Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

You Think you Know…


Quando la vita inizia a somigliare sempre più un trenino delle montagne russe da cui è impossibile scendere, inizi a chiederti se sarai davvero in grado di staccare da tutto e tutti almeno per un giorno.
Inizi a temere che lo switch per tornare 15enne possa non funzionare più, come se all’alba dei tuoi 34 anni essere grandi possa essere l’unico modo di affrontare la vita.
Inizi a non sentire per davvero le solite ansie che hanno da sempre accompagnano questi eventi, non hai tempo per ascoltare quella vocina flebile nella tua testa che cerca invano di attirare la tua attenzione.

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Funziona che prendi un aereo di corsa subito dopo un’intensa giornata di lavoro, riabbracci le tue amiche mentre cercate un posto in cui mangiare poiché tutto quello che hai in corpo sono due mini Philadelphia e 4 patatine prese dal distributore automatico, finisci sotto il loro hotel assecondando il tuo animo da stalker ma, anche dopo aver chiacchierato con Mike, sei lì a pensare alla serratura della porta della barca che non sei riuscita a recuperare prima di partire.

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Succede che sei davvero stanca eppure pian piano le chiacchiere e le risate delle amiche che man mano iniziano a circondarti iniziano a fare la magia; non sai bene dove sia nascosto quel pulsante magico ma senti che, quasi senza rendertene conto, lo switch avviene. Senti il suono della tua risata, forse un po’ più isterica del solito, che risuona nell’aria…e l’ansia, quella che aspettavi, finalmente prendere possesso della tua testa.

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È sempre un viaggio strano nei meandri dei sentieri tortuosi della mia testa, eppure ogni volta è una nuova avventurache, anche se a rilento, adoro mettere nero su bianco.

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E’ stato un viaggio strano. Credo che ce lo siamo ripetute un miliardo di volte a sto giro.
L’aver deciso, circa 7 mesi fa, che ancora una volta sarebbe stato compito nostro rendere quella serata magica si è rilevata un’impresa più complicata di quanto potessimo immaginare. Le reazioni incredule e felici di 5 anni fa erano ancora troppo impresse nelle nostre retine e, nonostante lo scetticismo iniziale, provare a scappare da questo impegno sembrava impossibile. E così è stato.
La mole infinita di cose che possono cambiare in 5 anni è, a dir poco, infinita.
Ma 7 mesi fa non potevamo neanche lontanamente immaginarlo.

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Sono stati 7 mesi intensi.
7 mesi in cui, oltre alla confusione e agli impegni delle nostre vite (che in 5 anni sono diventate stressanti e complicate in maniera esponenziale), ci siamo ritrovate a combattere contro a restrizioni e autorizzazioni, presentazioni e progetti da sottoporre a Sony e Live Nation, attese per il benestare del managment americano, fornitura e logistica dei materiali, ansie e liti, risate isteriche e battibecchi telefonici alla ricerca della pura magia.

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E’ con un carico maggiorato di ansia che è iniziata la giornata del 15 Maggio.
Mentre tutti erano a programmare come beccarli fuori dall’albergo, noi eravamo a ritoccare gli schemi da attuare per riuscire a far funzionare la macchina da guerra che avevamo messo su. Mentre mettevamo in ordine trucco e parrucco ripetevamo come delle ossesse il materiale da portare, le persone da chiamare, le cose da non dimenticare. Si, esattamente come delle pazze.

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Siamo passate fuori dall’albergo forse più per sentirci almeno per 5 minuti delle fans normali che non stavamo morendo di ansia da prestazione.
I 5 minuti che a me sono serviti a ricordare il senso di tutta la giornata.
Ero nervosa, agitata e forse più acida del solito…fino a quando, grazie a chi forse aveva capito più di me di cosa avessi bisogno, finalmente TU.

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La scena è stata tragicomica, forse più del solito.
“C’è Nick, salutalo.”
“No. Non voglio.”
Cosa mi avesse detto il cervello io ancora non lo so. A te, per fortuna, non importa.
Uno sguardo. Il solito. Una linguaccia. Come sempre. Un bacio. Le mie lacrime.

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Perché diciamolo pure: mi hanno vista tutti piangere.
Probabilmente c’è chi ha goduto non capendo il momento, forse c’è chi mi ha giudicato male…a qualcuno magari ho fatto anche tenerezza (si, lo so, è impossibile).
Ho pianto perché era passato un anno ma in realtà non era passato un solo istante.
Ho pianto perché era passato un anno ma non era cambiato nulla.

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Il mio umore è cambiato, almeno per un po’.
Ma non c’era tempo per crogiolarsi, la corsa contro il tempo era ormai iniziata: la corsa al filaforum di Assago, il controllo della correzione delle stampe sbagliate, il pranzo al volo che ti fa rendere conto che sei passata dai panini del Mc Donald’s al risotto con i gamberetti, l’incontro con i tipi di Live Nation mentre stai ancora cercando di portare il cibo alla bocca, lo scarico della mole infinita di materiale, il dissuasore del traffico che non ne voleva sapere di lasciarci libera la strada, il biglietto del concerto finalmente tra le mani, ritardi non giustificati e assenze poco chiare, ansia, stress ma tanti volti amici che con passione erano li a ricordarci che Siamo una squadra fortissima.

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Si ringrazia Alessandra per avermi reso presentabile nonostante la stanchezza e lo stress sul viso; per aver cercato di rendermi nuovamente una persona normale.

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Ci eravamo preparate per 7 mesi per quel momento e non poter essere dentro con le ragazze ad ammazzarci fisicamente di lavoro e coordinare tutto il lavoro lentamente ci ha ucciso. Essere in fila per dare inizio al divertimentoe non riuscire a staccarsi dal telefono per capire se le ragazze sono entrate, se è fattibile fare il lavoro in quel poco tempo, se il lavoro di tutti riesca a non essere vano. Essere in fila e capire che hanno fatto casino con le autorizzazioni, temere che nel parterre non si potesse mettere più nulla, cercare un piano di riserva senza smettere di trovare una soluzione per far andare avanti il primo.

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Fare il giro del backstage, vedersi passare Briandi fianco e continuare ad osservare se le ragazze stanno posizionando i fogli in maniera corretta. Scorgere i cuori in platea e sentire il proprio scoppiare nel petto.

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Credo di essermi ritrovata in fila per fare la foto senza neanche rendermene conto, di aver capito cosa stesse accadendo solo quando sono entrata in quella stanza.
Finalmente loro. Finalmente Lui.
Dopo anni mi sono ritrovata a pensare: Esistono davvero.Non ero pronta a quel momento, non mi ero preparata affatto. Era tanto che non mi sentivo così impreparata.

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Le braccia di Brian le prime ad accogliermi. Adoro i suoi abbracci.
Di Alex ricordo sempre troppo poco…i miei occhi erano stati già calamitati dai suoi.
“Oh…Hey.”
E persa tra le tue braccia mi sono sentita nuovamente a casa. E tu sei uno stronzo e lo sai.
I want a BIG hug from you!”
Chissà cosa volessi veramente dire in quel momento. Kevin ha riso e sottolineato che io volessi un BIG HUG FROM YOU…GRANDE…hai riso…io volevo morire…mi hai abbracciato e stretto più forte al momento della foto (grazie, mi ero preoccupata di non riuscire ad avere la solita faccia da allucinata cronica). Hai riso di nuovo e mi hai abbracciato di nuovo. Ti ho dato un bacio sul collo perché non si dica che la testa mi assista in quei momenti. Mi hai abbracciato di più mentre Kevin guardava divertito probabilmente pensando ancora che sono un’analfabeta funzionale.
Ho salutato Kevin, due baci sulle guance e lui mi ha abbracciato. Come fa sempre, con tutti, come per dire Grazie.
Mi sono trovata Howie sulla strada verso l’uscita…puoi davvero non salutarlo?

