Pensieri Sparsi

Cara donna…


Cαrα donnα, α volte tı cαpıterὰ dı essere troppo donnα, troppo ıntellıgente, troppo bellα, troppo forte, sempre troppo quαlcosα.
Questo fα sentıre un uomo meno uomo e tu comıncerαı αd αvvertıre ıl bısogno dı essere meno donnα. L’errore pıù grαnde che puoı fαre è toglıere ı gıoıellı dαllα tuα coronα perché un uomo lα possα reggere con pıù fαcılıtὰ.
Quαndo cıò αccαde, bısognα che tu cαpıscα che quello che tı serve non è unα coronα pıù pıccolα, mα un uomo dαlle mαnı pıù grαndı.

• Lᴀ ᴄᴏʀᴏɴᴀ ᴍɪ ᴇ̀ sᴇᴍᴘʀᴇ ᴘɪᴀᴄɪᴜᴛᴀ sᴄɪɴᴛɪʟʟᴀɴᴛᴇ •

Pensieri Sparsi

Di squali e altre follie…


Sono giorni che mi riprometto di passare un poco qui, poi arrivo a casa così stanca e desiderosa di morire nel mio letto che l’idea di pigiare ulteriori tasti dinanzi ad un computer che puntualmente desisto e rimando all’indomani.
Ma quando arriva questo domani? Se continuo così probabilmente mai.

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Che io stia fuggendo a qualcosa è ormai palese anche ai sassi.
Ma posso decidere di fuggire dal fatto che io stia fuggendo a qualcosa?

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Secondo la mia testa da psicopatica, forse no! Ed è per questo che sono iniziati gli incubi i sogni agitati strani. Ma parliamone. La premessa è che, ve lo giuro:
– non avevo mangiato pesante;
– non avevo visto film sul mare;
– non avevo visto film horror ne parlato di omicidi con nessuno.
Il fatto che avevo mal di testa può essere una motivazione valida?

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Insomma, non so perché e non so per come ma ho chiuso gli occhi ed ero in una villa posta su una palafitta in mezzo al mare; c’ero io, un uomo, una donna e due bambini…e non è l’inizio di una barzelletta. Intorno a noi solo un’infinita distesa di mare azzurro, sole  alto in cielo e aria serena fino all’arrivo di uno squalo.

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Ansia e panico: vuole sbranarci.
Basta non andare in acqua,
direte voi. Spiegatelo alla mia mente che ha ben pensato di generare uno squalo geneticamente modificato capace di saltare sulla piattaforma di legno da cui stavamo fissando il mare e sbranare in pochi bocconi l’uomo.

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A quel punto la cosa più giusta da fare è stata correre in casa, chiudere tutte le porte a chiave e scappare con ansia dallo squalo che continuava ad inseguirci. Si, perché lo squalo geneticamente modificato dei miei sogni se ne sbatte della convinzione del mondo per cui dovrebbe stare solo in acqua.

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Tra ansia e angoscia, mi ritrovo chiusa in un bagno con un bambino, rannicchiata nella speranza di non morire sbranata dallo squalo.

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Poco prima di svegliarmi di soprassalto, arriva una grande barca a salvarci.
Manco mi trovassi in un film.

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Insomma, ne vogliamo veramente parlare di questa follia?
Cosa  vuole comunicarmi il mio subconscio?
Che problemi ho?

 

 

 

 

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi · Weird World ❤

Sono stata violentata… #MeToo


Ci sono argomenti talmente delicati che anche solo sfiorarli fa tremare le gambe e vibrare l’anima, situazioni così terribili anche solo da immaginare che il solo pensare di potersi trovare a doverle vivere fa scoppiare il cuore in petto e bloccare il respiro. Il desiderio di sparire pur di non sentirsi più sporca, la voglia di essere invisibile al mondo per paura che possa succedere ancora, la rabbia di sentirsi sbagliata pur sapendo di non aver fatto nulla di male, pur sapendo di aver subito un sopruso, di essere vittima e non complice… il bisogno di dimenticare quello che è accaduto, di scendere a compromessi con se stessi e con un passato che fa così male da rischiare di distruggere ogni briciolo di felicità presente e futura.

