Pensieri Sparsi

Ma·ni·po·la·zió·ne


La manipolazione psicologica è un tipo di influenza sociale finalizzata a cambiare la percezione o il comportamento degli altri usando schemi e metodi subdoli e ingannevoli. 

Succede che di colpo i tuoi occhi si aprono, i cuoricini cadono ed il sorriso si spegne.

E’ un attimo.Le parole iniziano ad assumere un significato diverso, un significato più vero.

Come se avessero spento di colpo l’interruttore e fosse finita la magia. Click.

Muori.

Pensieri Sparsi

Un bicchiere di vino


Sei ancora alcolizzata o sei diventata astemia? Di alla parte alcolizzata di vestirsi e scendere questa sera.

Sia chiaro: non ho alcun problema con l’alcol; bevo volentieri un paio di calici di vino e al terzo probabilmente mi vedrete solo portare il bicchiere alla bocca, dopo l’ennesimo brindisi, e fingere di bere. Eppure a volte ho la sensazione che sia solo quella versione di me a stare simpatica alle persone; quella che ride un po’ troppo, che parla più velocemente e forse anche a voce più alta. Quella che se ne frega del mondo che la guarda, perché non se ne rende poi così conto.

Non bere tanto questa sera.

La prima volta che mi è stata detta questa frase mi ha urtato il sistema nervoso; poi ne ho capito il senso. Quello che percepivo come un tentativo di ledere la mia libertà era in realtà un gesto premuroso; quando racconti che sei stata male per un bicchiere di vino a volte c’è chi ti ascolta davvero. E poi puoi ridere anche senza bere, come me lo fai.

Non sono riuscita a non mettere a paragone le due frasi: due persone diverse, due visioni diverse di me.

Pensieri Sparsi

Stavo solo togliendo il mare dai miei occhi.


Mi stai dicendo che eri innamorato di me?
Si. E tu lo sei stata di me?

Sono stati i miei occhi lucidi a rispondere, una sillaba appena sussurrata in un sorriso imbarazzato. E’ assurdo come si riesca ad essere onesti quando la parola fine è stata inesorabilmente scritta; come quei pensieri nascosti vedano la luce non appena i passi hanno preso direzioni diverse.
L’onestà della fine. Quando mentire o fingere smette di avere senso, quando il tempo dei giochetti lascia spazio a quello di una pesante ma liberatoria verità.

Quello che sei stata per me, tu non ne hai assolutamente idea.

Mi hai tenuto per mano mentre mi accompagnavi tra quei pensieri che non avrei mai potuto sopportare se davvero li avessi condivisi con me in quel tempo passato che ormai è solo uno sbiadito ricordo. Le lacrime hanno rigato il mio viso mentre, cullata dalle tue parole, la mente ha messo insieme i pezzi di quel puzzle ancora distrutto nella mia testa.

Non aveva più senso dirtelo. Ho dovuto abbandonare quei pensieri.

La nostra scelta è sempre la conseguenza delle nostre azioni, mai del caso. Anche se il karma è bravo a metterci del suo per evitarci di inciampare. Abbiamo vissuto separatamente i nostri drammi interiori semplicemente intrecciandoli in quelli che erano i nostri soliti problemi; proteggendoci spesso ci siamo fatti inesorabilmente più male.

Mi hai fatto male.
Io sono stata male per colpa tua.

Abbiamo gettato le armi, gli scudi utilizzati per nasconderci hanno perso utilità. Non c’era più bisogno di utilizzare le parole per manipolarsi, per tenersi legati ancora un po’ quando la corda che ci univa iniziava ad allentarsi.

Ti bacerei.
Sto piangendo.
Sei bella sempre per me.

Ti ho ascoltato immaginare quella vita che avresti inventato per noi, un racconto di fantasia che mi ha fatto tristemente sorridere. Quella vita che non mi sono mai concessa di immaginare, neanche per un solo istante. Il tempo è stato generoso con noi, le nostre parole si sono ricorse fino ai primi sbadigli quando rimandare le ultime parole era ormai impossibile.

Allora ciao.
Buonanotte.