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Ho lasciato la stanza frastornata e la prima frase che ho sentito è stata:
“C’è un problema con la Fan Action.”
Sono sbiancata. Anche il tizio della sicurezza aveva capito quanto fosse facile prenderci in giro in quel momento.

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Ho bevuto. Tanto e di gusto. Ho riso in compagnia delle mie vecchie amiche di sempre e di quelle nuove appena scoperte. Abbiamo brindato come se non ci fosse un domani  perché del domani poco ci importava: in quel momento eravamo felici, ma felici per davvero.
Era la quiete prima della tempesta. E lo sapevamo.

Arrivata nel circle è iniziata la battaglia: ancora fogli da consegnare, direttive da fornire, starlights da far brillare, una stronza da mandare a cagare (perchè quando deciderò di portare croccantini per calmare gli animi di quelle animali sarà sempre troppo tardi).
Che poi, apro e chiudo parentesi, ma io dico: piccola imbecille davvero credevi di poterla avere vinta contro di me? PORACCITUDINE HAS NO LIMITS.

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Insomma, il telone è calato letteralmente sulle nostre teste e lo spettacolo ha avuto inizio.
E’ stato strano.Il cuore batteva forte, Tu eri semplicemente il solito Tu a cui sono ormai affezionata, l’adrenalina era a mille eppure i nostri occhi fissavano la scaletta in attesa del momento della verità.

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Sulle prime note di Incomplete mi è mancato il respiro. Ho chiuso gli occhi per una frazione di secondo. Speriamo vada tutto bene. Li ho riaperti ed è stata magia.
Siiiii. La prima è andata. Abbiamo urlato, le nostre mani si sono incontrate in un battito di gioia. Possiamo respirare, per un po’.

Avevamo superato il primo test, ma il vero esame lo avremmo sostenuto a breve.
Ho perso un battito quando Shape of my Heart ha iniziato a risuonare nel forum, ho ascoltato tutta la parte di Nick quasi senza respirare…e credo che il video spieghi meglio di me cosa sia accaduto.

Abbiamo pianto. Ci siamo abbracciate tra i singhiozzi di chi sa di esserci riuscita, nella consapevolezza di aver creato qualcosa di grande. Tremavamo incredule della magia che due teste vuote erano riuscite a tirare fuori da un cappello fatto di ansie, sogni e testardaggine da vendere. Piangevamo per le ragazze che ci avevano dato fiducia, per chi ci aveva dato soldi e chi era diventato le nostre braccia e le nostre gambe. Piangevamo per lo stupore disegnato sui volti di chi da anni ci regala emozioni.
Lacrime e gioia. Ce l’abbiamo fatta. Finalmente potevamo goderci la serata, la nostra serata.

Il concerto è stato pazzesco. Loro sono stati pazzeschi. Noi siamo state pazzesche.
Ma neanche a questo punto della storia c’era il tempo per fermarsi a festeggiare, di corsa in macchina per raggiungere un locale dalla parte opposta di Milano per l’afterparty.
Ovviamente in ritardo, ovviamente le ultime ad entrare nell’area Vip praticamente pochi istanti prima che arrivassi Tu e l’altro.

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Altro giro, altra corsa.
Solo adesso che metto nero su bianco il tutto, mi rendo conto di non aver salutato Howie; sono venuta direttamente da te.  Il tuo sorriso mi uccide ogni volta.
“Hello, Kitty.” – Ti è concesso solo perché sei Nick Carter, lo sai, si?
Mi hai abbracciato e hai riso quando ti ho detto che Howie nella foto non lo volevo.
E’ solo in questo momento che mi sono resa conto di lui, con voce carina e coccolosa gli ho detto:
“Facciamo che tu ti metti qui e fai un po’ quello che vuoi. Ecco, bravo qui. Sorridi. Fai la faccia arrabbiata. Fai quello che vuoi. Non ci mettiamo in la, eh!”

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Tu hai riso divertito. E’ l’effetto che ti faccio.Un altro bacio…un altro segno.

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Ricordate lo switch di cui parlavo un milione di parole fa?
Ricordate tutte le ansie di non essere più capace di vivere il momento?
Parole…parole…parole.
Mi perdo nell’azzurro dei Tuoi occhi ogni volta come fosse la prima, mi sento a casa quando mi stringi tra le tue braccia cicciottose, la morbidezza della tua pelle e il suono della tua risata. E’ sempre un fiume di parole senza senso quando provo a raccontare cosa vivo in quel momento, perdo il filo insieme al senno ogni volta che i miei occhi si incrociano con i tuoi. Torno 15enne e torno stupida, sono felice. Di quella felicità puttana che è come una droga. Un’astinenza continua che mi spinge a fregarmene delle poche ore di sonno prima di tornare a lavoro, a fregarmene delle risatine di chi non capisce, a fregarmene di chi  vuole fare i conti nel mio portafogli.

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E’ l’ansia che torna a scalfire la mia serenità; un uragano che ogni volta mi lascia per giorni in balia di quelle emozioni che mi stravolgono l’esistenza e mi ricordano che non viva. Ma viva per davvero.

img_5811Come ogni volta è un libro più che un racconto…ed è neanche la metà di cosa si affolla nella mia mente.
Come ogni volta i gioielli più brillanti sono le amiche con cui condivido questi momenti, eppure questa volta c’è qualcuno in più da ringraziare. Lo abbiamo fatto per giorni ma non è mai abbastanza.

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Come sempre però il grazie più grande lo devo a Me stessa per ogni volta che osservo impaurita le mie ansie fissarmi e deciso di essere più forte di loro; per tutte le volte che temo di non farcela e mi dimostro che mi sbagliavo; per quando cedo alla tenerezza di un abbraccio o al bisogno di avere vicino le mie amiche; per quando metto il telefono in modalità aereo e decido che il tempo per me è un momento sacro.

Grazie a me che mi concedo di essere Me quando sono con Te.

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Boyband: li amavo da morire…o forse no?


Le vere fan hanno sempre una pessima reputazione.
Dicono che siamo strane,
isteriche, fissate, da manicomio.
Ma la gente non capisce.
Solo perché amo tantissimo una cosa non vuol dire che sono matta. […]
È importante che lo sappiate fin dall’inizio,
perché tutto quello che sto per raccontarvi vi sembrerà…
be’, un po’ fuori di testa.

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La citazione colta proviene da un libro trovato un po’ per caso in libreria qualche settimana fa, uno di quei libri talmente demenziali da divenire irresistibile tentazione per me; come avrei potuto mai resistere ad intere pagine strapiene di luoghi comuni sullo stile di vita che adotto ormai da più di metà di tutta la mia esistenza mixati con quella punta di ironia e surrealismo che finisce per catapultarti di colpo in una dimensione parallela in cui, in fin dei conti, tutto è possibile.
La trama per quanto assurda [e tremendamente simile alla sceneggiatura malata ideata dal neurone malato di un certo cantante di mia conoscenza per il suo secondo fantastico film] ha qualcosa di intrinsecamente geniale al suo interno: 4 ragazzine, età media 15 anni, si ritrovano, un per caso, a  rapire il membro più sfigato della boyband che adorano e, assolutamente senza volerlo, finiscono per ammazzarlo! Ve l’ho detto che era geniale.

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Mi rendo conto che la domanda più ovvia, a questo punto, sorge spontanea:
Può davvero una fan arrivare a tanto?

