Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

You Think you Know…


Quando la vita inizia a somigliare sempre più un trenino delle montagne russe da cui è impossibile scendere, inizi a chiederti se sarai davvero in grado di staccare da tutto e tutti almeno per un giorno.
Inizi a temere che lo switch per tornare 15enne possa non funzionare più, come se all’alba dei tuoi 34 anni essere grandi possa essere l’unico modo di affrontare la vita.
Inizi a non sentire per davvero le solite ansie che hanno da sempre accompagnano questi eventi, non hai tempo per ascoltare quella vocina flebile nella tua testa che cerca invano di attirare la tua attenzione.

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Funziona che prendi un aereo di corsa subito dopo un’intensa giornata di lavoro, riabbracci le tue amiche mentre cercate un posto in cui mangiare poiché tutto quello che hai in corpo sono due mini Philadelphia e 4 patatine prese dal distributore automatico, finisci sotto il loro hotel assecondando il tuo animo da stalker ma, anche dopo aver chiacchierato con Mike, sei lì a pensare alla serratura della porta della barca che non sei riuscita a recuperare prima di partire.

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Succede che sei davvero stanca eppure pian piano le chiacchiere e le risate delle amiche che man mano iniziano a circondarti iniziano a fare la magia; non sai bene dove sia nascosto quel pulsante magico ma senti che, quasi senza rendertene conto, lo switch avviene. Senti il suono della tua risata, forse un po’ più isterica del solito, che risuona nell’aria…e l’ansia, quella che aspettavi, finalmente prendere possesso della tua testa.

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È sempre un viaggio strano nei meandri dei sentieri tortuosi della mia testa, eppure ogni volta è una nuova avventurache, anche se a rilento, adoro mettere nero su bianco.

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E’ stato un viaggio strano. Credo che ce lo siamo ripetute un miliardo di volte a sto giro.
L’aver deciso, circa 7 mesi fa, che ancora una volta sarebbe stato compito nostro rendere quella serata magica si è rilevata un’impresa più complicata di quanto potessimo immaginare. Le reazioni incredule e felici di 5 anni fa erano ancora troppo impresse nelle nostre retine e, nonostante lo scetticismo iniziale, provare a scappare da questo impegno sembrava impossibile. E così è stato.
La mole infinita di cose che possono cambiare in 5 anni è, a dir poco, infinita.
Ma 7 mesi fa non potevamo neanche lontanamente immaginarlo.

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Sono stati 7 mesi intensi.
7 mesi in cui, oltre alla confusione e agli impegni delle nostre vite (che in 5 anni sono diventate stressanti e complicate in maniera esponenziale), ci siamo ritrovate a combattere contro a restrizioni e autorizzazioni, presentazioni e progetti da sottoporre a Sony e Live Nation, attese per il benestare del managment americano, fornitura e logistica dei materiali, ansie e liti, risate isteriche e battibecchi telefonici alla ricerca della pura magia.

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E’ con un carico maggiorato di ansia che è iniziata la giornata del 15 Maggio.
Mentre tutti erano a programmare come beccarli fuori dall’albergo, noi eravamo a ritoccare gli schemi da attuare per riuscire a far funzionare la macchina da guerra che avevamo messo su. Mentre mettevamo in ordine trucco e parrucco ripetevamo come delle ossesse il materiale da portare, le persone da chiamare, le cose da non dimenticare. Si, esattamente come delle pazze.

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Siamo passate fuori dall’albergo forse più per sentirci almeno per 5 minuti delle fans normali che non stavamo morendo di ansia da prestazione.
I 5 minuti che a me sono serviti a ricordare il senso di tutta la giornata.
Ero nervosa, agitata e forse più acida del solito…fino a quando, grazie a chi forse aveva capito più di me di cosa avessi bisogno, finalmente TU.

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La scena è stata tragicomica, forse più del solito.
“C’è Nick, salutalo.”
“No. Non voglio.”
Cosa mi avesse detto il cervello io ancora non lo so. A te, per fortuna, non importa.
Uno sguardo. Il solito. Una linguaccia. Come sempre. Un bacio. Le mie lacrime.

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Perché diciamolo pure: mi hanno vista tutti piangere.
Probabilmente c’è chi ha goduto non capendo il momento, forse c’è chi mi ha giudicato male…a qualcuno magari ho fatto anche tenerezza (si, lo so, è impossibile).
Ho pianto perché era passato un anno ma in realtà non era passato un solo istante.
Ho pianto perché era passato un anno ma non era cambiato nulla.