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Denunciare di aver subito una violenza sessuale è probabilmente, per una donna, l’atto di più estremo coraggio e amore verso se stessa che ella possa compiere; troppe volte, ancora oggi, denunciare equivale a rimettersi al giudizio degli altri. Troppe volte, invece di avere supporto e sostegno si finisce per scontrarsi con un dito puntato contro; come se il fatto stesso di possedere genitali femminili desse ad un uomo il diritto di poterne abusare come e quando vuole a suo piacimento, come se bastasse un vestito o un sorriso in più per concedere il lasciapassare verso le proprie mutande.

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Potrei essere una puttana, ma ho il diritto di dire no ed essere puttana con chi dico io!
L’ho sentita l’altro giorno in tv e meglio non potrebbe esprimere il mio pensiero a riguardo.
Non posso negare che è da quando tutta questa storia delle denunce di molestie sessuali è iniziata che cerco di non mettermi di fronte ad un foglio bianco per mettere nero su bianco i miei pensieri; è dalle prime dichiarazioni di donne come Asia Argento che costringo le mie dita a stare ferme, la mia voce a tacere, i miei pensieri a volgersi verso differenti lidi.
Che io non abbia mai avuto problemi ad esprimere cosa mi passi per la testa è cosa ben nota, eppure un argomento così delicato ha messo in imbarazzo anche me.

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In fin dei conti, chi sono io per giudicare?
Come può una donna non schierarsi apertamente, e senza ragionarci troppo su, con un’altra donna?
Perché mai non ho indossato ad occhi chiusi una bella fascia con la scritta #MeToo e mi sono unita alla protesta che, dopo il caso Weinstein, ha invaso tutti i social network e le prime pagine di tutte le testate giornalistiche?
Perché, nonostante abbia un’idea ben solida sulla violenza sulle donne e su ogni forma di abuso in generale, non sono riuscita a sentirmi solidale a queste storie?

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La risposta è semplice, forse anche banale: la caccia alle streghe non mi è mai piaciuta e, sin dai primi articoli e le prime dichiarazioni sull’argomento, mi è stato subito palese che la Sagra della Poraccitudine sarebbe stata servita in breve tempo. Come mi piacerebbe avere torto di tanto in tanto.
Ogni giorno, da mesi ormai, da un vaso di Pandora, che assomiglia più ad una sorta di dimenticatoio per morte di fama, esce una nuova specie di mostro sociale che punta il dito verso un tizio famoso a caso e, come per magia, ricorda che 10 o 15 anni fa è stata abusata sessualmente. Inutile sottolineare che all’epoca la violenza era stata taciuta per non subire conseguenze sulla propria carriera, però adesso che unite facciamo la forza, posso raccontare che l’ho data un pò qua e un pò là per fare l’attrice/cantante/tizia pseudo famosa a caso ma il tutto è avvenuto assolutamente contro la mia volontà.

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Avendo già fatto tutte le premesse del caso, capirete senza ulteriori indugi il motivo delle mie parole: vero è che l’unione fa la forza, ma i vantaggi dell’aprire le gambe a tizio o a caio in questi ultimi 10/15 anni sono stata io che continuo a sgobbare per farmi spazio nel mondo ad averli avuti O la malcapitata di turno che adesso ha deciso di sporgere denuncia mediatica dal salotto della propria villa extra lusso?
Non sono nessuno io per giudicare i mezzi per raggiungere un proprio sogno, per carità, ma se per diventare Belen Rodriguez devo donare il mio fondoschiena al politico di turno, è davvero lecito 15 anni dopo pretendere di passar per vittima ed accusarlo perché mi ha messo a 90 gradi?

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La violenza è violenza…e come tale va denunciata!