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Il punto della questione, in realtà, non è questo; bisogna osservare il tutto dalla giusta prospettiva per riuscire a porsi quelle che sono, invece, i quesiti giusti su cui interrogarsi:
Può la persona idolatrata per anni scendere dal piedistallo e divenire banale e patetico come un omuncolo qualsiasi?
Può il tanto amato VIP divenire vittima di se stesso e della noia di 4 ragazze non più quindicenni?
Può la realtà superare la fantasia?

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Metti una sera di fine novembre e 4 ragazze, non più quindicenni già da un po’, che hanno avuto una settimana stressante a lavoro, metti di avere tra le mani i numeri giusti e tanta fantasia, come potrebbe mai andare a finire bene la cosa?
giphy1Per anni mi sono ripetuta che avrei voluto incontrare la me quindicenne anche solo per un istante; avrei voluto scambiare quattro chiacchiere con quella ragazzina che di sera dava la buonanotte ad un poster attaccato al muro e a scuola un po’ veniva derisa perché, tra finti comunisti che si vestivano da straccioni e amavano pogare a ritmo di una musica che per lei era solo rumore, lei continuava ad ascoltare quella musica di merda fatta da 5 ragazzini dalle facce pulite che, invece di parlare di rivoluzione, cantavano di amore. Avrei voluto i rassicurarla e raccontarle che quelle fantasie con cui si riempiva la testa, persa nella melodia del suo walkman, non erano poi così assurde; raccontarle che i sogni se ci credi davvero, alla fine, diventano splendide realtà e che, in barba a chi la vedeva come una povera sognatrice persa in un mondo di illusioni, quel poster, ormai logoro e consumato, lo avrebbe incontrato in carne e ossa e in quelle braccia si sarebbe persa in teneri abbracci!

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Eppure, dopo questi ultimi giorni, mi chiedo: avrei dovuto raccontarle proprio tutto quello che ora so? Avrei dovuto svelarle tutte le sfumature della realtà, sempre un po’ più grottesca e meno magica, in cui si è trasformata quella sua eterea fantasia?
Oh, assolutamente no!

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Perché ammettiamolo con onestà: come si potrebbe mai raccontare la realtà di questi giorni ad una quindicenne disposta a credere a sciocchezze mastodontiche di tale portata:
Nessuno di noi ha la fidanzata.
Ci basta l’amore delle nostre fans.
Siamo concentrati solo sulla nostra musica e sul gruppo.
Sono troppo giovane per avere una vita sessuale.
Sto aspettando l’amore della mia vita.

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Chi come me ha 30 anni dovrebbe ricordarlo bene: le quindicenni degli anni Novanta non si battevano per legittimare un amore gayo ostacolato dalla casa discografica o l’inverosimilità di un figlio nato da una botta e via con l’amica di una vita.
Oh non sia mai, non diciamo eresie.
Le quindicenni degli anni Novanta avevano una sola Bibbia: il Cioè e, manco a doverlo sottolineare, credevano a tutto quello che trovavano scritto sul Sacro Giornale neanche stessero consultando per davvero le Sacre Scritture. Le quindicenni degli anni Novanta odiavano la squinzia di turno che attentava la virtù del proprio preferito; scrivevano mi ti farei sulla foto incollata sulla Smemoranda ma non si immaginavano legate nella stanza rossa di Mr Grey, sognavano passeggiate al tramonto e baci rubati sulla ruota panoramica del Luna Park e lanciavano trashissimi peluche quando andavano ai concerti certe che il proprio preferito lo avrebbe raccolto e tenuto per sempre con se ovunque quel maledetto aereo su cui sarebbe salito lo avrebbe portato.
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Siete tornate un pò quelle quindicenni degli anni Novanta? Ricordate come ci si sentiva in quei giorni in cui l’unico problema era aspettare che Mtv trasmettesse il nostro video preferito per poterlo finalmente registrare su una Vhs e potersi finalmente drogare con l’estasiante bellezza di quel capolavoro cinematografico di VideoClip che Spielgerg ti dico scansati.
giphy3Perfetto!!! Adesso che siete nel mood giusto provate a rispondere qualche semplice domanda.
Come si può pensare di raccontare a quelle quindicenni degli anni Novanta di foto dirty inviate si iMessage prima di andare a dormire, di chiamate su FaceTime con l’insistenza di un ragazzino infoiato, di appuntamenti improbabili in cui cosa faresti se ci vedessimo e ti dicessi di toglierti i vestiti?

whatsapp-image-2016-12-01-at-09-45-45Come fai a toglierle la magia dall’immagine di perfezione che quella quindicenne degli anni Novanta ha costruito felicemente nella sua testa e raccontarle la mediocrità di un uomo che pur avendo tutto ha bisogno di avere sempre di più. Un bisogno così assurdo da rasentare il ridicolo nelle sue forme di ricerca per la gioia delle su citate ragazze, non più adolescenti, forse un pò annoiate in quella sera di fine novembre, con le bambine messe a nanna, e con tanta fantasia.

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Vi state chiedendo come potessimo davvero definirci fan dei Ruperts
se eravamo disposte a prendere in giro uno di loro.
Ora, io non so come funzionavano le cose nel tempo che fu,
ma le fan di oggi per certi aspetti sono più sofisticate.
Amare qualcuno così intensamente ci consentiva anche di criticarlo.

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Avrei potuto intitolare questo post “Come incastrare un Backstreet Boys“, ma questo avrebbe implicato un racconto dettagliato di quanto realmente accaduto…

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E io…beh ho già scritto più di quanto avevo promesso di fare.

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Il giochino nuovo


Il fatto che a 31 anni io affronti il mondo ancora come se fossi una bambina, appassionandomi alle cose esattamente come farebbe una bimba con un giocattolo nuovo, deve finire. O forse no.
E’ che non posso farci nulla: non riesco a non farmi ammaliare dal fascino della novità, dall’euforia della scoperta, dal luccichio che solo le cose nuove possiedono; non riesco a resistere a quella sensazione di stupore che ancora certe cose riescono a regalarmi.

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Non sto parlando del nuovo gioco per cui tutto il mondo sta impazzendo, per il quale inutile sottolineare che anche io mi sono rincretinita ritrovandomi a cercare e catturare Pokemon nella mia pausa pranzo ed a raccogliere sfere Pokè nel percorso abituale verso la mia macchina quando esco dall’ufficio.

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La mia nuova droga, il mio nuovo giochino, si chiama Twitter; esattamente il social network dall’uccellino blu, non avete letto male. Uhmm sento il coro di Buuuh levarsi in automatico nelle vostre menti e il naso storcersi con fare saccente:
Come può un social network creato nel 2006 essere oggetto di stupore e novità?
A sto giro, cara psicopatica, hai dimostrato di essere un pò arretrata. Sarà che stai perdendo colpi?

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Nulla di più sbagliato.           
Devo sottolineare che, pur facendone parte dall’ormai lontano Febbraio 2009, il social network con l’uccellino non è mai stato tra i miei preferiti; per una logorroica come me l’imposizione del 140 caratteri per esprimere il proprio pensiero equivale ad una sorta di condanna da scontare; il dono della sintesi non è mai stato il mio forte e l’idea di tornare a scrivere utilizzando quei vecchi stratagemmi utilizzati quando gli SMS erano gratuiti solo in periodo di Christmas Card [o Summer Card che dir di voglia] non ha mai stuzzicato la mia fantasia.

