Pensieri Sparsi

Ricorda di mettere il costume da bagno in valigia!


Ero in macchina con delle amiche l’altro giorno, solite conversazioni futili e allegre che accompagnano quei giorni spensierati in cui quello della leggerezza è l’unico peso che si ha voglia di portare; la voce del navigatore flebile sottofondo alle canzoni a cui neanche stavamo prestando realmente attenzione. Si chiacchierava immaginando i giorni felici che ci attendono tra un pò, quelli che aspettiamo da circa un anno e che, al solo pensiero che manchi così poco, ci fanno tremare le gambe per l’ansia e l’emozione.

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Tutto aveva il dolce gusto della gioia fino a quando, con estrema nonchalance, è stata pronunciata la nefasta frase che, nonostante siano passati un paio di giorni, ancora risuona come una minaccia nella mia povera testolina:
Ricorda di mettere il costume da bagno in valigia!

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Sapevo che, prima o poi, sarebbe giunto il momento, semplicemente non ero pronta ad affrontarlo con tutto questo anticipo.
Siamo onesti, mentire non ci aiuterà in questo caso: nonostante i mille buoni propositi in cui ci rintaniamo a settembre, ogni anno si ripete la stessa tragedia.

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La verità è che, se ci ragionate bene, ne abbiamo colpa solo fino ad un certo punto, siamo vittime di un circolo vizioso dalla cui spirale malefica è complicatissimo venirne fuori.

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Ogni estate ci si guarda allo specchio con gli occhi pieni di lacrime di coccodrillo e lo stomaco ancora pieno della lasagna appena divorata, si notano tutti, e sottolineo tutti, i difetti che, fino a 5 minuti prima, avevamo ignorato di avere e, dopo una travagliata espiazione mentale dei propri peccati di sola, si arriva all’unica soluzione plausibile: l’accettazione.

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Quando è ormai troppo tardi per mutare la forma sferica assunta dal proprio corpo nel lungo periodo invernale e il costume da bagno sta scalciando dal cassetto in cui è riposto per essere portato finalmente a mare, ricordarsi di amarsi sempre e comunque (qualsiasi sia la propria forma) risulta essere fondamentale per non ritrovarsi a fissarsi i piedi sul bordo di un burrone interrogandosi su quanto farà male saltare giù.

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E’ un processo lungo quanto meno fino alla prima vera e propria abbronzatura perchè, si sa, il nero sfina e l’abbronzatura rende tutti più belli; una preoccupazione che sparisce tra un mojito ed uno spriz in compagnia quando i colori del tramonto e il luccichio del mare rendono tutto più magico ed etereo, quando la sagoma riflessa allo specchio diviene uno sbiadito ricordo di quando si era bianchicci e poco estivi.

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Puntualmente ci si ritrova a salutare l’estate ed il suo calore con la solita solenne promessa: il prossimo anno non mi troverai impreparata. 
Ci si crede veramente a quelle parole quando, con la mano sul cuore, le si pronuncia fissando il sole che tramonta portando via la spensieratezza dei giorni estivi; ci si crede a quella promessa fatta a se stessi di riuscire, almeno per questo nuovo anno, a non trasformarsi nella versione femminile di Winnie The Pooh durante i mesi invernali che sopraggiungeranno.

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Uno ci crede davvero; se non fosse che Settembre è troppo amico di agosto e del suo estivo tepore, ad Ottobre cosa vuoi che siano un paio di buste di patatine guardando le SerieTv che finalmente sono ricominciate, a Novembre ho bisogno di cibo perchè sta arrivando il freddo e mi mette tristezza.

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Vuoi iniziare la dieta a Dicembre? Hai dimenticato il Natale e tutte le calorie che pranzi e cenoni in famiglia ti costringeranno ad assumere? A Gennaio mica si possono cestinare i dolciumi delle calze portate dalla Befana, non diciamo eresia.

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Ovvio che, oltre mangiare meno, sarebbe carino provare a fare un pò di attività fisica per rendere il corpo tonico, ma la realtà dei fatti è che Febbraio è il mese più corto dell’anno, iniziare a mangiare meno o fingere di andare a correre a Febbraio mi sembrerebbe un’offesa bella e buona. A Marzo arriva la primavera, solo a me aumenta l’appetito e il senso di stanchezza? Aprile dolce dormire, non credo che bisogna aggiungere altro. Maggio

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Porca miseria: siamo già a Maggio?
Io non sono psicologicamente pronta a tutto quello che deve accadere.

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Non posso farcela.

 

Pensieri Sparsi

❤ Principesse e cucchiaini ❤


Non importa quanti anni tu abbia o di cosa tu stia blaterando in quel momento, se un bambino ti imbocca con un cucchiaino vuoto tu fingi di mangiare e dici pure che è buono!

Me lo ha insegnato la mia principessina mentre con un cucchiaino mi dava il caffè e con il ditino mi faceva leccare la panna della mia torta di compleanno, me lo ha insegnato mentre ci fingevamo Elsa tra le montagne di Arendelle sulle melodie di Let it go dimenticandoci di essere al tavolo di un ristorante vista mare.
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Me lo ha insegnato facendomi tornare bambina e nutrendomi del suono argenteo della sua risata quando giochiamo a fare i selfie come le amiche sceme della mamma. Me lo ha insegnato facendomi sentendomi felice ogni volta che pronuncia il mio nome e un dolce calore si insinua dentro il cuore.
Non avrei mai immaginato di poter amare in maniera così incondizionata una piccola pulce bionda, non avevo mai messo in conto di avere una nipotina spettacolare come la mia piccola Giulia.
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…e adesso aspettiamo Sara ❤
Pensieri Sparsi

Le domeniche a casa sono lente.