Lo sottolineo perché non dimenticarlo fa sempre bene; eppure non riesco a non cercare una sorta di dignità e rispetto anche in queste situazioni; rispetto per le vittime reali, quelle costrette davvero a subire molestie senza ottenere alcun tipo di beneficio se non la distruzione psicologica ed emotiva.
Siamo giunte al punto in cui non esiste più distinzione tra accusato e condannato!!!
Da settimane viviamo in un mondo in cui ormai aspettiamo solo di ritrovarci la denuncia di Minnie contro Topolino, un post sul blog di Biancaneve in cui racconta l’abuso subito dai sette nani, la denuncia della Bella Addormentata per aver subito violenza da parte di  Filippo durante il sonno.
Storielle più o meno inventate che ci distolgono dalla realtà dei fatti, dalle vere violenze che troppe donne sono costrette a subire.

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E’ in questo mondo più o meno distorto che da due giorni circa sta rimbalzando un nuovo nome, che va ad aggiungersi alla ormai lunga lista di condannati senza una sentenza. Al suono di un’infanzia rovinata, il nuovo stupratore, sbattuto nelle notizie dei vari siti web mondiali, ha il volto noto dell’angelico biondino dei Backstreet Boys.

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Nick Carter ha stuprato…
NO!
Nick Carter è stato accusato da una certa Melissa NonMiRicordoIlCognomePerchèTantoNonFregaAnessuno di stupro!?!
Non è stato denunciato, non è stato condannato! 

Lui è stato accusato su un blog da questa pseudo cantante e tutto il mondo ha preso una grossa etichetta e gliel’ha appiccicata sulla fronte.
NICK CARTER HA STUPRATO UNA VERGINE!

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La storia, comparsa sul blog della presunta vittima e non nelle aule di un tribunale, è più o meno questa:
Melissa è una pseudo cantante sulla quale ammetto di non essermi documentata poi così tanto, ho letto che faceva parte di un gruppo chiamato Dreams  e ad un certo punto ha provato, senza riuscirci altrimenti saprei di chi sto parlando, a fare carriera come solista. Senza dilungarci troppo sulla sua storia personale, ci racconta che conosce Nick sul set di un film, o qualcosa del genere, ed una sera lui invita lei ed un’amica ad una pseudo festa molto ristretta.
Lei, all’epoca dei fatti diciottenne, giustamente coglie l’occasione di fare baldoria con uno dei Backstreet Boys e va alla festa in questa casa semi vuota; giocano ai videogiochi fino a quando lui le propone di vedere la sua collezione di farfalle, che per un cantante equivale a dire: vieni ti faccio ascoltare la musica fighissima su cui sto lavorando.

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Lei, incuriosita di ascoltare questi capolavori inediti al panorama musicale del 2002, lascia la mega festa in soggiorno a base di Nintendo e va nello studio del biondo protagonista di questa storia. Spengono le luci e, invece di usare delle normali candele, si accontentano della luce del monitor per creare atmosfera e lasciarsi rapire dalla musica. Ovviamente, i due iniziano a baciarsi; il tutto avviene naturalmente, o almeno così racconta lei; in fin dei conti sei al buio con Nick Carter e non ti lasci infilare la lingua in bocca?tenor2

Lo studio non sembra però essere il posto adatto per un limone e quindi i due baldi giovani, come nella più moderna delle favole, si spostano in bagno. L’ingenua Melissa, vergine dichiarata e devota all’Immacolata Concezione, non immagina neanche lontanamente che forse non è propriamente molto furbo chiudersi in un bagno per limonare con un ragazzo ormonalmente su di giri e quindi, senza porsi troppe domande, lo segue senza proferir parola rificcandogli la lingua in bocca.