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Inizialmente non mi era ben chiaro il concetto per cui avrei dovuto lasciar fluttuare nella rete un mio pensiero random, senza alcuna foto o video [inizialmente Twitter lo permetteva], senza possibilità di avviare una vera e propria discussione visto l’impossibilità di commentare come invece era possibile fare su Facebook; il tutto tenendo ben presente il discorso sulla privacy che personalmente ci ho messo un poco ad accettare. Il vero senso di Twitter è l’integrazione mondiale attraverso un social network, io scrivo un pensiero seduta bellamente alla scrivania del mio ufficio e PincoPallo dall’altro lato del mondo senza avere idea di chi sia io ma attraverso l’hashtag che sicuramente avrò utilizzato [lingua permettendo] potrà leggere il mio pensiero ed eventualmente rispondere ad esso. Figo.

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Oh certo, a meno che io non decida di proteggere i miei Tweet manco fossero l’anello trasportato da Frodo rendendo, in tal caso, i miei pensieri leggibili esattamente solo ad io, mammeta e tu o, per dirla in maniera più consona, rendendo i miei tweet accessibili solo a chi mi followa. Mi sembra più che giusto mi direte voi. Certo, peccato che tale restrizione valga esattamente per tutti: sento il bisogno impellente di comunicare a PincoPallo che i pantaloni con i risvolti indossati nell’ultima foto postata sono tremendi? A meno che PincoPallo sia un mio follower, e visti i terribili pantaloni ne dubito fortemente, devo rassegnarmi a far abortire il mio pensiero e lasciare a PincoPallo la libertà di continuare a commettere crimini di moda andando in giro così conciato.

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Eppure, nonostante tutto, dopo ben 7 anni dalla mia iscrizione a questo social network che proprio non riuscivo a capire non posso non ammettere di adorarlo letteralmente…esattamente come un giochino nuovo.

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Il motivo è decisamente molto pù semplice e banale di quanto possiate immaginare: sono figlia degli anni ’90, cresciuta a pane e cazzate scritte sul Cioè, costretta a credere a tutto quello che mi veniva raccontato su giornaletti da due lire su quel mondo magico e distante contornato da boyband e teen idol.
Sono cresciuta con l’impensabile desiderio di scovare l’indirizzo di casa dei Signori Carter per inviare una lettera al figlio e dichiarargli tutto il mio amore [quanto è stato duro avere 13 anni è difficile da raccontarlo], ho passato l’adolescenza ad ascoltare i racconti della mia compagna di classe che passava i pomeriggi interi a telefonare a tutti i Cremonini di Bologna e dintorni solo per poter dire a Cesare che un giro sulla sua 50Special lo avrebbe fatto volentieri.

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Capirete che quando arriva un social network che ti mette, allo stesso tempo, liberamente in contatto con PincoPallo dagli orribili risvoltini e il tuo gruppo preferito, l’iscrizione ad esso parte in automatico. Quanto poi sia facile o meno riuscire ad avere quel contatto tanto desiderato è decisamente un discorso molto più articolato; il motto la speranza è l’ultima a morire è decisamente uno dei pilastri fondamentali del popolo di Twitter.

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Quando mi sono iscritta al social network dell’uccellino mai avrei realmente immaginato che i miei sciocchi tweet random avessero  avuto una risposta da un personaggio più famoso del succitato PincoPallo ovviamente; la certezza di questa convizione, fomentata dalla presa coscienza di quanto avessi avuto ragione ad elaborare un tale pensiero, aveva fatto si che relegassi Twitter ad ameno luogo per un silente stalkeraggio.
La noia insomma, dopo ben poco tempo.

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Si ma sono pur sempre passati 7 anni da quando hai iniziato ad usare Twitter, cosa vuoi con questo post oggi?
La verità è che stamane mi sono resa conto che stavo twittando mentre mi lavavo i denti [si, lo so: il disagio proprio] e la cosa mi ha fatto tanto ridere pensando a come considerassi questo social network fino a poco tempo fa. Mi sono chiesta come sia possibile che adesso ci fossi entrata in fissazione e la risposta più logica è stata quella del giochino nuovo.

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E io adoro i giochini nuovi…
…finchè non mi annoio!!!

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Ho imparato a sognare…


Sto tornando a casa, non posso credere che sia già tutto finito; se mi ci rifermo a pensare sento le lacrime che fanno a gara per affollare i miei occhi!

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Dopo questi giorni rinchusa in un sogno meraviglioso, chi mi spiega come faccio a tornare alla realtà? Quando il karma ti regala momenti al di sopra di ogni immaginazione, come si fa a credere che sia accaduto tutto per davvero?          

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C’è che ho imparato a sognare e non smetterò! 

Pensieri Random di una 15enne

Sono passati due anni!


Devo smettere di farmi promesse che so che non riuscirò a mantenere!

Sia chiaro, io ci provo a tener fede a cosa mi racconto mentalmente, è il mondo che si diverte a vedermi fallire nei miei propositi.
E’ sempre la stessa storia, in fin dei conti, uno decide di fare la dieta e si ritrova dinanzi ad una serie di eventi che avranno lo scopo ultimo di farlo alzare da tavola rotolando come se non ci fosse un domani; si ripromette di iniziare bene la settimana e si sveglia, o quanto meno prova a farlo, come un morto vivente privo delle giuste connessioni mentali anche solo per dire lasciatemi tornare a dormire; decide di essere gentile con il mondo ed incontra tutti deficienti sul proprio percorso. Una congiura, insomma.Stamane è andata pressappoco così!
Non volevo farmi pervadere dalla nostalgia che mi avrebbe sommerso al ricordo di quel weekend di due anni fa ma, appena mi sono svegliata, mi sono resa conto che il mondo non la pensava allo stesso modo; probabilmente avrei dovuto disattivare il favoloso accadde oggi di facebook che, praticamente ogni giorno, mi induce a ripercorrere i miei ricordi ma non so quanto sarebbe stato efficace.
Tutto, oggi, mi rimanda indietro con i pensieri.C’era un periodo della mia vita in cui annotavo tutto, ho sempre vissuto con il terrore di dimenticare ed essendo consapevole di avere una memoria a dir poco pessima affidavo le mie parole ad un diario, un’agenda in realtà, che aveva il solo scopo da fare da tramite, quando l’avrei riletta, tra me e quel passato un pò troppo sbiadito. Ho smesso di farlo da un po’, preferisco lasciare alle foto l’arduo compito di fungere da macchina del tempo ed aiutarmi a rivivere i momenti trascorsi.

È lunedì e sono malinconica!
La prima cosa che ho visto stamane entrando su Facebook è stato il mio viso sorridente [teoricamente più giovane, ma in realtà non sono cambiata di una virgola] abbracciata ad un uomo barbuto. Messa così sembra un’immagine random, come se io avessi l’abitudine di fare foto con sconosciuti o, peggio ancora, di abbracciare gente.

Questo post non è altro che una pagina strappata dal diario di un’adolescente troppo cresciuta [e questo ormai lo avete ben metabolizzato]. Sono passati due anni da quando sono risalita sulla giostra, non che mi ricordi quando fossi scesa del tutto; due anni da quando il cuore ha ripreso a battere più forte nel mio petto e l’ansia ha preso una sfumatura differente. Due anni da quando hai pronunciato il mio nome [grazie stupida macchina fotografica], due anni dal mio rossetto rosso sulla tua guancia, due anni da quell’aperitivo impegnativo, due anni dal tuo sudore sulla mia povera maglia, due anni dal tuo piatto pieno di cibo a colazione, due anni dalla tua goffa irruenza per i miei poveri capelli.

Scorro il mio Accadde oggi di Facebook, foto e ricordi, parole ed emozioni. Lo scorso anno scrivevo: Oggi siamo piene di nostalgia. Eppure la felicità nel guardare queste foto è legata alla consapevolezza che dopo un anno siamo ancora qua. Dopo un anno, e che anno, siamo diventate sorelle   Quel giorno eravamo insieme un pó per scelta….un pò per caso; oggi non potrei immaginare un’avventura senza di voi.Nulla avrebbe avuto lo stesso sapore se non lo avessi condiviso con quelle persone che sono diventate parte fondamentale della mia vita; nulla avrebbe avuto lo stesso dolce, ma malinconico, ricordo che oggi mi ha tenuto compagnia. Nulla sarebbe stato lo stesso senza di loro.