La domenica è uno di quei giorni in cui, soprattutto se sono a casa, mi sveglio già stanca; mi rigiro nel letto cercando il coraggio di abbandonarlo, mi lascio avvolgere dalle lenzuola come un caldo abbraccio, mi lascio coccolare dalla morbidezza dei cuscini abbandonandomi alla pigrizia che, lentamente, mi porge il suo buongiorno.

È uno di quei giorni in cui i pensieri scorrono lenti ed i movimenti ancor di più, uno di quei giorni in cui passo dal pigiama alla tuta, dal letto al divano…e poi, semplicemente, al contrario.

Uno di quei giorni in cui leggo, scrivo e inebetisco i neuroni tra serie Tv da recuperare e i programmi trash di Real Time [come fate a perdervi le trashate del Boss delle Cerimonie?].
Uno di quei giorni in cui, se sono a casa, resto un po’ spenta; aggiorno facebook senza leggere davvero cosa viene postato, rispondo ai messaggi con la velocità di un bradipo, ignoro gli stimoli fastidiosi.

E’ uno di quei giorni in cui faccio colazione col pranzo, merenda con le patatine e cena con la pizza senza sentirmi in colpa perché, in fondo, domani è lunedì e, sono certa che nessuno oserà obiettare, oggi posso concedermi di coccolarmi un pò.

Le domeniche a casa sono lente…ed io ancor di più.

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Amara is coming!


Warning: questo post è stato scritto da una 15enne i cui feelings sono stati distrutti in malo modo non appena ha aperto gli occhi stamattina, il contenuto fortemente bimbominchioso potrebbe danneggiare gravemente alla salute dei vostri neuroni.

La verità è che oggi vorrei avere davvero 15 anni per potermi sentire in pieno diritto di dare vita alla mia disperazione interiore, invece di essere dinanzi a questo computer persa nei meandri dei miei pensieri a fissare un disegno da completare e una pratica da terminare fingendo, probabilmente neanche in maniera magistrale, che me ne importi un fico secco dello spessore delle linee.

Non è stato il suono della sveglia a destarmi questa mattina, ero ancora beatamente cullata dalle braccia di Morfeo quando una spiacevole sensazione si è attanagliata, come un gatto aggrappato ai maroni, al mio stomaco; probabilmente mangiare patatine gusto barbecue di sera non è stata esattamente una furbata o, e di questo ne sono convinta, il mio stomaco aveva avvertito prima di me l’aria nefasta che avrebbe tirato questa mattina.

Troppi messaggi su whatsapp al mattino, a meno che non ci sia stato Dancing with the stars la notte precedente, non sono mai un buon presagio; ancor prima di aprire tutte le notifiche che stavano facendo impazzire il mio telefono ne avevo la piena consapevolezza: era giunto il momento.
La me 30enne è scappata in un angolo a nascondersi per l’imbarazzo delle parole che la me 15enne sente il bisogno disperato di mettere nero su bianco.
E’ INCINTO!!! Ok, tecnicamente è lei a portare in grembo un piccolo mostro, ma LUI ASPETTA UN BAMBINO!

Respira, respira….respira un cazzo!
Per una tragedia del genere minimo, e sottolineo minimo, avrebbero dovuto concedermi una settimana di ferie, riempirmi di barattoli di gelato e, non siamo avari, di Nutella su cui riversare la mia disperazione; dovrei avere il diritto di passare la giornata sotto il piumone, che visto che fuori piove non sarebbe poi tanto male, a guardare live dei suoi concerti quando la sua mano non era inquinata da quell’anello sul dito e non esisteva nessuna pagnotta in forno da aspettare. Dovrei avere il sacrosanto diritto di prendere a pugni tutti qualcuno, scaricare il nervoso facendo shopping senza sentirmi in colpa per i soldi spesi; dovrei stare a telefono a piangere con le mie amiche 15enni sentendo il nostro perfetto mondo di fantasia sgretolarsi sotto i piedi.E’ INCINTO!!!
Siamo seri è come se di colpo vi dicessero che Ken avesse ingravidato Barbie: assurdo!!!
E’ come se vi dicessero che domattina un’invasione di Mini Pony malvagi distruggerà la terra a colpi di arcobaleni: un abominio!!!
E’ come se vi dicessero che la fine del mondo è vicina, perché, credetemi, è la cosa più plausibile che accada arrivati a questo punto della storia.

Tralasciando il fatto che forse, e sottolineo forse, io stia leggermente, proprio poco, esagerando con la mia reazione a questa nefasta notizia; voglio poter essere libera di sentirmi disperata ed esigo silenzio da parte di chi non sente di condividere queste mie sensazioni. Oggi pretendo rispetto per il mio dolore, voglio sentirmi 15enne e il mondo deve lasciarmelo fare…in silenzio.Che poi l’arrivo di un bambino è sempre una cosa bella, in linea teorica, ma non in questo caso, non quando sembra essere arrivato lo strillone del paese ad urlarti nell’orecchio: è ora di crescere; non quando è il tuo sogno adolescenziale a diventare papà. Non può essere vero, uccidetemi. Non quando tutti i presagi sembrano annunciare la venuta di Amara, la succhia-anime a tradimento [e chi guarda Supernatural può capire cosa io intenta con ciò].Oggi è un giorno strano, di questo ne sono convinta.
Svegliarsi in questo modo dovrebbe essere illegale, leggere queste notizie dovrebbe esserlo. Ho aperto gli occhi su un mondo differente, e la consapevolezza che non basterà chiuderli per tornare alla realtà perfetta rende tutto molto triste.Dovrei concentrarmi sulle cose da fare, la me 30enne reclama invano attenzioni che oggi non avrà; voglio crogiolarmi nei miei feelings infranti per tutto il giorno continuando a visionare scenari apocalittici nella mia mente, voglio leccare le ferite del mio piccolo cuoricino infranto.
Voglio avere il diritto di essere di cattivo umore, senza dover chiedere scusa per esso.