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Il demone del sesso [cit.] che si impossessa del corpo e della mente di Nick, impone al giovane di inginocchiarsi al cospetto della fanciulla per farle un’attenta visita ginecologica con la lingua. La povera Melissa, a questo punto della storia, è talmente schifata dalla situazione [cosa che avrebbe tutto il diritto di essere] e decide di reagire; no lei non gli ha tirato i capelli e facendolo cristonare in aramaico, non gli ha dato uno spintone o un calcio o un pugno in testa, non ha provato ad aprire la porta ne ad urlare. Con le mani perfettamente libere di fare quello che volevano lei decide di spegnere la luce.

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Probabilmente Melissa ha iniziato a pregare perché a questo punto, il Signore deve aver ascoltato il suo silenzioso grido di aiuto e ha inviato un suo messaggero a bussare alla porta di quel bagno che, in pochi istanti, ha fatto dimenticare il ben più famoso armadio di Ignazio e Chechu.
Interrotti sul più bello i due escono dal bagno ma a questo punto penserete voi, lei cerca di andare via dal violento stupratore,  prova a raggiungere l’amica o forse cerca di allontanarsi in qualche modo.  E invece NO! Semplicemente, i due cambiano bagno. Evidentemente a Nick Carter eccita la ceramica dei sanitari.
Oh ognuno avrà le sue perversioni.
Insomma, cambiano bagno e il biondo cantante le chiede di ricambiare il favore.

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Un poco a te e un poco a me dopo, i due si ritrovano a letto e danno vita ad un nuovo episodio degno delle migliori Pancine Hot del Signor Distruggere: lui sale su di lei, talmente pesante che lei non può neanche pensare di spostarlo [non è carino ricordargli che era grassottello eh] e decide che avrebbero fatto sesso. Lei recita qualche Ave Maria mentre lui mette qualcosa dentro di lei, sconvolta Meli sgrana gli occhi che Giulia de Lellis scansati e gli domanda cosa sia e lui, con la stessa enfasi di un moderno Christian Grey, gli svela il misterioso arcano:
“E’ tutto me stesso, piccola!”

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A questo punto della storia sono IO che voglio denunciare Melissa perchè in una sola frase ha smontato tutti i miei sogni da adolescente: Nick Carter deve avercelo per forza di cose piccolo se lei è stata costretta a chiedere cosa fosse finito nella sua vagina.
E’ tutto me stessa, piccola!
Io starei ancora ridendo per una frase del genere, anche se sono passati 15 anni; ma c’è gente a cui il Non scopo, ma fotto forte di Mr Grey piace quindi forse non è questo il punto.

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Ma non perdiamo il filo di questa avvincente storia: insomma, lui ruba la virtù della giovane che, a quanto pare, girava con un cartello propagandistico della sua verginità [non mi spiego altrimenti il perché tutti fossero a conoscenza della cosa], e la povera fanciulla si addormenta tra le braccia dell’orco cattivo.
Il giorno dopo viene svegliata  dall’amica, e le due tornano a casa commentando la bellissima festa.
Passano mesi e Melissa incide una canzone con Nick, duettano insieme in uno showcase, lei diventa una fallita, lo segue su twitter, condivide i loro video insieme, gli fa le condoglianze per la morte del padre, lo supporta quando lui diviene un Fedez americano in un programma televisivo e,  infine,  lo accusa tramite un post sul blog, senza però procedere per vie legali.

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Quando ho deciso di scrivere questo post, volevo raccontarvi di come Nick Carter avesse usato violenza sulla mia persona; volevo ironizzare con leggerezza, come ho fatto tutto il giorno, su una notizia così inverosimile da essere quasi grottesca eppure, man mano che le parole prendevano forma, mi sono resa conto che non ci sarei riuscita. Non questa volta. Non quando è evidente che basta così poco per distruggere la vita di una persona, per gettare fango su tutto quello che si è costruito negli anni, per sgretolare ogni sforzo per divenire una persona migliore. Non quando menzogne come queste sminuiscono il dolore di chi ha subito davvero una violenza di questa portata, non quando per un poco di popolarità si decide di schiacciare in un modo avvilente la dignità di chi queste violenze le ha vissute davvero.