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Ho messo una foto mossa e sfocata per scelta!

 Sono passati due anni da quei giorni.
Due anni da te.

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Amara is coming!


Warning: questo post è stato scritto da una 15enne i cui feelings sono stati distrutti in malo modo non appena ha aperto gli occhi stamattina, il contenuto fortemente bimbominchioso potrebbe danneggiare gravemente alla salute dei vostri neuroni.

La verità è che oggi vorrei avere davvero 15 anni per potermi sentire in pieno diritto di dare vita alla mia disperazione interiore, invece di essere dinanzi a questo computer persa nei meandri dei miei pensieri a fissare un disegno da completare e una pratica da terminare fingendo, probabilmente neanche in maniera magistrale, che me ne importi un fico secco dello spessore delle linee.

Non è stato il suono della sveglia a destarmi questa mattina, ero ancora beatamente cullata dalle braccia di Morfeo quando una spiacevole sensazione si è attanagliata, come un gatto aggrappato ai maroni, al mio stomaco; probabilmente mangiare patatine gusto barbecue di sera non è stata esattamente una furbata o, e di questo ne sono convinta, il mio stomaco aveva avvertito prima di me l’aria nefasta che avrebbe tirato questa mattina.

Troppi messaggi su whatsapp al mattino, a meno che non ci sia stato Dancing with the stars la notte precedente, non sono mai un buon presagio; ancor prima di aprire tutte le notifiche che stavano facendo impazzire il mio telefono ne avevo la piena consapevolezza: era giunto il momento.
La me 30enne è scappata in un angolo a nascondersi per l’imbarazzo delle parole che la me 15enne sente il bisogno disperato di mettere nero su bianco.
E’ INCINTO!!! Ok, tecnicamente è lei a portare in grembo un piccolo mostro, ma LUI ASPETTA UN BAMBINO!

Respira, respira….respira un cazzo!
Per una tragedia del genere minimo, e sottolineo minimo, avrebbero dovuto concedermi una settimana di ferie, riempirmi di barattoli di gelato e, non siamo avari, di Nutella su cui riversare la mia disperazione; dovrei avere il diritto di passare la giornata sotto il piumone, che visto che fuori piove non sarebbe poi tanto male, a guardare live dei suoi concerti quando la sua mano non era inquinata da quell’anello sul dito e non esisteva nessuna pagnotta in forno da aspettare. Dovrei avere il sacrosanto diritto di prendere a pugni tutti qualcuno, scaricare il nervoso facendo shopping senza sentirmi in colpa per i soldi spesi; dovrei stare a telefono a piangere con le mie amiche 15enni sentendo il nostro perfetto mondo di fantasia sgretolarsi sotto i piedi.E’ INCINTO!!!
Siamo seri è come se di colpo vi dicessero che Ken avesse ingravidato Barbie: assurdo!!!
E’ come se vi dicessero che domattina un’invasione di Mini Pony malvagi distruggerà la terra a colpi di arcobaleni: un abominio!!!
E’ come se vi dicessero che la fine del mondo è vicina, perché, credetemi, è la cosa più plausibile che accada arrivati a questo punto della storia.

Tralasciando il fatto che forse, e sottolineo forse, io stia leggermente, proprio poco, esagerando con la mia reazione a questa nefasta notizia; voglio poter essere libera di sentirmi disperata ed esigo silenzio da parte di chi non sente di condividere queste mie sensazioni. Oggi pretendo rispetto per il mio dolore, voglio sentirmi 15enne e il mondo deve lasciarmelo fare…in silenzio.Che poi l’arrivo di un bambino è sempre una cosa bella, in linea teorica, ma non in questo caso, non quando sembra essere arrivato lo strillone del paese ad urlarti nell’orecchio: è ora di crescere; non quando è il tuo sogno adolescenziale a diventare papà. Non può essere vero, uccidetemi. Non quando tutti i presagi sembrano annunciare la venuta di Amara, la succhia-anime a tradimento [e chi guarda Supernatural può capire cosa io intenta con ciò].Oggi è un giorno strano, di questo ne sono convinta.
Svegliarsi in questo modo dovrebbe essere illegale, leggere queste notizie dovrebbe esserlo. Ho aperto gli occhi su un mondo differente, e la consapevolezza che non basterà chiuderli per tornare alla realtà perfetta rende tutto molto triste.Dovrei concentrarmi sulle cose da fare, la me 30enne reclama invano attenzioni che oggi non avrà; voglio crogiolarmi nei miei feelings infranti per tutto il giorno continuando a visionare scenari apocalittici nella mia mente, voglio leccare le ferite del mio piccolo cuoricino infranto.
Voglio avere il diritto di essere di cattivo umore, senza dover chiedere scusa per esso.

È INCINTO! NICK CARTER È INCINTO!
E io voglio sentirmi triste come se non ci fosse un domani perché la prima cosa che ho letto stamane è stata questa e, nonostante tutto, non sono potuta tornare a letto e fingere che questo giorno non sia mai esistito perché, per quanto la voce della me 15enne sia estremamente alta in questa giornata, ho dovuto indossare i miei vestiti da 30enne e andare a lavoro.

Ditemi se questa non è cattiveria.

Pensieri Sparsi

Guardarsi indietro fa bene!


Non ho idea del perché io sia finita sul tuo profilo Facebook, probabilmente, in questi giorni di confusione emotiva in cui il pulsante rabbia della mia mente deve essersi bloccato, avevo bisogno di ricordarmi quale fosse stato il punto di svolta della mia vita.Forse era solo semplice curiosità, sapere che fine avessi fatto Tu, sapere come era andata avanti la tua vita senza me…chiedermi se di quella vita avrei voluto farne ancora parte.

Si dice che il miglior modo per andare avanti sia non voltarsi mai indietro: stronzate!
Stamane mentre mi maledicevo me stessa per non essermi ricordata di aver cambiato telefono e aver provveduto, di conseguenza, a silenziare le notifiche domenicali e imprecavo contro chi di domenica mattina scrive su whatsapp invece di dormire, mi sono concessa di guardare indietro.

Mi sono concessa di immaginare che quel giorno di ormai tanto tempo fa le cose fossero andate diversamente, che tutte le volte successive siano andate in modo diverso, che di colpo non mi sia trovata a dover pensare ad una me 2.0, una me senza te. Mi sono immaginata ad ascoltare musica di merda solo per compiacere te e i tuoi stupidi amici, a ridere al suono di battute che non mi hanno mai fatto ridere, a visitare i luoghi che avresti voluto tu, a recitare la parte della ragazzina perfetta e viziata che riempivi di regali, ad essere l’unico puntino rosa in un ammasso di nero informe!

Ho osservato le tue foto, i tuoi post idioti su Facebook, i commenti dementi della gente che frequenti e ho capito che guardare indietro era la cosa migliore che io potessi fare starmene!
Mentre scrivo questo post ascolto delle lagnose canzoni dei Backstreet Boys e sorrido  pensando al futuro, sorrido pensando a tutte le cose che ho fatto da quel giorno in cui credevo di aver perso il mio mondo, quel giorno in cui pensavo di aver perso me.

Sorrido pensando ai traguardi che ho raggiunto, ai sogni che ho realizzato, ai posti che ho visitato, alle persone che ho incontrato. Sorrido alla forza che ho trovato in me stessa, al coraggio di cambiare e ripartire da zero. Sorrido all’immagine sbiadita che stamane si era materializzata nella mia mente e al senso di oppressione che l’aveva accompagnata; sorrido a tutto quello che poteva essere e che, per fortuna, non è stato.