È INCINTO! NICK CARTER È INCINTO!
E io voglio sentirmi triste come se non ci fosse un domani perché la prima cosa che ho letto stamane è stata questa e, nonostante tutto, non sono potuta tornare a letto e fingere che questo giorno non sia mai esistito perché, per quanto la voce della me 15enne sia estremamente alta in questa giornata, ho dovuto indossare i miei vestiti da 30enne e andare a lavoro.

Ditemi se questa non è cattiveria.

Pensieri Sparsi

Guardarsi indietro fa bene!


Non ho idea del perché io sia finita sul tuo profilo Facebook, probabilmente, in questi giorni di confusione emotiva in cui il pulsante rabbia della mia mente deve essersi bloccato, avevo bisogno di ricordarmi quale fosse stato il punto di svolta della mia vita.Forse era solo semplice curiosità, sapere che fine avessi fatto Tu, sapere come era andata avanti la tua vita senza me…chiedermi se di quella vita avrei voluto farne ancora parte.

Si dice che il miglior modo per andare avanti sia non voltarsi mai indietro: stronzate!
Stamane mentre mi maledicevo me stessa per non essermi ricordata di aver cambiato telefono e aver provveduto, di conseguenza, a silenziare le notifiche domenicali e imprecavo contro chi di domenica mattina scrive su whatsapp invece di dormire, mi sono concessa di guardare indietro.

Mi sono concessa di immaginare che quel giorno di ormai tanto tempo fa le cose fossero andate diversamente, che tutte le volte successive siano andate in modo diverso, che di colpo non mi sia trovata a dover pensare ad una me 2.0, una me senza te. Mi sono immaginata ad ascoltare musica di merda solo per compiacere te e i tuoi stupidi amici, a ridere al suono di battute che non mi hanno mai fatto ridere, a visitare i luoghi che avresti voluto tu, a recitare la parte della ragazzina perfetta e viziata che riempivi di regali, ad essere l’unico puntino rosa in un ammasso di nero informe!

Ho osservato le tue foto, i tuoi post idioti su Facebook, i commenti dementi della gente che frequenti e ho capito che guardare indietro era la cosa migliore che io potessi fare starmene!
Mentre scrivo questo post ascolto delle lagnose canzoni dei Backstreet Boys e sorrido  pensando al futuro, sorrido pensando a tutte le cose che ho fatto da quel giorno in cui credevo di aver perso il mio mondo, quel giorno in cui pensavo di aver perso me.

Sorrido pensando ai traguardi che ho raggiunto, ai sogni che ho realizzato, ai posti che ho visitato, alle persone che ho incontrato. Sorrido alla forza che ho trovato in me stessa, al coraggio di cambiare e ripartire da zero. Sorrido all’immagine sbiadita che stamane si era materializzata nella mia mente e al senso di oppressione che l’aveva accompagnata; sorrido a tutto quello che poteva essere e che, per fortuna, non è stato.

Sorrido alla gabbia dorata che ho intravisto stamane…
 …sorrido perché ne sono fuori.

Pensieri Sparsi

Sogni ricorrenti, ne abbiamo?


Parlare di sogni con me si rivela essere sempre un’esperienza esilarante; la capacità della mia mente di recepire gli stimoli esterni, processarli e trasformarli in qualcosa di epico è straordinaria. Io non sogno di notte, io creo dei kolossal che farebbero impallidire Spielberg!Tralasciando la fase in cui il mio subconscio sembrava conoscere cose a me sconosciute, dire che i miei sogni sono dei veri e propri film sarebbe riduttivo!
Insomma, a chi non è mai capitato di sognare il compagno di quella vecchia amica di scuola che ci dice di non raccontare quello che hai visto e incontrarlo il giorno dopo in compagnia di un’altra donna?A chi non è mai capitato il giorno prima dell’esame di matematica di sognare la risposta esatta al quesito della professoressa isterica, quella soluzione cercata invano su appunti e dispense a cui avevamo ormai rinunciato a dare senso?
Se non c’è neanche sul libro, è una risposta inesistente e la domanda deve essere sbagliata!
A chi non è mai capitato di salvarsi il sedere all’esame in questo modo?
Certo, bisogna essere dotati di poco buon senso nello scegliere di scrivere quello che si è sognato di notte invece di ammettere la mancata conoscenza della risposta, ma il mondo è dei folli ancora non lo avete capito?A chi non è mai capitato di sognare colui che il giorno dopo avrebbe chiesto il nostro aiuto? Sempre Lui, solo Lui! Come se ci fosse una maledetta connessione, come se non potessimo fare a meno di esserci per Lui!Sto tergiversando, ne sono consapevole! La verità è che non sono un’esperta in psicologia ma potrei parlare per ore dei sogni e del loro strano modo di confondermi la mente!Sogni ricorrenti, ne abbiamo?
Non voglio soffermarmi sullo strano significato della sua [sempre Lui] presenza nel mio mondo onirico quando sono triste, stressata, nervosa, ansiosa, preoccupata…insomma quando ho la luna storta e il mondo non mi sembra un posto adatto a me in alcun modo!Non voglio soffermarmi sul senso di protezione misti a disagio scatenato dal sogno stesso; detestare la persona che in sogno cerca di salvarci non è esattamente simpatica come sensazione, soprattutto se appena sveglia l’unico desiderio è quello di incontrare quella stessa persona e passarci delicatamente sopra con la macchina per il gusto di eliminarlo dal mondo e la speranza di cancellarlo dal proprio subconscio!È una settimana che sogno di tornare a scuola!
Seduta all’ultimo banco che cerco di copiare, in ritardo perché non conosco più gli orari dei treni, terrorizzata dall’interrogazione. Stessi compagni di classe, sensazioni contrastanti. A volte sono consapevole di essere cresciuta, di essere cambiata…altre no.Al mattino mi sveglio piena di angoscia; come se avessi dimenticato qualcosa, come se dovessi capire qualcosa, imparare qualcosa…come se avessi perso qualcosa.