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#MeToo perchè io a favore delle donne lo sarò sempre, ma delle donne vere.

 

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Di unicorni, seppie e pecorelle.


Con il tempo ho capito che non vi è alcuna debolezza nella candida ammissione di avere bisogno di qualcosa o di qualcuno in un determinato momento della propria vita; non è stato un percorso breve e/o semplice quello che mi ha condotto a questa deduzione eppure, per certi versi, è stato un qualcosa di a dir poco inevitabile.
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Quanto diffcile può essere, per una persona orgogliosa come me, ammettere di avere bisogno di qualcosa probabilmente solo chi mi conosce nel profondo può davvero capirlo. Eppure alla fine è accaduto.
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Avevo bisogno delle mie amiche, della leggerezza dei pensieri che affollano la nostra mente quando siamo tutte insieme, del suono sguaito delle nostre risate e dei nostri balletti scomposti; avevo bisogno di ricordarmi come ci si sente quando ci si allontana dal buio profondo della mia anima quando l’ansia divora ogni mia connessione mentale.
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Avevo bisogno di mangiare come se non ci fosse un domani con una bilancia pronta a giudicarmi, di bere come se avessi ventanni o fossi una teenagers americana persa nel suo mondo colorato fatto di party e cuori rosa; di ballare scordinata fino a sentirmi mancare il respiro.
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Avevo bisogno di credere negli uniconi e negli arcobaleni, salutare le pecorelle e raccogliere soldi,  inveire contro delle seppie e parlare di cose prive di senso come se fosse la normalità.
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Avevo bisogno di festeggiare compleanni, brindare all’amicizia e alle prime rughe che stanno facendo capolino sui nostri volti dai sorrisi sempre giovani; avevo bisogno di sentirmi ragazzina e donna perdendomi nella profondità di discorsi senza capo ne coda, in quei giri pindarici dai quali è difficile scappare.
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Avevo bisogno di tornare la Bimba un pò coccolata e un pò viziata, di cantare sigle dei cartoni animati a squaciagola sognando ad occhi aperti quei mondi che mi hanno accompagnato nella crescita, di sentirmi principessa con la consapelozza di essere una guerriera.
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Avevo bisogno di scattare fotografie, creare ricordi, lasciarmi trascinare dalle emozioni; di scattare selfie stupidi in un negozio o di fronte ad un monumento, stando ben attente a prendere solo noi per non far capire al mondo dove siamo finite questa volta.
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Semplicemente, avevo bisogno di Noi.
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23 anni di amore ❤️


Ero a lavoro ieri quando, fissando il calendario per segnare un appunto ed ignorando che se uso la bocca per esprimere i miei pensieri essi vengono ascoltati da altre persone, ho esclamato con una certa enfasi:
“Oh, ma domani è il 20 aprile.”
Sarà stato il suono stridulo della mia voce che ha rotto il silenzio o, forse, il sorriso incondizionato spuntato sul mio viso ma la curiosità del collega con cui divido la stanza ha avuto la meglio ed io mi sono ritrovata di fronte all’imbarazzante domanda:
Cosa ti ricorda di bello il 20 aprile? 

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Ho sorriso scuotendo la testa e, moderna Giuda, ho mentito. Niente di importante. Ho abbassato la testa fingendo di concentrarmi sui documenti che avevo dinanzi provando, invano, a frenare il flusso dei miei pensieri.
Per quanto si possa essere orgogliosa delle proprie passioni, spiegare le emozioni che una semplice data può smuovere dentro senza perdere quel minimo di credibilità che ci si sta costruendo diviene davvero difficile.

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Ai più golosi il 20 aprile ricorderà la nascita della Nutella [e già solo per questo non capisco perchè questo giorno non sia stato dichiarato Festa Nazionale]; per quelle come me affette da questa strana malattia il 20 aprile è l’anniversario di una grande storia d’amore.

