Pensieri Sparsi

Tutti amano giocare con le bamboline.


Era sempre stata diversa, sin da quando era poco più che una bambina; piccolina e delicata, aveva sempre amato osservare il mondo immaginando di vivere nel regno incantato che aveva creato nella sua testa. Non correva, non urlava, non poggiava i gomiti sul tavolo quando era ora di cena. Passava il tempo a leggere storie e reinventarle a modo suo, fissava il vuoto e si perdeva nell’intricato labirinto che pian piano stava prendendo forma nella sua mente.

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Non le era mai importato di essere uguale alle altre, aveva imparato ad essere diversa dal primo momento in cui l’avevano etichettata come tale, soffrendo in silenzio ogni volta che qualcuno l’allontanava cercando di sminuire il suo valore.
Aveva lasciato che il mondo le insegnasse che essere diversa non è poi così lontano dall’essere speciale.

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Nascondeva i suoi pensieri ribelli dietro a stupidi capricci, dietro quei modi da principessina fuori dal tempo; mascherava le sue insicurezze dietro una sciocca ingenuità, dietro quella ricerca della perfezione che pian piano l’aveva chiusa in una casa di bambola.

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Era diversa dalle altre.
La smania di essere desiderata da un ragazzo non l’aveva sfiorata fino a quando era stata travolta dalla prima cotta, quella che l’aveva confusa facendola sentire di colpo fragile e non così diversa: voleva qualcosa che non sapeva come avere. Non era abituata ad una sensazione del genere, non voleva cedere a quei meccanismi ridicoli in cui aveva visto pian piano inciampare tutte le sue amiche. Eppure, dopo tutte le attenzioni che proprio quel ragazzo le aveva dedicato nel tempo, non riusciva ad accettare la delusione di non aver imparato come essere la sua prima scelta, di non essere stata abbastanza bella, gentile, simpatica o femminile.
Non riusciva ad accettare semplicemente di non essere stata abbastanza.

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Le bamboline sono aggraziate e delicate, niente delusione sul loro volto.
Non saprei dire se avesse imposto a se stessa di essere forte o se, semplicemente, avesse indossato l’ennesima maschera. Nessuna lacrima sul suo viso, un triste sorriso e un atto di gentilezza.

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Le bamboline sono tenere e vanno sempre difese.
Non aveva bisogno di essere difesa da nessuno, ma aveva iniziato ad amare i cavalieri, seppur privi di cavallo bianco, che avevano iniziato ad attorniarla, a cullarsi di quelle attenzioni e di quei gesti che, giorno dopo giorno, la rinchiudevano in quella gabbia dorata in cui non aveva avuto la percezione di entrare. Era intoccabile. Nessuno avrebbe potuto farle del male, non lo avrebbero permesso. L’avrebbero difesa a tutti i costi.
Ma chi avrebbe difeso lei da loro?

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Le bamboline sono dolci e vanno coccolate.
Tutti quei gesti che lei vedeva come tenere attenzioni, altro non erano che vani tentativi di creare una connessione con lei, reti dorate gettate nella speranza che la favola che lei credeva di vivere avesse un finale tutt’altro che lieto. Avvoltoi pronti a cibarsi del suo povero cuore quando quello che lei credeva essere il suo per sempre avesse lasciata in una valle di lacrime.

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Le bamboline piangono, ma nessuno osserva davvero le loro lacrime.
Distrutta nella sua essenza più profonda, non era poi così diversa dalle altre eppure non riusciva a dimenticare come fosse sentirsi speciale. Nessuno le avrebbe più spezzato il cuore, lo aveva promesso a se stessa quando tra le lacrime aveva visto il suo volto allo specchio e non lo aveva più riconosciuto.
Nessuno l’avrebbe più resa fragile e vulnerabile.

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Aveva il viso di una bambolina, le movenze di una principessina, l’essenza di una strega.
Era inesorabilmente cambiato qualcosa dentro di lei, ma non avrebbe saputo spiegare cosa fosse; nel momento stesso in cui aveva smesso di essere triste per quello che non poteva avere, aveva iniziato ad avere tutto. Peccato che non le importasse più.

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La sua prima cotta era tornata a bussare alla sua porta, cercava la sua bambolina, voleva la sua principessina. Aveva avuto paura della donna che aveva trovato…e non era stato l’unico.
Per anni aveva camminato in bilico su quella linea sottile tra il senso di onnipotenza nel riuscire avere tutto ciò che si desidera senza dovergli correre dietro e la delusione dell’inconcludenza in cui costantemente finiva per inciampare.

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Non ci fosse uomo che desiderasse che non finisse per volerla, almeno per un po’.
Perché tutti vogliono una bambolina, per giocarci un pochino e poi riporla al proprio posto.