Non ci siamo detti addio, anche se lo stavamo pensando entrambi. Ci siamo sorrisi un’ultima volta, questa volta è finita per sempre. Per davvero.

Perché stai piangendo?
Stavo solo togliendo il mare dai miei occhi.

Pensieri Sparsi

Sono salita sulla bilancia.


L’altra mattina mi sono pesata.

Era un po’ che non mi sottoponevo a questa tortura, in fondo perché lasciare che un numero determini la mia persona? Non so cosa mi abbia suggerito il cervello spingendomi, subito dopo avere preso il caffè, a prendere coscienza di quanto nel profondo della mia essenza sapevo già.

Ho preso peso: ben 4 chili…o giù di lì.

Ho guardato quel numero che arrogante mi fissava dal display della bilancia e ho fatto spallucce, ero consapevole di aver preso peso da settembre a questa parte (certo immaginavo qualcosina in meno) assecondando la fame nervosa che mi ha divorato in questi mesi e mi piace troppo mangiare per farmene un problema proprio adesso. Eppure…

Eppure 4 chili sono davvero tanti. Pur non volendo mi sono ritrovata a pensarci spesso. 4 chili. Per questo i jeans non mi stanno più larghi. 4 chili. Forse è questo il motivo per cui mi sento di colpo più pesante. 4 chili. Ecco perché nel camerino di quel negozio l’altra settimana mi sentivo un cotechino con quei jeans. 4 chili. Eppure ho iniziato ad andare in palestra. 4 chili. Devo smettere di mangiare le caramelle, ma come si fa?

È divertente quanto una cosa così personale come il peso diventi argomento di conversazione nel vano tentativo di esorcizzare il turbamento che ci ha provocato. È così che ti ritrovi a prendere il caffè con una collega e ridendo racconti dei tuoi kg in più, addenti una pizza con un’amica e parli di quel numero sulla bilancia, indossi la tuta per fare pilates e sorridendo con aria fintamente complice racconti che sei ingrassata. 

Quei chili che erano solo tuoi, piano piano diventano un po’ di tutti pesando forse un po’ meno; perché tutti prima o poi devono fare i conti con la bilancia e con quel numero che ti mette in faccia la realtà. Tutti si sentono in diritto, addirittura in dovere, di dire la propria sull’argomento.

Ma che cazzo stai dicendo? 

Questa, devo ammetterloè stata l’affermazione più gettonata; come se mi divertissi a raccontare alle persone che il mio sedere è diventato più grosso e più pesante; come se amassi mentire sul mio peso.

C’è chi ti racconta dei chili che ha accumulato in un anno, chi di quello che ha perso in un mese, chi diventa nutrizionista e da vita ad una personale battaglia contro i carboidrati che assumi (e non parliamo delle patatine o delle caramelle per carità) e chi, scuotendo la testa, ti ricorda che anche l’alcol fa ingrassare e ultimamente hai brindato un po’ troppo.

Volendo essere onesti, alla fine inesorabilmente sei anche pentita di aver condiviso questa informazione così personale costretta ad affrontare la realtà sotto gli occhi di tutti ogni volta che una patatina fritta finirà nella tua bocca. Non ci avevi pensato, ma quei chili condivisi adesso non sono più solo i tuoi. Cosa ne farai? Come li affronterai? Come reagirai alla cosa? Non avevi detto che eri ingrassata? Non dovevi metterti a dieta?

Quanto peso hanno le parole.

L’altra mattina mi sono pesata. Ho preso peso: ben 4 kg…o giù di lì.

Ma allora sei ancora più bella.

Ho appena detto che sono ingrassata, 4 kg su di me sono proprio tanti.

Sicuramente sei semplicemente più bella.

Non mi ascolti quando parlo?

Sei sempre bella per me, ma eri diventata magrolina…un po’ di peso ti sta bene.

Sei sempre bella ma così anche di più.

Da Gennaio basta mangiare schifezze, meno vino e più allenamento in palestra.

Lo sto promettendo eh.

