Pensieri Sparsi · Recensiti per Voi ♥

Recensione: mascara Moodstruck 3D fiber Lashes+ Younique


Lo so, sono tremendamente incostante in questo periodo ma credetemi ogni giorno torno a casa, prendo l’iPad e mi ripeto: è il momento giusto per scrivere…solo che poi succedono cose, la mia attenzione è così labile e poof è già sera e finisco a rimandare al giorno successivo.
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È passato circa un mese da quando avrei dovuto scrivere questa recensione ma non me ne dispiaccio in realtà: tutto questo tempo, che sembra io abbia perso, mi è stato utile per meglio conoscere il prodotto di cui oggi vi voglio parlare.
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Decidere di collaborare con una ciompetta come me e lasciarle testare un proprio prodotto di make-up è sicuramente sinonimo di grande fiducia nel prodotto stesso che si sta proponendo perché, diciamocelo, è stato un gesto assolutamente coraggioso; soprattutto se, come in questo caso, parliamo di uno dei prodotti di make-up che maggiormente io detesto: il mascara.
Sia chiaro, nessuno scovolino ha mai usato violenza sulla sottoscritta ma la natura delicata stessa dei miei occhi ha fatto si che negli anni io generassi una vera e propria ostilità verso questa tipologia di prodotto; insomma rientro nella categoria di ragazze che mai senza rossetto ma il mascara potrebbe tranquillamente dimenticare di metterlo [nonostante sia consapevole di quanto sia importante per il risultato finale eh].
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Ma procediamo con ordine, o facciamo solo confusione.
È stato grazie alla collaborazione con Alessandra, una rivenditrice Younique, che ho avuto la possibilità di provare il mascara Moodstruck 3D fiber Lashes+.
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Younique è un brand di make-up relativamente giovane, fondato nel 2012 nello Utah è approdato da pochi mesi in Italia; utilizza un sistema di vendita basato essenzialmente sui social network, in particolar modo attraverso le pagine Facebook delle proprie consulenti, associato a metodi tradizionali come riunioni e “party face to face“.
Non conoscevo molto di questo brand prima di aver modo di provare questo mascara, motivo per cui ho deciso nell’attesa di ricevere il prodotto di fare un giro sul sito per conoscere la gamma di prodotti offerti; il fatto che abbia voluto ordinarne almeno la metà posso scriverlo tranquillamente vero?
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Insomma in tempi brevissimi e in una confezione che non posso che definire fighissima è arrivato a casa il mio nuovo mascara preferito. Lo so, mi sono bruciata tutta la suspense della recensione ma dovete credermi è stato amore a prima vista [o a primo utilizzo].
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Dal momento dell’ordine alla ricezione del prodotto sono passati giusto un paio di giorni, il mascara è arrivato tramite corriere perfettamente imballato e sopratutto in un package veramente fighissimo, aperto il quale ho trovato un sacchettino in stoffa in cui erano bellamente alloggiati i due componenti del mascara.
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Non nascondo la mia perplessità nello scoprire che avrei dovuto utilizzare due prodotti, pigra come sono; mi è bastato un veloce sguardo alla confezione per capire il metodo di applicazione:
– prima si applica l’ UpLift EyeSerum, che, oltre ai aiutare a rinforzare le ciglia naturali, crea la base perfetta per l’applicazione delle fibbre;
– poi si applicano le fibre, che unendosi al siero donano una maggiore definizione dello spessore delle ciglia naturali;
– infine, si applica nuovamente l’ UpLift EyeSerum per ottenere il fissaggio delle fibre stesse.
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Il mio primo pensiero, dopo aver letto le istruzioni. è stato: sai quanto mi appesantirà la palpebra sta roba?
Non ero scettica, di più…e mi sono dovuta ricredere.
Ora, se fossi una vera fashion blogger vi posterei foto fighe e/o tutorial per un’applicazione perfetta del prodotto, ma sono una ciompettina e quindi al massimo delle mie capacità vi mostro come sia stato facile anche per me applicare il prodotto ed ottenere un buon risultato.
L’effetto che si ottiene secondo me è davvero notevole e l’estrema leggerezza del prodotto è sicuramente uno dei punti di forza del mascara. Non nascondo che, nell’applicazione delle fibre bisogna sicuramente spendere un pò di attenzione in più per non ritrovarsele spolverate sulle guance [direi che non sarebbe per nulla carina come cosa eh].
Per quanto riguarda la durata posso affermare senza mentire di ritenermi soddisfatta, l’ho testato in svariate situazioni: giornata lavorativa [in ufficio ed in cantiere], giornata di vacanza sotto il cocente sole di Las Vegas, concerto con inondazione di lacrime annessa, viaggio in aereo di 13 ore…e i risultati sono stati impeccabili.

Per avere maggiori informazioni su questo prodotto e per conoscerne molti altri, vi consiglio di fare un giro su Instagram spulciando l’hashtag#YouniquebyAleGuzzetti

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Acquistare i prodotti della linea Younique è semplicissimo, basta semplicemente cliccare sullo shop on line di Alessandra e sbizzarrirvi con gli ordini:

https://www.youniqueproducts.com/AleGuzzetti

Infine, se siete interessate ad entrare a far parte dl mondo Younique e diventare anche voi delle rivenditrici non ci sono delle info specifiche anche per voi, infatti, l’azienda offre la possibilità di entrare a far parte della propri famiglia in due semplici modi:

– aprendo un party on line: acquistando verranno dati punti riunione e in base a questi punti si accumulano y-cash e prodotti a metà prezzo
– acquistando il kit in promo x le nuove consulenti a 107 euro, invece che a 416 euro. [i n questo modo, oltre ai punti che consentono l’accumulo di y-cash, si ottiene un guadagno sulle provvigioni.