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Il mio umore è cambiato, almeno per un po’.
Ma non c’era tempo per crogiolarsi, la corsa contro il tempo era ormai iniziata: la corsa al filaforum di Assago, il controllo della correzione delle stampe sbagliate, il pranzo al volo che ti fa rendere conto che sei passata dai panini del Mc Donald’s al risotto con i gamberetti, l’incontro con i tipi di Live Nation mentre stai ancora cercando di portare il cibo alla bocca, lo scarico della mole infinita di materiale, il dissuasore del traffico che non ne voleva sapere di lasciarci libera la strada, il biglietto del concerto finalmente tra le mani, ritardi non giustificati e assenze poco chiare, ansia, stress ma tanti volti amici che con passione erano li a ricordarci che Siamo una squadra fortissima.

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Si ringrazia Alessandra per avermi reso presentabile nonostante la stanchezza e lo stress sul viso; per aver cercato di rendermi nuovamente una persona normale.

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Ci eravamo preparate per 7 mesi per quel momento e non poter essere dentro con le ragazze ad ammazzarci fisicamente di lavoro e coordinare tutto il lavoro lentamente ci ha ucciso. Essere in fila per dare inizio al divertimentoe non riuscire a staccarsi dal telefono per capire se le ragazze sono entrate, se è fattibile fare il lavoro in quel poco tempo, se il lavoro di tutti riesca a non essere vano. Essere in fila e capire che hanno fatto casino con le autorizzazioni, temere che nel parterre non si potesse mettere più nulla, cercare un piano di riserva senza smettere di trovare una soluzione per far andare avanti il primo.

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Fare il giro del backstage, vedersi passare Briandi fianco e continuare ad osservare se le ragazze stanno posizionando i fogli in maniera corretta. Scorgere i cuori in platea e sentire il proprio scoppiare nel petto.

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Credo di essermi ritrovata in fila per fare la foto senza neanche rendermene conto, di aver capito cosa stesse accadendo solo quando sono entrata in quella stanza.
Finalmente loro. Finalmente Lui.
Dopo anni mi sono ritrovata a pensare: Esistono davvero.Non ero pronta a quel momento, non mi ero preparata affatto. Era tanto che non mi sentivo così impreparata.

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Le braccia di Brian le prime ad accogliermi. Adoro i suoi abbracci.
Di Alex ricordo sempre troppo poco…i miei occhi erano stati già calamitati dai suoi.
“Oh…Hey.”
E persa tra le tue braccia mi sono sentita nuovamente a casa. E tu sei uno stronzo e lo sai.
I want a BIG hug from you!”
Chissà cosa volessi veramente dire in quel momento. Kevin ha riso e sottolineato che io volessi un BIG HUG FROM YOU…GRANDE…hai riso…io volevo morire…mi hai abbracciato e stretto più forte al momento della foto (grazie, mi ero preoccupata di non riuscire ad avere la solita faccia da allucinata cronica). Hai riso di nuovo e mi hai abbracciato di nuovo. Ti ho dato un bacio sul collo perché non si dica che la testa mi assista in quei momenti. Mi hai abbracciato di più mentre Kevin guardava divertito probabilmente pensando ancora che sono un’analfabeta funzionale.
Ho salutato Kevin, due baci sulle guance e lui mi ha abbracciato. Come fa sempre, con tutti, come per dire Grazie.
Mi sono trovata Howie sulla strada verso l’uscita…puoi davvero non salutarlo?

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Ho lasciato la stanza frastornata e la prima frase che ho sentito è stata:
“C’è un problema con la Fan Action.”
Sono sbiancata. Anche il tizio della sicurezza aveva capito quanto fosse facile prenderci in giro in quel momento.

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Ho bevuto. Tanto e di gusto. Ho riso in compagnia delle mie vecchie amiche di sempre e di quelle nuove appena scoperte. Abbiamo brindato come se non ci fosse un domani  perché del domani poco ci importava: in quel momento eravamo felici, ma felici per davvero.
Era la quiete prima della tempesta. E lo sapevamo.

Arrivata nel circle è iniziata la battaglia: ancora fogli da consegnare, direttive da fornire, starlights da far brillare, una stronza da mandare a cagare (perchè quando deciderò di portare croccantini per calmare gli animi di quelle animali sarà sempre troppo tardi).
Che poi, apro e chiudo parentesi, ma io dico: piccola imbecille davvero credevi di poterla avere vinta contro di me? PORACCITUDINE HAS NO LIMITS.

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Insomma, il telone è calato letteralmente sulle nostre teste e lo spettacolo ha avuto inizio.
E’ stato strano.Il cuore batteva forte, Tu eri semplicemente il solito Tu a cui sono ormai affezionata, l’adrenalina era a mille eppure i nostri occhi fissavano la scaletta in attesa del momento della verità.