Pensieri Sparsi

Ƒιηє


Mi manca l’aria. Oggi va così. Gli occhi continuano a diventare lucidi anche se non voglio.
Dicono che bisogna vivere il dolore per poterlo superare, guardarlo in faccia, lasciarsi travolgere come da un fiume in piena; forse bisogna annegarci dentro per un po’…per poi ricordarsi come si fa a nuotare.
Mi manca l’aria e sento un peso dentro che canalizza tutti i miei pensieri. Le emozioni fanno schifo. Il tempo ha iniziato a scorrere troppo lentamente, i colori hanno iniziato a perdere lucentezza.
Era tutto così spento anche prima?

Non riesco a non pensare che me la sia cercata, che ero consapevole che prima o poi sarebbe arrivato questo momento. Mi sono raccontata di essere in grado di gestire qualcosa di ingestibile, qualcosa che dal primo momento urlava Non ne sei capace. E’ impossibile. Testarda e stupida. Ero convinta che sarei stata brava…leggera.

Un giochino. Doveva essere un fottuto giochino Un momento di leggerezza che avrebbe reso meno pesante un periodo che mi stava riducendo in quello che non ero…in quello che non volevo essere, non meritavo di essere.

E’ servita la parola fine per dare un nome a quello che avevamo. Forse per ammettere in silenzio in cosa eravamo inciampati. Per guardare in faccia la realtà e renderci conto di essere stati due cretini.

Sei un cretino. Devo averlo detto allo sfinimento, ma solo ieri mi sono resa conto che, alla fine di tutto, ad essere cretina forse ho vinto io.

Non affezionarti a me.
Avevo giurato in maniera spavalda che non sarebbe successo. Non lo avresti fatto neanche tu.
Perché adesso fa così male?

Mi manca l’aria. Mi manchi tu.
Ce lo siamo detti un’ultima volta questa mattina, quando le parole avevano smesso ormai di avere senso. Quando il silenzio è diventato imbarazzante. Tra me e te. Noi che abbiamo sempre riso dell’impossibile e riempito ogni vuoto con il sono sciocco di una risata. Parole. Tante parole. Forse un po’ vuote…solo più dolorose.

Addio. Non lo abbiamo detto neanche questa volta.
Alle 4 di notte ero sveglia. Alle 4 di notte eri sveglio pure tu. C’eri tu nella mia testa e sempre meno aria. Cosa credi che mi abbia tenuto sveglio questa notte? Ci sei tu nella mia testa

Mi manca l’aria. Oggi va così. Gli occhi continuano a diventare lucidi anche se non voglio. Fisso le tue ultime parole.
Questa volta ti credo. L’ho visto nei tuoi occhi, l’ho sentito nei tuoi abbracci.


Per me resterai sempre una persona speciale con la quale ho trascorso momenti indimenticabili.
Ti auguro il meglio nella vita, te lo meriti tutto.

Mi manca l’aria…e forse un pò manca anche a te.


Pensieri Sparsi

Tutta colpa della carbonara!


Chi mi conosce sa bene quanto io ami mangiare e, allo stesso tempo, quanto sia difficile per me trovare qualcosa che non mi faccia storcere il naso perché non mi piace. 

Ed è proprio in questo modo che, in fin dei conti, affronto la vita.

Non mi ero resa conto di mancare così tanto da questo posto, di non avere preso una pausa da tutto per incontrare i miei pensieri da così tanti mesi. Neanche negli anni più impegnativi era capitata una cosa del genere…e adesso sono tornata qui per scrivere un post sulla pasta. Potrebbe sembrare bislacco e poco sensato, ma in realtà non lo è. Sono tornata qui perché è in questo posto che iniziano e finiscono le cose, spesso anche solo un semplice viaggio: finisce davvero quando le mie parole hanno trovato posto su questo foglio bianco. E anche questo viaggio è giunto alla fine.

È assurdo come ricordi l’istante esatto in cui tutto ha avuto iniziato; se fosse uno sciocco romanzo rosa questo sarebbe il momento esatto in cui il cuore della protagonista ha perso un battito. Non lo avevo capito e forse è stato un bene così. Non credo che nella vita reale esista una colonna sonora che accompagna le scene più salienti (probabilmente neanche la voce fuori campo che li racconta rendendo tutto dannatamente poetico) eppure adesso, nella mia memoria, non riesco a fare a meno di ricordare musica (e voce).
Sarà un inizio di pazzia? Probabilmente si. O forse è solo un eccesso di lucidità.

