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E se a diventare virale fossi tu?


Nel bene o nel male purché se ne parli.

Probabilmente nessuna frase potrebbe esprimere meglio lo stereotipo di società in cui, consapevoli o meno, siamo stati tutti risucchiati da così tanto tempo che difficilmente saprei dire quando sia accaduto. Siamo tutti in cerca di una qualche forma di visibilità, anche quando ci ergiamo sul nostro piedistallo fatto di disgusto e spocchiosità e iniziamo a sindacare tutto ciò che è trash, esibizionismo o, banalmente, lontano dal nostro modo di vedere le cose.

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La società si divide tra quelli che si scattano milioni di selfie e quelli che passano il tempo a storcere il naso alla loro vista puntando il dito e condividendo farlocche ricerche scientifiche che etichettano come malati gli amanti delle foto a se stessi; tra quelli che tweettano usando l’hashtag #GfVip per commentare la qualunque e chi usa lo stesso hashtag per commentare chi commenta la qualunque. 

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Si divide tra le pancine psicopatiche che, direttamente dal medioevo in cui sono rinchiuse, chiedono consigli sul nulla alle loro simili e le adepte stereotipate del Signor Distruggere che le giudicano lasciando commenti tutti uguali tra loro e ripetendo sempre le stesse 4/5 baggianate che la competizione in demenza scatta facile e decretare un vincitore diviene sempre più complesso. 

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Si divide tra chi usa il web come un luogo ameno in cui condividere ogni proprio stato d’animo lagnandosi della propria vita, del prossimo, del cibo, delle lagne e di chi prende le distanze dalle lagne e chi si lagna di chi si lagna.

Si critica Chiara Ferragni facendo un post su Chiara Ferragni, dando quindi pubblicità a Chiara Ferragni pur desiderando di non leggere ovunque di Chiara Ferragni. Un po’ per capire di cosa io stia parlando.

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 Siamo tutti un po’ blogger, un po’ Instagramers, un po’ influencer, un po’ poser (anche se questo termine non sono sicura si utilizzi ancora). Siamo tutti un po’ critici cinematografici, critici letterari, critici culinari. Siamo, semplicemente, tutti critici.

La nostra opinione conta, sempre e comunque. Ma è realmente così?

Ho citato prima non a caso le pancine e le adepte di Distruggere. Troppo facile puntare il dito contro un genio del male che ha ben capito come sfruttare a suo vantaggio la voglia di deridere il prossimo che è insita dell’animo umano; troppo facile puntare il dito contro le pancine vittime della loro stessa demenza. Il motivo del suo successo è banale e scontato, è quello che ha portato ogni Mean Girl che si rispetti ad essere popolare e dominare sul resto della popolazione: prendi un soggetto debole ed esponilo al giudizio di chi si crede più furbo. Boom! Il gioco è fatto! 

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Lui lo trovo geniale! Chi lo segue in maniera maniacale un po’ meno! Chi ne invidia il successo per niente! Chi arriva a stampare gli attestati di Petalogia, però, mi fa una tristezza infinita.

Potremmo analizzare sommariamente il caso di Timidamente Amore: una poraccia crede di saper scrivere, condivide questo suo testo senza capo né coda in un gruppo (o forse una pagina, non sono sicura della fonte); questi capitoli sconclusionati vengono postati sulla pagina di Distruggere e, loro malgrado, diventano virali! C’è chi invia video sulle reazioni alla lettura del favoloso testo, chi si impegna a disegnare la pianta dell’appartamento dove si svolgono i fatti, chi studia le dinamiche cercando un senso logico e chi, addirittura, decide di creare un piccolo corto dedicato ad ogni capitolo!

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Tutto molto divertente, direte voi! 
Eppure, se ci ragioniamo almeno un attimo, dietro le parole a sconclusionate di quella sottospecie di romanzo c’è una persona, probabilmente ignorante e senza alcuna nozione di scrittura, che, nel suo mondo, ha un sogno, forse troppo grande e troppo irraggiungibile (e toglierei anche il forse), ma chi siamo noi altri per deriderla rendendola lo zimbello del web?

Sicuramente gloria ai personaggi della sua immaginazione, in un certo senso, è stata donata: ma era questa gloria quella a cui ambivano? E se così fosse: non stiamo forse creando dei mostri?

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E finalmente arrivo a parlare di ciò che, più di ogni cosa sopra citata, mi ha spinta a parlare di ciò: la signora della pelliccetta. E non fate finta di non sapere di cosa io stia parlando eh, che non ci crede nessuno.

