Pensieri Sparsi

12 lunghissimi mesi


Oddio, ma davvero siamo riusciti ad arrivare alla fine di questo anno?
Mi assicurate che siete tutti sani e salvi? Si ok, un po’ ammaccati…decisamente provati ma mai prima d’ora alla fine di un anno era accaduto di essere felici semplicemente per il fatto di essere sopravvissuti.

Volendo citare uno dei meme che forse ho visto più spesso durante questi 12 angoscianti mesi: sopravvissuto al 2020 dovrebbe fare curriculum.

E dal 2020 cosa vorrei?
Non chiedo nulla, come sempre: sorprendimi!!!
Dimostrami che sono brava a sbagliare.
Ricordami che posso amare.
Insegnami che non devo smettere di sognare.

In questo modo avevo chiuso il post di fine anno lo scorso dicembre: un post chilometrico in cui avevo parlato di viaggi, di persone, di consapevolezze; un post carico di malinconia per il volgersi a termine di un anno che mi aveva dato veramente tanto, pregno di speranze per un anno che, stando a quanto blaterava Paolo Fox, mi avrebbe dato ancora di più.
Il 2020 è finito da poche ore e io, onestamente, ancora non credo di averlo capito…figuratevi se l’ho metabolizzato.

La verità è che già dal suo esordio questo 2020 si era dimostrato per quello che era: un anno nefasto. Pensare che credevo fosse Gennaio il problema…

Avevo iniziato l’anno cercando di dimenticare una persona, dimenticare chi mi aveva dimenticato con una facilità estrema (non sono capace a valutare situazioni e persone, ma questo ad inizio anno mica potevo saperlo).  Avevo stilato una lista di buoni propositi…che mi sono appena accorta avrei potuto scrivere questa mattina e sarebbe stata uguale (questo mi spaventa non poco…davvero non è cambiato proprio nulla?)

Ma parliamo di questo Non-Anno.
Non sono sicura che a Febbraio tutti abbiamo capito che qualcosa di veramente catastrofico stesse per stravolgere le nostre vite.
Sono iniziate a comparire le prime regole da seguire, quelle regole che inizialmente ci hanno quasi fatto sorridere:
Di colpo ci siamo ritrovati in una realtà in cui baci ed abbracci erano vietati, in cui la distanza tra le persone doveva essere superiore ad un metro, in cui a forza di lavarci le mani e utilizzare gel igienizzanti di sera rossori e bruciori erano la normalità, in cui bisognava sorridere nel gomito e piuttosto di tossire saresti esploso silenziosamente.

Sono comparse le prime mascherine, quelle introvabili da esibire con orgoglio e arroganza come se fossero un bene di lusso…quelle che ti sentivi pure un po’ scemo ad indossare, come se ti fossi ritrovato di colpo sul set di Grey’s Anatomy.

Una Pandemia.
Io ero ignorante e ho dovuto cercarne il significato prima di capirne davvero il senso.
Il viaggio per il mio compleanno annullato. La richiesta di smart-working che poi è diventata un obbligo. La vita che di colpo ha ricevuto un repentino stop: il lockdown.
Mi manca il respiro se solo chiudo gli occhi e mi soffermo sulle sensazioni provate i primi giorni di reclusione forzata: l’ansia che è tornata, il senso di vuoto, la mancanza di respiro e la paura di crollare di nuovo.

Lo scorrere lento dei giorni che hanno iniziato a susseguirsi ha trovato pian piano una nuova dimensione: la sveglia ritardata non dovendo prendere la macchina per andare in ufficio, la tuta come outfit di default, le video-riunioni con i colleghi che ormai mi hanno visto nelle peggiori versioni di me stessa, il pranzo caldo a casa come non accadeva da anni, la tv che faceva da sottofondo alle mie giornate lavorative, gli appuntamenti su Houseparty con le amiche, la finta ginnastica, i flashmob sui balconi alle 18 (quelli che io vedevo solo sui social perché da me non esiste questo senso di comunità), il conteggio dei contagiati e dei morti, la curva di quel maledetto grafico che sembrava non volesse scendere mai più, Conte in tv e le bimbe di Conte sui social, i DPCM e i divieti che continuavano a susseguirsi, il terrazzo che ha iniziato a prendere forma e i TikTok fatti per non impazzire.