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Anche tu.

 

 

Pensieri Sparsi

Thirteen Reasons Why


Decidere di iniziare una nuova serie TV quando tutte quelle arretrate sono lì a puntare il dito contro di te ricordandoti l’impegno preso con loro ha un non so che di ribelle, un pò come avere la consapevolezza di avere del lavoro da finire e decidere di fregarsene altamente, prendere la macchina e passare del tempo al mare. La verità è che quel velo di triste malinconia che aleggiava intorno a Thirteen Reasons Why non avrebbe potuto in alcun modo lasciarmi indifferente, sopratutto in questo periodo della mia vita.
Non vi prometto che non ci saranno spoiler in questo mio pezzo, non sono brava ad arginare le mie parole, ne tanto meno ho alcuna intenzione di farlo, quindi se non lo avete visto ma avete voglia di farlo…beh potete sempre salvare il link del blog e ritornare quando parleremo la stessa lingua.

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Esattamente come Hannah Baker sento il bisogno di parlare, di raccontare, di dare voce a quello che ho dentro; non ho alcuna intenzione di suicidarmi, almeno su questo potete stare sereni. La verità è che, mentre tutti o quasi pensano che il suicidio sia la conseguenza di una sconfitta, la decisione di un vile che ha semplicemente smesso di lottare contro la vita, io continuo a vederci un atto di coraggio, sicuramente malato e/o non giustificabile, un atto disperato di chi, probabilmente troppo stanco di cosa continua ad offrirgli la vita, decide di affrontare la morte nella piena consapevolezza che per se stesso sarà dolorosa per un instante ma lascerà delle cicatrici profonde e sanguinanti nell’anima di chi, sopravvissuto a tale atto sconsiderato, dovrà fare fronte alla macabra realtà: potevo davvero fare qualcosa per evitarlo? Potevo io in qualche modo salvarla? sono stato io, anche solo in parte, artefice del suo destino?

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro all’anima.
Lo siamo stati da adolescenti quando cercavamo di farci accettare dagli altri, quando tutto quello di cui avevamo bisogno era un’amica che fosse leale, che ci sostenesse nel bene e nel male, che ridesse e piangesse con noi, che semplicemente ci fosse in quegli anni che credevamo fossero i più duri. Poveri illusi.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
O quanto meno lo siamo stati quando abbiamo dato fiducia al ragazzetto che ha preso il nostro cuore e lo ha calpestato come fosse carta straccia, quando le attenzioni di quel ragazzo provocavano le invidie delle altre e le loro parole cattive riecheggiavano nei corridoi e nelle strade, quando il nostro nome era conosciuto anche quando noi non conoscevamo nessuno di chi osava pronunciarlo raccontando cose che risuonavano nuove anche a noi stessi.tumblr_onyzj9ekhf1sflf2eo7_r1_400

Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Lo siamo stati a quella festa in cui tutti erano un pò ubriachi e/o fatti e noi non sapevamo cosa fare, quando ci siamo ritrovati di fronte alla scelta di essere accettati dal gruppo ed essere come loro o dare ascolto alla nostra coscienza e continuare ad essere un outsider, la ragazzina perfettina un pò noiosetta che al massimo beve Coca Cola e non tocca una sigaretta neanche a pagarla oro, quella tanto timida da sembrare algida, distaccata dal mondo, persa nelle sue fantasie.
Lo siamo stati quando abbiamo organizzato feste fighe a casa semplicemente per creare una giusta immagine di noi stesse, per farci notare dal ragazzetto che sembra guardare tutte tranne te, per sentire il nostro nome associato a complimenti ridondanti che a diciassette anni ti fanno sentire semplicemente grande.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Anche se non abbiamo più diciassette anni e non andiamo più al liceo; persi in quella solitudine paralizzante che ci rende fragili e vulnerabili, quel bisogno di essere capiti, di ricevere quella parola di conforto che sembra non arrivare mai. Siamo Hannah quando aspettiamo quel messaggio che non arriva, quando cerchiamo quell’amica che non ha più tempo per noi, quando il nostro mondo sembra crollare pezzo dopo pezzo e continuiamo a nasconderci dietro ad un finto sorriso, quando nessuno si rende conto della lotta che affrontiamo ogni giorno, delle ferite che ci lacerano l’anima, delle lacrime che rigano il nostro viso quando crediamo che nessuno ci stia guardando.

