma per ben 6 mesi e mezzo circa ho consolidato una storia d’amore con la parte sportiva di me [una parte che neanche immaginavo di avere ma che a quanto pare si era nascosta ben bene negli scorsi anni]. Illusa. E’ bastato un viaggio dall’altra parte del mondo e una serie di impegni che mi hanno impigrito di colpo per indurmi al tradimento, un colpo alle spalle della MeSportiva che, in un batter di ciglia, è stata legata, imbavagliata e nascosta in un covo segreto. Almeno fino a ieri.
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Combattendo contro il richiamo della combo malefica divano+Netflix post lavoro, ho costretto il mio sedere a varcare nuovamente le soglie della palestra. Non potete neanche immaginare che fatica.
Tralasciando il fatto di essermi sentita già più agile e attiva solo attraversando la porta in vetri dell’entrata, quest’anno ho deciso di sfidare ulteriormente me stessa costringendomi ad abbinare ai corsi, a cui ormai mi ero abituata, una roba odiosa e malefica come la sala attrezzi.
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Dopo questa premessa lunga una vita e mezza, siamo arrivati a quanto annunciato nel titolo del post: il traumatico primo giorno di palestra.
Potrebbe essere una nuova mia tradizione quella di avere un impatto terribile con la palestra, una prima sessione di allenamento che mi fa pensare in quanti modi avrei potuto investire i soldi sprecati in quell’abbonamento che già odio con tutto il cuore. Lo scorso anno è stato il corso di Cycling a traumatizzarmi, quest’anno la sala attrezzi.
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Partendo dal presupposto che, involontariamente, ho scelto come mio primo giorno di allenamento il compleanno della palestra stessa e che quindi c’era più o meno il mondo tra spogliatoi, sale, bar e terrazza [vi giuro che c’era una vera e propria festa con tanto di dj e consolle], sono arrivata tardi rispetto alla tempistica che mi ero data e quindi già snervata dal profondo. Sono salita negli spogliatoi, salutato un pò di persone [superando il senso di solitudine ed isolamento del mio reale primo giorno di palestra], indossato leggins e canotta e ripetendomi mentalmente quanto sei sportiva oggi mi sono addentrata nella sala attrezzi.
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Tutta la convinzione con cui mi ero caricata è sparita nel momento stesso in cui mi sono resa conto che:
– non avevo la benché minima idea di cosa dovessi fare;
– avrei dovuto puntare un trainer per farmi dare indicazioni;
– sarei stata un’impedita nel fare tutto quello che mi avrebbe in qualche modo spiegato.
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Con aria da Alice nel Paese delle Meraviglie mi sono avvicinata ai tizi con la maglia brandizzata.
Ciao, sono nuova e non ho idea di cosa fare.
Giuro che avevo elaborato una presentazione meno sfigata, ma non sono brava a seguire i copioni. La ragazza bassina con una lunga coda bionda e delle orribili sopracciglia nere mi ha sorriso tendendomi la mano, peccato che fossi troppo distratta dalle sue sopracciglia mostruose per prestare attenzione al suo nome.
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Mi rivolge un paio di domande per testare il mio livello di pigrizia motoria e le mie eventuali patologie e mi fa salire sul tapis roulant dove, senza smettere di parlarmi e farmi domande, regola tempo e velocità, mi fa registrare con bracciale da carcerata che mi hanno dato in dotazione con l’iscrizione, mi fornisce una scheda esercizi provvisoria da perfezionare con il trainer che mi verrà assegnato e mi abbandona alla mia camminata veloce intimandomi di on premere in alcun modo il tasto rosso con la scritta EMERGENCY STOP.
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Passano i 10 minuti in cui credo di aver pigiato tutti i pulsanti del touch screen, stupendomi della presenza di Netflix su un dispositivo su cui al massimo immagino di passare 10/15 minuti a sessione; ho finto di fare il defaticamento mentre cercavo di capire dalla scheda che magicamente è comparsa sul mio cellulare dove mi sarei dovuta spostare.