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Sulle prime note di Incomplete mi è mancato il respiro. Ho chiuso gli occhi per una frazione di secondo. Speriamo vada tutto bene. Li ho riaperti ed è stata magia.
Siiiii. La prima è andata. Abbiamo urlato, le nostre mani si sono incontrate in un battito di gioia. Possiamo respirare, per un po’.

Avevamo superato il primo test, ma il vero esame lo avremmo sostenuto a breve.
Ho perso un battito quando Shape of my Heart ha iniziato a risuonare nel forum, ho ascoltato tutta la parte di Nick quasi senza respirare…e credo che il video spieghi meglio di me cosa sia accaduto.

Abbiamo pianto. Ci siamo abbracciate tra i singhiozzi di chi sa di esserci riuscita, nella consapevolezza di aver creato qualcosa di grande. Tremavamo incredule della magia che due teste vuote erano riuscite a tirare fuori da un cappello fatto di ansie, sogni e testardaggine da vendere. Piangevamo per le ragazze che ci avevano dato fiducia, per chi ci aveva dato soldi e chi era diventato le nostre braccia e le nostre gambe. Piangevamo per lo stupore disegnato sui volti di chi da anni ci regala emozioni.
Lacrime e gioia. Ce l’abbiamo fatta. Finalmente potevamo goderci la serata, la nostra serata.

Il concerto è stato pazzesco. Loro sono stati pazzeschi. Noi siamo state pazzesche.
Ma neanche a questo punto della storia c’era il tempo per fermarsi a festeggiare, di corsa in macchina per raggiungere un locale dalla parte opposta di Milano per l’afterparty.
Ovviamente in ritardo, ovviamente le ultime ad entrare nell’area Vip praticamente pochi istanti prima che arrivassi Tu e l’altro.

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Altro giro, altra corsa.
Solo adesso che metto nero su bianco il tutto, mi rendo conto di non aver salutato Howie; sono venuta direttamente da te.  Il tuo sorriso mi uccide ogni volta.
“Hello, Kitty.” – Ti è concesso solo perché sei Nick Carter, lo sai, si?
Mi hai abbracciato e hai riso quando ti ho detto che Howie nella foto non lo volevo.
E’ solo in questo momento che mi sono resa conto di lui, con voce carina e coccolosa gli ho detto:
“Facciamo che tu ti metti qui e fai un po’ quello che vuoi. Ecco, bravo qui. Sorridi. Fai la faccia arrabbiata. Fai quello che vuoi. Non ci mettiamo in la, eh!”

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Tu hai riso divertito. E’ l’effetto che ti faccio.Un altro bacio…un altro segno.

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Ricordate lo switch di cui parlavo un milione di parole fa?
Ricordate tutte le ansie di non essere più capace di vivere il momento?
Parole…parole…parole.
Mi perdo nell’azzurro dei Tuoi occhi ogni volta come fosse la prima, mi sento a casa quando mi stringi tra le tue braccia cicciottose, la morbidezza della tua pelle e il suono della tua risata. E’ sempre un fiume di parole senza senso quando provo a raccontare cosa vivo in quel momento, perdo il filo insieme al senno ogni volta che i miei occhi si incrociano con i tuoi. Torno 15enne e torno stupida, sono felice. Di quella felicità puttana che è come una droga. Un’astinenza continua che mi spinge a fregarmene delle poche ore di sonno prima di tornare a lavoro, a fregarmene delle risatine di chi non capisce, a fregarmene di chi  vuole fare i conti nel mio portafogli.

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E’ l’ansia che torna a scalfire la mia serenità; un uragano che ogni volta mi lascia per giorni in balia di quelle emozioni che mi stravolgono l’esistenza e mi ricordano che non viva. Ma viva per davvero.

img_5811Come ogni volta è un libro più che un racconto…ed è neanche la metà di cosa si affolla nella mia mente.
Come ogni volta i gioielli più brillanti sono le amiche con cui condivido questi momenti, eppure questa volta c’è qualcuno in più da ringraziare. Lo abbiamo fatto per giorni ma non è mai abbastanza.

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Come sempre però il grazie più grande lo devo a Me stessa per ogni volta che osservo impaurita le mie ansie fissarmi e deciso di essere più forte di loro; per tutte le volte che temo di non farcela e mi dimostro che mi sbagliavo; per quando cedo alla tenerezza di un abbraccio o al bisogno di avere vicino le mie amiche; per quando metto il telefono in modalità aereo e decido che il tempo per me è un momento sacro.

Grazie a me che mi concedo di essere Me quando sono con Te.