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Siamo Hannah quando mentiamo dicendo che va tutto bene, quando ascoltiamo i problemi degli altri senza assecondare il bisogno di urlare che ci dilania dall’interno; quando restiamo paralizzati cercando di ricordare quanto sia facile respirare, quando stringiamo le mani a pugno per smettere di farle tremare, quando mordiamo le labbra per bloccare le parole che temiamo possano uscire. Siamo Hannah quando teniamo insieme i pezzi di noi stesse con la colla e con lo scotch vivendo nella costante paura che le nostre crepe mostrino agli altri quanto siamo realmente danneggiate, quando ci perdiamo con lo sguardo fisso nel vuoto cercando di tenere il mondo fuori, o quanto meno di illuderci di poterlo fare, almeno per un pò, quanto basta per riuscire a far tornare il respiro regolare. Almeno per questa volta.tenor1

Siamo Hannah quando cerchiamo di apparire normali mentre affrontiamo le piccole battaglie di ogni giorno, quando ci nascondiamo dietro a grossi occhiali da sole nella speranza che non si noti quanto ci sentiamo perse nell’affrontare cose nuove, persone nuove, luoghi diversi da quelli familiari. Quando cerchiamo di essere easy nell’affrontare un nuovo lavoro, nuovi colleghi, nuove difficoltà ma in realtà la paura più grande resta quella di non piacere, di essere quella che parla troppo o troppo poco, quella che non sa stare al gioco o ci sta troppo facilmente. clay

Siamo Hannah quando ci sentiamo invisibili agli occhi del mondo, quando decidiamo di esserlo almeno per un poco, quando il nostro silenzio è pieno di parole che nessuno ha voglia di ascoltare, quando i pensieri fanno male e ogni battito del nostro cuore è una pugnalata in pieno petto. Quando siamo vivi fuori ma sempre più morti dentro!

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Siamo Hannah…sono Hannah.

Ogni giorno un poco in più, ma non mi basterebbero 7 musicassette per raccontarvi le ragioni per cui la vita proprio non ce la fa ad andare come vorrei, come in un mondo ideale dovrebbero andare, come semplicemente sarebbe giusto andasse. Almeno per un po’.13-reasons-why

Sono Hannah…eppure, in questo mondo dove ognuno di noi è sia vittima che carnefice, non posso negare di essere anche Justin, Jessica, Zach e Clay; e non potete farlo neanche voi. La verità è che nessuno sa cosa succede davvero nella vita di un altro e tu non saprai mai quanto i tuoi comportamenti incidono sulla vita degli altri. Chi di noi non ha mai mentito? Chi non ha mai ingigantito una storia semplicemente spinto da un desiderio di accettazione? Chi non ha alterato la realtà per salvare la propria di faccia senza pensare alle conseguenze? Chi non ha ceduto al richiamo dell’amore, al canto infame ed incantatore della gelosia, al dolce amaro sapore della vendetta? Chi non ha mai ignorato una richiesta d’aiuto perchè troppo preso dai propri pensieri, dai propri problemi, dalla propria vita?

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Chi di noi è davvero innocente? 

 

Pensieri Sparsi

Condividere oppure no?


Non più di qualche giorno fa, parlando con un’amica, mi è venuto spontaneo consigliarle di non donare troppo della sua vita privata al mondo social. Del perché io mi ostini ad elargire consigli non richiesti visto il casino che mi ritrovo in testa magari parleremo un’altra volta, il punto è che vedere le sue debolezze e le sue paure bellamente esposte alla mercé di tutti mi aveva spaventato. giphy8

La gente è cattiva.
La gente ti giudica.
La gente non capisce.
La gente non aspetta altro che ridere di te.
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Le ho suggerito di aprire un blog, uno spazio suo su cui riversare i propri pensieri e le proprie paure, un po’ come in parte, in fondo, faccio io stessa perché è vero che la gente è sempre gente ma la lettura di un blog è un qualcosa di più profondo; non sono i 140 caratteri di Twitter o la foto su Instagram, non è un link condiviso su Facebook o una citazione copiata qua e là. La lettura di un blog è una conoscenza più consapevole, più profonda ed interessata.
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La scrittura su un blog è la consapevolezza che la maggior parte delle persone che leggeranno le tue paranoie non ti conoscono se non attraverso le tue parole, non ti giudicano perché non sanno quasi nulla di te se non quello che hai scelto di raccontare, non ti compatiscono perché costretti da legami di sangue o di amicizia. Se quello che hai da dire non gli interessa semplicemente vanno oltre, se interagiscono con te è perché hanno provato empatia o forse le tue parole hanno toccato le corde giuste per essere realmente comprese.
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Eppure dietro al mio consiglio, in realtà, c’è un’altra verità, di quelle latenti nel proprio subconscio che solo di tanto in tanto tornano a galla per farsi percepire: la consapevolezza che, per quanto parlare con qualcuno possa essere essenziale, ci sono situazioni che neanche quattro chiacchiere con un’amica possono cambiare, figuratevi uno sfogo nel mondo virtuale.
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Siamo onesti: se vi raccontassi che inizia ad essere pesante essere sempre quella sola, quella che il +1 ha dimenticato da tempo ormai cosa sia, che inizio ad accorgermi del tempo che passa e la paura di restare sola con dei gatti ha preso residenza nella mia mente, che inizio a percepire me stessa come merce danneggiata, una bambola rotta che nessuno vuole più, che la vita è un’avventura ma non mi ricordo più come era viverla in due, farebbe comparire il mio principe azzurro dinanzi alla mia porta? Non credo proprio.
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Le paure vanno condivise.
Ma a volte no!
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30 Days Writing Challenge – 15