È Instagram è correre in soccorso della mia memoria: una storia archiviata ormai oltre due anni fa, il chiaro segno che qualcosa era successo quel giorno. Che roba da sfigata. Ci sono momenti che ci toccano più di quanto noi stesse possiamo immaginare. Un piccolo fiore. Un gesto stupido che aveva rubato 15 secondi di tempo su uno dei miei social, un frammento di spazio nei miei pensieri.

Chiudo gli occhi per un solo istante mentre la voce di Adele accompagna le immagini sbiadite che si susseguono nella mia testa: il suono della mia risata che diviene sempre un po’ più forte, l’acidità delle mie parole che si scontra con il sorriso da ebete e gli occhi a forma di cuore, il calore di un abbraccio, la dolcezza di un bacio, le lacrime di un addio…e poi di un altro…e di un altro ancora…come se fossimo persi in un infinito loop, incapaci di trovare la via d’uscita.

 Si dice che quando finisce una storia d’amore sia solo uno dei due a soffrire: questa non era una storia…e l’amore è un’altra cosa. Ad essere onesta, avrei anche da ridire sul termine sofferenza. Una triste malinconia che ti attanaglia l’anima. Probabilmente in questo modo riuscirei a spiegare quella sensazione che si è impossessata della mia essenza. La certezza di non essere capita. Quello che accompagna ogni mio pensiero. La solitudine della mente. Quando sento che a nessuno interessi davvero il piccolo inferno che sto attraversando. L’arroganza di potercela fare da sola.

Ci sono principesse che non hanno ancora trovato il proprio principe azzurro, quelle che sono diventate guerriere perché, nonostante i vestiti rosa e nastrini sfavillanti, non hanno potuto rinunciare ad indossare un’armatura. Sono quelle che si sono lasciate rapire dal pirata non per ingenuità ma perché posso scegliere anche io di divertirmi senza costruire il castello in cui vivere. Sono quelle che hanno iniziato a giocare, ricordando bene le regole da seguire: poche ma essenziali.

A chi sono davvero piaciute le regole? Possiamo smettere di essere ipocriti almeno per un istante ed ammettere che non c’è alcun segno di debolezza nell’infrangere una regola? Neanche se era la più importante di tutte?
Parole. Risate. Abbracci. Lacrime. Qualcosa che non era mai iniziato, è finito. E ancora parole. Sospiri. Una lenta agonia: tenera dolcezza intrecciata ad una logorante malinconia. Come la spieghi questa sensazione se continui a non dargli una definizione?


Semplicemente non la spieghi. Ti limiti a viverla attendendo che la tempesta passi, esattamente così come è arrivata; aspetti che torni la quiete, quel torpore da cui finalmente ti eri risvegliata…e ti chiedi come sarà. Non è cambiato nulla, eppure è cambiato tutto. Sei cambiata tu. Sei tornata umana, forse anche più di quanto fossi mai stata. Ma a nessuno sembra interessare, nessuno riesce a vedere che non sai più come si fa. Nessuno vuole andare oltre la bugia che racconti da così tanto tempo che hai finito per convincere anche te stessa. Sto bene.

Il più grande errore dei nostri giorni, a mio avviso, è proprio questo: credere che se non si sta male, semplicemente si stia bene. Vorrei fosse così immediato e logico. Eppure non è così, almeno per me. Semplicemente stai. Bloccata in un limbo da cui sai che puoi uscire, forse non ne hai ancora voglia; ferma tra quello che vorresti e quello che hai perso; sospesa tra le mille parole che non ti concedi di pronunciare.

Non sorridi più se non ne hai voglia, non fingi interesse per ciò che non ti interessa ascoltare, non ti costringi ad un’empatia di cui ne hai le scatole piene. Vai avanti e aspetti semplicemente che passi. Tutto passa. E’ solo questione di tempo, solo questione di volontà. Bisogna solo saper aspettare, forse non avere fretta e lasciare che tutto scorra…tutto torni normale.