Sono tornata al lavoro il 25 Maggio…ed era tutto uguale ma tutto completamente diverso. Tutto quello che avevo lasciato prima del lockdown era li ad aspettarmi: tutto…anche quello che credevo di aver dimenticato. 
La verità è che durante la reclusione forzata ero convita che avevo imparato ad affrontare la vita con una consapevolezza maggiore…beh mi sbagliavo.

Il tempo di guarire forse non era stato abbastanza e  me ne sono accorta subito quando, dopo mesi di silenzio totale o quasi, mi sono ritrovata di fronte a chi mi aveva incasinato il cuore…che poi non lo abbia realmente ammesso è un’altra storia. Il mondo era ancora nel caos più totale ma il mio problema più grande era essermi accorta di non essere capace a gestire quella situazione…ma ancora non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stato complicato.

Per essere un Non-Anno è stato davvero un anno intenso.
Tutto quello che era stato messo in standby i mesi precedenti si è scatenato nei mesi successivi: shooting fotografici come se piovesse, visite con i clienti e prove in mare, due fiere da organizzare, eventi open days, delivery e allestimenti. Ancora una volta ho sfidato me stessa, vinto le mie ansie e capito che, alla fine del circo, amo davvero il mio lavoro…e sono anche decisamente brava a farlo.

In questo Non-Anno ho scoperto tanto di me stessa…e anche imparato tanto.
Mi sono stupita rendendomi conto che forse il contatto fisico non mi fa così schifo, che non sono così asociale come credo di essere ma i momenti di solitudine sono estremamente importanti per me. Ho scoperto che odio gli imprevisti ma alla fine so sempre come non annegare, anche se ho bisogno di piangere prima di trovare la forza. Ho capito che ogni tanto dire SI fa bene, anche perché rifiutare una giornata su uno yacht da 2M di euro solo perché  non ci si stente a proprio agio con il proprio fisico è decisamente da stupidi. Ho imparato che se sorrido un po’ in più, se rido un po’ in più, non sono più stupida…solo un po’ più leggera. E prendersi un po’ in giro non è poi una brutta cosa.

In questo Non-Anno ho scoperto che sarei diventata zia di una cucciola che non vedo l’ora di incontrare e che già amo da morire.
Ho avuto paura per la mia famiglia, per ogni colpo di tosse, per ogni linea di febbre.
Ho capito che stare in salute è un dono inestimabile.
Ho scoperto che il tampone per il Covid-19 fa male al naso ma l’ansia per l’esito distrugge l’anima.
Ho capito quanto una giornata immersi nel verde e pieni di vino possa essere una boccata d’aria.

Ho scoperto che ci sono emozioni sbagliate contro cui puoi lottare ma alla fine non sempre ne esci vincitrice. Ho imparato che fa male prendersi una sbandata sbagliata, che lottare contro quello che si prova fa schifo e che ammetterlo forse è ancora più doloroso; che si finisce per essere impotenti quando sorridi senza volere e l’unica cosa che desideri è perderti in quell’abbraccio sbagliato. Che merda.

12 lunghissimi mesi…che da poche ore fanno ormai parte di un anno ormai passato.
12 lunghissimi mesi in cui ho cambiato ufficio, scoperto nuove persone essenziali nella mia vita, perso alcune delle mie certezze, smarrito un pezzo di cuore probabilmente per sempre, collezionato nuovi ricordi.
12 lunghissimi mesi in cui ho imparato tantissime nuove parole che mai avrei voluto usare, in cui sono riuscita a non uccidere alcun complottista o noVax, in cui sto ancora lavorando a non intraprendere conversazioni con gli idioti.
12 lunghissimi mesi in cui ho tormentato i miei capelli che sono diventati specchio della mia anima.

12 lunghissimi mesi…che non mi sono serviti per dimenticare, che non mi hanno ancora dato il coraggio per affrontare questo 2021 senza aver voglia di scappare o voglia di uccidere qualcuno, che non mi hanno insegnato ad addomesticare quello che sento…nel bene e nel male.

12 lunghissimi mesi…che difficilmente riusciremo a dimenticare.

Pensieri Sparsi

La giusta conclusione.


Ancora mi domando come io fossi stata così stupida da ipotizzare che un anno come quello quasi giunto al termine potesse mai chiudersi in maniera diversa!
No, non è mia intenzione mettermi a parlare di decreti a cui piace cambiare o di regioni che hanno più alternanze di colori delle serie sul mio albero di Natale (che per la cronaca ne ha uno solo, perché va bene il trashiume natalizio ma le cose vanno fatte con stile). 
Sono decisamente più egoista nell’uso delle mie parole e dei miei spazi.