E anche questa settimana è arrivato il Lunedì [leggesi anche OdiaDì, come l’ho soprannominato da un bel pò ormai] ed è stato più strano e complicato del solito: nonostante il tenero risveglio grazie al solito amore di NC, oggi mi aspettava l’ennesima prova di questo periodo da superare. L’ennesima dimostrazione che a piccoli passi forse davvero si possa andare un pò più lontano.
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Una giornata intensa, non c’è che dire, fatta di piccoli tasselli che pian piano stanno andando al loro posto. Nel giro di poche ore mi sono trovata ad affermare Anche questa è fatta! E credetemi, in questo periodo, non è roba da poco.
tumblr_lp7ant9bxi1qacyb2o1_500Sciroccata, guarda che è mercoledì oggi!!!
In verità, ne sono consapevole; semplicemente volevo sottolineare quanto io ci avessi davvero provato a rispettare i tempi ma poi qualcosa deve essere andato storto. Adesso due sono le cose: o fingiamo che sia Lunedì [ma non ci penso proprio eh] o ci illudiamo di vivere in una parallelismo spazio temporale nel quale oggi è esattamente il giorno dopo il 14esimo e andiamo avanti.
In fin dei conti anche oggi la giornata è iniziata con il solito amore di NC, quindi, direi che si può fare.
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Giorno 15 – Descrivi la tua giornata punto per punto.
Davvero credete che possa interessare a qualcuno?
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La mia sveglia, dal lunedì al venerdì, suona alle 7:29 non un minuto prima nè uno dopo e la prima cosa che faccio, ancora con gli occhi semichiusi, è quella di afferrare il mio telefono per staccarla prima che Nick Carter inizi a cantare decretando ufficialmente l’inizio di una pessima giornata. Nonostante la consapevolezza di avere solo 30 minuti, 35 al massimo, per prepararmi ed uscire di casa, mi ostino puntualmente ad utilizzare almeno una decina di essi per la passeggiata social del mattino.
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Faccio ammenda chinando il capo ma, non importa a che ora io sia andata a letto la sera prima, difficilmente riesco a mettere piede fuori dal letto se prima non ho controllato: Twitter, Instagram, Facebook, Bkstg, i risultati delle sfide di Covet Fashion, come stiano vivendo nella mia città di Sim City; hai visto mai possa essere accaduto qualcosa di assolutamente sconvolgente ed imperdibile nelle ore che ho dedicato al sonno.
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Trovata la forza di abbandonare il letto [Piumone mio adorato, ti amo. Non mi dimenticherò di te.] e di affrontare una nuova giornata, prima ancora di capire di essere viva per davvero sento lo spasmodico bisogno di caffè; fosse possibile farei delle vere e proprie iniezioni endovena di caffeina [se solo gli aghi non mi terrorizzassero cpsì tanto] per abbandonare lo stato catatonico simlZombie con cui mi affaccio ad un nuovo giorno.
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Capirete anche voi che, a questo punto, il tempo che mi resta per lavarmi, vestirmi e smettere di essere uno zombie si riduce ad una decina di minuti, quindici al massimo; sconfiggere lo scorrere inesorabile delle lancette del mio orologio è il mio obiettivo quotidiano e, oh no, non ci pensate proprio: svegliarmi prima o smettere di perdere tempo sui social non è assolutamente contemplato.
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Recuperato il cibo per il pranzo, salutati gatto, madre e ovviamente nonna, che ogni mattina mi raccomanda alla Madonna che mi possa accompagnare nel mio cammino, dato il buongiorno al cane ed imprecato contro chi ha parcheggiato in modo da rendermi complicato uscire di casa con l’auto, inizia ufficialmente la mia giornata o, per meglio dire, circa quelle 11 ore quotidiane in cui una sola domanda riempie la mia mente: Perchè diavolo ho abbandonato il mio amato piumone questa mattina?
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Un’ora di macchina, quattro ore di lavoro, un’ora di pausa pranzo, quattro ore di lavoro, un’ora di macchina.
Telefonate, mails, documenti, attestati, faldoni, visite mediche, DPI, noia, finti sorrisi, distrazioni facili [Twitter e NC segneranno la mia fine prima o poi], odio, ancora noia, bisogno di scappare. Manca poco ormai.
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E’ circa alle 18:00 che ritorno a vivere. Una telefonata a farmi compagnia nel mio ritorno a casa, piacevole routine a cui non potrei più rinunciare, una voce amica per tornare alla vita lasciandomi alle spalle ansia e stress, pensieri cupi e frustrazioni, per tornare a ridere e pensare alla leggerezza della vita, per sentirmi meno sola, meno grande e meno noiosa/annoiata.
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La mia giornata punto per punto, davvero qualcuno ancora sta leggendo?
Oh bene, siamo arrivati all’entusiasmante momento del mio ritorno a casa. Yaaaaay. Al mio saluto ai nonni che da quando hai cambiato lavoro ci manchi a casa, il racconto delle rispettive giornate e dei miei progetti accanto alla stufa mentre il nonno mangia e la nonna si lamenta che oggi fa più freddo degli altri giorni, tutti i giorni.
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E’ in queste ore che durante la mia settimana si concentra, in fin dei conti, per davvero la mia vita: shopping fatto al volo, recupero di telefilm, organizzazioni varie ed eventuali, cazzeggio con l’iPad e/o con i miei fratelli, ingozzamento di patatine e/o caramelle, chiacchiere, lagne e tanta fantasia.
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E’ prima di tornare dal mio amato piumone che, fantasticando sull’arrivo del weekend, colleziono attimi di vita, mi lascio uccidere dalle ansie e pianifico come salvarmi dalla routine sperando di incontrare un uomo ricco ed affascinante che finalmente mi regali la vita da Paris Hilton che ho sempre meritato.
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Uhmm, c’è ancora qualcuno lì?
Se si, battete un colpo.
Pensieri Sparsi · Weird World ❤