E voi, sogni ricorrenti, ne avete?

Pensieri Sparsi

Auguri, Nonni.


Quando ero bambina io, non esisteva la Festa dei Nonni; mia madre mi ha insegnato a fare loro gli auguri alla Festa della Mamma e a quella del Papà perché, in fin dei conti, sin da quando sono venuta al mondo, li ho visti come dei genitori solo un pò più vecchi; quelli che mi perdonavano qualche marachella di troppo, quelli da cui correvo piangendo quando mamma e papà non me la davano vinta.

Sono stata una bambina fortunata e non posso che essere felice nel raccontarlo: ad accogliere la mia nascita c’erano tutti e quattro i miei nonni; mia mamma ancora mi racconta di come l’infermiera ha rimproverato mia nonna che la ricercava per tutto il reparto per la sua troppa ansia del mio arrivo. Sono stata la prima nipotina e la più piccola per un pò, quella dalla chiacchiera facile e i baci complicati, quella frignona e arrogante, quella cocciuta e difficile, quella con la valigia sempre in mano e le amiche sempre troppo lontane, quella dalle lacrime troppo facili e i sentimenti troppo nascosti.

Sono stata quella a cui il nonno ha prestato il suo gioiellino di macchina, nonostante la sua tremenda gelosia, e per poco non gli ha spaccato uno specchietto, quella che non mangiava altro se non il gelato della nonna perchè era il più buono del mondo, quella che voleva cucire e creare cosa come la nonna, quella che voleva gestire le cose come faceva il nonno., perchè nessuno poteva fregarlo.

Sono stata fortunata, i miei nonni mi hanno accompagnato per gran parte della mia vita.
Sono fortunata perchè almeno due di loro ancora mi tengono per mano come se fossi la loro bambina, anche se lo vedo dai loro occhi che sanno che ormai sono donna, lo sento dai loro abbracci che sanno che il tempo sta passando troppo velocemente e di traguardi da raggiungere ne ho ancora troppi.

Sono fortunata, e sapete perchè? Io sono quella che al mattino spesso prende il caffè con la nonna spiegandole come utilizzare il tablet per prendere Facebook o cercare le ricette su YouTube, quella che le mostra i video di Dancing with the stars per commentare insieme a lei le performance, quella a cui racconta cosa ha letto su Nick Carter sul televideo mentre cercava di non leggere le cose brutte della guerra, perchè quelle fanno paura. Sono quella a cui la nonna non dice mai che la gonna è troppo corta perchè se non te le metti tu queste cose, chi le mette?
Sono quella che se manca anche per un solo giorno da casa riceve la telefonata della nonna che vuole dirle Mi manchi, senza di te c’è silenzio.

Sono quella che litiga con il nonno su quello che deve mangiare il cane ma che poi lo fotografa mentre le lava la macchina perchè sono troppo pigra e lui di vederla così zozza proprio non ne può più; quella che lo difende all’ennesima mancanza ma lo rimprovera per il troppo cibo, sono quella dell’importante è che stai bene, a nonno.

Io di mia nonna, quella cui da bambina rubavo le caramelle, porto il nome [anche sa da piccola odiavo il vezzeggiativo dialettale con cui chiamavano lei e prendevano in giro me]; lei adorava il rossetto rosso quasi quanto lo adoro io, era precisa e pignola quanto lo sono io.
Stamane le ho portato delle orchidee per farle gli auguri e nell’aria, tra pioggia e tristezza, riecheggiavano le ultime parole che ha rivolto a me: la nonna ti vuole bene.

Ai miei nonni che mi guardano dal Paradiso
e a quelli che mi sopportano con amore da qua giù:
semplicemente vi amo.
Auguri.

Parole e Storie

Insieme.