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Correva l’anno 1993, la storia racconta che alle due del pomeriggio del 19 Aprile, durante la sua lezione di Storia Americana, l’allora diciottenne Brian Littrell viene stato chiamato fuori dall’aula per rispondere ad una telefonata urgente. Suo cugino Kevin, fregandosene altamente che l’altro fosse a scuola, gli propone un’audizione per entrare a far parte di una boyband un gruppo Pop. Brian, entusiasta di saltare l’ora di Storia, decide di fare la sua audizione telefonica. 

E’ bastata quella telefonata a dare inizio alla magia: il pezzo mancante del puzzle perfetto era stato trovato. Brian prende il primo volo per Orlando e il 20 Aprile 1993 insieme ad altri 4 ragazzetti di età compresa tra i 13 e i 22 anni, probabilmente senza averne la benché minima idea, danno vita a qualcosa di meravigliosamente unico.

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Stamane Facebook mi ha ricordato questo post scritto di getto 3 anni fa:

“Il punto è che hai 28 anni e ti rendi conto che sei fan da così tanto tempo che quasi non ti ricordi come fosse la tua vita prima che loro ne facessero parte. Ti rendi conto che eri l’unica che non sapeva chi diavolo fossero e fingevi il contrario per non essere diversa. Ti rendi conto che tutti ti dicevano “sono solo poster, non li incontrerai mai”. Ti rendi conto che è dal primo concerto che ripeti: “Tanto è l’ultimo, si sciolgono e non li vedrò mai più.” E sei passata dal “devo entrare a scuola altrimenti non mi mandano al concerto” allo “speriamo che non ho problemi al lavoro per partire” passando per “prendiamo i vip e poi ripeto la tesi” il giorno prima della Laurea, sei passata dal papà che ti urla “non avvicinarti al cancello” ad essere una pseudobarbona sotto al sole per stare attaccata al cancello, sei passata dal gelato per non svenire tra la folla alla birra mentre suonano i tizi che aprono il concerto, sei passata dal “respiriamo la stessa aria <3” al rompergli un microfono rischiando di essere uccisa da Marcus.
Sei passata dall’essere bambina all’essere donna….e loro sono sempre la.
Nessuno che non ha vissuto le stesse esperienze può capire davvero questo delirio, nessuno può comprendere quella valigia sempre pronta e quei battiti accelerati che ti fanno sentire viva, viva come non lo sei mai stata, viva come molte volte avevi dimenticato di essere.
Sono emozioni e lacrime, gioie e dolori, affiatamento e gelosie.

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Sono passata dal collezionare foto dei Backstreet Boys a collezionare foto con i Backstreet Boys. Sono passati 23 anni da quel giorno e io non posso fare a meno di chiedermi:
Come sarei io adesso se a 15 anni fossi stata costretta a vedere la mia “isola felice” scossa da un terremoto del genere? Come sarei io adesso se la musica dei back non mi avesse salvato negli anni tutte le volte che mi sono sentita persa? Come sarei io adesso se tutto fosse finito con il loro quarto album? Come sarei io adesso se non avessi un nuovo album da ascoltare e una data di un concerto segnata in rosso sul calendario da attenere con ansia?
Sarei diversa. Forse un po’ persa. Semplicemente un’altra me. [leggi qui]

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Si scrive FAN…si legge AMORE. 
 

 

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Questione di dettagli


Buongiorno.
Buongiorno, un cazzo.
La prima telefonata del mattino quando, mentre sto cercando di convincere me stessa che non sono uno zombie, mi metto in macchina pregando in aramaico per non beccare traffico nel tragitto che mi conduce a lavoro inizia sempre più o meno così.