Coincidenze? Non credo!


Il bello di aver creato una categoria apposita per raccogliere le stranezze della vita e di ciò che ti circonda è quello di ricordarsene nel momento in cui sussiste una di quelle situazioni che vi costringerebbe a creare una categoria apposita se non esistese già.
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Voi credete alle coincidenze?
Non sto parlando del vecchietto rimbambito che puntualmente vi ritrovate dinanzi alla vostra macchina quando siete in ritardo [esiste un girone dell’inferno apposta per loro, sappiatelo] o del computer che blocca il caricamento dell’ultimo allegato esattamente qualche minuto prima dell’orario di uscita da lavoro quando avete preso appuntamento con la parrucchiera [quella si chiama sfiga].
E’ un ragionamento a più ampio spettro il mio.
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Avete presente quelle cose che quando accadono ti fanno sorridere e affermare: Devo assolutamente scriverci un post su questa roba qua; con la piena consapevolezza che questa roba qua è posizionata sulla sottile linea di confine tra cazzata epocale che se tieni per te fai più bella figura e pura follia.
Se la cosa non vi spaventa neanche un poco, benvenuti nel posto giusto, miei cari folli e temerari lettori.
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Stando ai miei contatti Facebook la prima gioia del 2017 è stata regalata all’universo femminile dalla Vodafone. Il caro Bruce e la sua fibra avevano abbondandemente scartavetrato i…ehmm distrutto le palline di Natale, motivo per cui la visione celestiale di Patrick Dempsey alla fine del nuovo spot della compagnia telefonica ha rallegrato occhi e ovaia delle donne, e non solo.
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Tralasciando il fatto che il Dottor Stranamore sia assolutamente uno gnocco pazzesco come lo giri e come lo metti e, probabilmente, l’idea di farlo solo sorridere con aria da piacione mentre abbraccia un gatto, invece di cantare come un demente jingle demenziali stile You give me Fibra, è dettata dalla volontà di farti dimenticare completamente cosa abbia pubblicizzato tutta la manfrina trasmessa prima della sua comparsa sullo schermo; dobbiamo andare un pò più indietro nel tempo per dare un senso a questo delirio.
Tu sei sicura che un senso ce l’abbia, si?
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Vi starete chiedendo che connessione sussiste tra le concidenze e Patrick Dempsey. [E se non lo state facendo siete dei lettori poco attenti, eh.]