Perché la conclusione di anno di cui vorrei parlare riguarda solo ME. 
In fin dei conti, non dimentichiamo il motivo per cui questo spazio è nato eh.
La verità è che in questi 12 mesi ci ho provato davvero a non mollare il colpo, di non inciampare; ho cercato di essere forte, forse più del dovuto. Ho finito per spegnere tutte le emozioni…ancora una volta.

Crack!
Questa volta l’ho sentito chiaramente, ho sentito il rumore di qualcosa che è andato in frantumi…IO.

Credo di essere solo stanca di fingere che vada tutto bene, che le scelte sbagliate non mi abbiano ferito, che la solitudine sia diventata una mia cara amica, che sia forte quanto voglio che gli altri credono.
Sono stanca…ma non ho vie d’uscita!
Non piango fino a quando le lacrime non diventano inspiegabili ed inarginabili, fino a quando alzarmi dal letto diviene una tortura.
E no…nessuno mi capisce davvero!!!

Perché la gente crede che per aiutarti deve fomentarti contro un nemico che poi in realtà non esiste; come se dirti che è uno stronzo per magia ti facesse sentire meno idiota, come se bastasse ad arginare quel noSense che ti tormenta da giorni.
Come se dirti come impostare le cose possa servire davvero a rimarginare cosa ti si è rotto dentro, come se ignorare le conseguenze ti facesse dimenticare che ce ne sono state,
Perché la verità è che sei sola con i tuoi pensieri semplicemente perché nessuno può capirti o ascoltarti davvero oggi…perché siamo tutti un po’ rotti dentro.
Ed ecco che ogni conversazione altro non è che uno scambio di problemi di cui in realtà non importa niente a nessuno!

È così che rispondi che stai bene semplicemente perché dei drammi degli altri non te ne può fregar di meno persa come sei nei tuoi pensieri.
Crack! 
Tutto va in frantumi ma nessuno se ne accorge perché metti su il tuo rossetto migliore, che coprirai con quella maledetta mascherina, e speri che la gente non si concentri sui tuoi occhi.
Rendi la voce acuta e svuoti la carta di credito, riempi lo stomaco anche se poi ti viene solo da vomitare.

Va tutto bene…anche se va tutto a rotoli e non riesci a fare altro che restare pietrificata ad osservare tutti i pezzetti che volano via come coriandoli.
Sono solo stanca.

Stanca di dare il 100% in quello che faccio ed essere banalmente scontata, come se ogni compito in più fosse dovuto, come se non avessi più una vita e tutto ruotasse intorno a ciò che gli altri si aspettano da te. 
Stanca di sembrare quella che non sono e di non sentire più cosa invece forse sto smettendo di essere.
Stanca di essere delusa, di non riuscire ad essere felice.

Sono stanca di vedere le vite degli altri andare avanti e poi sentire le loro lamentele.
Stanca di provare a dire che sto male e sentirmi rispondere anche io.
Stanca di raccontare i miei problemi a chi mi vuole solo buttare addosso i suoi.
Sono stanca di voi…ma soprattutto sono stanca di me!

Credo sia la giusta conclusione di questo anno.

Pensieri Sparsi

Fino al 3 Maggio…


…è davvero tantissimo tempo ancora. E io vi giuro che sto provando a non pensarci, ma non è poi così semplice.
Ieri mi è stato chiesto con fare provocatorio cosa mi mancasse della mia vita in questi giorni, d’istinto ho risposto TUTTO e ho motivato la mia scelta con un messaggio chilometrico in cui raccontavo come ogni piccolo istante di una monotona giornata normale della mia vita mi mancasse. Ho spiegato di come provassi nostalgia anche per le mie solite lamentele per il traffico del mattino o per quelle incombenze noiose che mi mettevano di cattivo umore, di come mi manca l’aperitivo post lavoro con i colleghi per lagnarci della giornata e la sveglia all’alba per organizzare un servizio fotografico. Mi manca essere sempre di corsa, l’agenda sempre troppo piena, il telefono che squilla di continuo fino a farmi impazzire; mi manca vedere il mare distogliendo lo sguardo dal pc della mia scrivania, la telefonata con un’amica post lavoro, l’organizzazione dell’ennesimo viaggio incastrato tra un impegno improrogabile e l’altro.