Sorrido alla gabbia dorata che ho intravisto stamane…
 …sorrido perché ne sono fuori.

Pensieri Sparsi

Sogni ricorrenti, ne abbiamo?


Parlare di sogni con me si rivela essere sempre un’esperienza esilarante; la capacità della mia mente di recepire gli stimoli esterni, processarli e trasformarli in qualcosa di epico è straordinaria. Io non sogno di notte, io creo dei kolossal che farebbero impallidire Spielberg!Tralasciando la fase in cui il mio subconscio sembrava conoscere cose a me sconosciute, dire che i miei sogni sono dei veri e propri film sarebbe riduttivo!
Insomma, a chi non è mai capitato di sognare il compagno di quella vecchia amica di scuola che ci dice di non raccontare quello che hai visto e incontrarlo il giorno dopo in compagnia di un’altra donna?A chi non è mai capitato il giorno prima dell’esame di matematica di sognare la risposta esatta al quesito della professoressa isterica, quella soluzione cercata invano su appunti e dispense a cui avevamo ormai rinunciato a dare senso?
Se non c’è neanche sul libro, è una risposta inesistente e la domanda deve essere sbagliata!
A chi non è mai capitato di salvarsi il sedere all’esame in questo modo?
Certo, bisogna essere dotati di poco buon senso nello scegliere di scrivere quello che si è sognato di notte invece di ammettere la mancata conoscenza della risposta, ma il mondo è dei folli ancora non lo avete capito?A chi non è mai capitato di sognare colui che il giorno dopo avrebbe chiesto il nostro aiuto? Sempre Lui, solo Lui! Come se ci fosse una maledetta connessione, come se non potessimo fare a meno di esserci per Lui!Sto tergiversando, ne sono consapevole! La verità è che non sono un’esperta in psicologia ma potrei parlare per ore dei sogni e del loro strano modo di confondermi la mente!Sogni ricorrenti, ne abbiamo?
Non voglio soffermarmi sullo strano significato della sua [sempre Lui] presenza nel mio mondo onirico quando sono triste, stressata, nervosa, ansiosa, preoccupata…insomma quando ho la luna storta e il mondo non mi sembra un posto adatto a me in alcun modo!Non voglio soffermarmi sul senso di protezione misti a disagio scatenato dal sogno stesso; detestare la persona che in sogno cerca di salvarci non è esattamente simpatica come sensazione, soprattutto se appena sveglia l’unico desiderio è quello di incontrare quella stessa persona e passarci delicatamente sopra con la macchina per il gusto di eliminarlo dal mondo e la speranza di cancellarlo dal proprio subconscio!È una settimana che sogno di tornare a scuola!
Seduta all’ultimo banco che cerco di copiare, in ritardo perché non conosco più gli orari dei treni, terrorizzata dall’interrogazione. Stessi compagni di classe, sensazioni contrastanti. A volte sono consapevole di essere cresciuta, di essere cambiata…altre no.Al mattino mi sveglio piena di angoscia; come se avessi dimenticato qualcosa, come se dovessi capire qualcosa, imparare qualcosa…come se avessi perso qualcosa.

E voi, sogni ricorrenti, ne avete?

Pensieri Sparsi

Me stessa 2.0


Mia madre mi ha sempre detto devi essere una brava bambina,mi ha insegnato a parlare in un certo modo, a stare a tavola in un certo modo, a rispondere alle persone in un certo modo, a reagire alle situazioni in un certo modo. Mi ha spiegato l’importanza di essere brava a scuola, gentile con le persone più deboli e, allo stesso modo, con quelle più prepotenti; mi ha insegnato a porgere l’altra guancia, a cercare sempre nelle mie azioni i motivi delle reazioni degli altri. Mi ha insegnato ad essere una buona amica, a saper ascoltare, a lasciare spazio ed evitare i capricci, a non pretendere nulla dagli altri, a sopportare i loro cambi d’umore.  Mi ha fatto capire che, spesso, bisogna agire in un determinato modo perché altrimenti è brutto, perché ogni nostro gesto risuona come in una grande cassa di risonanza nel mondo, perché non è carino se qualcuno resta ferito da una nostra frase o da un nostro mancato gesto, perché bisogna pensare sempre agli altri prima che a noi stessi.
Mia mamma mi ha insegnato tante cose…poi sono cresciuta!

Ho preso tutti i suoi insegnamenti, li ho fotografati e li ho mischiati ai miei ricordi, li ho posti su un enorme tavolo, li ho guardati e studiati per un po’ prima di metterci mano, prima di stravolgerli totalmente ricreando un nuovo scenario di idee e prospettive frutto delle mie esperienze, delle mie sensazioni…della mia vita.
Non li ho dimenticati, come si potrebbe pensare, li ho semplicemente contestualizzati alla mia nuova essenza; li ho innaffiati con le lacrime versate ogni volta che, nel mio percorso, sono caduta, li ho concimati con tutto l’amore che ho incontrato percorrendo i miei passi.

Non credo di essere la brava bambina che lei ha cresciuto, quella bambina ha preso troppe fregature, si è scontrata troppe volte con una realtà poco attenta ai suoi bisogni, con delle bambine troppo furbe, invidiose o arriviste che hanno provato a farle il vuoto intorno solo per paura.

Ero appena in seconda elementare quando ho realizzato cosa potesse generare l’invidia di una sola persona gretta e insignificante: ero la bambina nuova, quella divenuta, quasi subito, la preferita della maestra con i miei occhiali, forse, troppo grandi per il mio visino minuto; lei era la classica bambina prima della classe [fino al mio arrivo] che, per principio, aveva preso in odio la nuova arrivata. A quell’età non avevo idea dei film adolescenziali che sarebbero stati girati sul tema, non avevo gli strumenti giusti per reagire, mi limitavo ad odiare il dover andare a scuola passando le giornate a tossire, non volevo affrontare le mie giornate scolastiche perché quando quel mostro di bambina decideva che nessuno doveva parlare con me, beh nessuno lo faceva e, credetemi, non è una cosa piacevole.
E’ stato a quell’età ho iniziato a intuire che le parole di tolleranza di mia madre poco mi sarebbero state utili.

Non sono mai stata brava ad imparare dai miei errori, nessuno lo è davvero quando l’unico desiderio è quello di essere accettato dal gruppo, quando si mette da parte la propria personalità per diventare come le altre. Non servono le confraternite americane nelle nostre scuole per la creazione di gruppi di elite in cui tutte le ragazzine aspirano ad entrare;  io non so avessi mai davvero desiderato di essere parte di quel gruppo ma, di certo, non volevo essere un outsider…non ancora una volta.
Neanche allora  gli insegnamenti di mia madre mi avevano aiutato, la mia gentilezza e il mio non voler offendere nessuno mi avevano, ancora una volta, penalizzato; troppo ingenua e troppo buona per capire che mi stessero raggirando come meglio credevano, ero diventata il capro espiatorio del loro stupido giochetto ed ero stata silurata con un “non ti vogliamo nel nostro gruppetto, non ci fidiamo di te.
Ero solo alle scuole medie, e il porgi l’altra guancia iniziava a starmi stretto.

Non credo essere migliorata molto, non negli anni immediatamente successivi; sentivo che qualcosa stava cambiando dentro di me ma ero stata bravissima ad infilarmi da sola in una nuoca casa di bambola; giorno dopo giorno sentivo le catene stringersi intorno ai miei polsi, ero un’adolescente frenata dalla buona bambina che alloggiava nella sua mente. Non ero più un outsider, in questo ero stata brava; ero parte di un gruppo che, con la tenerezza dei gesti e la forza delle parole, aveva iniziato a prendersi cura di me, della ragazzina che andava protetta e difesa, la ragazzina a cui andava spiegato quanto il mondo potesse essere cattivo, la ragazzina che non sapeva reagire alle angherie del mondo.