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Se proprio dovessi salvare qualcosa….


​​in questo assurdo anno ormai agli sgoccioli, beh non avrei dubbio alcuno: salverei voi…salverei TE.

Perchè anche nei momenti più bui siete stati il mio pensiero felice, quel dolce promemoria che nella vita tutto può accadere…


Perchè voi siete semplicemente la mia FELICITÀ!!!

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Missing…


L’ultima persona a cui ho confidato di aver bisogno di un abbraccio era uno sconosciuto. Ha sorriso, fissandomi un istante tra il divertito e l’intenerito, e ha stretto le sue braccia intorno al mio corpo riempiendomi il viso di baci appena sfiorati. Non credo avesse idea dell’importanza di quel gesto, dettato probabilmente dalla troppa RedBull ingerita quella notte, eppure il suo sorriso mentre i suoi occhi fissi nei miei mi facevano lentamente morire era riuscito a scaldarmi il cuore come non accadeva da secoli ormai.
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Un istante prima ero in preda ad un panico che temevo non sarei stata in grado di gestire.
Un istante dopo avrei voluto il mondo smettesse di girare lasciandomi tra le braccia di quello sconosciuto.
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Non so perché questa notte la mia mente abbia deciso di farmi rivivere in loop quel millesimo di secondo in cui mi sono sentita fragile e vulnerabile, totalmente in balia delle mie emozioni, pienamente succube di una felicità di quelle che neanche utilizzando tutto il vocabolario riesci a spiegare a parole; non ho idea del motivo per cui adesso che tutto mi sembra così lontano e infantile mi sia venuto quel momento in cui, forse dopo troppo tempo, non mi sono sentita invisibile.
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It’s nice to see you again!
I need to see you again!
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Ho imparato a sognare…


Sto tornando a casa, non posso credere che sia già tutto finito; se mi ci rifermo a pensare sento le lacrime che fanno a gara per affollare i miei occhi!

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Dopo questi giorni rinchusa in un sogno meraviglioso, chi mi spiega come faccio a tornare alla realtà? Quando il karma ti regala momenti al di sopra di ogni immaginazione, come si fa a credere che sia accaduto tutto per davvero?          

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C’è che ho imparato a sognare e non smetterò! 

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23 anni di amore ❤️


Ero a lavoro ieri quando, fissando il calendario per segnare un appunto ed ignorando che se uso la bocca per esprimere i miei pensieri essi vengono ascoltati da altre persone, ho esclamato con una certa enfasi:
“Oh, ma domani è il 20 aprile.”
Sarà stato il suono stridulo della mia voce che ha rotto il silenzio o, forse, il sorriso incondizionato spuntato sul mio viso ma la curiosità del collega con cui divido la stanza ha avuto la meglio ed io mi sono ritrovata di fronte all’imbarazzante domanda:
Cosa ti ricorda di bello il 20 aprile? 

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Ho sorriso scuotendo la testa e, moderna Giuda, ho mentito. Niente di importante. Ho abbassato la testa fingendo di concentrarmi sui documenti che avevo dinanzi provando, invano, a frenare il flusso dei miei pensieri.
Per quanto si possa essere orgogliosa delle proprie passioni, spiegare le emozioni che una semplice data può smuovere dentro senza perdere quel minimo di credibilità che ci si sta costruendo diviene davvero difficile.

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Ai più golosi il 20 aprile ricorderà la nascita della Nutella [e già solo per questo non capisco perchè questo giorno non sia stato dichiarato Festa Nazionale]; per quelle come me affette da questa strana malattia il 20 aprile è l’anniversario di una grande storia d’amore.

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Correva l’anno 1993, la storia racconta che alle due del pomeriggio del 19 Aprile, durante la sua lezione di Storia Americana, l’allora diciottenne Brian Littrell viene stato chiamato fuori dall’aula per rispondere ad una telefonata urgente. Suo cugino Kevin, fregandosene altamente che l’altro fosse a scuola, gli propone un’audizione per entrare a far parte di una boyband un gruppo Pop. Brian, entusiasta di saltare l’ora di Storia, decide di fare la sua audizione telefonica. 

E’ bastata quella telefonata a dare inizio alla magia: il pezzo mancante del puzzle perfetto era stato trovato. Brian prende il primo volo per Orlando e il 20 Aprile 1993 insieme ad altri 4 ragazzetti di età compresa tra i 13 e i 22 anni, probabilmente senza averne la benché minima idea, danno vita a qualcosa di meravigliosamente unico.