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Da un lato abbiamo una signora un pò verace che, in modi rozzi e teatrali, cerca di far valere un suo diritto (raccontata così educatamente sembra addirittura un’altra storia, me ne rendo conto), dall’altro un’entità sconosciuta che, fiutata la potenzialità di un video del genere sul web, ha filmato l’intera scena, svenimento compreso, e lo ha postato sulla rete. Non saprei darvi una tempistica ma, all’improvviso, il video della signora dall’improbabile maglione bicolore era praticamente ovunque.

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Anche sulla mia bacheca di facebook, se ve lo stavate domandando o mi stavate già etichettando come una di quelle che sale sul suo piedistallo a giudicare; resistere a quel concentrato di trash e teatralità è stato impossibile anche per me, domandarmi del perché cose del genere non accadano mai in mia presenza è stato il passo successivo.

Diciamoci la verità: la reazione della signora è perfettamente esilarante!

La dialettica sconnessa mista di chi sente di avere come unica arma la sua voce grossa e le sue minacce urlate un pò a casaccio, la commessa maleducata incapace di gestire la situazione e la vigilanza che, con garbo ed educazione, cerca di portare la calma in una situazione degenerata ormai da un bel pò. Fosse stata una sceneggiata sarebbe stata perfetta. Ma non si tratta di finzione, e il problema alla fine della fiera è proprio questo.

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Perché il popolo del web è avaro, non si accontenta di ridere guardando un video che probabilmente non sarebbe dovuto finire on line; non gli basta deridere la signora per la scenata. Il popolo del web deve indagare, dare un nome a quella donna, geolocalizzarla; ha bisogno di vedere quella povera pelliccetta che ormai ha assorbito il colore del vestito oggetto del contendere, deve vedere la foto della cerimonia da 150 invitati a cui la signora ha partecipato facendo una pessima figura, deve andare a scavare negli strafalcioni regalati a facebook dalla stessa signora che con l’italiano proprio non riesce ad andare d’accordo. 

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E’ un popolo strano quello del web!

Non che la gente reale sprizzi normalità da tutti i pori eh, ma dal web a volte sembra più facile osservare quanto disagio ci circonda, quanto disagio ci ingloba. 

Una signora senza arte ne parte è stata trasformata in un fenomeno da baraccone, prima, e in una sottospecie di celebrità dopo; perché tutta l’empatia  provata per questa signora presa di mira dal popolo del web si è persa nel momento esatto in cui l’ennesimo video della signora che racconta di essere fermata per strada per fare foto e lasciare la firma (parlare di autografi è troppo complicato per lei), nel momento esatto in cui ci sono siti che parlano di una possibile ospitata della signora nei salotti della d’Urso o, peggio mi sento, dell’ospitata come guest star della donna della pelliccetta in una o più discoteche del napoletano (il video qui). Ma siamo seri?

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E se a diventare virale fossi tu? Come reagiresti?

Pensieri Sparsi

Il dramma della pausa pranzo


Quando smetti di lavorare ad uno sputo da casa uno dei problemi più gravosi che sei costretto ad affrontare, oltre all’ingente mole di stress da traffico che sarai costretta ad accettare già al secondo giorno ritrovandoti a svegliarti prima ancora del suono della sveglia al solo pensiero di restare imbottigliata anche oggi, è quello del momento del pranzo.

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Tralasciando per un istante il fatto che, fregandomene altamente di quello che praticamente tutti i nutrizionisti e/o dietologi affermano, io al mattino, pur rientrando brutalmente nella categoria di persone che prima del caffè non esistono [o mordono in alcune giornate non iniziate propriamente con il piede giusto] non riesco a toccare cibo [se non dopo aver sognato di mangiare biscotti tutta la notte, in quel caso i Pan di Stelle diventano esigenza vitale]. Insomma, capirete bene che giunta a metà mattina nel mio stomaco scatta una riunione di condominio tra tirannosauri inferociti.
Una dramma, che sarà solo il preludio della vera tragedia: la pausa pranzo.