Tutta colpa della carbonara. 

Di quel piatto solo tuo, perché tu la mangi così. Perchè tu sei diversa anche in questo. 

Pensieri Random di una 15enne

Date un Oscar a questa donna!


Avete presente quando tra tutte le persone sulla faccia della terra sembra che il tuo cervello abbia smesso di funzionare facendoti perdere un pò il lume della ragione proprio per quell’esemplare di ominide che tutti i tuoi conoscenti reputano un povero idiota?

A questo punto per dissimulare il fatto che hai dei gusti decisamente di merda, che la tua capacità di giudizio è ormai arrivata ai minimi storici, che il buonsenso ha abbandonato il tuo corpo…insomma per non far capire al mondo che di base sei solo una cretina, aiutata dalla forte irritabilità intrinseca all’ominide in questione, fingi un profondo odio nei suoi confronti. Un senso di irritazione livello Pro che ti fa alzare gli occhi al cielo quando parla e storcere il naso al suono del suo nome.

Ma fingi proprio bene!!! Talmente bene che, arrivati a questi livelli, aspetti che, da un momento all’altro, arrivi una celebrità con tanto di bellerrimo vestito di gala a consegnarti un oscar nel salotto di casa tua. Oh, se sei così brava, il mondo deve saperlo.

Il problema è che sei talmente brava che anche se ci stai morendo ancora dentro, nessuno se ne accorge.
Talmente brava che nessuno si rende conto che il solo suono del suo nome ti fa partire l’ansia, che ti sale la rabbia per le cose non dette, che gli spaccheresti la faccia solo per non porti domande, così per partito preso.
Fingi così bene che l’ominide in questione diviene l’arma per prenderti in giro, la persona irritante da nominarti a modo di minaccia; quelle cose del tipo:
Oh ti faccio telefonare dall’Ominide, così davvero puoi dire che è un lunedì di merda.
Ti faccio contattare dall’Ominide così vedi come diventa piacevole parlare con me in alternativa.
Seeeh, ti chiudo in una stanza con l’Ominide per punizione così….

Il punto è che tu non credevi di essere così una brava attrice, ma ormai non puoi deludere le aspettative del pubblico. Non puoi mica raccontare che è un mese che non lo senti e non ti manca ma se evitassimo di nominarlo il mondo sarebbe un posto migliore, mica puoi dirgli che è già un macello addomesticare i tuoi pensieri senza loro aggiungano ostacoli sul tuo percorso di guarigione e riacquisizione del senno.

Cosa ti resta fare? Ascolti l’ennesima idiozia che porta il suo nome, ridi cercando di non sembrare isterica e pensi che se ti ci chiudessero nella stanza potrebbe essere una cosa molto pericolosa e quindi meglio non soffermarcisi neanche di sfuggita sul pensiero…e fingi un conato di vomito!!!

Il pubblico non va deluso.

Pensieri Sparsi

Siamo sicuri che sia un male lavorare con soli uomini?


In questo spazio più e più volte vi sarà capitato di leggere post dallo spiccato sapore femminista che raccontavano come essere una donna, spesso con la minigonna, in un mondo completamente maschile possa essere complicato o quanto meno noioso alcune volte.
Vi sarà capitato di leggere commenti a frasi banali, allusioni scontate o semplici aneddoti in cui essere una donna tra gli uomini poteva apparire quantomeno leggermente fastidioso sotto alcuni aspetti.

E’ palese che avessi dimenticato come fosse avere delle donne intorno tutto il giorno.
Capiamoci bene eh: non sono una donna che odia le altre donne…ma ho capito che sono una donna che adora stare in un ambiente maschile o, molto probabilmente, ama avere intorno a se solo alcuni tipi di donne: quelle che non rompono i c…ehmm almeno fingiti una signorina…le scatoline.