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Stamane Facebook mi ha ricordato questo post scritto di getto 3 anni fa:

“Il punto è che hai 28 anni e ti rendi conto che sei fan da così tanto tempo che quasi non ti ricordi come fosse la tua vita prima che loro ne facessero parte. Ti rendi conto che eri l’unica che non sapeva chi diavolo fossero e fingevi il contrario per non essere diversa. Ti rendi conto che tutti ti dicevano “sono solo poster, non li incontrerai mai”. Ti rendi conto che è dal primo concerto che ripeti: “Tanto è l’ultimo, si sciolgono e non li vedrò mai più.” E sei passata dal “devo entrare a scuola altrimenti non mi mandano al concerto” allo “speriamo che non ho problemi al lavoro per partire” passando per “prendiamo i vip e poi ripeto la tesi” il giorno prima della Laurea, sei passata dal papà che ti urla “non avvicinarti al cancello” ad essere una pseudobarbona sotto al sole per stare attaccata al cancello, sei passata dal gelato per non svenire tra la folla alla birra mentre suonano i tizi che aprono il concerto, sei passata dal “respiriamo la stessa aria <3” al rompergli un microfono rischiando di essere uccisa da Marcus.
Sei passata dall’essere bambina all’essere donna….e loro sono sempre la.
Nessuno che non ha vissuto le stesse esperienze può capire davvero questo delirio, nessuno può comprendere quella valigia sempre pronta e quei battiti accelerati che ti fanno sentire viva, viva come non lo sei mai stata, viva come molte volte avevi dimenticato di essere.
Sono emozioni e lacrime, gioie e dolori, affiatamento e gelosie.

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Sono passata dal collezionare foto dei Backstreet Boys a collezionare foto con i Backstreet Boys. Sono passati 23 anni da quel giorno e io non posso fare a meno di chiedermi:
Come sarei io adesso se a 15 anni fossi stata costretta a vedere la mia “isola felice” scossa da un terremoto del genere? Come sarei io adesso se la musica dei back non mi avesse salvato negli anni tutte le volte che mi sono sentita persa? Come sarei io adesso se tutto fosse finito con il loro quarto album? Come sarei io adesso se non avessi un nuovo album da ascoltare e una data di un concerto segnata in rosso sul calendario da attenere con ansia?
Sarei diversa. Forse un po’ persa. Semplicemente un’altra me. [leggi qui]

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Si scrive FAN…si legge AMORE. 
 

 

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12 ottobre 2007


Sono passati 8 anni, quando si dice che il tempo vola!?!
Avevo 22 anni ed ero bionda, un colore davvero poco definito di capelli se vogliamo essere oneste; ero una ragazzina, di quelle che si erano da poco rimesse in piedi e tenevano insieme i propri pezzi con colla e scotch, di quelle che avevano voltato le spalle a tutte le strade percorse ed erano tornate all’inizio del proprio percorso alla ricerca di una speranza, di un pensiero felice.

Inizialmente quel viaggio neanche avevo intenzione di farlo, troppo pigra e poco ottimista stavo per darla vinta alla parte razionale che mi aveva guidata per quasi tutta la mia vita; il pensiero di salire su un intercity e farmi 7 ore di treno per poi restare sicuramente delusa da quello che avrei trovato mi aveva portato a desistere dal provarci…fino a circa dieci giorni prima. Non ricordo cosa fosse successo, non ricordo quale meccanismo mentale deve essere scattato nella mia testolina confusa, d’un tratto sapevo solo che quel viaggio dovevo farlo: dovevo partire ad ogni costo.Di colpo ero entusiasta e felice della mia scelta.
Con quello che, in quel periodo, consideravo decisamente un moto di follia avevo prenotato treno e albergo con delle mezze sconosciute; persone che avevo conosciuto su internet, su un forum, incrociate per pochi istanti nella vita reali. Sono sempre stata una persona ansiosa e paranoica, ma avevo bisogno di compagne di viaggio e questo mi era bastato per scegliere di fidarmi, di mettere da parte le mie fobie e il mio terrore di non trovarmi bene con delle persone che avrebbero potuto odiarmi dal vivo, avevo scelto di mettere da parte la parte noiosa di me stessa e lanciarmi in qualcosa di nuovo per me, qualcosa che finalmente desiderassi davvero.Non capisco perché stai così, vorrei solo fossi più razionale. Non ho idea del perché credi di riuscirci, smettila di crederci. Non voglio vederti tornare delusa, sappiamo che sarebbe peggio poi.
Ero entusiasta, non sapevo dare un nome a quella sensazione che avevo dentro e che mi faceva sorridere come una cretina nel bel mezzo di conversazioni che non c’entravano nulla, e la mia migliore amica di quel tempo, quella che passava intere giornate a casa mia e mi costringeva a subirmi tutti i suoi drammi amorosi, non riusciva a capire cosa mi passasse per la testa, non riusciva a comprendere quella mia gioia insensata, quella mia positività senza motivo.Tu non capisci. E’ la volta buona, lo so, questa volta succederà.
Non so spiegare da dove traessi questa assurda convinzione, probabilmente avevo solo bisogno di vedere una cosa bella prendere vita, avevo bisogno di credere che i sogni se ci credi alla fine riesci a toccarli, avevo bisogno di sapere che tutti si erano sempre sbagliati.E’ solo un poster. Non li incontrerai mai.
Era il 12 ottobre del 2007, avevo 22 anni ed ero bionda; ero fatta di tanti piccoli pezzettini rotti che non credevo sarebbero mai stati insieme per davvero, ero convinta che la colla non avrebbe retto e lo scotch si sarebbe disintegrato. Avevo bisogno di un sogno e ho ottenuto l’inizio di un meraviglioso viaggio.Sono passati 8 anni eppure ricordo perfettamente la paura di vedere il cuore esplodermi in petto da un momento all’altro, la felicità più assoluta che avessi mai provato in un solo istante, la difficile presa di coscienza che non fosse solo un meraviglioso sogno, la difficoltà delle parole a prendere una qualsiasi forma, le sue mani…oh le sue mani e la mia pessima figura nel non volerle lasciare, i loro baci e la condivisione di quel momento con una carissima amica, incredula quanto meno per quanto stessimo vivendo.E’ stato un momento, una manciata di minuti, il momento più bello della mia vita…il primo di tanti; ma quel giorno non potevo saperlo.12