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Allora, cosa ci fate ancora li?
Cosa aspettate a fare il vostro ordine?

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

❣ Anywhere for you ❣


I’d go anywhere for you, anywhere you asked me to.
I’d do anything for you, anything you want me to.

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Chiudo gli occhi e nella mia mente continuano a risuonare dolcemente le note di questa canzone che ha sempre avuto il sapore di una promessa per me; una promessa che, ormai, direi di aver onorato per davvero.

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Mi piacerebbe raccontarvi di come questa volta io abbia deciso senza esitazione di essere felice, di come in maniera impulsiva e del tutto irrazionale io abbia ignorato le mie ansie e abbia fregato la mia razionalità prenotando senza battere ciglio questo viaggio ai limiti della follia; ma volete ascoltare la mia storia o quella di qualcun altro?

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Ogni viaggio ha inizio nel momento in cui si decide di intraprenderlo, nel preciso istante in cui, arrendendosi al volere dei propri desideri, si prende coscienza dell’inevitabilità di assecondare quella decisione che in cuor nostro avevamo già preso da tempo. Nel mio caso, in realtà, pare abbia  inizio nell’esatto momento in cui tutti sembrano aver capito ancor prima di me che prenoterò quel volo, che comprerò quei biglietti…che ancora una volta volerò da lui… loro.

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Era fine settembre quando, dopo una settimana di telefonate e masturbazioni mentali, mi sono decisa ad assecondare quel desiderio che aveva iniziato a bruciarmi dentro.
The only limit is the sky…e le mie ansie che avevo deciso di raggirare con il solito meccanismo di difesa “intanto prendo i biglietti, poi decido davvero cosa fare!”. Bugiarda!?! Non avrei rinunciato per niente al mondo a questo viaggio, ma ancora non lo sapevo.

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Come se avessi avuto bisogno di una conferma per quanto appena affermato, in una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, è arrivata una mail che sembrava urlarmi di essere felice.

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Io che non ho mai vinto il premio che volevo neanche quando da bimba pescavo i cigni al luna park, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi dalla felicità esattamente come ad una bambina a cui hanno regalato il biglietto per la fabbrica di cioccolato: il pass per la felicità.


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Organizzare un viaggio dall’altra parte del mondo mentre si è intenti a capire che direzione stia prendendo la propria vita non è una delle cose più semplici da fare al mondo, ve lo assicuro. Chi segue questo blog da un poco ben conosce il mood che ha accompagnato i miei giorni negli ultimi mesi, tutte le ansie che mi hanno rubato il sonno di notte e bloccato il respiro di giorno, quel senso di vuoto che pian piano si stava impossessando della mia essenza più nascosta. Prenotare alberghi, studiare percorsi, ricordarsi di effettuare tutte quelle noiose cose burocratiche mentre con la colla e con lo scotch si cerca di non far andare a pezzi la propria vita e la propria sanità mentale dovrebbe essere inserito come disciplina olimpica. Eppure ce l’ho fatta.

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Ero terrorizzata.
I giorni prima della partenza credo l’unica vera sensazione che riuscissi a provare fosse terrore, di tanto in tanto l’eccitazione veniva a bussare alla mia porta ma trovava la mia testa sin troppo piena per riuscire a soggiornare al suo interno.
Le mie ansie mi ansiavano.
Avevo aspettative troppo alte per questo viaggio e la paura di restare delusa stava pian piano schiacciando tutto il mio entusiasmo; credo di essermi maledetta in aramaico un giorno si e l’altro pure man mano che si avvicinava la data della partenza; un tira e molla emotivo che si è protratto fino al momento di sistemare tutti gli outfits, che avevo meticolosamente scelto appositamente per l’occasione, nel mio trolley fuxia.

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Credo che sia stato solo quando tutto aveva trovato il giusto posto per la partenza che ho iniziato a realizzare che:

– sarei partita per la California e avrei visitato Los Angeles;

– sarei stata a Las Vegas;

– lo avrei abbracciato di nuovo;

– non c’era posto per ansie e paranoie nel mio bagaglio, bisognava lasciarle a casa.

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13 ore di aereo e varie turbolenze dopo, io e le mie amiche abbiamo messo finalmente piede sul suolo californiano…e riabbracciato le nostre valigie.
Non era la mia prima volta in America, eppure, ogni volta, ho un sussulto al cuore; ogni volta è la realizzazione di un piccolo sogno.
Tra stanchezza e intontimento da jet-lag, ha avuto davvero inizio il nostro viaggio ed io avrei dovuto capire sin dai controlli per l’immigrazione quanto questo viaggio sarebbe stato ai limiti del delirio.

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Banale e scontata, la nostra prima tappa è stata la Walk of Fame.
Non avrei mai immaginato il senso di orgoglio che ha attraversato la mia anima fissando quella stella lercia sul marciapiede della strada più famosa di Hollywood; come se un pezzettino di quell’astro rosa fosse, in un qualche modo, anche una cosa mia, mi sono ritrovata a sorridere felice mentre, contrariamente a tutte le mie ansie da germi vari ed eventuali, mi sono ritrovata con il sedere per terra a cercare la posa perfetta per immortalare il momento.