Apparentemente nessuna, nel mio mondo, ovviamente, è tutta un’altra storia.
Partiamo dal principio: faccio parte di quella categoria di persona che quando vede un’immagine di Patrick Dempsey ha una sola associazione mentale plausibile: Derek Shepherd, il suo amore per quella pera cotta di Meredith, il post-it attaccato alla parete del letto, la sua stupida morte. [ormai lo sa anche il mio gatto che Derek è morto, quindi non è spolier.].

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Se mai dovessi rinascere attrice, mi è ben chiaro uno degli assiomi fondamentali del mestiere: mai far arrabbiare la sceneggiatrice perchè postresti ritrovarta non solo morta, che sarebbe il minimo, ma morta in un modo talemente stupido da non essere neanche triste e/o drammatico. Sappiamo tutti che il povero Derek è morto in modo talmente stupido che la sua stupidità è stata superata soltanto una volta nella storia dei telefilm con la morte del padre di Dawson e il gelato.
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Sono proprio queste morti stupide, e la loro connessione con lo stare alla guida di un’autovettura, il punto di partenza del mio post; da quando ho cambiato lavoro, con l’esigenza di trascorrere fin troppo tempo in auto per raggiungere l’ufficio, ho preso l’abitudine di ottimizzare i tempi e utilizzare il percorso lavoro/casa per stare a telefono con un’amica.
Scendo dall’ufficio e metto su gli auricolari per staccare totalmente con tutto quello che lascio alle mie spalle: un’abitudine a cui, ad oggi, non sarei più in grado di rinunciare.
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Ed è proprio lungo questo tragitto che, causa problemi di ricezione della mia linea Vodafone, che tra un Mi senti? e un Oddio, l’ho persa! che è nato il Tratto Derek. Cosa c’entra Derek? State leggendo il blog di una psicopatica vi siete mai chiesti perchè? Appunto.
Il Tratto Derek nasce dalla mia paranoia di ritrovarmi in auto senza linea telefonica, senza il mio fidato Siri che mi fa da assistente, e fare la fine del caro buon comunicazioniche, finito in un buco nero delle comunicazioni, si ritrova schiacciato da un tir proprio nel momento in cui il telefono riprende a squillare.
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E’ una cosa che mi ansia talmente tanto che, ogni qualvolta mi ritrovo in quel tratto di strada ed inizio a sentire la mia amica dall’altro lato del telefono parlare a singhizzi, inizio ad invocare la mia Meredith.
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Tratto Derek. Tratto Derek.

Una sorta di Mayday moderno per indicare che la Vodafone sta tradendo la mia fiducia.

E’ un anno buono che va avanti questa manfrina e che Derek Shepherd è diventato il mio personale testimonial della Vodafone. Adesso lo capite il sorriso nato sul mio viso quando, tra tutto quel rosso che caratterizza tale compagnia telefonica, è comparso il viso di Patrick Dempsey?
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Caro, Patrick, sono ancora in attesa della mia percentuale sul tuo compenso.

In fondo, è un pò anche merito mio se passi le giornate ad accarezzare gattini adesso.

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E voi credete alle coincidenze?
Mondo Tag · Pensieri Sparsi

30 Days Writing Challenge – 2


BuongiorNO!
Per educazione mi tocca iniziare questo post augurandovi Buongiorno, ma non solo oggi è Lunedì, ed il che già la dice lunga sul mio stato emotivo, a quanto pare sembra che oggi sia l’ormai famoso lunedi più triste dell’intero anno, noto a tutti come Blue Monday: insomma Buongiorno un cazehmm, smetti di essere scurrile e maleducataBuong….non ci riesco ehwhatsapp-image-2017-01-16-at-15-32-29Heeeeey, eccovi nuovamente in questo favoloso spazio gestito da un bellissimo unicorno, pronti a rispondere al quesito del secondo giorno di questa sfida di scrittura.
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Giorno 2: Scrivi qualcosa che qualcuno ti ha detto su te stessa che non hai mai dimenticato.
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Letto il tema del giorno, mi sono ritrovata dinanzi ad un bivio: una risposta leggera e scanzonata o una risposta più introspettiva?
La prima scelta risulterebbe, senza ombra di dubbio, più facile, basterebbe citare qualche complimento lusinghiero ricevuto da un corteggiatore insistente, qualche commento positivo di un vecchio professore, un tenero ringraziamento di un’amica o un dolce messaggio ricevuto dalla mamma. Troppo facile.

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Nel mio caso poi potrei citare quella volta quando, probabilmente abbagliato dal grosso fiocco del mio fantastico cerchietto alla Blair Waldorf, Kevin dei Backstreet Boys, guardandomi negli occhi, mi ha sussurrato: You’re adorable in un modo così profondo e intenso da rendermi, quasi per magia, la persona più adorabile del pianeta per mesi.