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Per anni mi sono tenuta debitamente a distanza da chi osava anche solo pensare di riuscire a rivolgermi la parola prima che io avessi avuto la possibilità di bere la mia sacrosanta tazzina di caffè; ho sempre evitato come la peste chi riteneva cosa buona e giusta invadere il mio spazio del mattino.
Per capire quanto seriamente prendessi questa mia filosofia di vita, vi basti pensare che ai tempi del liceo [come suona da vecchiarda una frase del genere, mamma mia] era ben noto a chi mi orbitava intorno che per evitare di ricevere pessime risposte era da considerarsi buona norma l’abitudine di rivolgermi domande dopo le 10:30.

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Non era stato facile farlo capire a quei compagni che già dalle 8 del mattino sprizzavano energia da tutti i pori riempendo il silenzio con sciocche frasi ascoltate da qualcuno più grande, parlando di musica che a me faceva schifo, dandomi fastidiosissimi pizzicotti sulle guanciotte morbidose per il semplice gusto di sentirmi ripetere puntualmente:
Oggi sono particolarmente nervosa, lasciami stare.

tumblr_lm8mpadjfv1qakrdzo1_500Farlo capire ai professori poi si era dimostrata un’impresa utopica trasformando ogni singola interrogazione della prima ora in una vera e propria sfida con me stessa, potete ben capire che se parlare in maniera umana potesse presentare delle difficoltà, rispondere a delle fastidiose domande cercando di non rovinare la tua media scolastica nel lasso di tempo che va dal momento in cui poggi la borsa sul banco nelle vesti della sorella minore dell’incredibile Hulk a quello in cui torni ad assumere i tratti somatici di Candy Candy è un impresa a dir poco epica.

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Sono lontani i tempi della scuola.
Non c’è bisogno che facciate i saccenti, ne sono ben consapevole da sola eh!
Il tempo passa e noi evolviamo con esso; me lo hanno ricordato ieri sera mentre, seguendo il flusso delle ansie che guidano i miei pensieri in questi giorni, mi lagnavo del mio sentirmi bloccata mentre tutto intorno a me scorre come un fiume in piena.

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Tutti cambiano, tranne me…ma forse non è poi così vero.
Anche quando tutto sembra uguale, sono le sfumature a fare la differenza, vestirsi di una nuova pelle partendo da quei piccoli dettagli, sorridere accarezzando con lo sguardo quei piccoli grandi particolari che solo chi ti conosce davvero può osservare, a volte anche meglio di te stessa.

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Non mi sono mai piaciute le persone che mi rivolgono la parola al mattino, eppure adesso è proprio nella quotidianità di quell’insolito buongiorno che riconosco quanto io stessa stia cambiando senza rendermene davvero conto; quanto sia diventato importante quell’insieme di chiacchiere che mi rende ragazzina e donna allo stesso momento mentre in un outfit sempre più simile a quello della cugina di Superman mi dirigo al lavoro.

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I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio.

 

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Sia benedetto l’inventore del make up!


Perché quando ti svegli come se avessi preso parte ad un apocalisse di Zombie che hanno scelto unanimemente di eleggerti loro leader c’è bisogno di correre ai ripari, e anche con una certa urgenza oserei dire.

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Sarebbe tenero raccontarvi di quanto sia stata affascinata da rossetti e pennelli sin da quando non ero ancora capace ad allacciarmi le scarpe, di come frugassi curiosa tra i trucchi di mia madre, di come pasticciassi con i suoi ombretti colorandomi  la faccia come un buffissimo clown. Sarebbe una terribile menzogna, e a me mentire non piace!

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La verità è che ho iniziato ad approcciarmi al trucco quando ormai ero una ragazzina, quando ho smesso di giocare con i maschietti e ho iniziato a desiderare mi vedessero qualcosa in più che un compagno di giochi.

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Un filo sbiadito di matita e un leggero velo di ombretto color pastello era tutto quello che mi concedevo, il tutto condito con un lieve tocco di gloss che durava giusto il tempo di mettere piede fuori casa. Non avevo mai desiderato sentirmi grande e decisamente non posso affermare che amassi sporcarmi il viso con quella roba in quel periodo; non smetterò mai di sconvolgermi di quanto io sia cambiata con il tempo, di come mi sia trasformata in una persona estremamente differente soprattutto in questi ultimi anni.