Ce l’avevo fatta, avevo dimostrato al mio mondo, a me stessa, che i sogni si avverano, che le cose belle, per quanto impossibili, accadono a chi muove il culo per farle accadere; avevo dimostrato a me stessa che solo cambiando prospettiva le cose cambiano e solo facendo cose differenti avvengono cose diverse.

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Voi vedete una foto sfocata [volutamente sfocata],
io vedo un bellissimo promemoria:
Avevo dimostrato a me stessa che ero ancora in grado di essere felice…
ma felice davvero.

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Show’em what you made of. Il film dei Backstreet Boys al cinema. Vi dico la mia!!!


Ero incerta sullo scrivere questa recensione, un po’ per il mio odio risaputo per il genere, un po’ perché temevo di rivelarmi troppo di parte sull’argomento; è per questa ragione che, già dalle prime righe, ho deciso di mettere in chiaro le cose: ammetto, senza vergogna, che questa non sarà una recensione oggettiva; sono certa possiate capirmi, infondo, come si fa a guardare con distacco qualcosa che si ama incondizionatamente da metà della propria vita? Semplicemente: non si fa.

Quando la boyband che ha segnato la tua adolescenza, e non solo, annuncia la realizzazione di un film documentario sulla propria storia l’esplosione di feelings è assicurata, le aspettative a riguardo non possono che essere elevate, dopo aver seguito un gruppo per oltre 17 anni, come nel mio caso, ti sembra quasi doveroso conoscere tutte le sfaccettature della loro storia, senti di avere quasi il diritto di entrare a conoscenza dei pezzi mancanti delle loro vicende, hai il desiderio spasmodico di sentire la loro versione dei fatti di alcuni avvenimenti accaduti nel corso degli anni.

Il 29 Aprile del 2012 il gruppo ha annunciato il ritorno di Kevin, dopo sei anni di latitanza che evito di commentare; e proprio il ritorno del figliol prodigo, insieme all’assegnazione della stella sulla Walk of Fame di Hollywood, al nuovo album in uscita, al ventennio di carriera da festeggiare e, diciamola tutta, alla voglia di dimostrare al mondo intero che ci sono boyband e boyband, che con lavoro e pazienza si può continuare a regalare sogni e guadagnare milioni, hanno dato al gruppo la spinta decisiva a donare parte di se stessi alle proprie fans attraverso questo film.

Può un film di 118 minuti raccontare una carriera lunga 20 anni [22 al momento in cui sto scrivendo]?
Quella affidata a Stephen Kijak è stata sicuramente un’impresa ardua, la pellicola avrebbe dovuto parlare, a mio modesto parere, a ben tre tipologie differenti di pubblico:
– le fans del passato, quelle dei tempi d’oro della boyband, quelle che dopo la loro adolescenza hanno deciso di crescere staccando i loro poster dal muro, mettendo da parte i loro cd e sistemandoli nel cassetto dei ricordi;
– le fans che non li hanno mai abbandonati,quelle che hanno continuato a vivere della loro musica nonostante Mtv li avesse cancellati, nonostante le radio li avessero dimenticati, nonostante tutto.
– le fans nuove o le non fans, quelle che, tendenzialmente, conoscono poco o nulla del gruppo, quelle a cui, per farla breve, va spiegato anche come si sono formati, quelle che, magari, un domani sentiranno il desiderio di essere in prima fila ad un loro concerto dopo aver visto il loro film.

