Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi · Weird World ❤

You think you know, but you have no idea. 2.0


You think you know, but you have no idea.
Sono anni che questa frase risuona nella mia testa ogni qual volta i miei pensieri si soffermano su quella parte della mia vita che ormai mi caratterizza da quando ero poco più che una bambina, quell’aspetto che mi rende così diversa da troppe mie coetanee da farmi sentire spesse volte a disagio con me stessa e con gli altri a mano a mano che gli anni passano e le prospettive di vita inesorabilmente cambiano.

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Prima di lasciare che le emozioni prendano possesso delle mie dita, prima di lasciar defluire quel fiume in piena di sensazioni che da quando ho rimesso piede in Italia cerco di arginare, prima di dimenticarmi totalmente di aver superato i trent’anni e lasciare che sia semplicemente ciò che sta facendo esplodere il mio cuore a parlare al posto mio, è doverosa una breve ma necessaria premessa.

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Nonostante tutte le promesse fatte a me stessa nel corso degli ultimi anni, nonostante il percorso fatto negli ultimi mesi e il costante lavorare su me stessa e sulla gestione delle mie ansie, tutto posso affermare tranne di aver governato in modo corretto tutta la fase di preparazione alla partenza. Lo so, ogni volta è sempre la stessa storia (e la prossima volta sarà anche peggio) eppure nonostante io abbia la consapevolezza che ciò che ti rende felice non può essere poi così sbagliato, la mia difficoltà nel vivere con leggerezza certi aspetti della mia vita resta un qualcosa di assolutamente enorme.
Enorme ma non insormontabile.
Me lo ripeto ogni qual volta decido di andare contro tutti quei pensieri fottutamente razionali che incasinano la mia mente quando devo effettuare l’ennesima prenotazione, contro tutte le ansie che fanno battere fin troppo forte il mio cuore togliendomi il respiro fino a farmi male, contro quella parte di me stessa che ha così paura di essere felice da rischiare ogni volta di restare paralizzata in quella nuvola nera che fin troppo spesso mi avvolge.

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Vorrei davvero poter dire che questo anno trascorso dal momento in cui ho deciso di perdermi nuovamente per 4 lunghi giorni su una nave da crociera sia stato una passeggiata di salute, che il pensiero felice di quanto mi aspettasse sia stato il faro nelle mie notti buie. Chi ben mi conosce sa che non è stato così, che il solo pensiero di dover partire mi terrorizzava fino alle lacrime, che non mi sentivo nel giusto mood e non volevo rovinare tutti i ricordi belli costruiti fino ad allora.
Può un pensiero così felice essere così terrificante? Vi basterebbe fare un giro nella mia testa per potervi dare una risposta.

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Eppure nonostante tutto, nonostante me stessa, alla vigilia della partenza, dopo aver trascorso due settimane infernali a lavoro, mentre ero seduta da sola in un ristorantino di Roma a sorseggiare vino aspettando la cena ho deciso che sarebbe andato tutto bene. Ho deciso che io sarei stata bene. In quel preciso istante ho svuotato la mia valigia di tutte le ansie e di tutte le paure che mi avevano schiacciato nei mesi precedenti, questa volta sarei partita più leggera. E così è stato.

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Abbracciare le mie amiche in aeroporto mi ha dato la certezza che non stavo sognando ed 11 ore dopo i miei piedi avrebbero toccato nuovamente il suolo americano! Ero emozionata ed agitata, così tanto da inzuppare i miei jeans, e quelli del povero ometto seduto accanto a me, di vino. A mia difesa posso tranquillamente che sia stata colpa anche delle turbolenze eh.

IMG_4710Il sole caldo di Miami e il dolce sapore di Moijto ben hanno accolto la nostra voglia di staccare la spina prima che il delirio, quello vero, iniziasse. Abbiamo deciso di mettere ancora una volta da parte l’agitazione e goderci al meglio la vacanza e, credetemi, adoro il modo in cui ci siamo riuscite. Ho adorato ogni singolo istante di ogni singolo giorno vissuto in Florida: lo shopping sfrenato al Dolphin Mall, il barcaiolo di cui mi sono innamorata a Bayside, i capelli fuxia della signora mentre sorseggiavamo l’ennesimo drink della giornata prima del giro in barca, il giro in bus con il vento tra i capelli e l’odore di mare che inebriava i nostri sensi.