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La verità, però, è che le cose che le cose che difficilmente dimentichiamo spesso sono quelle che ci fanno male; sono quelle che toccano corde sensibili della nostra anima facendole vibrare mentre una triste litania riempie la nostra mente. Sono quelle che ti porti dentro, nonostante gli anni che passano, nonostante la vita ti abbia più volte dimostrato che, per l’appunto, si trattava solo di stupide parole.

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Non avrei saputo scegliere un solo ricordo, in fin dei conti nessuno ha specificato che avrei dovuto essere sintetica nel rispondere ai vari punti; filtrando tutte le situazioni che si sono affollate nella mia mente ho scelto 3 circostanze totalmente diverse tra loro, 3 età totalmente diverse tra loro, 3 tipologie di me stessa totalmente diverse tra loro.
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• Ero decisamente troppo piccola per ricordare questo episodio, ma sin da quando ho memoria è uno di quei ricordi che riecheggia nella mia mente. Una piccola premessa è doverosa [potrei autodefinirmi la Signora delle Premesse], non avevo ancora compiuto un anno di vita che già ero costretta a portare gli occhiali; ai giorni nostri è, purtroppo, normale vedere un bambino indossarli ben diversa era la situazione 30 anni fa ormai.
Ero in spiaggia con mia madre, per fatti nostri oserei aggiungere come se fosse necessario, ma si sa alla gente piace parlare a vanvera ed è così che una signora a qualche ombrellone di distanza, indicandomi sfacciatamente con il dito, aveva ritenuto logico e corretto usarmi a modello di confronto per la figlia riluttante ad assumere cibo.
“Mangia o diventi come quella bambina lì!”
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Quelle parole le ho ascoltate e riascoltate nei ricordi di mia madre, nella sua rabbia nel aver avuto la forza di rispondere a quella mentecatta e nel dolore di vedere che il mondo avrebbe guardato la sua bambina come qualcosa di diverso.
30 anni ed un’operazione dopo, non mi è ancora passato il desiderio di scoprire come è diventata quella bambina che non voleva mangiare.
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• Avevo 16 anni, poco meno o poco più, ed ero stata mollata da poco da quello che poteva essere definito come il mio primo fidanzatino; ad essere onesta non ricordo molto bene come fosse andata la cosa: dopo mesi di corteggiamento avevo ceduto alle lusinghe di questo ragazzetto ma dopo neanche 30 giorni avevamo capito che come amici funzionavamo alla grande ma come coppia facevamo leggermente pena. Non ricordo di aver sofferto per tale separazione, se non la giusta finzione da teen drama necessaria a dare enfasi al momento e non mostrarmi diversa dalle mie ben più navigate amiche. Eppure, anche in questo caso, c’è chi ritiene di saperne più di te e sente il bisogno di fartelo sapere.
Era un sabato sera quando, mentre chiacchieravo per cavoli miei con le mie amiche, che mi si avvicina un nostro amico [che definizione estremamente errata per una persona così spregevole], il sorriso sul viso era quello di chi aveva qualcosa di succulento da raccontare. La cosa triste è che per lui era davvero così.
Ho visto il tuo ex, era con un’altra. Sicuramente la nuova fidanzata! Beh devo dire che lo capisco, alla vostra età [n.b.: lui aveva qualche anno in più] anche io se dovessi scegliere tra la bellezza e i soldi, sceglierei la bellezza.”
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Premesso che non sapevo di essere milionaria, ma con una sola frase quello che oggi mi sento di definire solo come un emerito imbecille mi aveva fatto crollare il mondo addosso facendomi sentire inadeguata e sbagliata, addossandomi colpe che non avevo e dandomi della cessa senza troppi giri di parole. O forse si.
Inutile raccontare di come, non molti anni dopo, il povero sfigato con la ragazza con i soldi [se mi dicesse dove sono gliene sarei grata] e poca bellezza ci sarebbe uscito e di come, con estrema classe e ancor più soddisfazione, la ragazza poco bella lo ha mandato a spigolare.
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Ero prossima alla laurea, probabilmente era proprio la mia ultima correzione con quel professore che mi aveva fatto penare per due anni; stavamo lavorando alla presentazione Power Point che avrei esposto durante la discussione, modificandone per l’ennesima volta colori e spessori, quando nel silenzio dello studio era risuonata la sua domanda:
“Ti hanno mai detto che sei brava?”
Non capivo il senso della domanda posta in quel particolare momento e probabilmente l’espressione del mio viso malcelava i miei pensieri perchè, senza attendere alcuna replica, il Prof. aveva continuato dicendo:
“Non so se ti abbiamo mai detto: sei stata brava. Non so se i tuoi genitori lo abbiano mai fatto, ma ho la sensazione che tu stessa non lo abbia mai fatto. Non ti sei mai detta: sono stata brava. Sei troppo rigida con te stessa, il peggior giudice ti potesse mai capitare.”