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Girare in un solo giorno una città immensa come Los Angeles equivale un pò a trotterellare per la città inseguendo le orme del Bian Coniglio di Alice rincorrendo le lancette dell’orologio nella speranza di non sprecare neanche un solo istante del tempo a propria disposizione; significa scontrarsi con la realtà di Uber e dei suoi punti di incontro confusionari che ti costringono ad attraversare venti volte lo stesso incrocio cercando di capire quale macchina sia giunta a recuperarti; significa dimenticarsi della tabella di marcia per fare un vero e proprio shooting fotografico a Beverly Hills.
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Significa girare su un pullman turistico frustrate dal vento e letteralmente bruciate dal sole; restare incantate dall’atmosfera che si respira sul Bubba Gump, fare un giro sulle montagne russe urlando all’oceano facendosi bloccare la carta prepagata, mangiare da Bubba Gump e bere una Coronarita Tropical aiutando la birra a scendere piu velocemente  per la troppa fretta mista al terrore di perdere la coincidenze per Las Vegas.

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Ritrovarsi immischiata in un viaggio del genere significa viaggiare di notte, sfruttando lo spostamento in bus per dormire almeno un pochino consapevoli di aver solo assaggiato la vera frenesia dei giorni che verranno; ritrovarsi in mezzo al nulla ad attendere l’ennesimo Uber della giornata, attraversare la Strip di Las Vegas alle 4 di mattina senza avere la benché minima percezione di che giorno sia e del perché si stia al mondo.

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Mi state accompagnando mano nella mano attraverso il mio viaggio, sbirciando nel delirio del susseguirsi di quelle ore che continuavano a rincorrersi veloci, troppo veloci, portandomi inesorabilmente al vero motivo di questa folle trasferta concedendomi, seppure in maniera fugace, di riuscire a dedicarmi allo shopping.
Perché un ricordino a casa non te lo vuoi portare?

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Riguardo le fotografie scattate in questi giorni e mi domando stupita quante ore avessero le giornate che ho vissuto ma soprattutto quanto sia stata io brava a gestire le mie ansie.
Se li incontriamo alle 5, posso andare in panico dalle 3. Giusto?
Credo sia stato per questo compromesso, e per la complicità degli oltre 40 gradi di Las Vegas, che sono riuscita a concedermi anche un tuffo in piscina prima di iniziare ad avvertire il panico incasinarmi testa e stomaco.

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Prima di continuare il racconto, che da questo punto in poi, con elevata probabilità, assumerà magicamente le sembianze di un post scritto da una quindicenne in piena crisi ormonale, è importante specificare una cosa: non importa quante volte tu abbia incontrato il tuo sogno, ogni volta sarà come la prima volta. 

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Se ci pensate solo un istante vi rendere conto voi stessi che non avrebbe senso nulla se così non fosse; se tutto divenisse semplice e privo di magia che senso mai avrebbe prendere un aereo e arrivare dall’altra parte del mondo solo per poterlo riabbracciare. Magari se la smettessi di parlare al singolare potrebbe essere una cosa carina, neh.

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La verità più assoluta è che, per quanto tu sia ben consapevole di potercela fare a non smettere di respirare di fronte a loro, ogni volta è una sfida contro te stessa. C’è un momento, l’istante esatto prima che tutto abbia inizio, che il cuore perde realmente un battito come nelle peggiori fan fiction; un solo istante in cui anche solo respirare sembra essere uno sforzo fuori dalla propria portata. È una frazione di secondo in cui il sorriso sul proprio viso si trasforma quasi in una smorfia di dolore, lo stomaco si contrae come accade prima di vomitare e le gambe iniziano a diventare un pochino più deboli.
Un solo infinitesimale attimo prima di perdersi in quegli abbracci che significano vita.

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Ci sono abbracci in cui semplicemente ti senti a casa, quelli in cui riesci a percepire, anche solo per un istante, il battito del suo cuore e inizi a temere che lui possa riuscire a sentire il tuo che sta battendo così forte da fare male. Sorridi. Non devi neanche pensare di farlo perché non riesci a fare diversamente, ti stringi tra quelle braccia che quasi ti tolgono il respiro e finisce che te ne freghi dei soldi spesi per quella maledetta foto, delle settimana passate a configurare la posa perfetta, l’outfit perfetto, le parole perfette. Sei li, schiacciata tra le sue braccia che bloccano le tue e ti costringono ad una posizione pessima, ma va tutto bene perché il mondo potrebbe anche finire in quel preciso istante, tu saresti felicemente a casa.

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È una sensazione strana quella che si prova ogni volta: ti aspetti di incontrare un sogno e finisci per avere la sensazione di riabbracciare dei vecchi amici.  Ti ritrovi a ringraziare per un complimento ai tuoi capelli che in realtà da mesi vorresti rasare perché di andare come vorresti tu proprio non ne vogliono sapere; a chiedere ancora un altro bacio perché quelli, è risaputo, non sono mai abbastanza e a  pensare come sia possibile che il suo viso sia così perfetto da sembrare che abbia un filtro beautyPlus applicato costantemente addosso. Voglio conoscere il trucco, maledetto.

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Finisci a brindare con lo chardonnay e fare photo booth idioti con le tue amiche di sempre, a nascondere una corsa per arrivare alla transenna, a gioire per un saluto rubato mentre sei intenta a commentare l’immensità del suo fondoschiena, ad analizzare ogni singola espressione di quell’ometto biondo che ha rubato il tuo cuore e incasinato la tua testa da troppo tempo ormai.

Canti felice quelle canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla tua vita stretta in una morsa di amore che solo chi condivide la tua stessa passione può realmente comprendere; ti lasci trasportare in una dimensione parallela in cui tutto può succedere, fatta di fugaci momenti che comporranno un favoloso puzzle quando tutto quello vissuto diverrà solo un ricordo.