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Ho amato il giro sull’airboat all’Everglades nonostante l’acqua paludosa che ci ha schizzato un po’ ovunque facendoci temere di aver contratto la qualunque, l’aver preso in braccio un coccodrillo ed un serpente, il mio amico Emu che voleva beccare la mia mano per fregarmi i semini, il viaggio in auto fino a Key West cantando le canzoni di Cristina D’Avena mentre attraversavamo il lungo ponte in mezzo all’oceano.

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Ho amato Nick il receptionist e lo champagne che ci ha regalato perché Elena si sposa, il tramonto con lo sguardo sognante verso l’oceano, quella serenità che ha disteso i miei muscoli e riscaldato i miei sensi donando nuovi colori alla mia essenza più profonda, i galli per strada e i gatti di Hemingway, il vento tra i capelli e la sabbia tra le dita dei piedi, la musica che accompagnava ogni nostro movimento.

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Ho amato scoprirmi in grado di poter guidare in America nonostante le mie paure, il tempo che si è oscurato appena un certo qualcuno ha twittato di essere arrivato a Miami, la cena in costume per un fottuto contrattempo [sta roba della sfiga ci avrebbe anche un po’ stancato eh], i cocktail giganti sulla Ocean’s Drive contando le ore dal momento che probabilmente aspettavo da quando ho messo piede sull’aereo.

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Credo sia stato quando eravamo a pranzo, dopo essere state rimproverate dal Signor Mitch Buchannon perché stavamo giocando con le sue cose di salvataggio alla torretta, che abbiamo capito che avremmo potuto continuare a nasconderlo quanto volessimo ma il panico ormai la stava iniziando a fare da padrone tra noi e che la cosa migliore da fare sarebbe stata iniziare a prepararci per la serata.
Ma come diavolo ci si prepara per una serata per cui non si è preparati?
Che fossimo in panico l’ho già accennato, quanto lo fossimo lo lascio alla vostra immaginazione.

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E’ che semplicemente vorrei capire perché quando mi aspetta qualcosa di importante il mio corpo decide che è il momento di riempirsi di strane macchie, lividi di varie forme e nature, brufoli orripilanti, capelli di merda, borse agli occhi che potrebbero essere inserite nella nuova collezione di Micheal Kors…e di tutti quei difetti vari ed eventuali che non fanno altro che aumentare panico ed insicurezze.
Per una sola volta, non chiedo così tanto eh, non potrei guardarmi allo specchio e vedere una strafiga stratosferica pronta ad affrontare la serata?
Anche quella sera il riflesso allo specchio rimandava semplicemente il mio viso, sfatto ed emozionato; una ragazzina impaurita con gli occhi lucidi ed il cuore in gola.

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È da qui che davvero la parte razionale che ancora dava un senso alle mie parole fino ad ora è stata mandata in vacanza; siete ancora liberi di salvarvi da questo delirio adolescenziale che sta per inondare questo spazio, liberi di continuare a leggere questo blog senza pregiudizio alcuno sulla mia persona. Giuro che non mi offendo se decidete di scappare. Forse anche io lo farei.

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Chiudo gli occhi, penso a te e sento il cuore battere più forte.
Sapevo che sarebbe stato difficile parlarne questa volta, non immaginavo di certo di sentire le dita formicolarmi al solo pensiero di scrivere di te.

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E’ complicato descrivere una serata speciale senza rischiare di essere noiosi e ridondanti; è difficile non risultare mielose e sdolcinate quando l’unica parola degna di essere usata resta sempre e soltanto una: Perfetto.
Il party all’Hard Rock di Miami è stato a dir poco perfetto.
Lui era perfetto. Noi eravamo perfette, a modo nostro.
Le nostre coroncine di fiori erano perfette.
Per terminare la celebrazione dell’addio al nubilato di Elena, quella sera, serviva solo la foto perfetta e Nick non poteva farci regalo migliore.