Il crepitio del camino riempiva l’enorme salone ben arredato dai toni caldi, tutto in quella stanza suggeriva che il Natale era ormai alle porta, fiori e ghirlande ornavano fieri i mobili in noce che lei stessa aveva scelto, candele dorate illuminavano il focolare in marmo che lui aveva fortemente voluto, dolci melodie di voci bianche riempivano l’aria. Tutto era in festa, come il suo cuore che scoppiava della gioia riflessa delle risate del suo piccolo angelo. Risate e urla riempivano la stanza, coloravano di sorrisi i loro volti, stretti nella morsa di quell’amore che li teneva al sicuro da tutto e da tutti. Non era stato facile affrontare le conseguenze della loro scelta d’amore, ma insieme ci erano riusciti. Insieme. Esattamente come si erano ripromessi quel giorno tra le lacrime mentre disperata lei cercava di allontanarlo dalla sua vita. Insieme. Come nelle più belle favole mai scritte. Osservava il suo piccolo diavoletto biondo correre per la stanza cantando a squarciagola canzoni natalizie, utilizzando gli addobbi natalizi come palline di baseball per colpire il suo papà, le risate divertite di Chris per ogni vaso salvato per miracolo sotto il suo sguardo fintamente severo. L’enorme albero di natale dominava l’intero spazio pronto ad accogliere la moltitudine di pacchettini regalo che, come ogni anno come tradizione, lo avrebbero invaso; le lucine colorate illuminavano a festa la stanza risplendendo nella lucentezza dei loro occhi innamorati.
“Manca solo l’angioletto in cima.”
Chris aveva baciato con dolcezza le sue labbra carezzandole il viso, il volto soddisfatto della sua opera, la stessa espressione di suo figlio. Identici. Christian aveva ridacchiato come ogni volta che vedeva i suoi genitori scambiarsi teneri gesti d’amore, si era stretto alle sue gambe, forte, quasi fino a farle perdere l’equilibrio e l’aveva fissata con i suoi occhi profondi. I suoi occhi.
“Posso mettere io l’angioletto quest’anno?”
Si era morso le labbra speranzoso mentre aveva visto spuntarle un sorriso materno sul viso.
“Che dici, papà, è stato abbastanza bravo ad aiutarti?”
Chris aveva intrecciato le braccia pensieroso, un espressione seria sul viso, la mano ad accarezzare il mento con fare meditabondo.
“Ti prego, papà, dai. Dai. Dai.”
Aveva visto il suo bambino volare tra le braccia del suo compagno. Suo marito. Le loro risate argentee si erano fuse nell’aria creando una dolce armonia per le sue orecchie, il cuore le scoppiava di gioia. Era quello il più bel regalo di Natale che avesse mai potuto desiderare.
“Certo, campione. L’angioletto è tutto tuo.”
Osservava gli uomini della sua vita intenti a sistemare l’angioletto dorato in cima a quell’albero davvero forse troppo grande anche per casa loro, le gambe del piccolo Christian penzoloni sul petto di Chris mentre, seduto sulle sue spalle, si allungava quanto più poteva verso la cima ancora troppo distante.
“ Mamma, non restare imbambolata, vieni ad aiutarci.”
Christian l’aveva tirata di scatto stringendola forte a se. Avevano sistemato l’angioletto rompendo qualche pallina di troppo, ma non importava a nessuno. Erano felici. Erano insieme.

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Gli oltre 30 gradi che ci sono in questo momento mi hanno fatto venir voglia di tirar fuori una storia natalizia, una scena…un momento rubato alle vite di Christian e Desy.
Se volete leggere di più di loro [e vi consiglio di farlo] dovreste darmi fiducia,
spendere 2,99 euro [che non sono poi così tanti] ed acquistare il mio ebook su Amazon: Eclisse.
In fondo tutti abbiamo bisogno di qualcuno che inizi a credere in noi. 

Pensieri Sparsi

Me stessa 2.0


Mia madre mi ha sempre detto devi essere una brava bambina,mi ha insegnato a parlare in un certo modo, a stare a tavola in un certo modo, a rispondere alle persone in un certo modo, a reagire alle situazioni in un certo modo. Mi ha spiegato l’importanza di essere brava a scuola, gentile con le persone più deboli e, allo stesso modo, con quelle più prepotenti; mi ha insegnato a porgere l’altra guancia, a cercare sempre nelle mie azioni i motivi delle reazioni degli altri. Mi ha insegnato ad essere una buona amica, a saper ascoltare, a lasciare spazio ed evitare i capricci, a non pretendere nulla dagli altri, a sopportare i loro cambi d’umore.  Mi ha fatto capire che, spesso, bisogna agire in un determinato modo perché altrimenti è brutto, perché ogni nostro gesto risuona come in una grande cassa di risonanza nel mondo, perché non è carino se qualcuno resta ferito da una nostra frase o da un nostro mancato gesto, perché bisogna pensare sempre agli altri prima che a noi stessi.
Mia mamma mi ha insegnato tante cose…poi sono cresciuta!

Ho preso tutti i suoi insegnamenti, li ho fotografati e li ho mischiati ai miei ricordi, li ho posti su un enorme tavolo, li ho guardati e studiati per un po’ prima di metterci mano, prima di stravolgerli totalmente ricreando un nuovo scenario di idee e prospettive frutto delle mie esperienze, delle mie sensazioni…della mia vita.
Non li ho dimenticati, come si potrebbe pensare, li ho semplicemente contestualizzati alla mia nuova essenza; li ho innaffiati con le lacrime versate ogni volta che, nel mio percorso, sono caduta, li ho concimati con tutto l’amore che ho incontrato percorrendo i miei passi.

Non credo di essere la brava bambina che lei ha cresciuto, quella bambina ha preso troppe fregature, si è scontrata troppe volte con una realtà poco attenta ai suoi bisogni, con delle bambine troppo furbe, invidiose o arriviste che hanno provato a farle il vuoto intorno solo per paura.

Ero appena in seconda elementare quando ho realizzato cosa potesse generare l’invidia di una sola persona gretta e insignificante: ero la bambina nuova, quella divenuta, quasi subito, la preferita della maestra con i miei occhiali, forse, troppo grandi per il mio visino minuto; lei era la classica bambina prima della classe [fino al mio arrivo] che, per principio, aveva preso in odio la nuova arrivata. A quell’età non avevo idea dei film adolescenziali che sarebbero stati girati sul tema, non avevo gli strumenti giusti per reagire, mi limitavo ad odiare il dover andare a scuola passando le giornate a tossire, non volevo affrontare le mie giornate scolastiche perché quando quel mostro di bambina decideva che nessuno doveva parlare con me, beh nessuno lo faceva e, credetemi, non è una cosa piacevole.
E’ stato a quell’età ho iniziato a intuire che le parole di tolleranza di mia madre poco mi sarebbero state utili.