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Rincorro frenetica le emozioni mentre le parole prendono vita sotto le mie dita, forse sto scrivendo troppo perdendomi in dettagli che non interessano a nessuno ma poco importa: ho bisogno di mettere nero su bianco ogni istante di questo fantastico viaggio e, in un certo qual modo, ringraziare persone e luoghi che lo hanno reso tale.

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Come potrei non parlarvi della dolcezza infinita di Kristin? Del sorriso sbocciato sul suo viso quando ha sentito del nostro lungo viaggio, della tenerezza del suo salutarci con baci ed abbracci e dell’assurdità del momento in cui lei ha definito noi delle fighe.

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Tutto molto bello ma It’s fabulous Vegas, baby.
E sicuramente non era ancora arrivato per noi il tempo per fermarsi, non ancora. Dopo il concerto, nonostante fossimo sveglie da ore infinite ormai, bisognava assolutamente correre al party sul tetto sotto la Torre Eiffel…ma si sa no Nick, No sense and so No party e ben presto il richiamo del cibo ha avuto la meglio sul nostro spirito festaiolo facendoci ritrovare stanche e felici a rimpinzarci di hamburger e patatine alle tre del mattino.

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E’ così strano per me ritrovarmi adesso a fare un resoconto cronologico di quanto vissuto, in viaggi del genere, quando le ore di sonno sono sempre troppo poche per essere prese in considerazione, finisco sempre per avere la sensazione di aver vissuto un unico giorno lunghissimo. Che non avvertissi la stanchezza o il sole cocente che mi aveva cotta a puntino rendendomi una piccola aragostina sarebbe una grandissima bugia eppure l’adrenalina che scorreva nelle mie vene era tale da impedirmi di fermarmi., seppure sempre in ritardo sulla tabella di marcia.
Nuovo giorno, nuova corsa, nuove avventure…sarete mica già stanchi di leggere?

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Il nostro ultimo giorno a Las Vegas è trascorso di corsa, come tutto il viaggio del resto, tra foto buffe e boomerang, pesantissimo cibo americano per dare inizio all’operazione bella ciaciona, giri in alberghi così immensi da rischiare di smarrirsi al loro interno e vani tentativi di sfidare la buona sorte alle slot machine del casinò del New York New York. Fingersi turista per eludere il nuovo panico che, questa volta decisamanete prima delle tre, aveva iniziato ad impossessarsi della mia essenza.

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Ok, li avevo visti appena 24 ore prima [decisamente meno, smettila di mentire] ma l’idea di avere a disposizione ancora un momento prima di salutarli fino alla prossima avventura mi dilaniava da dentro.
Si può davvero essere tristi per paura che una cosa finisca ancor prima che questa cosa sia realmente iniziata?
Non provate a darmi una risposta, non credo ne possa esistere qualcuna che vi salverebbe dalle mie lagne. La verità è che, sabato forse ancor più che venerdì, avevo bisogno di perdermi tra le sue braccia; avevo bisogno di sentire il sapore della felicità.

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Io non ho idea di come funziono queste cose, se davvero percepisce gli odori come i cani o se semplicemente i miei occhi che sorridono ancor prima delle mie labbra quando i miei occhi incrociano i suoi gli suscitano qualche strano moto di tenerezza; non ne ho idea del perché accada ma è quando più ne ho bisogno che lui tira fuori il meglio di se.

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Io lo so che in quella stanza c’erano 5 uomini, ma i miei occhi erano tutti per lui; non ricordo minimamente di come sia stato abbracciare Alex, lo osservavo sorridermi e l’unica cosa che cercavo di fare era non morire.
Hi beautiful
.
La sua mano sulla mia testa e io non ho capito più niente. Vi giuro che, da perfetta regista, nella mia mente avevo organizzato perfettamente come doveva svolgersi il tutto per avere il mio momento perfetto; eppure quando le sue braccia si sono strette alla mia vita non mi ricordavo neanche chi fossi. Come se fossi una bambolina mi ha posizionato dinanzi a lui, mi ha stretta e io ho sorriso con il cuore che mi esplodeva di felicità. Ho sorriso davvero.

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She’s got two photos.
Spiegare agli altri 4 che quello che avrei voluto era una semplice foto con un abbraccio di gruppo non si è rilevata cosa semplice, bloccata dalle sue braccia credo davvero di non essere stata così femminile nel cercare di sporgermi per chiedere cosa volessi.
She wants a group hug.
Senza liberarmi da quell’abbraccio che desideravo come l’aria per respirare, ha dato voce alla mia richiesta tirando a noi il povero malcapitato alla sua sinistra regalandomi la foto più bella che avessi potuto desiderare.

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L’ho abbracciato, si l’ho fatto ancora, avevo bisogno di portare quella sensazione dentro di me il più a lungo possibile e ho raggiunto la mia partner in crime per quella sera; colei che si è subita il mio panico estremo e la mia logorroicità pre e post Paradiso, colei che scambiando il suo biglietto con il mio mi ha regalato la serata più stupendamente assurda della mia vita.

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Ritrovarmi di nuovo nel pit per quella seconda sera è stato magnifico, sentirsi parte di un’unica famiglia con ragazze di continenti diversi è una sensazione che difficilmente a parole si riesce a spiegare, ballare con le proprie amiche sulle note di qualche stupida canzone, ridere di gioia e fissare con occhi innamorati la magia che prende forma su quel palco è pura poesia.
Sopravvivere a Nick Carter che decide che sia giunta la tua ora è… qualcosa di sovrannaturale.

Vivere un concerto all’estero è un’esperienza incredibile, le ragazze che hai intorno, quelle perfette sconosciute, diventano di colpo le tue amiche per una notte pronte a supportati quando troppo sconvolta dall’indicazione appena ricevuta sul dove dovresti andare (?) resti bloccata in un limbo senza sapere se ridere o piangere.
You had a moment with Nick. He is horny.