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Mi manca la frenesia di quelle giornate che troppe volte ho definito impossibili, uscire di casa assonnata e tornare stanca e spesso tediata, mi manca ridere per una battuta idiota sol perché ormai al culmine dell’isterismo e della stanchezza. Mi manca preoccuparmi di come andare all’ennesimo concerto dall’altra parte del mondo cercando di incastrare consegne di barche e saloni nautici.

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Credo fosse questa una delle mie ultime preoccupazioni prima che il mondo fosse messo in pausa, questa e altre mille frivolezze di cui adesso faccio anche fatica ad averne memoria. Ero preoccupata di rivedere chi aveva fatto battere troppo velocemente il mio cuore, preoccupata di non essere capace di dimostrare una maturità che avevo promesso ma temevo di non avere, preoccupata per quel sorriso che sarebbe spuntato innaturalmente sul mio viso quando avrei incrociato quegli occhi azzurri che mi avevano confusa. Ero preoccupata di come sarebbe stata questa stagione estiva con le barche spostate dal solito posto, quanti giri in barca sarei riuscita a fare, quante pause da lavoro con il lavoro sarei riuscita a concedermi.

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Mi sembra tutto così lontano adesso, tutto così futile…tutto così diverso, quasi irraggiungibile.
Eppure dovremo tornare alla normalità…o quanto meno a quella nuova normalità che caratterizzerà le nostre vite per forse troppo tempo. E non riesco a non provare ansia. Non riesco a far smettere di rimbalzare quella sciocca domanda tra le pareti labili della mia mente:
Cosa ti manca della tua vecchia vita?

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Già a chiamarla vecchia vita mi manca il respiro, eppure se ci pensate un attimo è proprio così: sembra così lontana quella normalità da sembrare cosa vecchia. Ma cosa mi manca di tutto ciò? Cosa mi manca davvero da farmi bramare di uscire dalle mura sicure della mia casa…dalla comodità del terrazzo che ho bellamente attrezzato in questi giorni. E’ complicato.

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Perché la verità è che le prime due settimane questo stop forzato mi stava facendo impazzire, questa brusca decelerazione da 100 a 0 mi aveva sfasato totalmente, rendendo le mura di casa mia una fastidiosa prigione. I meeting su Skype erano la mia finestra sul mondo, le chiacchiere su Houseparty un’ancora di salvezza per non sprofondare nell’oblio della follia. Ma ci si abitua a tutto…anche ad una vita a metà.

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Ci si abitua a vivere in un tempo lento, sospesi in un lungo fuso orario: ci si alza più tardi, perché non c’è il traffico da affrontare e si accende il computer indossando ancora il pigiama; ci si sistema i capelli tra una telefonata ed una mail; le riunioni si svolgono fuori orario; si mangia un po’ prima…un po’ sempre…un po’ tanto.

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Ho iniziato a scrivere questo post una settimana fa, mancano ancora due settimane al 3 Maggio.
Restiamo sospesi in questo tempo a metà.

Pensieri Sparsi

Tu come stai?


Sono giorni strani! 😕
Si finisce a pensare…forse troppo!!!
Ma voi avete chiesto a qualcuno davvero: “Come stai?”💛
Avete contattato qualcuno che non sentivate da un po’ solo per sapere se stesse bene?❤️
Avete avuto voglia di mandare un saluto a qualcuno che quasi avevate dimenticato? 😔

E qualcuno ha pensato a voi?💕

• Giorno 19 •

Pensieri Sparsi

Non ho tempo.


Vorrei leggere un bel libro ma non ho tempo.

Vorrei fare più esercizio fisico ma non ho tempo.

Vorrei tornare a scrivere come facevo qualche anno fa ma non ho tempo.

Vorrei chiamare quell’amico che non sento da un po’ ma non ho tempo.

Vorrei prendermi cura di me ma non ho tempo.

Vorrei imparare una nuova lingua ma non ho tempo.

Potrei continuare quest’elenco tristemente all’infinito.

Il tempo. Occupiamo questa terra da millenni e ancora non abbiamo imparato a gestirlo, ancora non abbiamo imparato ad addomesticarlo.

Non ne abbiamo mai abbastanza e adesso che abbiamo tutto il tempo di questo mondo è così troppo da farci paura. Non è un paradosso?

Adesso che potremmo leggere, scrivere, fare quella telefonata, fare tutto ciò che abbiamo sempre rimandato…non abbiamo la testa, non abbiamo la voglia, non abbiamo la costanza.