Non sono mai stata brava ad imparare dai miei errori, nessuno lo è davvero quando l’unico desiderio è quello di essere accettato dal gruppo, quando si mette da parte la propria personalità per diventare come le altre. Non servono le confraternite americane nelle nostre scuole per la creazione di gruppi di elite in cui tutte le ragazzine aspirano ad entrare;  io non so avessi mai davvero desiderato di essere parte di quel gruppo ma, di certo, non volevo essere un outsider…non ancora una volta.
Neanche allora  gli insegnamenti di mia madre mi avevano aiutato, la mia gentilezza e il mio non voler offendere nessuno mi avevano, ancora una volta, penalizzato; troppo ingenua e troppo buona per capire che mi stessero raggirando come meglio credevano, ero diventata il capro espiatorio del loro stupido giochetto ed ero stata silurata con un “non ti vogliamo nel nostro gruppetto, non ci fidiamo di te.
Ero solo alle scuole medie, e il porgi l’altra guancia iniziava a starmi stretto.

Non credo essere migliorata molto, non negli anni immediatamente successivi; sentivo che qualcosa stava cambiando dentro di me ma ero stata bravissima ad infilarmi da sola in una nuoca casa di bambola; giorno dopo giorno sentivo le catene stringersi intorno ai miei polsi, ero un’adolescente frenata dalla buona bambina che alloggiava nella sua mente. Non ero più un outsider, in questo ero stata brava; ero parte di un gruppo che, con la tenerezza dei gesti e la forza delle parole, aveva iniziato a prendersi cura di me, della ragazzina che andava protetta e difesa, la ragazzina a cui andava spiegato quanto il mondo potesse essere cattivo, la ragazzina che non sapeva reagire alle angherie del mondo.

Ho passato tanti anni in una gabbia d’oro, si forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero. Tiziano Ferro non avrebbe potuto spiegarlo meglio; adoravo la gabbia d’oro in cui ero finita, eppure il personaggio che gli altri avevano costruito per me iniziava a starmi antipatico.
La brava bambina dentro di me aveva delle cose da raccontarmi ma io non le davo spazio per parlare, non avevo voglia di ascoltare. Avevo gli insegnamenti di mia madre, le cicatrici delle mie cadute, le gioie delle volte in cui mi ero rimessa in piedi da sola e delle mani sempre pronte per aiutarmi, ma non sapevo più dove fossi finita io.

Ci ho messo un po’ per ritrovarmi, credo di aver avuto il bisogno di perdermi del tutto per potermi ripresentare a me stessa.
Piacere di averti conosciuta, sei la benvenuta nel mio mondo…nel tuo mondo!
Ci ho messo un po’ per trovare un posto nella mia testa per la brava bambina che tanto brava non era più, ci ho messo un po’ ad imparare ciò che la mia vita voleva insegnarmi ma, un po’, ci sono riuscita.

Ed è così che ho imparato a conoscere le persone prima di concedere loro la mia fiducia, ad ascoltare i miei pensieri prima di confrontarli con quelli degli altri, a non nascondermi dietro le mie paure e le mie ansie.
Ho imparato a guardare oltre le parole dette, a ricordarmi che dietro ogni persona esiste un mondo che, probabilmente, non conoscerò mai del tutto, ad accettare i sorrisi e le lacrime che arriveranno con la consapevolezza che ogni momento è unico e ha un insegnamento per chi vuole imparare.
Ho imparato che nessun uomo è un’isola, che sono brava a stare da sola ma è quando mi concedo a stare in compagnia che ritrovo la parte di me che mi sta più simpatica, quella che troppe volte dimentico di possedere, quella che sa vivere di leggerezza e sorrisi.
Ho imparato che sono brava ad ascoltare,  forse più che a parlare, che sono brava a leggere tra le righe anche quando non dovrei farlo, che empatia non è solo una bella parola ma a volte sa essere una grande fregatura.
Ho imparato a porgere l’altra guancia stringendo la mia mano a pugno pronta per reagire, perché buona si ma con rispetto per me stessa; ho imparato che non sempre la miglior difesa è l’attacco, ma un buon piano è sempre la buona base per cadere sempre in piedi.
Ho imparato che essere una buona amica è complicato, quasi quanto trovarne una. Nessuno ti insegna davvero come fare, nessuno ti spiega quali sono i tuoi errori. Troppa sincerità. Troppa diplomazia. Troppa disponibilità. Troppa poca presenza. Troppe parole…forse troppo poche. Troppi silenzi. Troppa distanza. Troppe incomprensioni. Troppe complicazioni.
Ho imparato che curare un’amicizia è un lavoro difficile e io non sono bravissima nel farlo per quanto continui a provarci, che per quanto provi a donare la mia presenza non sempre è il modo giusto di farlo, che i miei silenzi pesano più delle mie parole.
Ho imparato a conoscere me stessa e a volermi bene anche quando volermi bene è difficile.

Non sono più quella brava bambina che mia madre ha cresciuto, sono diventata la versione 2.0 di me stessa…la versione migliorata di me stessa.

Pensieri Sparsi

Show’em what you made of. Il film dei Backstreet Boys al cinema. Vi dico la mia!!!


Ero incerta sullo scrivere questa recensione, un po’ per il mio odio risaputo per il genere, un po’ perché temevo di rivelarmi troppo di parte sull’argomento; è per questa ragione che, già dalle prime righe, ho deciso di mettere in chiaro le cose: ammetto, senza vergogna, che questa non sarà una recensione oggettiva; sono certa possiate capirmi, infondo, come si fa a guardare con distacco qualcosa che si ama incondizionatamente da metà della propria vita? Semplicemente: non si fa.