Ho passato tanti anni in una gabbia d’oro, si forse bellissimo, ma sempre in gabbia ero. Tiziano Ferro non avrebbe potuto spiegarlo meglio; adoravo la gabbia d’oro in cui ero finita, eppure il personaggio che gli altri avevano costruito per me iniziava a starmi antipatico.
La brava bambina dentro di me aveva delle cose da raccontarmi ma io non le davo spazio per parlare, non avevo voglia di ascoltare. Avevo gli insegnamenti di mia madre, le cicatrici delle mie cadute, le gioie delle volte in cui mi ero rimessa in piedi da sola e delle mani sempre pronte per aiutarmi, ma non sapevo più dove fossi finita io.

Ci ho messo un po’ per ritrovarmi, credo di aver avuto il bisogno di perdermi del tutto per potermi ripresentare a me stessa.
Piacere di averti conosciuta, sei la benvenuta nel mio mondo…nel tuo mondo!
Ci ho messo un po’ per trovare un posto nella mia testa per la brava bambina che tanto brava non era più, ci ho messo un po’ ad imparare ciò che la mia vita voleva insegnarmi ma, un po’, ci sono riuscita.

Ed è così che ho imparato a conoscere le persone prima di concedere loro la mia fiducia, ad ascoltare i miei pensieri prima di confrontarli con quelli degli altri, a non nascondermi dietro le mie paure e le mie ansie.
Ho imparato a guardare oltre le parole dette, a ricordarmi che dietro ogni persona esiste un mondo che, probabilmente, non conoscerò mai del tutto, ad accettare i sorrisi e le lacrime che arriveranno con la consapevolezza che ogni momento è unico e ha un insegnamento per chi vuole imparare.
Ho imparato che nessun uomo è un’isola, che sono brava a stare da sola ma è quando mi concedo a stare in compagnia che ritrovo la parte di me che mi sta più simpatica, quella che troppe volte dimentico di possedere, quella che sa vivere di leggerezza e sorrisi.
Ho imparato che sono brava ad ascoltare,  forse più che a parlare, che sono brava a leggere tra le righe anche quando non dovrei farlo, che empatia non è solo una bella parola ma a volte sa essere una grande fregatura.
Ho imparato a porgere l’altra guancia stringendo la mia mano a pugno pronta per reagire, perché buona si ma con rispetto per me stessa; ho imparato che non sempre la miglior difesa è l’attacco, ma un buon piano è sempre la buona base per cadere sempre in piedi.
Ho imparato che essere una buona amica è complicato, quasi quanto trovarne una. Nessuno ti insegna davvero come fare, nessuno ti spiega quali sono i tuoi errori. Troppa sincerità. Troppa diplomazia. Troppa disponibilità. Troppa poca presenza. Troppe parole…forse troppo poche. Troppi silenzi. Troppa distanza. Troppe incomprensioni. Troppe complicazioni.
Ho imparato che curare un’amicizia è un lavoro difficile e io non sono bravissima nel farlo per quanto continui a provarci, che per quanto provi a donare la mia presenza non sempre è il modo giusto di farlo, che i miei silenzi pesano più delle mie parole.
Ho imparato a conoscere me stessa e a volermi bene anche quando volermi bene è difficile.

Non sono più quella brava bambina che mia madre ha cresciuto, sono diventata la versione 2.0 di me stessa…la versione migliorata di me stessa.

Pensieri Sparsi

Show’em what you made of. Il film dei Backstreet Boys al cinema. Vi dico la mia!!!


Ero incerta sullo scrivere questa recensione, un po’ per il mio odio risaputo per il genere, un po’ perché temevo di rivelarmi troppo di parte sull’argomento; è per questa ragione che, già dalle prime righe, ho deciso di mettere in chiaro le cose: ammetto, senza vergogna, che questa non sarà una recensione oggettiva; sono certa possiate capirmi, infondo, come si fa a guardare con distacco qualcosa che si ama incondizionatamente da metà della propria vita? Semplicemente: non si fa.

Quando la boyband che ha segnato la tua adolescenza, e non solo, annuncia la realizzazione di un film documentario sulla propria storia l’esplosione di feelings è assicurata, le aspettative a riguardo non possono che essere elevate, dopo aver seguito un gruppo per oltre 17 anni, come nel mio caso, ti sembra quasi doveroso conoscere tutte le sfaccettature della loro storia, senti di avere quasi il diritto di entrare a conoscenza dei pezzi mancanti delle loro vicende, hai il desiderio spasmodico di sentire la loro versione dei fatti di alcuni avvenimenti accaduti nel corso degli anni.

Il 29 Aprile del 2012 il gruppo ha annunciato il ritorno di Kevin, dopo sei anni di latitanza che evito di commentare; e proprio il ritorno del figliol prodigo, insieme all’assegnazione della stella sulla Walk of Fame di Hollywood, al nuovo album in uscita, al ventennio di carriera da festeggiare e, diciamola tutta, alla voglia di dimostrare al mondo intero che ci sono boyband e boyband, che con lavoro e pazienza si può continuare a regalare sogni e guadagnare milioni, hanno dato al gruppo la spinta decisiva a donare parte di se stessi alle proprie fans attraverso questo film.

Può un film di 118 minuti raccontare una carriera lunga 20 anni [22 al momento in cui sto scrivendo]?
Quella affidata a Stephen Kijak è stata sicuramente un’impresa ardua, la pellicola avrebbe dovuto parlare, a mio modesto parere, a ben tre tipologie differenti di pubblico:
– le fans del passato, quelle dei tempi d’oro della boyband, quelle che dopo la loro adolescenza hanno deciso di crescere staccando i loro poster dal muro, mettendo da parte i loro cd e sistemandoli nel cassetto dei ricordi;
– le fans che non li hanno mai abbandonati,quelle che hanno continuato a vivere della loro musica nonostante Mtv li avesse cancellati, nonostante le radio li avessero dimenticati, nonostante tutto.
– le fans nuove o le non fans, quelle che, tendenzialmente, conoscono poco o nulla del gruppo, quelle a cui, per farla breve, va spiegato anche come si sono formati, quelle che, magari, un domani sentiranno il desiderio di essere in prima fila ad un loro concerto dopo aver visto il loro film.

Per farla breve [e non sarò breve, rassegnatevi], il povero regista ha avuto una bella gatta da pelare tra le mani e, probabilmente, è questo il motivo per cui il film che avrebbe dovuto celebrare il ventesimo anniversario della band è uscito ben 2 anni dopo tale evento. Backstreet Time, ne avete mai sentito parlare? Brutta storia.

Show’em what you made of  [al cinema il 14 e 15 luglio] è, in realtà, una sorta di finestra sulla storia della boyband di Orlando, un veloce viaggio durato ben 22 anni tra alti e bassi, successo e momenti di depressione.
Già dalla scena iniziale del film si capisce come Nick, Brian, Aj, Kevin e Howie abbiano scelto di improntare il racconto della loro carriera/vita attraverso le immagini del film; a quali persone sane di testa verrebbe in mente di iniziare un documentario sulla propria carriera facendo pipì? Probabilmente solo ai Backstreet Boys. Ed è proprio la loro genuinità e il loro essere diretti e senza filtri nel raccontarsi ad essere il filo conduttore di questo ritratto cinematografico.