Per farla breve [e non sarò breve, rassegnatevi], il povero regista ha avuto una bella gatta da pelare tra le mani e, probabilmente, è questo il motivo per cui il film che avrebbe dovuto celebrare il ventesimo anniversario della band è uscito ben 2 anni dopo tale evento. Backstreet Time, ne avete mai sentito parlare? Brutta storia.

Show’em what you made of  [al cinema il 14 e 15 luglio] è, in realtà, una sorta di finestra sulla storia della boyband di Orlando, un veloce viaggio durato ben 22 anni tra alti e bassi, successo e momenti di depressione.
Già dalla scena iniziale del film si capisce come Nick, Brian, Aj, Kevin e Howie abbiano scelto di improntare il racconto della loro carriera/vita attraverso le immagini del film; a quali persone sane di testa verrebbe in mente di iniziare un documentario sulla propria carriera facendo pipì? Probabilmente solo ai Backstreet Boys. Ed è proprio la loro genuinità e il loro essere diretti e senza filtri nel raccontarsi ad essere il filo conduttore di questo ritratto cinematografico.

Il film mostra brevemente, forse troppo, la fase di incisione dell’album In a world like this, i 5 ragazzi nell’estate del 2012 hanno convissuto a Londra per circa un mese proprio per lavorare alla realizzazione del nuovo album lontano dagli stimoli familiari e, soprattutto, provando a riviversi come i vecchi tempi. Le scene di vita quotidiana mostrate rispecchiano a pieno l’idea di famiglia che negli anni siamo stati abituati ad associare a loro, la loro fratellanza, il loro rispetto e il loro saper vedere il lato divertente della vita insieme rappresenta un po’ tutto il loro mondo. Come lo stesso Nick afferma nel film, al principio sono stati creati a tavolino, sono stati creati come era stato creato Pinocchio, ma alla fine anche Pinocchio è diventato un bambino vero [non sono impazzita, ma le similitudini di Nick Carter hanno sempre avuto il loro fascino]; erano 5 bei faccini reclutati in giro per l’America da un uomo tanto ricco e potente quanto meschino e subdolo, sono diventati 5 fratelli da madre diversa con un unico sogno, un unico destino, un unico scopo: diventare delle Star…e con sudore e fatica ce l’hanno fatta!

Rivedere sul grande schermo le immagini risalenti il 1993 mi ha fatto sentire non poco vecchia, rivederli bambinetti cercare di avere movenze sensuali mi ha fatto sorridere con tenerezza come se stessi rivedendo dei filmati di vecchi amici con cui ho condiviso gran parte della vita…e forse è così sotto un certo punto di vista. Ascoltare i loro ricordi dei loro esordi filtrati da quelle che potevano essere le imposizioni delle etichette discografiche di quei tempi mi ha fatto meglio comprendere quanto possa essere difficile la strada verso il successo, quanto fosse diverso il loro mondo rispetto a come lo immaginavo a 15 anni guardandoli sculettare il tv.

Parte della storia di ognuno di loro ha trovato spazio sullo schermo del cinema, ognuno dei ragazzi ha condiviso parte della propria storia passata o presente, parte delle proprie sensazione, parte di sé. Ognuno dei ragazzi ha lasciato una propria impronta su quella pellicola, sui miei occhi…nel mio cuore.

Mi sono emozionata alle parole di Brian, al racconto della patologia che da anni gli rende complicata la vita e, che per altrettanti anni, ha cercato di tenere nascosta, la fragilità del suo racconto, la voce strozzata dalle lacrime nel suo prendere coscienza che le cose non torneranno più facili come erano un tempo mi hanno lasciato un’immensa voglia di abbracciarlo e sussurrargli: ti amiamo anche così. Certo, questa è la voce della fan che è in me a parlare, ma vi avevo avvisato che si sarebbe fatta sentire durante questa lunga recensione.

Molto toccanti sono state anche le parole di Kevin, i suoi ricordi legati al luogo in cui è vissuto, il racconto della malattia del padre e della forza dimostrata dal perduto genitore hanno velato i miei occhi di lacrime. Vedere un uomo di oltre 40 anni scoppiare in lacrime nonostante i tanti anni passati è il chiaro sentore di come certe perdite, alla fine, restano dentro come profonde cicatrici che, in un niente, tornano a sanguinare.