Quando la boyband che ha segnato la tua adolescenza, e non solo, annuncia la realizzazione di un film documentario sulla propria storia l’esplosione di feelings è assicurata, le aspettative a riguardo non possono che essere elevate, dopo aver seguito un gruppo per oltre 17 anni, come nel mio caso, ti sembra quasi doveroso conoscere tutte le sfaccettature della loro storia, senti di avere quasi il diritto di entrare a conoscenza dei pezzi mancanti delle loro vicende, hai il desiderio spasmodico di sentire la loro versione dei fatti di alcuni avvenimenti accaduti nel corso degli anni.

Il 29 Aprile del 2012 il gruppo ha annunciato il ritorno di Kevin, dopo sei anni di latitanza che evito di commentare; e proprio il ritorno del figliol prodigo, insieme all’assegnazione della stella sulla Walk of Fame di Hollywood, al nuovo album in uscita, al ventennio di carriera da festeggiare e, diciamola tutta, alla voglia di dimostrare al mondo intero che ci sono boyband e boyband, che con lavoro e pazienza si può continuare a regalare sogni e guadagnare milioni, hanno dato al gruppo la spinta decisiva a donare parte di se stessi alle proprie fans attraverso questo film.

Può un film di 118 minuti raccontare una carriera lunga 20 anni [22 al momento in cui sto scrivendo]?
Quella affidata a Stephen Kijak è stata sicuramente un’impresa ardua, la pellicola avrebbe dovuto parlare, a mio modesto parere, a ben tre tipologie differenti di pubblico:
– le fans del passato, quelle dei tempi d’oro della boyband, quelle che dopo la loro adolescenza hanno deciso di crescere staccando i loro poster dal muro, mettendo da parte i loro cd e sistemandoli nel cassetto dei ricordi;
– le fans che non li hanno mai abbandonati,quelle che hanno continuato a vivere della loro musica nonostante Mtv li avesse cancellati, nonostante le radio li avessero dimenticati, nonostante tutto.
– le fans nuove o le non fans, quelle che, tendenzialmente, conoscono poco o nulla del gruppo, quelle a cui, per farla breve, va spiegato anche come si sono formati, quelle che, magari, un domani sentiranno il desiderio di essere in prima fila ad un loro concerto dopo aver visto il loro film.

Per farla breve [e non sarò breve, rassegnatevi], il povero regista ha avuto una bella gatta da pelare tra le mani e, probabilmente, è questo il motivo per cui il film che avrebbe dovuto celebrare il ventesimo anniversario della band è uscito ben 2 anni dopo tale evento. Backstreet Time, ne avete mai sentito parlare? Brutta storia.

Show’em what you made of  [al cinema il 14 e 15 luglio] è, in realtà, una sorta di finestra sulla storia della boyband di Orlando, un veloce viaggio durato ben 22 anni tra alti e bassi, successo e momenti di depressione.
Già dalla scena iniziale del film si capisce come Nick, Brian, Aj, Kevin e Howie abbiano scelto di improntare il racconto della loro carriera/vita attraverso le immagini del film; a quali persone sane di testa verrebbe in mente di iniziare un documentario sulla propria carriera facendo pipì? Probabilmente solo ai Backstreet Boys. Ed è proprio la loro genuinità e il loro essere diretti e senza filtri nel raccontarsi ad essere il filo conduttore di questo ritratto cinematografico.

Il film mostra brevemente, forse troppo, la fase di incisione dell’album In a world like this, i 5 ragazzi nell’estate del 2012 hanno convissuto a Londra per circa un mese proprio per lavorare alla realizzazione del nuovo album lontano dagli stimoli familiari e, soprattutto, provando a riviversi come i vecchi tempi. Le scene di vita quotidiana mostrate rispecchiano a pieno l’idea di famiglia che negli anni siamo stati abituati ad associare a loro, la loro fratellanza, il loro rispetto e il loro saper vedere il lato divertente della vita insieme rappresenta un po’ tutto il loro mondo. Come lo stesso Nick afferma nel film, al principio sono stati creati a tavolino, sono stati creati come era stato creato Pinocchio, ma alla fine anche Pinocchio è diventato un bambino vero [non sono impazzita, ma le similitudini di Nick Carter hanno sempre avuto il loro fascino]; erano 5 bei faccini reclutati in giro per l’America da un uomo tanto ricco e potente quanto meschino e subdolo, sono diventati 5 fratelli da madre diversa con un unico sogno, un unico destino, un unico scopo: diventare delle Star…e con sudore e fatica ce l’hanno fatta!

Rivedere sul grande schermo le immagini risalenti il 1993 mi ha fatto sentire non poco vecchia, rivederli bambinetti cercare di avere movenze sensuali mi ha fatto sorridere con tenerezza come se stessi rivedendo dei filmati di vecchi amici con cui ho condiviso gran parte della vita…e forse è così sotto un certo punto di vista. Ascoltare i loro ricordi dei loro esordi filtrati da quelle che potevano essere le imposizioni delle etichette discografiche di quei tempi mi ha fatto meglio comprendere quanto possa essere difficile la strada verso il successo, quanto fosse diverso il loro mondo rispetto a come lo immaginavo a 15 anni guardandoli sculettare il tv.

Parte della storia di ognuno di loro ha trovato spazio sullo schermo del cinema, ognuno dei ragazzi ha condiviso parte della propria storia passata o presente, parte delle proprie sensazione, parte di sé. Ognuno dei ragazzi ha lasciato una propria impronta su quella pellicola, sui miei occhi…nel mio cuore.