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Io sarò di parte, ormai credo che lo sappiano anche i muri, ma come diavolo si fa a non considerarlo un amore di essere umano? Come si fa a non sciogliersi nella dolcezza di un suo abbraccio? A non morire quando la sua voce ti sussurra all’orecchio? A non lasciarsi travolgere dalla sua follia e ritrovarsi a ridere felici senza ricordare nemmeno il perché?

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Per una sera mi hai reso una principessa. La principessa di Robin Hood. [e chi osa contraddirti?]
Per pochi istanti lo sei stato anche tu.
Ed il mondo ha ripreso a girare per il verso giusto.

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Descrivere l’esatto momento in cui i nostri piedi hanno toccato l’ingresso della nave è quasi imbarazzante: sei felice, eccitata, impaurita ed estremamente agitata. Non sono pronta. Te lo ripeti fino alla nausea mentre lo stomaco si contorce per l’emozione. Non sai come sarà la tua cabina, che tipologia di mare troverai, con che esemplari di esseri umani ti scontrerai a questo giro…di che umore saranno loro.
Perché inutile girarci intorno: in questi 4 giorni sono loro 5 il centro di tutto il mondo tuo e delle tue amiche. Non è una cosa surreale?

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 Lo so, ci sto girando intorno dall’inizio di questo post e ancora non vi ho fatto salire con me su quella nave. Ho riletto il post che avevo scritto due anni fa nella speranza di aiutarmi a non sembrare troppo idiota, mi sono accorta che ancora una volta è tutto così diverso che è impossibile fare una comparazione.
Avete presente le montagne russe?
Sai cosa ti aspetta quando ti metti in fila per salire sul trenino, scegli il posto migliore per sentire al meglio l’adrenalina e ti lasci avvolgere dalle imbracature di sicurezza. Nel preciso istante in cui il trenino inizia a muoverti si insinua nella tua testa un solo pensiero: ormai non posso più scendere, cosa diavolo mi ha detto il cervello? Lentamente arrivi al punto più alto, quello da cui non avrai più tempo di pensare e il cuore ti finisce in gola. Non sono pronto. Te lo ripeti come fosse un mantra. È una frazione di secondo ed inesorabilmente inizia la discesa e tutte le paure che ti avevano annebbiato il cervello di colpo spariscono e sei pronto per fare un secondo giro. È così ogni volta per me.

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È stata una folle corsa, iniziata sin dalle prime ore che abbiamo preso possesso della nave. Uno stupido nascondino che ci ha regalato il premio più bello di tutti: la prima foto con il ciacione del mio cuore. E poco importa se per poco non faceva cadere il mio IPhone X a terra per sfilarmelo da mano ed essere lui a scattare il nostro selfie, se per ogni foto mi sbilancia rischiando di farmi inciampare. Un abbraccio veloce, il mondo potrebbe anche finire in quel preciso istante e tutto andrebbe bene.

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Dovrei raccontarvi dei noiosi giochi stile villaggio turistico che si ostinano a fare, delle nuove canzoni che ci hanno fatto ascoltare, dello spumante con cui Nick mi ha praticamente fatto la doccia nel tentativo di farmi semplicemente bere, della meraviglia del vederli cantare le canzoni che hanno accompagnato la mia vita, delle corse lungo le scale cercando di mantenere un contegno ogni qual volta i suoi occhi si scontravano con le nostre figure ansimanti, delle corse a perdi fiato che mi hanno fatto ringraziare i giorni passati in palestra, delle attese semplicemente per vederli passare.

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Dovrei raccontarvi di ogni singolo istante in cui ho assaporato la felicità, quella vera.
Dei balletti del granchietto fatti con le amiche lungo i corridoi di quella nave che era diventata un po’ casa nostra, dei profumi vaginali e dei riti scaramantici, di quei cinque battuti ad ogni piccola conquista. Degli abbracci silenziosi pregni di significato e dolcezza con quelle amiche che sono diventate ancora più essenziali istante dopo istante.

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Di un Kevin che sembrava spuntare da ogni dove, apparire esattamente come Gesù Cristo e distribuire la sua parolae la sua immagine al popolo con quel fare calmo e serafico nettamente in contrasto con tutto ciò che stava accadendo intorno. Della porta dell’ascensore chiusagli in faccia perché semplicemente di trovarcelo tra i piedi non ne potevamo più, delle confessioni dell’ultima serata/mattinata. Di un Keith che tra il rassegnato e il divertito scuote la testa ogni qual volta uno dei nostri volti intercetta un suo sguardo, per poi salutarti con un lungo abbraccio quando tutto ormai è quasi finito ed è arrivato il tempo di dirsi Ciao.