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Perfetto. Fisso il foglio per continuare questo mio racconto alla ricerca di una parola che riesca a definirlo e nella mia mente rimbomba altisonante un solo termine: Perfetto.
Tutto è stato perfetto. Tutti loro sono stati perfetti [ehmm Brian ti sto salvando per affetto, sappilo]. I ballerini sono stati perfetti [Teddy ti abbiamo amato dal primo momento]. Le mie amiche sono state perfette.
LUI è stato perfetto, nonostante io continui a chiedermi: ma da me sabato sera cosa diavolo volevi?

Mi hai bruciato l’anima con lo sguardo, bloccato il respiro e inibito ogni barlume di lucidità presente nel mio corpo in quel momento. Il mio mondo fatto di minipony rosa è stato raso al suolo dalla tua tenerezza e dalla mia insensata voglia di vedere il mondo intero sparire in quel preciso istante.

 

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Un viaggio semplicemente perfetto.
Se siete arrivati a leggere fino a questo punto non potete che essere d’accordo con me.
Siamo giunti quasi alla fine di questo post chilometrico, al momento in cui, finita la frenesia del racconto, sopraggiunge la malinconia del ricordo. Si dice che ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi, e io credo che mi lascerò cullare dai miei ricordi ancora per un pò.

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Prima di scrivere la parola fine sento il bisogno di ringraziare le mie folli compagne di viaggio, quelle con cui ho vissuto h24 per i scorsi giorni, stressandole con la mia tabella di marcia e il mio posso andare in panico ora?, quelle con cui ho condiviso da bere e una mezza scottatura da sole californiano, quelle con cui stavo evaporando per fare le foto sotto l’insegna di Las Vegas e con cui ho attraversato il casinò del Cosmopolitan in ciabatte. Quelle del #maiunagioia sempre presente, che ormai è diventato uno stile di vita; quelle dei biscotti del hotel e il Kevin sull’aereo. Quelle senza le quali questo viaggio non avrebbe avuto lo stesso sapore.img_2432

Devo dire grazie al supporto da casa, a chi non ha dormito condividendo le mie ansie e facendole diventare un pò le sue, a chi mi ha urlato di essere felice e pensare a me stessa, a chi ha ascoltato i miei deliri pre viaggio, viaggio e post viaggio; alla mia famiglia che mi ricorda sempre che i soldi meglio spesi sono quelli per i viaggi, che collezionare ricordi è il miglior modo di vivere la propria vita. Alle perfette sconosciute che hanno fatto da comparsa in questo bellissimo film.

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Devo ringraziare Brian, Kevin, Alex e Howie per essere parte di qualcosa di perfetto, per la loro innata capacità di riuscire a non deludere mai le mie aspettative, per le emozioni che con le loro voci continuano a regalarmi da praticamente tutta la mia vita. Per l’onestà nel condividere le proprie emozioni riuscendo a riempire i miei occhi di lacrime al suono di parole che risuonano più o meno così:
“Leggiamo spesso nei messaggi che ci inviate che ‘vi abbiamo salvato la vita senza conoscervi’; non immaginate nemmeno quante volte siete state voi a salvarla a noi.”
*vi si ama incondizionatamente da sempre e per sempre*

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Devo ringraziare me stessa, per esserci riuscita ancora una volta a non farmi fermare dalle mie paure. per essere riuscita a dimenticarmi di tutto quello che nei mesi scorsi aveva spento il mio sorriso, per essermi concessa di essere ragazzina perdendomi in quell’abbraccio che riesce, ogni volta, a ricordarmi che sono viva.

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Come se l’intero post non fosse stato un continuo ringraziamento al creatore per averti messo su questa terra, devo ringraziare Te per come mi sento io quando sono con te.
Non smetterò mai di stupirmi di come la gente non riesca a percepire che persona meravigliosa tu sia, di quanta dolcezza ci sia nei tuoi gesti, di quanto tu sia capace di far sentire una persona speciale, donandole l’illusione di vivere in una favola.

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Tu sei l’amore, e io voglio vivere per sempre di quest’amore.

 

Pensieri Sparsi

Leggere bene le avvertenze: Questo post è un NoSense mastodontico.


Potrei giustificare la sciocchezza delle parole che sto per mettere in fila con il fatto che siamo ormai a metà giugno e il mio termometro segna qualche linea di febbre, ovviamente aggiungerei io ma il motivo di questa mia affermazione rischierebbe di rendere questo post ancora più NoSense di quanto per sua natura già non sia.

Questo mio delirio nasce dall’aver scoperto, anzi no appurato forse è più appropriato per rendere in maniera corretta il concetto, il dato di fatto più eclatante della mia vita: vivo in un mondo fatto di nuvole di zucchero filato e pascoli pieni di unicorni rosa. Insomma chi mi definiva Alice persa nel suo Paese delle Meraviglie tutto questo torto, in fin dei conti, proprio non lo aveva.

Il punto della questione di oggi è in realtà estremamente semplice: ascoltare canzoni in inglese quando si è poco più che una bambina non è propriamente una gran cosa se si finisce per non cogliere assolutamente il senso di una canzone e si continua ad ignorarlo per il resto della propria vita aggrappata ad un’infantile convinzione.

Non credo che questa spiegazione buttata un pò a caso vi abbia meglio chiarito che problemi io possa avere oggi: il punto è che penso a me ragazzina che, con tanto di vocabolario, passava il pomeriggio a fare traduzione delle canzoni della sua band preferita, rileggevo il nuovo testo in italiano e cercavo di dare un senso a quell’insieme di parole. Spesso era facile, in fondo quando in una canzone ci trovi solo smielose frasi di amore, tendenzialmente banali, tutta sta difficoltà nel tradurre proprio non la si riesce a trovare.