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So di aver detto che avrei citato solo tre momenti, ma mettendo nero su bianco queste mie parole mi è venuto in mente che non avrei mai potuto non citare le parole dell’uomo norvegese incontrato sul treno:
“Non devi aver paura di perdere nella vita, ogni volta che perdi qualcosa, in realtà, impari molto altro; impari che resti in piedi, nonostante tutto; impari che sei, comunque, più forte tutto. Le prime volte ci stai male, ma poi impari che alla fine tutto passa, che tu riesci a far passare tutto. Ci vuole tempo. Perdere aiuta a costruire la tua personalità, non farti spaventare dalle cose che non vanno come vorresti. Non aver paura di desiderare qualcosa, sai che, prima o poi, sei talmente testarda da ottenerlo.”
[Se vi va di leggere di questo lo trovate qui]
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Passano gli anni, ma le parole restano impriggionate nella mente; costanti promemoria di come possiamo apparire agli occhi della gente, di come sia facile perdersi in quegli stupidi giudizi, di come spesso, chi meno avremmo creduto, ha saputo guardare oltre quello che abbiamo mostrato.
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Anche oggi sono stata logorroica, me ne scuso.
Ma anche no.
 
 
 
 
 
 
 
 
Pensieri Sparsi

Se tolgo gli occhiali, il mondo scopre che sono SuperGirl!


Una delle prime cose che ho letto stamattina mentre bevevo il caffè è stato il messaggio di un’amica che,  commentando l’ultima puntata di Supergirl e mi ha scritto:

 “Per fortuna la tua operazione di sabato non ti permetterà di eliminare gli occhiali, altrimenti tutti avrebbero scoperto la tua identità segreta.”

Un semplice messaggio ironico per commentare lo sciocco escamotage usato dalla bella aliena, e ancor prima dal suo più famoso cugino, per nascondere la propria identità di supereroina, eppure da quando ho letto queste parole non riesco a fare a meno di pensarci…e sorridere.

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Avevo poco più di un anno quando i miei genitori hanno scoperto che il motivo per cui strizzavo di continuo gli occhi era legato ad un problema di vista e che, da quel momento, avrei dovuto indossare gli occhiali. Che sarà mai, direte voi; ed è difficile anche per me darvi torto adesso, ben diverso è stato per me circa 30 anni fa e per tutto il periodo della mia infanzia quando mia madre per prima è stata costretta a subire l’ignoranza della gente che, guardandomi, osservava solo una bambina difettosa. Frasi dal peso di “Mangia, bella di mamma, o diventi come quella bimba lì”, difficilmente abbandonano la memoria di chi si è trovato ad ascoltarle senza trovare il coraggio di ribattere alcunché, difficilmente sbiadiscono dai ricordi di chi quel racconto lo ha ascoltato, forse, troppe volte per restarne indifferente.

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E’ da quando che ho memoria che ho dovuto osservare il mondo da un paio di lenti indossando montature che si sposassero alla bene e meglio con il visino smagrito di una bambina con troppi capelli; costretta dal mio occhio pigro [certo, riesco a cogliere l’ironia della cosa persino io] ad andare a scuola con una benda sul viso, manco fossi la figlia di Capitano Uncino, e sentirmi diversa dagli altri bambini perché io, a differenza loro, di occhi ne avevo quattro, o a volte soltanto uno, maledetta benda…o maledetti bambini?

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Crescere nella speranza che prima o poi sarei stata come gli altri è stata, forse, la sensazione più fastidiosa che mi sono portata dietro negli anni; attendere invano quel momento è stato il mio tormento più grande ed è per questo che il messaggio ricevuto stamattina non può che farmi sorridere ripensando alla visione che ho sempre avuto di me stessa a causa degli occhiali, mi sarei sentita meno difettosa se mi avessero raccontato che quelle lenti che ero costretta a tenere sul naso servivano a nascondere al mondo i miei superpoteri.

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Ho iniziato a scrivere il post sperando di mettere nero su bianco le mie ansie per l’intervento di sabato, la mia delusione del non riuscire a guarire del tutto, la mia gioia nel riuscire comunque a migliorare la vista del mio occhio stupido e difettoso…eppure le parole non ne vogliono sapere di uscire.  

A quanto pare il mondo non è pronto a scoprire che sono una Supereroina.
Grazie, amica, per avermelo ricordato.