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Prima o poi vi racconterò di come il mio rossetto rosso sia divenuto un marchio di fabbrica per me, di come sia diventano l’inconfondibile segno della mia presenza, di quanto sia parte di me, di come sia impensabile ormai farne a meno.

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Prima o poi…

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Qualsiasi donna che…


“Qualsiasi donna che si rispetti sa che dobbiamo lavorare il doppio per essere considerate la metà di un uomo.”

Nessuno può negarlo eppure non possiamo tralasciare un piccolo dettaglio fondamentale: una donna è in grado di fare esattamente quello che fa un uomo senza rovinarsi la manicure appena fatta, senza rinunciare ad indossare vertiginosi tacchi a spillo mantenendo intatti make-up e messa in piega.

 
E’ fondamentale ricordarlo!

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Yaaay day!


Oggi è il mio Yaaay day.
Doveva esserlo ieri, in realtà, ma, tra il mal di testa che mi ha messo ko e la simpaticissima botta di ansia inspiegata che mi ha attanagliato lo stomaco ieri pomeriggio, tanto Yaaay ieri non mi ci sono sentita; motivo per cui, invece di lasciar perdere e comportarmi da persona normale, ho deciso di posticiparlo ad oggi perché un giorno del genere non poteva assolutamente essere sprecato.

Credo che tutti abbiamo bisogno di uno Yaaay day quando, finalmente, qualcosa va esattamente come doveva andare, quando, nonostante le difficoltà, riusciamo a vedere la luce alla fine del tunnel in cui avevamo preso la residenza, quel tunnel che avevamo iniziato ad arredare perdendo ogni speranza di uscirne [avevo scelto delle tende che erano la fine del mondo, quasi mi spiace buttarle via]. Tutti abbiamo bisogno di uno Yaaay day per tenere bene a mente che, prima o poi, tutto va come deve andare e che, anche se il mondo di certo non si ferma per farci i complimenti, nulla ci impedisce di autocelebrarci, nulla ci vieta di guardarci allo specchio con aria soddisfatta e ripeterci ad alta voce Sei stata brava.

Il mio Yaaay day mi ricorda esattamente questo: non importa quanto ti sembri di non farcela, quanto gli altri possano credere che, persa nel tuo Paese delle Meraviglie, non hai le carte giuste per cavartela da sola, quanto incapace tu possa arrivare a sentirti…dietro la tua espressione svampita e i tuoi occhiali da nerd devi ricordarti che esiste una Supergirl.
Ok, guardo troppi telefilm e iniziare a recensire proprio Supergirl deve avermi montato la testa, ma la verità, se  mi soffermo a pensarci, è davvero questa; certo non posso volare e, con la mia forza, a stento riesco ad aprire una bottiglia d’acqua ma, per quanto possa lagnarmi e sentirmi abbattuta, sono una che non si arrende alle prime difficoltà. Yaaay.

Non ho ancora brindato in questo mio Yaaay day, farlo prima di ora di pranzo non mi suonava tanto come celebrativo, ma ho intenzione di farlo; me lo sono meritata. E me lo merito ogni giorno in cui cerco di capire se il lavoro che ho scelto di fare sia quello giusto per me, me lo merito ogni volta in cui mi sento dannatamente fuori luogo, quando devo alzare la voce solo per avere attenzione, quando devo specificare chi è il responsabile solo perché fisicamente sembro appena uscita da scuola. Me lo merito quando tiro fuori l’amuchina dal mio bauletto e tutti mi fissano come se fossi un alieno, quando parlo con convinzione di cose di cui non ho la benché minima conoscenza, quando ottengo risultati per cui nessuno mi dice brava.

Me lo merito perché non so cosa voglio fare da grande,
ma nel mentre sono brava in quello che sto facendo.