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Perché la verità è che, quando sei l’ultima arrivata, le dinamiche dell’ufficio non ti sono ancora del tutto chiare e rientri in quella categoria di persone per cui il crearsi problemi inesistenti dovrebbe essere una disciplina olimpica, ritrovarsi a mangiare dopo poche ore con dei perfetti sconosciuti non può essere una passeggiata di salute. L’ansia che accompagna lo scorrere delle ore che ti avvicinano inesorabilmente alla pausa pranzo è pari solo a quella di non creare disastri non appena posizionata nella tua nuova postazione; i minuti che si rincorrono poco prima dello scoccare delle 13.00 sembrano interminabili mentre, nella tua mente, inizi già ad elaborare possibili argomenti di conversazione perché nulla c’è di più imbarazzante del silenzio in compagnia di chi conosci ancora così poco.

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Se si rientra nella fortunata categoria dei fruitori di mensa aziendale, il maggior trauma da affrontare sarà quello di capire in maniera smart il funzionamento del tutto: la fila, la scelta, il menù, il tavolo a cui sedersi e quello a cui non avvicinarsi. Un po’ come ritrovarsi, di colpo, in quei film adolescenziali americani in cui la nuova ragazzetta della scuola deve capire come funziona la mensa scolastica, insomma, una tragedia annunciata perché, per quanto tu voglia dissimulare disinvoltura, non ci sono dubbi che: sbaglierai ad ordinare, rischierai di inciampare e rovesciare tutto il contenuto del vassoio in terra, ti volerà qualcosa via dal piatto, avrai difficoltà a capire come sederti senza sembrare goffa su quei malefici sgabelli girevoli, la signora della mensa ti scambierà per una ragazzina spaventata e denutrita e deciderà di adottarti rivolgendosi a te esclusivamente utilizzando vezzeggiativi e incoraggiandoti a mangiare di più magari regalandoti cibo sotto banco.

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Se, in alternativa, si rientra nella categoria del hai un’ora di tempo per mangiare cazzi tuoi come hai intenzione di fare il discorso cambia decisamente perché quando nessuna convenzione giunge in tuo aiuto, piuttosto che spendere metà stipendio in cibo e ritrovarsi ad imprecare ad ogni boccone ingerito, l’unica soluzione è quella di dotarsi di tanta pazienza e di pranzo a sacco.
Facile a dirsi, ma mica è così semplice come sembra?
La consapevolezza che i tuoi nuovi colleghi avranno affrontato le tue stesse difficoltà all’inizio del loro percorso non allevierà in alcun modo le ansie legate alla scelta del tuo primo pasto perché, soprattutto se sei una sana donnina dall’aspetto delicato e lo stomaco di un muratore, dovrai riuscire a scegliere un alimento sostanzioso ed appagante dall’aspetto leggero. Facile no?

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Inizierai, quindi, con la prima fase: l’illusione.
Cercherai con tutte le tue forze di abbagliare te stessa, ed ingannare gli altri, con la più stupida delle scuse:
Mi bastano due tramezzini a pranzo, non mangio così tanto.
Sentirai nel mentre il tuo stomaco imprecare in aramaico, tenterai invano di sfuggire alle sadiche immagini che ti ripropone la tua mente cercando di non assumere in alcun modo la classica espressione di Homer Simpson di fronte ad una ciambella al solo pensiero di mettere sotto i denti qualcosa di solido.

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Questa squallida finzione potrebbe durare all’incirca una settimana, tempo utile per studiare in maniera metodica il pasto di ogni singolo collega e prepararsi in maniera perfetta alla seconda fare: l’emulazione. Stessi contenitori, stessa bottiglina d’acqua, stesso cibo, stessa tovaglietta, stesse posate.

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Perché la verità è che si è disposti a tutto pur di abbandonare quell’imbarazzo che, giorno dopo giorno, diverrà solo un flebile ricordo, un qualcosa di buffo che ha accompagnato i vostri primi giorni in azienda e che, in breve tempo, si trasformerà in un simpatico argomento di conversazione tra un panino con cotoletta e salsa barbecue e un piatto di pasta fredda.

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In fin dei conti, allo stomaco non si comanda.

 

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

18 anni d’amore


Warning: questo post contiene un elevato tasso zuccheroso, la lettura di questa vera e propria dichiarazione d’amore di una non più ragazzina dal cuore da quindicenne potrebbe urtare il vostro intelletto e provocarvi un elevato picco glicemico. 

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Oddio, l’ennesimo post su una boyband; ma non parlava d’altro questo blog?
Forse si, forse no…a chi importa? Questo è lo spazio e il tempo in cui i miei pensieri vengono imbrigliati, il mio punto di vista su ciò che mi circonda, piccoli frammenti della mia vita e se la mia vita è così profondamente legata a 5 ragazzotti dal sangue a stelle e strisce non ho alcuna intenzione di farmene una colpa!