Andrei ovunque per te. Non spezzerei mai il tuo cuore. Smettila di giocare con il mio cuore. Voglio stare vicino a te. Tesoro. Voglio stare con te. Nessuno tranne te. Il mio amore è tutto quello che ho da darti. Basta che mi ami. 

Il problema reale, per la me ragazzina, era il ritrovarsi di fronte ad un insieme di parole messe insieme quasi per caso [beata innocenza]: 

Get down, Get Down and move it all around. 


Ero poco più di una bambina, una tenera ragazzina che, nel mettere insieme quelle parole apparentemente senza senso, aveva deciso di dare un nuovo senso a quella canzone. Peccato che non ne avevo davvero proprio idea. Sono sconvolta! Dovete avere la pazienza di capirmi oggi ma dopo aver passato la mia adolescenza a cantare a squarciagola una canzone convinta che fosse semplicemente una stupida canzoncina NoSense, scoprire che quelle stesse parole avevano in realtà un recondito significato porno è, a dir poco, sconcertante. Mi avete depredato della mia innocenza, risuona troppo forte come affermazione? Oh no, perchè è esattamente quello che è accaduto qui eh.


La bambina che è in me chiede il risarcimento per danni subiti.

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A 1500 festeggiamo?!?


Vedere questo spazio crescere nonostante sia divenuto un qualcosa di estremamente personale rende ogni parola superflua; in questo percorso fatto insieme ormai credo di avervi ringraziato in ogni modo possibile ed immaginabile eppure non ho ancora intenzione di smettere di farlo perchè, nonostante la cupezza che aleggia in questo posto ultimamente, non mi avete abbandonato.

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Semplicemente, grazie. 

Pensieri Sparsi

ʂɧɧɧ…


E’ una roba strana il silenzio eh.
Ci sono momento in cui lo odi, lo detesti con tutte le tue forze finendo per coprirlo in tutti i modi: parole, rumori, suoni, musica; tutto pur di non sentire quel senso di vuoto e di oppressione che sembra riempire inesorabilmente con la sua presenza.

E poi ci sono momenti diversi: quelli in cui il silenzio sembra essere l’unico luogo ideale in cui rifugiarsi, una sorta di limbo in cui lasciarsi cullare dalla vuotezza dei pensieri, un posto non posto dove aspettare che le lacrime smettano di bagnare gli occhi mentre le parole fanno fatica ad abbandonare le labbra.

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E’ un posto strano, il silenzio.
Così tremendamente imbarazzante quando non lo vuoi intorno, così maledettamente difficile da ottenere quando ne hai bisogno. Era così facile quando da ragazzina si voleva staccare la spina, bastava spegnere il cellulare o semplicemente ignorare squilli e messaggi, nascondersi dietro la più gettonata delle bugie: “Non mi è arrivato nessun messaggio.” Bastava cancellare, fingere di non vedere, ignorare e mentire. Bastava poco.

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E’ un posto triste, il silenzio.
Sei sola, nella tua nuvola priva di suoni e di colori. Ci sei, ma non ci sei. Persa in uno stand-by in cui ti sei rifugiata con la promessa di tornare prima o poi, ma con la consapevolezza che, giorno dopo giorno, è proprio quel silenzio a scavare un fossato intorno al tuo castello. Tu sei lì, un pò persa e un pò pensierosa. Osservi il mondo immersa in una bolla di sapone nella speranza di non vederla esplodere di colpo.

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E’ un posto buio, il silenzio.
Ma mentre lentamente scompari osservi chi ti tende una mano, chi bussa alla tua porta, chi ti promette di fonderti il telefono pur di sentire la tua voce ma si arrende dopo 5 squilli, chi ti lancia un salvagente…chi almeno ci prova.

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E’ mentre il silenzio ti avvolge, che capisci che alla fine si è sempre un pò più soli.

Pensieri Sparsi

Thirteen Reasons Why


Decidere di iniziare una nuova serie TV quando tutte quelle arretrate sono lì a puntare il dito contro di te ricordandoti l’impegno preso con loro ha un non so che di ribelle, un pò come avere la consapevolezza di avere del lavoro da finire e decidere di fregarsene altamente, prendere la macchina e passare del tempo al mare. La verità è che quel velo di triste malinconia che aleggiava intorno a Thirteen Reasons Why non avrebbe potuto in alcun modo lasciarmi indifferente, sopratutto in questo periodo della mia vita.
Non vi prometto che non ci saranno spoiler in questo mio pezzo, non sono brava ad arginare le mie parole, ne tanto meno ho alcuna intenzione di farlo, quindi se non lo avete visto ma avete voglia di farlo…beh potete sempre salvare il link del blog e ritornare quando parleremo la stessa lingua.

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Esattamente come Hannah Baker sento il bisogno di parlare, di raccontare, di dare voce a quello che ho dentro; non ho alcuna intenzione di suicidarmi, almeno su questo potete stare sereni. La verità è che, mentre tutti o quasi pensano che il suicidio sia la conseguenza di una sconfitta, la decisione di un vile che ha semplicemente smesso di lottare contro la vita, io continuo a vederci un atto di coraggio, sicuramente malato e/o non giustificabile, un atto disperato di chi, probabilmente troppo stanco di cosa continua ad offrirgli la vita, decide di affrontare la morte nella piena consapevolezza che per se stesso sarà dolorosa per un instante ma lascerà delle cicatrici profonde e sanguinanti nell’anima di chi, sopravvissuto a tale atto sconsiderato, dovrà fare fronte alla macabra realtà: potevo davvero fare qualcosa per evitarlo? Potevo io in qualche modo salvarla? sono stato io, anche solo in parte, artefice del suo destino?