Ed è così che i giorni di questa lenta quarantena si stanno susseguendo inesorabilmente e, oltre che mangiare come se non ci fosse un domani, di tutto quello che avremmo voluto fare se solo avessimo avuto tempo non abbiamo fatto nulla.

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Almeno per me è così.

Pensieri Sparsi

11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.


11.
Come i giorni trascorsi da quando la mia vita è stata messa in una sorta di stand by forzato.
Per qualcuno sono trascorsi più giorni, per altri meno. Alcuni ancora non hanno compreso cosa stia accadendo, altri non hanno potuto ancora farlo. Per qualcuno il mondo sta finendo, per altri è già finito.

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Quando tutto questo è iniziato nessuno di noi lo aveva davvero preso sul serio: sta accadendo qualcosa in Cina. La Cina è un posto lontano da dove vivo io e poi in Cina sono così tanti che è normale che muoia così tanta gente. Normale. Come se la morte anche di una sola persona potesse considerarsi una cosa normale, sottovalutabile.
Poi però è successo qualcosa, la Cina non era poi così lontana come sembrava. Si stava avvicinando, silenziosamente…e forse ci illudevamo lo stesse facendo con lentezza.
La colpa era dei Cinesi. La colpa era di chi in Cina ci era stato per lavoro o forse per diletto.
Eppure era tutto ancora così lontano.

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Perché fino a che il male non parla la tua lingua in fin dei conti non è davvero cosa tua.
Le cose sono cambiate il 21 Febbraio, quando tutto di colpo è diventato così così vicino eppure ancora così lontano. Un solo contagiato, così lontano da casa mia. Si poteva ancora fare ironia sull’intensa vita sociale del paziente 1; si poteva ancora ridere su qualcosa che iniziava a fare un po’ più paura. Iniziava a sembrare sempre un po’ più vera.
Era un tempo diverso, i problemi erano altri: le troppe cose da fare a lavoro, il collega che ti aveva dato noia, i kg di troppo che segnava la bilancia…l’odiato compleanno che anche quest’anno stava inesorabilmente arrivando, la prenotazione per la cena e il post cena da organizzare per quel weekend saltato quando la paura iniziava ad avere un odore più acre.
Era ancora un problema lontano. Qualcosa che stava iniziando a condizionare la nostra vita lentamente, qualcosa che si stava insinuando nella nostra normalità.
Eppure si poteva ancora ridere di quei divieti quasi bislacchi: niente baci o abbracci, niente strette di mano, stiamo ad un metro di distanza.
Quel virus arrivato dalla Cina sembrava avesse imparato a parlare la mia lingua tenendo tutto a distanza. Anche le amiche.

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Nessun viaggio per il mio compleanno. Quel problema da lontano rischiava di avvicinarsi troppo, meglio stare a casa. Meglio rimandare le risate e le sbronze a tempi migliori. Perché ci saranno giorni migliori. Ma non sapevamo ancora cosa ci aspettasse: era ancora qualcosa di lontano, qualcosa che aveva iniziato a rinchiudere le mie amiche lontane. Qualcosa che iniziava a sembrare reale. Reale per davvero.
Fingevamo che le nostre vite fossero intoccabili, che avremmo avuto tutto il tempo del mondo per affrontare il problema o che forse saremmo stati tanto fortunati da non doverlo affrontare affatto. Nord e Sud sembravano vivere a due velocità diverse, andare in due direzioni diverse.
Siamo bloccate a casa da giorni. Sono uscita tardi dall’ufficio. Inizio ad avere paura. Sta arrivando la bella stagione. Finirà presto. Qui non arriverà.

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Ci credevamo davvero. Credevamo a tutto. E poi pian piano, regione dopo regione, provincia dopo provincia, si è preso tutto il nostro paese.
Quel virus lontano che proveniva dalla Cina, ha iniziato a parlare a voce alta in Italiano.
1. 5. 10. 30. 80. 100. 140. 220. 450. 660. 880. 1000. 1350. 1760. 2050. 2300. 2450….10350. 15450. 23970. 34560. 43890. 54060.
E poi abbiamo smesso di contare i contagiati per iniziare a contare i morti.
E poi abbiamo iniziato a stilare grafici.
E poi abbiamo iniziato a guardare delle curve alla ricerca del picco più alto per poter iniziare a vedere la fine di tutto.
Era tutto così lontano. E adesso non lo è più.