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Sarà che ho cambiato lavoro da poco, ho cambiato di colpo orari e abitudini, ho perso parte del tempo che dedicavo alla me adolescente per lasciare che la me adulta si adeguasse al nuovo schema della vita; sarà la paura di crescere che mi porge la mano quando le responsabilità bussano alla mia porta; sarà l’istinto di scappare sull’isola che non c’è insieme a Peter Pan; forse sarà semplicemente nostalgica malinconia ma in questo giorno non posso non abbandonarmi alla dolce sensazione di sicurezza che mi regalano i miei ricordi.

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Avevo 13 anni, era il 26 Febbraio del 1998 ed ero a cena; nulla di diverso dal solito, nessuno strano presagio che mi informasse che da quella sera la mia vita sarebbe cambiata per sempre. C’era Sanremo in TV, mi ha sempre annoiato a morte eppure quando all’annuncio degli ospiti fatto da Raimondo Vianello mio padre aveva osato cambiare canale gli avevo cordialmente chiesto di non farlo:
“Voglio vedere che faccia hanno questi cretini per cui tutte le mie amiche a scuola impazziscono! Sono rincretinite, non parlano d’altro!”

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Ho sempre creduto nel Karma e, deduco senza alcuna ironia, che quella sera tutte le prese in giro verso quelle ragazzine fissate per l’impossibile mi si siano rivoltate contro.
Avevo sentito parlare di quel gruppo musicale probabilmente da Raimondo e tutto il mondo, ne conoscevo le movenze ed i nomi, ero a conoscenza addirittura dei problemi cardiaci di uno di loro ma non avevo assolutamente mai avuto la curiosità di vedere né di che faccia avessero questi tizi che avevano rubato la sanità mentale alle mie amiche né di ascoltare che musica facessero. Presuntuosa e fastidiosa li avevo etichettati come roba inutile per ragazzine. Fino a quella sera.

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Non so bene spiegare cosa sia successo, mai mi sono posta realmente il problema a dirla tutta. E’ stata magia, uno strano sortilegio che mi ha ipnotizzato alla Tv sulle note di quella canzone che profumava di casa, un profumo che avrei imparato presto a riconoscere. Sarebbe tenero, e perché no anche romantico, dire che in quei pochi minuti mi avevano colpito i suoi occhi azzurri, il suo caschetto dorato o la sua bocca a cuore; raccontare di come fossi rimasta folgorata dal suo sguardo o dal modo in cui la lingua accarezzava le labbra ogni tre parole pronunciate.

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La verità è che quella sera ero rimasta affascinata dall’aria di porello disadattato che, tra i cinque, aveva il biondino; quell’espressione da cucciolo smarrito tendenzialmente sfigato che, sin da subito, la mia mente aveva associato al suo nome. La mia mente aveva iniziato a tessere la sua storia di povero disagiato facendo di me l’unica eroina in grado di salvarlo dalla cattiveria del mondo [ho sempre avuto una fervida immaginazione, non posso negarlo].

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Avevo 13 anni e non riuscivo a dare un nome a quella sensazione di calore che avevo sentito dentro nel fissare la sua immagine alla Tv, a quella voglia di conoscere tutto di quel biondino dai tratti femminei, a quella voglia di averlo nella mia vita come se fosse la cosa più naturale del mondo; non potevo sapere che quei pochi minuti dinanzi ad un televisore avrebbero condizionato in maniera così radicale la mia vita.

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Sono passati 18 anni da quella sera e, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare come fosse la mia vita prima di allora; come riuscissi a vivere senza il mio pensiero felice a tenermi compagnia; non riesco a capacitarmi di come il tempo sia trascorso, di quanto connessa sia stata la mia vita con quella di cinque perfetti sconosciuti che me l’hanno salvata più volte senza averne coscienza alcuna.
Solo chi si è perso, perso per davvero, può comprendere quanto calore possa dare il sentirsi a casa, quanta dolcezza possano regalare quelle note di una familiare spensieratezza.
Solo chi ha temuto di non ritrovarsi può capire quanto un sorriso familiare possa scaldare il cuore facendo riaffiorare emozioni che credevi sopite.