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Ho preso  coraggio e ho infilato le cuffie nell’apposito foro [arrendendomi alla mia incapacità di connettere le cuffie bluetooth] e faccio un giro su YouTube. Ho iniziato a sentire familiarità con l’ambiente circostante e, senza distogliere lo sguardo dal display, ho cercato di assumere una posizione naturale e meno tesa fingendo di non avere un’insegna luminosa sulla mia testa con la scritta PIVELLA NOVELLA.
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Finiti gli 8 minuti, il panico ha nuovamente preso possesso di me: dovevo tornare dalla tipa dalle improbabili sopracciglia e passare al prossimo esercizio che vede come protagonista una panca. Mi ha spiegato come fare gli addominali ed io ho finto di non averne mai fatto uno, ho ripetuto i movimenti come una scimmia ammaestrata e, dopo aver controllato che stavo buttando fuori l’aria e stavo facendo lavorare l’addome, mi ha abbandonato su quella panca lasciandomi col mio dubbio esistenziale: ma quante volte devo andare su e giù?
Ci ho messo un poco per capire che probabilmente sarebbe stato nuovamente il cellulare a rispondere alla mia domanda.
Ottimo: 3 serie da 12 e 45 secondi di pausa. Ma devo davvero conteggiare i 45 secondi?
Ho deciso che il tempo è relativo e ho stabilito che 4 sospiri erano il tempo giusto di riposo.
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Per l’esercizio successivo, l’dea di tornare da Miss Sopracciglia mi aveva già avvilito quindi, approfittando del fatto che non si capisse se stessi usando la panca per riposare o mi servisse davvero, ho chiesto ad un altro tizio dalla maglia brandizzata cosa dovesse esserne della mia vita. Mi sono impegnata per altri 5 minuti buoni prima di accorgermi che ero davvero in ritardo sulla tabella di marcia e, per arrivare in tempo a cena, avrei avuto a disposizione altri 15 minuti scarsi di tempo per allenarmi.
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Ho recuperato il tizio che mi aveva spiegato l’ultimo esercizio e, approfittando del fatto che l’attrezzo che avrei dovuto utilizzare, gli ho spiegato che non avevo molto tempo. Mi ha guardato sconvolto, facendomi sentire di colpo un alieno con 5 occhi, 2 code, un paio di corna e un solo orecchio. Palesemente impanicato, non aveva idea di cosa farmi fare in così poco tempo quindi, mossa da un moto di generosità, gli ho spiegato che magari un pò di stretching mi avrebbe fatto bene. E’ tornato a respirare, smettendo di essere violaceo.
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L’ho seguito ad una macchina infernale che aveva lo scopo di chiudermi come uno Startac [citazioni vintage], mi sono semi-sdraita e ho lasciato che mi alzasse le gambe fino a che ho temuto di spezzarmi a metà e l’ho fermato.
Più le tiri su, più fa bene.
Sicuramente, ma se mi lacero i muscoli nel mentre magari non è proprio una buona soluzione.
Ok, ripetilo ancora una volta. Ed è sparito.
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A questo punto avevo già mandato a prostituirsi tutte le mie buone intenzioni e tutta la mia volta di seguire i fantastici tizi che devono illuminare il mio cammino; ho salutato il tizio ripescato nei meandri dei macchinari e ho finto una fretta che non credo di avere per davvero.
Mi raccomando: vai al desk e prendi appuntamento con un trainer per farti fare la tua scheda personalizzata.
Ho sorriso fingendomi desiderosa di tornare a torturare la mia autostima in quella sala, avevo già indietreggiato di qualche passo pronta a scappare quando con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio mi ha dato il cinque. Odio queste cose da giovani.
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Credo di non averci mai messo così poco tempo per farmi una doccia ed uscire da quel posto. Ve lo giuro, per davvero. Ma mi sono fermata al desk per prendere appuntamento con il mio trainer, perchè in fondo forse sono masochista.
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Da settimana prossima però riprendo a fare FitBoxe [si torna sempre dove si è stati bene].
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Ce la farà la nostra eroina???
Pensieri Sparsi