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Lockdown. Quarantena. #stateAcasa
È il 22 Marzo. È passato un mese da quando questo maledetto virus ha pronunciato il suo primo vagito italiano e stiamo completamente brancolando nel buio.
Sono passate due settimane da quando tutta l’Italia è diventata zona rossa eppure sembra sia passata una vita da quando la nostra solita routine ci dava noia.
Era poco più che un’influenza. Un’epidemia. È diventata una Pandemia.
Ci siamo raccontati che #andràTuttoBene, sono stati dipinti arcobaleni su lenzuoli e sventolare bandiere. Tutti hanno messo la mano sul cuore per sentirsi italiani ed intonare l’inno dal proprio balcone di casa. Siamo tutti italiani e l’Italia si rialzerà da tutto questo. Siamo un Paese forte, vincente e alla fine #andràTuttoBene. Lo ascoltiamo alla tv, lo leggiamo sui social, ce lo raccontiamo nel corso di una videochiamata. Lo ripetiamo sperando di crederci. Eppure i colori dell’arcobaleno iniziano a perdere vividezza.

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11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.
Abbiamo i telefoni pregni di meme che non fanno più ridere, di video commoventi che non guardiamo più, di avvertimenti su cosa fare e cosa non fare quando si mette piede fuori casa. I gruppi whatsapp pullulano di foto di pizze e dolci, di foto nostalgiche di momenti passati, di meme diversamente divertenti che ironizzano sui kg che stiamo accumulando, di promesse di aperitivi, grigliate o viaggi.
Siamo pieni di buoni propositi e nostalgia, di rimpianti e rivincite. Ci manca chi non dovrebbe mancarci, manchiamo a chi non impegna i nostri pensieri. Ci perdiamo nei silenzi o ci assordiamo di rumore.
Siamo persi nelle mura del nostro luogo del cuore, quello in cui siamo felici di tornare anche dopo il viaggio più bello mai fatto.
Siamo smarriti nelle nostre paure, bloccato in un tempo che non sappiamo come impegnare, immobilizzati nelle nostre incertezze.
Dicono che tutto andrà bene e, in fondo, alla fine sarà così. Deve essere così. Ma il cielo grigio di questa domenica immobile e senza suoni mette in pausa il mio ottimismo.

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11 giorni. Per alcuni di più, per altri meno.

Pensieri Sparsi

Giorno 7 di quarantena!


Ormai passo le giornate dalla scrivania alla poltrona, passando per il letto…buttandomi sul divano!!!
Sono praticamente tornata al periodo universitario quando usavo il pc e scrivevo nelle posizioni più assurde!!!
È solo il 7imo giorno…ma avete detto che #andràtuttobene e io continuo a credervi!!

•Ma alla fine di tutto anche la bilancia mi dirà che #andràtuttobene?• ⚖️
✨ chiedo per un’amica eh✨

Pensieri Sparsi

Andrà tutto bene?


Sono giorni che mi riprometto di mettere nero su bianco quanto affolla la mia mente in questo periodo che definire strano è dire poco.
Non è certo il tempo quello che mi manca, la concentrazione forse…ecco quella si, credo sia andata a farsi un bel giro da tempo ormai. La verità è che, per quanto ci provi non riesco a tenere i pensieri lontani dal solito circolo vizioso in cui non riesco a smettere di inciampare.

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Andrà tutto bene!!!
Lo leggiamo ovunque negli ultimi giorni, lo sentiamo ovunque in questa botta di ottimismo forzato che, in fondo, male non può fare.
Ci credo davvero che andrà tutto bene! Deve essere così. Non può essere diversamente…eppure non riesco a togliermi dalla testa il più pesante degli interrogativi:

Tra quanto andrà tutto bene?

Non credo mi sia concesso davvero di potermi lamentare, sono a casa solo da 5 giorni (che mi sembrano già un’eternità) ma tra ansia, mood preciclo ed internet che va un po’ come cavolo gli pare, oggi sento di essere pronta ad impazzire.

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Inspiro e espiro. Dicono che calmi. Non ricordo bene come funziona al momento perché non funziona. Neanche i fiori di Bach mi danno l’illusione che andrà tutto bene…per davvero.

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Voleva essere un post ironico e irriverente, un post che facesse sorridere nonostante l’assurdità che stiamo vivendo…ma oggi non respiro (e non è uno dei sintomi di questo virus malefico, di questo ne sono certa). Avrò tempo per parlavi del delirio delle videochiamate, dei concerti dai balconi e dai forni accesi.
Domani forse andrà meglio. Oggi no.