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Si dice che la musica salvi le persone, le guarisce con delicatezza, le prende per mano e le accompagna fuori dall’oblio. Per me è stato così! Ero persa e non lo sono più, avevo bisogno di un appiglio per ricominciare a parlare con la Vera me stessa e sono ripartita dall’unica cosa che mi ricordava chi fossi, quella passione che fosse mia e soltanto mia; avevo bisogno di credere che la felicità potesse essere facile ed effimera.

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Non chiedetemi come sia accaduto!
Non li incontrerai mai. Mi dicevano; ed io sono passata dal collezionare loro fotografie a collezionare fotografie con loro, a nutrire la mia anima di quei fuggenti attimi di felicità che solo un grande sogno può donare.

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Per gli altri saranno sempre i Backstreet Boys, per me sono Nick, Brian, Alex, Kevin e Howie. Cinque amici un pó lontani nel cui abbraccio adoro perdermi come fosse la cosa più naturale del mondo .

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Perché quando dopo 18 anni ancora ti batte il cuore
come quando ne avevi 13 non può che essere amore:
Un eterno amore!

 

 

Pensieri Sparsi

Sogni ricorrenti, ne abbiamo?


Parlare di sogni con me si rivela essere sempre un’esperienza esilarante; la capacità della mia mente di recepire gli stimoli esterni, processarli e trasformarli in qualcosa di epico è straordinaria. Io non sogno di notte, io creo dei kolossal che farebbero impallidire Spielberg!Tralasciando la fase in cui il mio subconscio sembrava conoscere cose a me sconosciute, dire che i miei sogni sono dei veri e propri film sarebbe riduttivo!
Insomma, a chi non è mai capitato di sognare il compagno di quella vecchia amica di scuola che ci dice di non raccontare quello che hai visto e incontrarlo il giorno dopo in compagnia di un’altra donna?A chi non è mai capitato il giorno prima dell’esame di matematica di sognare la risposta esatta al quesito della professoressa isterica, quella soluzione cercata invano su appunti e dispense a cui avevamo ormai rinunciato a dare senso?
Se non c’è neanche sul libro, è una risposta inesistente e la domanda deve essere sbagliata!
A chi non è mai capitato di salvarsi il sedere all’esame in questo modo?
Certo, bisogna essere dotati di poco buon senso nello scegliere di scrivere quello che si è sognato di notte invece di ammettere la mancata conoscenza della risposta, ma il mondo è dei folli ancora non lo avete capito?A chi non è mai capitato di sognare colui che il giorno dopo avrebbe chiesto il nostro aiuto? Sempre Lui, solo Lui! Come se ci fosse una maledetta connessione, come se non potessimo fare a meno di esserci per Lui!Sto tergiversando, ne sono consapevole! La verità è che non sono un’esperta in psicologia ma potrei parlare per ore dei sogni e del loro strano modo di confondermi la mente!Sogni ricorrenti, ne abbiamo?
Non voglio soffermarmi sullo strano significato della sua [sempre Lui] presenza nel mio mondo onirico quando sono triste, stressata, nervosa, ansiosa, preoccupata…insomma quando ho la luna storta e il mondo non mi sembra un posto adatto a me in alcun modo!Non voglio soffermarmi sul senso di protezione misti a disagio scatenato dal sogno stesso; detestare la persona che in sogno cerca di salvarci non è esattamente simpatica come sensazione, soprattutto se appena sveglia l’unico desiderio è quello di incontrare quella stessa persona e passarci delicatamente sopra con la macchina per il gusto di eliminarlo dal mondo e la speranza di cancellarlo dal proprio subconscio!È una settimana che sogno di tornare a scuola!
Seduta all’ultimo banco che cerco di copiare, in ritardo perché non conosco più gli orari dei treni, terrorizzata dall’interrogazione. Stessi compagni di classe, sensazioni contrastanti. A volte sono consapevole di essere cresciuta, di essere cambiata…altre no.Al mattino mi sveglio piena di angoscia; come se avessi dimenticato qualcosa, come se dovessi capire qualcosa, imparare qualcosa…come se avessi perso qualcosa.

E voi, sogni ricorrenti, ne avete?

Pensieri Sparsi

Friendzone


Forse dovrei smettere di cercare programmi interessanti in tv di domenica mattina, forse dovrei semplicemente smettere di illudermi di trovare qualcosa di decente in tv, fatto sta che per puro caso, dribblando tra Anna Valle e Martina Stella nelle loro Stagioni del Cuore e una fiction struggente su cavalli e laghi, mi sono imbattuta in questo programma assurdo di Mtv:
Friendzone: Amici o fidanzati?