Pensieri Sparsi


Sono ammalata. Scrivo spesso quando sono ammalata. Ho il naso arrossato che mi fa sembrare un clown. E le dita piene di germi. Ho poca voglia di parlare. Il mal di gola è l’unica cosa che riesce a placare la mia voce in certi giorni. Sono quasi senza voce. Quasi perchè, in fin dei conti, la voce non la perdo mai del tutto. Ho tante cose da dire, pensieri sparsi da raccontare. Forse dovrei farli fruire senza ragionarci troppo.

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Essere ammalati in estate fa schifo. Capiamoci, non sto affermando che in inverno quando le mie pessime difese immunitarie vanno a farsi un giro consentendo party sfrenati nel mio corpo ai microbi ci sia tutto questo carnevale di Rio, ma in estate fa tutto decisamente più schifo. C’è un caldo che si muore e il fantastico mix naso tappato + apnea forzata è un biglietto solo andata per un non mi parlate che mordo.
Che poi, parliamone pure, se una già è sfigata ad avere la tosse che manco nonna Belarda, nei suoi momenti peggiori, denuncia la stessa quantità di muchi non è carino sottolineare come faccia tanto pieno inverno sentirmi tossire in questo modo. Me ne rendo conto da sola eh.

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Parlare con gli sconosciuti è decisamente più facile. E va beh, qui mi sono tenuta proprio sul banale, me ne rendo conto: è inutile che storcete il naso. Sia chiaro, non è che avessi bisogno di rendermene ancora conto ma sabato ne ho avuto la conferma. Seduta al tavolino del bar dinanzi ad una mega coppa di gelato cioccolato e fragola mi sono ritrovata, quasi senza rendermene conto, a raccontare cose che mai avrei immaginato uscissero con così tanta naturalezza dall mia bocca a persone che di me, in fin dei conti, non sapevano praticamente nulla. Ho capito che avevo bisogno di parlarne ancora un po’, di non sentirmi stupida o egocentrica quando per l’ennesima volta i discorsi versano su quel momento che è rimasto incastrato nella mia mente. Mi sono resa conto che, nonostante potesse sembrare tutto così assurdo, la persona che avevo di fronte non mi stava giudicando anzi, in un qualche modo, aveva capito a pieno il mio stato d’animo e le mie ansie future. Senza conoscere me, senza conoscere quel mondo che tutti giudicano. Mi sono accorta che sono riuscita a raccontare cose, stati d’animo, che neanche alle amiche più fidate sono riuscita ad esternare. Non avrebbero capito neanche loro.

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Ma voi davvero guardate la foto di Whatsapp? Parliamo di quel pallino minuscolo che a stento si vede di fianco al nome; no perché io a stento ricordo quale sia l’immagine da me utilizzata, figuratevi se nello scrivervi per comunicare qualcosa perdo tempo a vedere che foto abbiate scelto. Sembra che io sia l’unica che non si caghi più dii tanto che foto abbia il mio interlocutore, roba che questa settimana ho cambiato immagine profilo e mi sono arrivati mille messaggi che la commentavano. E di certo non è che io sia tutta questa gnocchità scesa in terra, eh. Ma quando anche il tizio francese a cui hai appena mandato un messaggio di lavoro dai toni acidi e saccenti come risposta commenta prima la tua immagine di profilo qualche domanda sul genere umano inizi pure a fartela.

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La mia tolleranza verso il mondo è sempre minore. E anche qui: cosa c’è poi di nuovo? Nulla in realtà, probabilmente il caldo o le vacanze ancora lontane [o che mi manchi come se fossi mio] mi rendono sempre meno tollerante verso chi mi circonda. Insomma avete presente quando siete proprio stufi delle stesse dinamiche, delle stesse storie, delle stesse lagne di chi vi circonda? Scinnitm a cuoll!!!

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Andare dal parrucchiere in estate è il male. Va beh, per me il parrucchiere è sempre il male…ma credetemi, di ciò che vedete in questa foto c’è ormai il nulla.

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I servizi sul caldo e le temperature elevate di Studio Aperto sono la cosa più inutile dell’intero universo. Davvero devo commentare questa mia osservazione?

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Avevo proprio bisogno di tirare fuori un po’ di pensieri.

Pensieri Sparsi

1500 volte Grazie!!


Sono passati poco più di tre anni, tra periodi di alti e moooolti periodi di bassi, eppure quel numerino che cresce riesce sempre a donarmi un sorriso particolare. Non userò troppe parole, l’ho fatto spesse volte in passato…

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Semplicemente grazie per aver deciso che valesse la pena leggere quello che la mia testa decide di scrivere, grazie per essere ancora qui nonostante le mie sparizioni e i periodi grigi, grazie per la fiducia.

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Semplicemente, grazie.

Pensieri Sparsi

Tutti amano giocare con le bamboline.


Era sempre stata diversa, sin da quando era poco più che una bambina; piccolina e delicata, aveva sempre amato osservare il mondo immaginando di vivere nel regno incantato che aveva creato nella sua testa. Non correva, non urlava, non poggiava i gomiti sul tavolo quando era ora di cena. Passava il tempo a leggere storie e reinventarle a modo suo, fissava il vuoto e si perdeva nell’intricato labirinto che pian piano stava prendendo forma nella sua mente.