Il film mostra brevemente, forse troppo, la fase di incisione dell’album In a world like this, i 5 ragazzi nell’estate del 2012 hanno convissuto a Londra per circa un mese proprio per lavorare alla realizzazione del nuovo album lontano dagli stimoli familiari e, soprattutto, provando a riviversi come i vecchi tempi. Le scene di vita quotidiana mostrate rispecchiano a pieno l’idea di famiglia che negli anni siamo stati abituati ad associare a loro, la loro fratellanza, il loro rispetto e il loro saper vedere il lato divertente della vita insieme rappresenta un po’ tutto il loro mondo. Come lo stesso Nick afferma nel film, al principio sono stati creati a tavolino, sono stati creati come era stato creato Pinocchio, ma alla fine anche Pinocchio è diventato un bambino vero [non sono impazzita, ma le similitudini di Nick Carter hanno sempre avuto il loro fascino]; erano 5 bei faccini reclutati in giro per l’America da un uomo tanto ricco e potente quanto meschino e subdolo, sono diventati 5 fratelli da madre diversa con un unico sogno, un unico destino, un unico scopo: diventare delle Star…e con sudore e fatica ce l’hanno fatta!

Rivedere sul grande schermo le immagini risalenti il 1993 mi ha fatto sentire non poco vecchia, rivederli bambinetti cercare di avere movenze sensuali mi ha fatto sorridere con tenerezza come se stessi rivedendo dei filmati di vecchi amici con cui ho condiviso gran parte della vita…e forse è così sotto un certo punto di vista. Ascoltare i loro ricordi dei loro esordi filtrati da quelle che potevano essere le imposizioni delle etichette discografiche di quei tempi mi ha fatto meglio comprendere quanto possa essere difficile la strada verso il successo, quanto fosse diverso il loro mondo rispetto a come lo immaginavo a 15 anni guardandoli sculettare il tv.

Parte della storia di ognuno di loro ha trovato spazio sullo schermo del cinema, ognuno dei ragazzi ha condiviso parte della propria storia passata o presente, parte delle proprie sensazione, parte di sé. Ognuno dei ragazzi ha lasciato una propria impronta su quella pellicola, sui miei occhi…nel mio cuore.

Mi sono emozionata alle parole di Brian, al racconto della patologia che da anni gli rende complicata la vita e, che per altrettanti anni, ha cercato di tenere nascosta, la fragilità del suo racconto, la voce strozzata dalle lacrime nel suo prendere coscienza che le cose non torneranno più facili come erano un tempo mi hanno lasciato un’immensa voglia di abbracciarlo e sussurrargli: ti amiamo anche così. Certo, questa è la voce della fan che è in me a parlare, ma vi avevo avvisato che si sarebbe fatta sentire durante questa lunga recensione.

Molto toccanti sono state anche le parole di Kevin, i suoi ricordi legati al luogo in cui è vissuto, il racconto della malattia del padre e della forza dimostrata dal perduto genitore hanno velato i miei occhi di lacrime. Vedere un uomo di oltre 40 anni scoppiare in lacrime nonostante i tanti anni passati è il chiaro sentore di come certe perdite, alla fine, restano dentro come profonde cicatrici che, in un niente, tornano a sanguinare.

Aj sfiora delicatamente gli anni della sua dipendenza mostrando, ancora una volta, tutta la sua gratitudine verso Kevin che, costringendolo alla disintossicazione, gli ha praticamente salvato la vita; apre uno spiraglio su quegli anni dolorosi e faticosi lasciando intravedere quanto possa essere complicato per un ragazzino poco più che ventenne gestire un carico emotivo di tale portata. Successo e soldi come se piovessero, fatica che ti distrugge le membra e la testa che inizia a viaggiare per sentieri tortuosi. Che fine avrebbe fatto se non fossero stati davvero quella grande famiglia che hanno dimostrato di essere? Non voglio saperlo.

Howie, sempre accompagnato dai ragazzi, fa ritorno alla casa di quando era piccolo, racconta di se bambino alle prese con dei conigli proliferi, della figura paterna e delle prime uscite con le ragazze insieme a Brian. Un momento di leggerezza che mi ha fatto sorridere non poco; racconta poco della sua vita, evita di menzionare i lutti dolorosi che l’hanno caratterizzata eppure dei 5, probabilmente, è stato quello che si è messo più a nudo di tutti: è stato uno dei primi ad essere reclutato da Lou Pearlament, il loro primo manager, per il progetto Backstreet Boys; era la voce portante del gruppo  al suo esordio [con la vecchia formazione] ma con l’arrivo di Brian ha dovuto cedere il posto di frontman e spostarsi in seconda fila, con lo sviluppo di Nick è stato poi eclissato del tutto. Dopo 20 anni, probabilmente per la prima volta, reclama il suo posto e, proprio dinanzi alla telecamera, racconta di aver chiesto ai ragazzi di avere più spazio all’interno del gruppo nell’incisione del nuovo album, dopo 20 anni passati nelle retrovie ha chiesto, sempre con il sorriso [almeno apparentemente] di sedere al tavolo dei grandi. Insomma, bravo Howie.

Ehmm devo commentare anche Nick? Davvero?
E’ da quando ho messo mano a questa recensione che sapevo che avrei avuto difficoltà nel farlo; non ho ben capito se la parte dedicata al suo racconto mi ha colpito o meno, ma probabilmente è legato alla mia visione che ho di lui. Sicuramente è stato quello che, anche se non si direbbe, ha avuto la vita peggiore, vivere senza una famiglia solida alle spalle ti rende fragile…essere una popstar mondiale con una famiglia che ti vede solo come un bancomat ambulante ti distrugge a livello mentale…e non solo. La sua fragilità e la sua instabilità emotive sono esplicitate in più scene del documentario, non credo ne esca proprio benissimo come personaggio agli occhi di chi osserva determinate scene senza gli strumenti giusti per interpretarle.

Esempio palese di questa mia osservazione è, appunto, il litigio tra Nick e Brian; non viene mostrato interamente, quindi si percepisce appena il motivo per cui tale discussione si accende [è ben chiaro che mai e poi mai va detto a Nick Carter di stare zitto, a meno che non lo si voglia ascoltare urlare le peggio cose per almeno un quarto d’ora].
La scena è questa: Nick urla come indemoniato, Brian lo distrugge con una sola frase, Kevin non sa se ridere, piangere o mettere le orecchie da asino a Nick e spedirlo dietro alla lavagna. Imperdibile.

Show’em what you made of è accompagnato dalla proiezione della performance acustica registrata a Londra il 26 Febbraio 2014 in occasione della premiere europea del film; commentare una loro performance live è banale e superfluo…ancora meno utile se tale performance a Febbraio l’ho vista dal vivo proprio al Dominion Theatre. Brividi ed emozioni, lacrime e nostalgia.

Ho scritto tanto, forse troppo, forse nessuno è arrivato fino a questo punto…eppure avrei potuto scrivere ancora, ancora e ancora.
118 minuti di film non sono sufficienti per raccontare una band come i Backstreet Boys, non sono i dischi venduti o i concerti sold out in giro per il mondo a sottolineare quanto ancora siano grandi nonostante, come ho letto in giro in questi giorni, abbiano meno capelli e un po’ di pancetta [Nick anche più di un po’].
La loro grandezza è data…semplicemente da loro.
Tutte le parole del mondo non basterebbero per descrivere quanto si possa essere orgogliosa di essere parte di questa folle famiglia, di quanto si possa essere orgogliosa di loro, di quanto si possa desiderare di essere ancora qui, tra vent’anni, a recensire la seconda parte di questo bellissimo film, di questa magnifica storia d’amore, chiamato Backstreet Boys.

You think you know, but you have no idea.