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 Di un Howie costantemente ubriaco e pronto a fare la pipì [sia benedetta la sua Santa pipì], della sua disponibilità e della nostra capacità di considerarlo tutto tranne che un Backstreet Boys.

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 Di un Brian sempre troppo Brian, con una voce messa sempre peggio e delle braccia che ti fanno dimenticare la sua afonia, anche nel cercare solo di parlare. Di sua moglie, sempre più di plastica, che lo tirava via con aria annoiata quando scattava l’ora di andare in camera e dare sfogo alle sue pulsioni sessuali. Della foto negata e del karma che lo ha punito sotto forma di palo in faccia appena 3 passi dopo.

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 Di un Alex entusiasta della nuova musica che forse questa volta ce la farà a prendere vita. Oddio davvero ho così poco da dire su di lui? 

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Degli outfit delle 4 serate, del tornare bambina e vestirsi da Sailor Moon o dell’indossare una divisa scolastica e sentirmi finalmente di nuovo un pochino Blair Waldorf, dell’essermi innamorata di un nerd ciacione e disagiato, del vederli indossare nuovamente gliabiti di quando mi hanno rapito il cuore, della loro trasformazione in Spice Girls e la presa di coscienza che passano gli anni ma resto innamorata di 5 perfetti idioti. Ed è la cosa che continuo ad amare di più.

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 Dovrei raccontarvi delle splendide amiche con cui ho condiviso questa esperienza; della giornata alcolica passata a Nassau, della pazza psicopatica che voleva pestarmi dopo che si stava portando via la mia Micheal Kors con il suo enorme culone da vacca, della ragazza spagnola che ci ha aiutato sconvolta di cotanta pazzia, della mamma strafiga che ci ha fatto desiderare di divenire come lei alla sua età. Della sorpresa di aver trovato fans italiane carine su quella nave, in netto contrasto con le solite cagne arrapate che hanno inquinato l’aria con la loro puzza di randagie.

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E lo so che dovrei raccontarvi di lui.
Mi si stringe il cuore al solo pensiero. Mi ero ripromessa di non utilizzare parole come coccoloso, morbidoso, cuccioloso ma non immaginavo potesse essere così complicato.
Come si fa a descrivere l’amore? Non credo di esserne capace.

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Chiudo gli occhi e penso a questa crociera passata, il suo sorriso si fa largo tra i miei pensiero. La mia crociera è stato lui. Lo è stato dal primo istante, dal momento in cui mi ha dato il primo abbraccio, in ogni mano sfiorata, in ogni linguaccia e ogni espressione strana, in ogni complimento e ogni giochino assurdo con cui hai sconvolto i miei pensieri in quei 4 giorni.

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Mi hai addomesticato, o forse io ho addomesticato te (come mi ha fatto notare qualcuno).
Sono passata dal non riuscire a non trattarti male a dovermi trattenere nelle dimostrazioni di dolcezza.
Io dolce? Hai capito cosa diavolo sei riuscito a fare?
Tu tenero? Il mondo è ormai alla fine dei suoi giorni.

IMG_2590 Tutti le emozioni che hanno pervaso la mia essenza sono già teneri ricordi. Sorrido ripensando alla dolcezza dei tuoi ultimi abbracci e al mio timore nel non riuscire a salutarti. Ancora una volta hai capito di cosa avessi bisogno. Ti sei divertito spruzzandomi con la vodka e inzuppandomi tutta la maglietta, hai riso come un cretino e poi mi hai abbracciato. Mi sono sentita schiacciata e felice, piccola e indifesa. Non ho mai desiderato così tanto che il mondo potesse finire in quell’istante. Una foto terribile: io sembro un koala e tu un ciccione. Mi hai abbracciato di nuovo e io non mi sarei mai più staccata. Hai sorriso e hai iniziato a farmi facce stupide [no, Carter, quelle non erano facce sensuali].
Hai reso tutto speciale, fino all’ultimo istante.