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro all’anima.
Lo siamo stati da adolescenti quando cercavamo di farci accettare dagli altri, quando tutto quello di cui avevamo bisogno era un’amica che fosse leale, che ci sostenesse nel bene e nel male, che ridesse e piangesse con noi, che semplicemente ci fosse in quegli anni che credevamo fossero i più duri. Poveri illusi.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
O quanto meno lo siamo stati quando abbiamo dato fiducia al ragazzetto che ha preso il nostro cuore e lo ha calpestato come fosse carta straccia, quando le attenzioni di quel ragazzo provocavano le invidie delle altre e le loro parole cattive riecheggiavano nei corridoi e nelle strade, quando il nostro nome era conosciuto anche quando noi non conoscevamo nessuno di chi osava pronunciarlo raccontando cose che risuonavano nuove anche a noi stessi.tumblr_onyzj9ekhf1sflf2eo7_r1_400

Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Lo siamo stati a quella festa in cui tutti erano un pò ubriachi e/o fatti e noi non sapevamo cosa fare, quando ci siamo ritrovati di fronte alla scelta di essere accettati dal gruppo ed essere come loro o dare ascolto alla nostra coscienza e continuare ad essere un outsider, la ragazzina perfettina un pò noiosetta che al massimo beve Coca Cola e non tocca una sigaretta neanche a pagarla oro, quella tanto timida da sembrare algida, distaccata dal mondo, persa nelle sue fantasie.
Lo siamo stati quando abbiamo organizzato feste fighe a casa semplicemente per creare una giusta immagine di noi stesse, per farci notare dal ragazzetto che sembra guardare tutte tranne te, per sentire il nostro nome associato a complimenti ridondanti che a diciassette anni ti fanno sentire semplicemente grande.

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Siamo tutti un pò Hannah Baker dentro l’anima.
Anche se non abbiamo più diciassette anni e non andiamo più al liceo; persi in quella solitudine paralizzante che ci rende fragili e vulnerabili, quel bisogno di essere capiti, di ricevere quella parola di conforto che sembra non arrivare mai. Siamo Hannah quando aspettiamo quel messaggio che non arriva, quando cerchiamo quell’amica che non ha più tempo per noi, quando il nostro mondo sembra crollare pezzo dopo pezzo e continuiamo a nasconderci dietro ad un finto sorriso, quando nessuno si rende conto della lotta che affrontiamo ogni giorno, delle ferite che ci lacerano l’anima, delle lacrime che rigano il nostro viso quando crediamo che nessuno ci stia guardando.

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Siamo Hannah quando mentiamo dicendo che va tutto bene, quando ascoltiamo i problemi degli altri senza assecondare il bisogno di urlare che ci dilania dall’interno; quando restiamo paralizzati cercando di ricordare quanto sia facile respirare, quando stringiamo le mani a pugno per smettere di farle tremare, quando mordiamo le labbra per bloccare le parole che temiamo possano uscire. Siamo Hannah quando teniamo insieme i pezzi di noi stesse con la colla e con lo scotch vivendo nella costante paura che le nostre crepe mostrino agli altri quanto siamo realmente danneggiate, quando ci perdiamo con lo sguardo fisso nel vuoto cercando di tenere il mondo fuori, o quanto meno di illuderci di poterlo fare, almeno per un pò, quanto basta per riuscire a far tornare il respiro regolare. Almeno per questa volta.tenor1

Siamo Hannah quando cerchiamo di apparire normali mentre affrontiamo le piccole battaglie di ogni giorno, quando ci nascondiamo dietro a grossi occhiali da sole nella speranza che non si noti quanto ci sentiamo perse nell’affrontare cose nuove, persone nuove, luoghi diversi da quelli familiari. Quando cerchiamo di essere easy nell’affrontare un nuovo lavoro, nuovi colleghi, nuove difficoltà ma in realtà la paura più grande resta quella di non piacere, di essere quella che parla troppo o troppo poco, quella che non sa stare al gioco o ci sta troppo facilmente. clay

Siamo Hannah quando ci sentiamo invisibili agli occhi del mondo, quando decidiamo di esserlo almeno per un poco, quando il nostro silenzio è pieno di parole che nessuno ha voglia di ascoltare, quando i pensieri fanno male e ogni battito del nostro cuore è una pugnalata in pieno petto. Quando siamo vivi fuori ma sempre più morti dentro!

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Siamo Hannah…sono Hannah.

Ogni giorno un poco in più, ma non mi basterebbero 7 musicassette per raccontarvi le ragioni per cui la vita proprio non ce la fa ad andare come vorrei, come in un mondo ideale dovrebbero andare, come semplicemente sarebbe giusto andasse. Almeno per un po’.13-reasons-why

Sono Hannah…eppure, in questo mondo dove ognuno di noi è sia vittima che carnefice, non posso negare di essere anche Justin, Jessica, Zach e Clay; e non potete farlo neanche voi. La verità è che nessuno sa cosa succede davvero nella vita di un altro e tu non saprai mai quanto i tuoi comportamenti incidono sulla vita degli altri. Chi di noi non ha mai mentito? Chi non ha mai ingigantito una storia semplicemente spinto da un desiderio di accettazione? Chi non ha alterato la realtà per salvare la propria di faccia senza pensare alle conseguenze? Chi non ha ceduto al richiamo dell’amore, al canto infame ed incantatore della gelosia, al dolce amaro sapore della vendetta? Chi non ha mai ignorato una richiesta d’aiuto perchè troppo preso dai propri pensieri, dai propri problemi, dalla propria vita?