Ammetto che, in un eccesso di pigra curiosità, ho messo in pausa il mio zapping compulsivo e ho iniziato ad ebetare di fronte a questo fantastico programma il cui scopo, quanto meno a livello teorico, è quello di tirare fuori dalla fantomatica Friendzone il malcapitato di turno. In un mondo in cui tutto è reality, non mi pongo neanche più il problema etico della presenza delle telecamere in un momento che dovrebbe essere quanto meno privato, mi concentro, per lo più, sulla metodologia utilizzata: il poverino invita la sua migliore amica a casa e le racconta che si deve preparare per un appuntamento, le riempie la testa di farneticazioni inutili sulle sue emozioni, sulle sue ansie e sulle sue paura, le racconta quanto sia speciale la ragazza a cui ha intenzione di dichiararsi e si fa aiutare a scegliere l’outfit giusto per l’occasione. La mal capitata lo incoraggia con le classica frasi di rito: andrà benissimo, sei così un bel ragazzo chi potrebbe mai dirti di no? Vedrai che la conquisterai…spero che lei ricambi i tuoi sentimenti, meriti di essere felice. Lui al suono di queste affermazioni inizia a vedere la propria autostima crescere a livelli indescrivibili, si convince che ormai è fatta, lui la ama e per lei deve essere, per forza di cose, la medesima cosa; lui sa che senza di lei non può vivere e, non importa se lei sia fidanzata o meno, lui sarà quello giusto per lei…e lei deve solo capirlo.

Siamo ormai nel climax emotivo quando lui, pronto per la sua grande serata, si fa accompagnare da lei all’appuntamento…Fermi tutti. In quale realtà, anche solo leggermente plausibile, un ragazzo chiede alla sua migliore amica di accompagnarlo ad un appuntamento? La poveraccia lo scorta in macchina fino al parco [non so perché questi ragazzi si dichiarino quasi sempre in un parco pubblico], gli da un bacio sulla guancia augurandogli buona fortuna e…colpo di scena…lui la blocca per un braccio o, peggio ancora, la tira per la maglietta, sorride a metà tra l’imbarazzato e l’inebetito e le confessa il suo amore: tutto questo è per te!

Siamo arrivati al vero motivo per cui mi sono costretta a guardare ben 3 storie diverse, speravo che almeno una avesse un finale inaspettato. Illusa. Solito copione per tutte: lei porta le mani al viso indecisa sul se ridere o piangere, a primo impatto ride e la butta sullo scherzo poi si rende conto che il suono che ha appena impercettibilmente udito è il cuore del poverino che si è frantumato in mille pezzi, è a questo punto che scatta la tragedia: sai cosa penso di noi…non provo le stesse cose per te…sei il mio migliore amico.

Lui, ovviamente, reagisce alla grande: abbandona la ragazza a metabolizzare l’epica dichiarazione e torna a casa a leccarsi le ferite, si lamenta con la madre soffrendo terribilmente per aver perso l’amore della sua vita e per l’aver appena deciso di cancellare dalla sua vita la sua migliore amica.
Lei resta basita per un istante, poi inizia a piangere rendendosi conto di non avere più il suo amichetto con cui passare i pomeriggi. Fine. Si passa alla storia successiva, che comunque sarà uguale a quella appena raccontata. Il disagio proprio.

Quello della Friendzone [o della Regola dell’Amico, per dirla come la cantava Max Pezzali quando io ero ragazzina] è un problema serio, è una situazione che, stando da un lato o dall’altro, probabilmente abbiamo vissuto tutti. Il dibattito sull’amicizia uomo/donna, per quanto mi riguarda, non troverà mai una vera risposta assoluta e la semplicità [oserei dire banalità] con cui il tema viene trattato in questa specie di programma mi fa storcere il naso.
Sarà che io ho perso il mio migliore amico proprio a causa della diversità dei nostri sentimenti, diventata la confusione dei nostri sentimenti, probabilmente conclusasi con la mia incapacità di capire i suoi sentimenti; sarà che decidere di smettere di vedere una persona perché un bacio ha ormai alterato tutto quello che di speciale aveva un rapporto; sarà che il passare dall’essere la migliore amica all’essere la ragazza che non ha capito ti lascia uno strano vuoto dentro.

Almeno fino a quando non capisci che non ne vale davvero la pena.