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Scrivo. Cancello. Riscrivo. Cancello.
Mi ritornano in mente le parole dell’oroscopo di Paolo Fox lette la sera prima di salire su quella nave, quel brivido che mi è corso lungo la schiena alla folle consapevolezza che non si sarebbe sbagliato neanche questa volta. Un insano pensiero che ancora adesso mi fa sorridere, come se la ragione avesse abbandonato del tutto il mio corpo lasciandomi in balia delle mie sensazioni. Come una magia che ti rapisce e ti proietta in un mondo in cui la realtà supera la fantasia.
Bisogna stare attenti a cosa si desidera, potrebbe avverarsi…e potresti non essere davvero pronto ad affrontarlo.

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Passi la vita ad immaginare cose, a costruire attimi e momenti perfetti, a scrivere sceneggiature mentali che farebbero incetta di premi e poi… no, no…e no!
Il respiro ti manca davvero, le parole non escono dalla tua bocca e l’ansia ti paralizza facendoti desiderare di scappare.
E’ un solo istante. Tutto quello che hai sempre voluto, tutto quello che ti fa più paura.
Tutto o niente.
Ricordi l’immagine che avevi riflessa allo specchio e ti domandi come diavolo sia possibile. Prendi fiato e abbracci le tue amiche, respiri a fondo e cerchi di dominare il panico, allontani i pensieri e semplicemente speri che…a dir la verità cosa speri non lo sai neanche tu.

Elena_so_cute-2Sono arrivata alla fine di questo post chilometrico, mi viene difficile pensare che qualcuno possa essere davvero arrivato alla fine. Ho le lacrime agli occhi ed un peso sullo stomaco. Mi manca già tutto di quei giorni, mi mancano le mie amiche, mi mancano quei 5 idioti, mi manca la spensieratezza con cui ho vissuto lontana da tutto e da tutti.

IMG_6930 Nessun particolare ringraziamento conclusivo, rileggo le parole già scritte e mi rendo conto che ogni singola sillaba sia stata un immenso grazie a chi ha reso speciale questa vacanza sopra le righe.
Nessuno potrà mai capire cosa abbiamo vissuto su quella nave, nessuno potrà mai capire cosa spinge delle persone adulte a tornare quindicenni, nessuno potrà mai capire l’amore incondizionato per quei 5 uomini che hanno preso la mia vita in mano quando ero poco più di una bambina e l’hanno trasformata in quello che è adesso.
Nessuno potrà mai capire…ed è la cosa che amo di più di tutta questa storia.
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Si scrive fan, si legge amore.

 

 

Pensieri Sparsi

Reale come una finzione.


Esco dalla doccia lasciandomi risucchiare dal tiepido vapore che ha riempito la stanza, avvolgo un telo al mio corpo, e, frizionando i capelli, mi avvicino allo specchio completamente ricoperto di condensa. Con un rapido gesto della mano creo una scia che mi consenta di specchiarmi alla bene e meglio e osservo la mia immagine riflessa. I segni del jet leg sono ancora evidenti sul mio viso, servirà una buona dose di correttore per coprire queste orribili occhiaie che la fanno da padrone, e forse servirebbe un ritocchino anche al taglio dei miei capelli. Dovrei appuntarlo da qualche parte: farsi tagliare i capelli da una spogliarellista ubriaca non è una cosa molto furba! Continuo ad osservare la mia immagine cogliendo ogni sfumatura che mi riporti alla mente un ricordo, un frammento di vita vissuta in questi ultimi anni. Scorgo la stellina tatuata sul mio polso, unica memoria indelebile di un passato ormai troppo lontano.
Lascio scivolare il telo sul pavimento e mi sposto fino all’immensa cabina armadio, passo in rassegna ogni singolo indumento, uno scintillio di colori e paiette invade i miei occhi. Dolce e Gabbana, Prada, Armani, Versace, Gucci. Basta solo pensare ad un grande nome della moda per riuscire a trovarlo nell’ordinato caos che ho di fronte.
Allungo la mano, prendendo un abito a caso. Scarpe. Borsa. Gioielli. Trucco. Capelli. Occhialoni da sole. Un velo di gloss. Un sorriso dei migliori.
Si dice che a Los Angeles non importa chi tu sia, ma chi tu racconti di essere.
Benvenuta, Stella Jones!!!