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Chi di noi è davvero innocente? 

 

Pensieri Random di una 15enne · Pensieri Sparsi

Hello, brother!


Mettiamo in chiaro una cosa: le cose che finiscono non mi piacciono!!!
Parliamoci chiaro inizio a sentire un senso di vuoto ancora prima di afferrare l’ultima patatina dal pacchetto, centellino le ultime pagine di un libro per ritardare l’arrivo della sua conclusione, utilizzo il burro cacao fino a quando la plastica della confezione diviene il motivo per cui le mie labbra hanno bisogno dell’utilizzo del burro cacao. Sono una di quelle che piange alla fine di un concerto al solo pensiero che quella possa essere l’ultima canzone ascoltata live e conservo quel sentimento di mesta malinconia per giorni, settimane o addirittura mesi interi.

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Rientro in quella élite di persone a cui basta ascoltare una canzone di Adele per sentire la mancanza del tipo con cui i miei occhi si sono incrociati in metropolitana 3 anni e mezzo fa; non ho ancora superato il trauma di MSN divenuti troppo obsoleto per avere una conversazione con un’amica a fine giornata. Soffro così tanto di sindrome dell’abbandono che una parte di me, nonostante tutto, ancora un poco odia il Backstreet Boy uscito dal gruppo anni fa.

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E i saluti?!? Vogliamo davvero parlare dei saluti?
Al rassicurante suono di frasi come A domani! o Ci vediamo tra una settimana! si contrappone il ben più angosciante suono delle promesse vacue contenute in frasi come: Ci vediamo! o ancora peggio Alla prossima volta! quando pur sforzandovi con tutte le vostre forze la prossima  volta non avete idea di quando possa essere.

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Vi starete chiedendo il motivo di questo sproloquio tendenzialmente NoSense in questa domenica di marzo non ancora troppo primaverile ma neanche così tanto invernale; niente di pià semplice e banale: ieri ho dovuto salutare per sempre chi, per ben otto anni, mi ha tenuto compagnia con le sue storie e i suoi drammi.

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Ho dovuto dire addio al mio appuntamento settimanale con quel mondo soprannaturale che mi ha avvicinato alla dipendenza da streaming; a quei personaggi, tanto amati quanto odiati, che mi hanno trascinato in un mondo parallelo fatto di vampiri e streghe, di lupi mannari e fidanzati ossessivi, di fantasmi e feste scolastiche, di vestiti d’epoca e messaggi su cellulari ultra moderni sempre ben sapientemente inquadrati.

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Ho dovuto dire addio alla mia prima vera ship, quella nata ancora prima di capire chi fosse quel personaggio comparso sull’uscio della porta e quanto tempo sarebbe rimasto nello show, quella che, nonostante non fossi più una ragazzina, mi ha reso parte volente o nolente di un team, contrapponendomi di conseguenza ad un altro.

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Ho dovuto dire addio ai pianti disperati per l’ennesimo funerale, l’ennesimo saluto struggente o semplicemente l’ennesima scena sdolcinata promessa di un amore eterno che probabilmente sarà malamente ostacolato dal malvagio, sempre troppo poco malvagio, di turno.

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Ho dovuto dire addio allo squartatore con più sensi di colpa della storia televisiva, al ciuffo da eroe e lo sguardo da babbeo tendenzialmente disperato, al vittimismo cronico e al #maiunagioia fino alla fine come stile di vita.

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Ho dovuto dire addio al vampiro infame più tenero del mondo, a quello che uccideva per il gusto di farlo per poi diventare un agnellino incapace di elaborare un piano che non prevedesse una fregatura colossale; quello dallo guardo ammaliante manipolato da tutti al solo suono del nome della bella addormentata nella bara o del fratello smarrito sulla via delle redenzione.

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Ho dovuto alla figa di legno più desiderata delle serie TV, quella voluta dal protagonisti e da ogni malvagio che ha attraversato la serie anche solo di passaggio; alla sacca ambulante di sangue talmente utile per ogni cosa che ad un certo punto ho iniziato a domandarmi perché nessuno avesse mai pensato di avviarne una produzione in larga scala per sconfiggere tutti i mali del mondo o scatenare la distruzione totale della terra invece di limitarsi al piccolo paesino dove non succede mai niente.

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Ho dovuto dire addio al personaggio più inutile della serie televisiva, probabilmente il più inutile nel mondo delle serie televisive; l’unico umano in un mondo di vampiri che proprio non ce l’ha fatta a tirare le cuoia donandomi finalmente una gioia. [Foreve alone, ma con una panchina; giusto per ricordarlo eh.]

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Ho dovuto dire addio alle mie lamentele perchè ormai la storia aveva perso il suo fascino iniziale, i personaggi erano stati snaturati, i dialoghi erano divenuti ripetitivi. Ho dovuto dire addio alla fuga dallo spoiler [quanto meno per quanto riguarda le loro vicende], all’esilio da social network ogni venerdì mattina prima e ogni sabato poi; alle minacce più spietate per non conoscere quale dei personaggi sia stato il prescelto per una dolorosa morte, il più delle volte soltanto temporanea. tumblr_m8jmzukgw01qm98k7o1_500

Dopo otto lunghi anni è stato un pò come dire addio a dei vecchi amici lasciandoli alla loro pace ritrovata e continuando a fantasticare su un finale che, forse, se lo avessi scritto io mi avrebbe lasciato davvero disidrata per le troppe lacrime versate.

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I’m gonna miss you, Mystic Falls.