Aj sfiora delicatamente gli anni della sua dipendenza mostrando, ancora una volta, tutta la sua gratitudine verso Kevin che, costringendolo alla disintossicazione, gli ha praticamente salvato la vita; apre uno spiraglio su quegli anni dolorosi e faticosi lasciando intravedere quanto possa essere complicato per un ragazzino poco più che ventenne gestire un carico emotivo di tale portata. Successo e soldi come se piovessero, fatica che ti distrugge le membra e la testa che inizia a viaggiare per sentieri tortuosi. Che fine avrebbe fatto se non fossero stati davvero quella grande famiglia che hanno dimostrato di essere? Non voglio saperlo.

Howie, sempre accompagnato dai ragazzi, fa ritorno alla casa di quando era piccolo, racconta di se bambino alle prese con dei conigli proliferi, della figura paterna e delle prime uscite con le ragazze insieme a Brian. Un momento di leggerezza che mi ha fatto sorridere non poco; racconta poco della sua vita, evita di menzionare i lutti dolorosi che l’hanno caratterizzata eppure dei 5, probabilmente, è stato quello che si è messo più a nudo di tutti: è stato uno dei primi ad essere reclutato da Lou Pearlament, il loro primo manager, per il progetto Backstreet Boys; era la voce portante del gruppo  al suo esordio [con la vecchia formazione] ma con l’arrivo di Brian ha dovuto cedere il posto di frontman e spostarsi in seconda fila, con lo sviluppo di Nick è stato poi eclissato del tutto. Dopo 20 anni, probabilmente per la prima volta, reclama il suo posto e, proprio dinanzi alla telecamera, racconta di aver chiesto ai ragazzi di avere più spazio all’interno del gruppo nell’incisione del nuovo album, dopo 20 anni passati nelle retrovie ha chiesto, sempre con il sorriso [almeno apparentemente] di sedere al tavolo dei grandi. Insomma, bravo Howie.

Ehmm devo commentare anche Nick? Davvero?
E’ da quando ho messo mano a questa recensione che sapevo che avrei avuto difficoltà nel farlo; non ho ben capito se la parte dedicata al suo racconto mi ha colpito o meno, ma probabilmente è legato alla mia visione che ho di lui. Sicuramente è stato quello che, anche se non si direbbe, ha avuto la vita peggiore, vivere senza una famiglia solida alle spalle ti rende fragile…essere una popstar mondiale con una famiglia che ti vede solo come un bancomat ambulante ti distrugge a livello mentale…e non solo. La sua fragilità e la sua instabilità emotive sono esplicitate in più scene del documentario, non credo ne esca proprio benissimo come personaggio agli occhi di chi osserva determinate scene senza gli strumenti giusti per interpretarle.

Esempio palese di questa mia osservazione è, appunto, il litigio tra Nick e Brian; non viene mostrato interamente, quindi si percepisce appena il motivo per cui tale discussione si accende [è ben chiaro che mai e poi mai va detto a Nick Carter di stare zitto, a meno che non lo si voglia ascoltare urlare le peggio cose per almeno un quarto d’ora].
La scena è questa: Nick urla come indemoniato, Brian lo distrugge con una sola frase, Kevin non sa se ridere, piangere o mettere le orecchie da asino a Nick e spedirlo dietro alla lavagna. Imperdibile.

Show’em what you made of è accompagnato dalla proiezione della performance acustica registrata a Londra il 26 Febbraio 2014 in occasione della premiere europea del film; commentare una loro performance live è banale e superfluo…ancora meno utile se tale performance a Febbraio l’ho vista dal vivo proprio al Dominion Theatre. Brividi ed emozioni, lacrime e nostalgia.

Ho scritto tanto, forse troppo, forse nessuno è arrivato fino a questo punto…eppure avrei potuto scrivere ancora, ancora e ancora.
118 minuti di film non sono sufficienti per raccontare una band come i Backstreet Boys, non sono i dischi venduti o i concerti sold out in giro per il mondo a sottolineare quanto ancora siano grandi nonostante, come ho letto in giro in questi giorni, abbiano meno capelli e un po’ di pancetta [Nick anche più di un po’].
La loro grandezza è data…semplicemente da loro.
Tutte le parole del mondo non basterebbero per descrivere quanto si possa essere orgogliosa di essere parte di questa folle famiglia, di quanto si possa essere orgogliosa di loro, di quanto si possa desiderare di essere ancora qui, tra vent’anni, a recensire la seconda parte di questo bellissimo film, di questa magnifica storia d’amore, chiamato Backstreet Boys.

You think you know, but you have no idea.