“Gradisce dello champagne?”
Sorrido maliziosa al cameriere brunetto vestito a festa che, con grazia innaturale, mi porge un piccolo vassoio in argento sul quale fanno bella mostra pregiati calici di cristallo pieni a metà, prendo un paio di fluite con un gesto sinuoso ed elegante, esattamente come ho visto fare a qualche super modella pochi istanti fa e, senza grazia alcuna, mando giù il prelibato contenuto. Prima un bicchiere. Subito dopo l’altro.
“E’un gioco da ragazzi Stella – aveva squittito al telefono Shana appena qualche giorno fa – puoi riuscirci anche tu! Devi cambiare vita, tesoro mio! Quale posto migliore di Los Angeles?”
Sorrido alla voce che si insinua nella mia mente, non mi era stato difficile darle ragione. Appena qualche giorno fa. Intercetto un altro cameriere e il suo bel vassoio pieno di champagne. Alla goccia. Attendo con ansia che queste maledette bollicine raggiungano la mia testa, stordendo i miei pensieri, distogliendo i miei freni inibitori.
“L’ho visto fare in un film. – ancora la voce di Shana ad insinuarsi nei miei pensieri – da non crederci, è successo proprio allo stesso modo!”
Perché non ho insistito a spiegarle che la vita non è un film?
“Guardami adesso, Stella! Ti sembro la stessa persona di quando ci siamo viste l’ultima volta?”
Si! Avrei dovuto risponderle di si, invece che civettare come una quindicenne alla vista della mia amica di sempre fasciata da un attillatissimo tubino Armani, tempestata di gioielli, presumibilmente diamanti o dio solo sa se esiste qualcosa di ancor più luccicante e costoso.
“Devi solo crederci tu per prima, oddio questi capelli, farai inorridire Ouidad con questa specie di cespuglio che hai in testa. Ma cosa ti hanno fatto in India? Oddio! Oddio! Non dirmelo! Non lo voglio sapere! Devi smetterla con questi viaggi assurdi, Stella! Devi sistemarti, trovare pace, proprio come ho fatto io!!!”
Ennesimo bicchiere di champagne accompagnato dall’ennesimo sorrisino allusivo. Faccio pratica. Non è difficile. Inizio a prendere confidenza con l’ambiente che mi circonda, una villa estremamente lussuosa, una piscina grande quanto un campo di football, fiori al profumo di vaniglia, ragazze magre come fuscelli su tacchi da capogiro, uomini in giacca e papillon, ragazzotti con camicie semi sbottonate e un’eccitante aria sbarazzina. Tutti rigorosamente allegri, muniti di fluite e tante bollicine. Sarà che ho perso il conto dei bicchieri che ho bevuto ma inizio a trovare piacevole questa atmosfera leggera e vuota. Sorrido ammiccante a destra e a manca cercando un posto anche per me in questo caos di gente che ride e brinda. Brinda e ride. Come se la vita fosse tutta qui.
“Deve essere davvero buono lo champagne a sto giro!”
Mi volto quasi di scatto al suono della voce vellutata che cattura la mia attenzione, sorrido in maniera automatica prima di riuscire a mettere a fuoco il viso del mio interlocutore. Decisamente troppe bollicine. Decisamente un sorriso troppo abbagliante quello che cattura i miei occhi.
“È come collezionare i bollini per una raccolta, Stella – ancora Sasha –  chi ottiene più punti è quello giusto. A quello devi puntare. Allora vediamo, prendi appunti. Punto primo: un bel sorriso. É sinonimo di pulizia, se i denti sono lucenti figurati il resto!”
Scuoto la testa allontanando la sua voce squillante dalla mia testa. Ancora quel sorriso. Due occhi neri e profondi che mi scrutano in attesa di una mia risposta. Sorseggio con lentezza un altro sorso dal mio bicchiere, inumidisco le labbra con la lingua e sorrido.
“Ne ho bevuti decisamente di migliori!”
Sorride. Labbra carnose. Un filo di barbetta.
“Punto secondo: le labbra. Non immagini neanche che soddisfazioni possono regalarti un bel paio di labbra morbide e carnose!”
“Te ne ho visti mandar giù un bel po’. Forse l’apparenza inganna.”
Non sai quanto. Ipnotizzata dai suoi occhi intreccio le mie dita alle sue, sorrido impercettibilmente avvicinando le mie labbra al suo orecchio.
“Che ne diresti di un tour della casa. Dicono che le camere da letto sono favolose!”