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Non le era mai importato di essere uguale alle altre, aveva imparato ad essere diversa dal primo momento in cui l’avevano etichettata come tale, soffrendo in silenzio ogni volta che qualcuno l’allontanava cercando di sminuire il suo valore.
Aveva lasciato che il mondo le insegnasse che essere diversa non è poi così lontano dall’essere speciale.

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Nascondeva i suoi pensieri ribelli dietro a stupidi capricci, dietro quei modi da principessina fuori dal tempo; mascherava le sue insicurezze dietro una sciocca ingenuità, dietro quella ricerca della perfezione che pian piano l’aveva chiusa in una casa di bambola.

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Era diversa dalle altre.
La smania di essere desiderata da un ragazzo non l’aveva sfiorata fino a quando era stata travolta dalla prima cotta, quella che l’aveva confusa facendola sentire di colpo fragile e non così diversa: voleva qualcosa che non sapeva come avere. Non era abituata ad una sensazione del genere, non voleva cedere a quei meccanismi ridicoli in cui aveva visto pian piano inciampare tutte le sue amiche. Eppure, dopo tutte le attenzioni che proprio quel ragazzo le aveva dedicato nel tempo, non riusciva ad accettare la delusione di non aver imparato come essere la sua prima scelta, di non essere stata abbastanza bella, gentile, simpatica o femminile.
Non riusciva ad accettare semplicemente di non essere stata abbastanza.

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Le bamboline sono aggraziate e delicate, niente delusione sul loro volto.
Non saprei dire se avesse imposto a se stessa di essere forte o se, semplicemente, avesse indossato l’ennesima maschera. Nessuna lacrima sul suo viso, un triste sorriso e un atto di gentilezza.

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Le bamboline sono tenere e vanno sempre difese.
Non aveva bisogno di essere difesa da nessuno, ma aveva iniziato ad amare i cavalieri, seppur privi di cavallo bianco, che avevano iniziato ad attorniarla, a cullarsi di quelle attenzioni e di quei gesti che, giorno dopo giorno, la rinchiudevano in quella gabbia dorata in cui non aveva avuto la percezione di entrare. Era intoccabile. Nessuno avrebbe potuto farle del male, non lo avrebbero permesso. L’avrebbero difesa a tutti i costi.
Ma chi avrebbe difeso lei da loro?

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Le bamboline sono dolci e vanno coccolate.
Tutti quei gesti che lei vedeva come tenere attenzioni, altro non erano che vani tentativi di creare una connessione con lei, reti dorate gettate nella speranza che la favola che lei credeva di vivere avesse un finale tutt’altro che lieto. Avvoltoi pronti a cibarsi del suo povero cuore quando quello che lei credeva essere il suo per sempre avesse lasciata in una valle di lacrime.

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Le bamboline piangono, ma nessuno osserva davvero le loro lacrime.
Distrutta nella sua essenza più profonda, non era poi così diversa dalle altre eppure non riusciva a dimenticare come fosse sentirsi speciale. Nessuno le avrebbe più spezzato il cuore, lo aveva promesso a se stessa quando tra le lacrime aveva visto il suo volto allo specchio e non lo aveva più riconosciuto.
Nessuno l’avrebbe più resa fragile e vulnerabile.

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Aveva il viso di una bambolina, le movenze di una principessina, l’essenza di una strega.
Era inesorabilmente cambiato qualcosa dentro di lei, ma non avrebbe saputo spiegare cosa fosse; nel momento stesso in cui aveva smesso di essere triste per quello che non poteva avere, aveva iniziato ad avere tutto. Peccato che non le importasse più.

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La sua prima cotta era tornata a bussare alla sua porta, cercava la sua bambolina, voleva la sua principessina. Aveva avuto paura della donna che aveva trovato…e non era stato l’unico.
Per anni aveva camminato in bilico su quella linea sottile tra il senso di onnipotenza nel riuscire avere tutto ciò che si desidera senza dovergli correre dietro e la delusione dell’inconcludenza in cui costantemente finiva per inciampare.

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Non ci fosse uomo che desiderasse che non finisse per volerla, almeno per un po’.
Perché tutti vogliono una bambolina, per giocarci un pochino e poi riporla al proprio posto.

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Anche tu.