Mi sono emozionata alle parole di Brian, al racconto della patologia che da anni gli rende complicata la vita e, che per altrettanti anni, ha cercato di tenere nascosta, la fragilità del suo racconto, la voce strozzata dalle lacrime nel suo prendere coscienza che le cose non torneranno più facili come erano un tempo mi hanno lasciato un’immensa voglia di abbracciarlo e sussurrargli: ti amiamo anche così. Certo, questa è la voce della fan che è in me a parlare, ma vi avevo avvisato che si sarebbe fatta sentire durante questa lunga recensione.

Molto toccanti sono state anche le parole di Kevin, i suoi ricordi legati al luogo in cui è vissuto, il racconto della malattia del padre e della forza dimostrata dal perduto genitore hanno velato i miei occhi di lacrime. Vedere un uomo di oltre 40 anni scoppiare in lacrime nonostante i tanti anni passati è il chiaro sentore di come certe perdite, alla fine, restano dentro come profonde cicatrici che, in un niente, tornano a sanguinare.

Aj sfiora delicatamente gli anni della sua dipendenza mostrando, ancora una volta, tutta la sua gratitudine verso Kevin che, costringendolo alla disintossicazione, gli ha praticamente salvato la vita; apre uno spiraglio su quegli anni dolorosi e faticosi lasciando intravedere quanto possa essere complicato per un ragazzino poco più che ventenne gestire un carico emotivo di tale portata. Successo e soldi come se piovessero, fatica che ti distrugge le membra e la testa che inizia a viaggiare per sentieri tortuosi. Che fine avrebbe fatto se non fossero stati davvero quella grande famiglia che hanno dimostrato di essere? Non voglio saperlo.

Howie, sempre accompagnato dai ragazzi, fa ritorno alla casa di quando era piccolo, racconta di se bambino alle prese con dei conigli proliferi, della figura paterna e delle prime uscite con le ragazze insieme a Brian. Un momento di leggerezza che mi ha fatto sorridere non poco; racconta poco della sua vita, evita di menzionare i lutti dolorosi che l’hanno caratterizzata eppure dei 5, probabilmente, è stato quello che si è messo più a nudo di tutti: è stato uno dei primi ad essere reclutato da Lou Pearlament, il loro primo manager, per il progetto Backstreet Boys; era la voce portante del gruppo  al suo esordio [con la vecchia formazione] ma con l’arrivo di Brian ha dovuto cedere il posto di frontman e spostarsi in seconda fila, con lo sviluppo di Nick è stato poi eclissato del tutto. Dopo 20 anni, probabilmente per la prima volta, reclama il suo posto e, proprio dinanzi alla telecamera, racconta di aver chiesto ai ragazzi di avere più spazio all’interno del gruppo nell’incisione del nuovo album, dopo 20 anni passati nelle retrovie ha chiesto, sempre con il sorriso [almeno apparentemente] di sedere al tavolo dei grandi. Insomma, bravo Howie.

Ehmm devo commentare anche Nick? Davvero?
E’ da quando ho messo mano a questa recensione che sapevo che avrei avuto difficoltà nel farlo; non ho ben capito se la parte dedicata al suo racconto mi ha colpito o meno, ma probabilmente è legato alla mia visione che ho di lui. Sicuramente è stato quello che, anche se non si direbbe, ha avuto la vita peggiore, vivere senza una famiglia solida alle spalle ti rende fragile…essere una popstar mondiale con una famiglia che ti vede solo come un bancomat ambulante ti distrugge a livello mentale…e non solo. La sua fragilità e la sua instabilità emotive sono esplicitate in più scene del documentario, non credo ne esca proprio benissimo come personaggio agli occhi di chi osserva determinate scene senza gli strumenti giusti per interpretarle.

Esempio palese di questa mia osservazione è, appunto, il litigio tra Nick e Brian; non viene mostrato interamente, quindi si percepisce appena il motivo per cui tale discussione si accende [è ben chiaro che mai e poi mai va detto a Nick Carter di stare zitto, a meno che non lo si voglia ascoltare urlare le peggio cose per almeno un quarto d’ora].
La scena è questa: Nick urla come indemoniato, Brian lo distrugge con una sola frase, Kevin non sa se ridere, piangere o mettere le orecchie da asino a Nick e spedirlo dietro alla lavagna. Imperdibile.

Show’em what you made of è accompagnato dalla proiezione della performance acustica registrata a Londra il 26 Febbraio 2014 in occasione della premiere europea del film; commentare una loro performance live è banale e superfluo…ancora meno utile se tale performance a Febbraio l’ho vista dal vivo proprio al Dominion Theatre. Brividi ed emozioni, lacrime e nostalgia.

Ho scritto tanto, forse troppo, forse nessuno è arrivato fino a questo punto…eppure avrei potuto scrivere ancora, ancora e ancora.
118 minuti di film non sono sufficienti per raccontare una band come i Backstreet Boys, non sono i dischi venduti o i concerti sold out in giro per il mondo a sottolineare quanto ancora siano grandi nonostante, come ho letto in giro in questi giorni, abbiano meno capelli e un po’ di pancetta [Nick anche più di un po’].
La loro grandezza è data…semplicemente da loro.
Tutte le parole del mondo non basterebbero per descrivere quanto si possa essere orgogliosa di essere parte di questa folle famiglia, di quanto si possa essere orgogliosa di loro, di quanto si possa desiderare di essere ancora qui, tra vent’anni, a recensire la seconda parte di questo bellissimo film, di questa magnifica storia d’amore, chiamato Backstreet Boys.

You think you know, but you have no idea.