“Aspetta! Non andare via.”
Mordicchia il mio collo sillabando con voce roca ogni parola. Un brivido mi percorre la schiena mentre con fare sconnesso cerco di rivestirmi. La sua mano cerca le mie gambe, le schiude appena facendosi strada fino ai miei punti più sensibili. Gemo maledicendo me stessa. Mi abbandono all’ennesimo orgasmo che mi allontana prepotentemente dalla realtà. Mordo le sue labbra bisbigliandogli il mio godimento.
Forse aveva ragione Sasha, non è stato poi così difficile, e, di certo, non posso ammettere che non sia stato piacevole. Trovare una stanza da letto libera in questa mega villa, quello si che è stato complicato.
Prova a sfilare nuovamente il mio vestito, le sue mani fanno risalire con veemenza la stoffa lungo le mie gambe. Fisso le lancette del pregiato orologio alle sue spalle. Porca miseria. É tardissimo. Da quanto tempo siamo chiusi qui dentro? Sento la sua eccitazione crescere sotto di me. Non c’è tempo. Muovo il bacino con lentezza sorridendo sulle sue labbra. Devo andare. Lo sento spingere piano. Troppo piano. Gemo inarcando la schiena. Ho fretta. Mi aggrappo alle sue spalle dettando il ritmo di questo incontro. Sto perdendo tempo. Spinge più forte, gemendo al culmine del piacere perdendosi completamente in me. Mordo la sua spalla per non urlare mentre lo raggiungo.
Ancora ansimante bacio quelle labbra da cui non vorrei staccarmi mai più, accompagno il vestito lungo le gambe e mi allontano dal suo corpo. Non dovevo essere così brusca. Mi fissa spaesato. Un’espressione da cucciolo smarrito prende possesso del suo viso rendendolo ancora più eccitante. Respiro a fondo, posso farcela.
“Devo andare via!”
Senza degnarlo di uno guardo infilo alla svelta le scarpe, afferro la borsa lasciata cadere sul pavimento per la troppa foga del momento. Sento i suoi occhi persi su di me, mi bruciano la pelle con la loro intensità. Non posso farmi distrarre.
“Ma come…dove…che ho fatto di sbagliato?”
Un solo istante. I suoi occhi nei miei. Non posso farlo.


Senza dare alcuna risposta alla sua domanda apro la porta della stanza e mi confondo tra la gente che sembra non accorgersi di me. Mi concedo un altro fluite di champagne. Meglio due. Fingo di salutare qualcuno di tanto in tanto e con naturalezza salgo nella prima limousine che intercetto.
“Mi scusi signora, deve aver sbagliato auto. Sto aspettando il signor Brooks.”
La voce nasale dell’autista panciuto riempie l’abitacolo.
“Mi ha detto lui di usare la sua auto. Il mio autista ha avuto un problema. – al diavolo questo ciccione che continua a fissarmi-Mi porti al 4123, West Century Boulevard. Veloce. Le sembra che abbia voglia di perder tempo?”
L’uomo mi fissa sommesso per qualche istante, sforzandosi di apparire dispiaciuto, alza il vetro che lo separa da me lasciandomi nella lussuosa solitudine del divanetto in pelle. Si tratta decisamente bene questo signor Brooks.
É quasi l’alba quando oltrepasso la porta di casa, salgo di corsa le scale fiondandomi nella stanza armadio. Pochi gesti rapidi e tutto torna perfettamente al suo posto. Vestito. Scarpe. Borsa. Gioielli. Tutto perfettamente dove era prima. Come se nessuno li avesse toccati. Sorrido soddisfatta ammirando la staticità degli oggetti di fronte a me. Afferro il borsone poggiato di fianco alla porta d’ingresso ed esco fuori. Appena in tempo.

Storie ripescate, parole perse nel mio pc.
Mi piace rileggermi, spero non vi disturbi.
Buon Sabato