Lavorare in un ambiente prettamente maschile ha i suoi svantaggi, sia ben chiaro, ma in alcuni giorni, e soprattutto dopo un determinato tempo, se indossi una gonna o una tuta è praticamente uguale; se i capelli sono arruffati al massimo ti chiedono cosa hai fatto prima di entrare in ufficio, se ti sistemi un po’ più carina al massimo si ricordano che sei femmina e se cambi borsa o cappotto ogni giorno difficilmente ti chiederanno informazioni a riguardo. 

Sono andata a fare rilievi in gonna lunga legandola a metà altezza delle gambe, abbandonato scarpe in banchina e riso del fatto che girassi per un’isola con delle infradito 43 prese in prestito da un vicino di barca, indossato felpe pelusciose o mangiato pollo e patatine ad un take away di terzo ordine per poi finire a fare il bagno al tramonto senza trucco e con i capelli arricciati dal mare. Insomma switcho velocemente dall’essere Queen B impegnata a conquistare il suo impero all’essere un aiuto marinaio con tendenze da scaricatore di porto…ok, ok sto esagerando ma era per esplicitare meglio il concetto.

E invece le donne!!!
Quelle che entrano in competizione se hai cambiato un cappotto in più durante la settimana, che sentono il bisogno di elencarti cosa contiene il loro armadio per paura che tu possa notare che non ha cambiato giacca per ben 5 giorni; quelle che se tu fai un corso, se ne iscrivono a due; quelle del facciamo una foto e te ne fanno scattare 30 per poi trovarsi brutta in ognuna di essere.
Le donne…quelle che fingono di chiederti come stai per tediarti per l’ennesima volta con il racconto di come hanno conosciuto quel ragazzo davvero bello e giusto (mica come quello che piace a te che non è affidabile); quelle del beata te perché vai in cantiere.

Le donne. Che mondo meraviglioso.
Quelle che iniziano a truccarsi solo perché hanno visto te farlo, che notano come ti vesti, come ti muovi, come parli; quelle che vogliono esserti amiche ma ti generano solo un grande istinto omicida perché in realtà vorresti solo essere lasciata un po’ in pace perché del cappotto uguale al tuo ma di un colore diverso potrebbe anche interessarti se non ti fosse stato ripetuto almeno 10 volte in meno di 8 ore.

Le donne! Quelle che devono sottolineare le tua libertà di arrivare più tardi al lavoro ma se ne sbattono del tuo restarci fino a tardi, quelle che non capiscono il sarcasmo o le battute da uomini che a te fanno ridere come una cretina, quelle a cui devi spiegare l’ironia, quelle che…dai avete capito insomma?

Adoro le donne! Quelle smart, quelle con cui ridi per delle battute trash senza stare a pensare che probabilmente stai perdendo il pudore, quelle con cui bere uno spritz, meglio due, e mangiare patatine perché chissene della dieta, a quella penseremo poi, quelle con cui compri il maglioncino uguale per andare in ufficio per il pranzo di Natale. Quelle che anche quando cambiano lavoro ti restano nel cuore.

Ah le donne…che mondo meraviglioso. 

Pensieri Sparsi

12 lunghissimi mesi


Oddio, ma davvero siamo riusciti ad arrivare alla fine di questo anno?
Mi assicurate che siete tutti sani e salvi? Si ok, un po’ ammaccati…decisamente provati ma mai prima d’ora alla fine di un anno era accaduto di essere felici semplicemente per il fatto di essere sopravvissuti.

Volendo citare uno dei meme che forse ho visto più spesso durante questi 12 angoscianti mesi: sopravvissuto al 2020 dovrebbe fare curriculum.

E dal 2020 cosa vorrei?
Non chiedo nulla, come sempre: sorprendimi!!!
Dimostrami che sono brava a sbagliare.
Ricordami che posso amare.
Insegnami che non devo smettere di sognare.

In questo modo avevo chiuso il post di fine anno lo scorso dicembre: un post chilometrico in cui avevo parlato di viaggi, di persone, di consapevolezze; un post carico di malinconia per il volgersi a termine di un anno che mi aveva dato veramente tanto, pregno di speranze per un anno che, stando a quanto blaterava Paolo Fox, mi avrebbe dato ancora di più.
Il 2020 è finito da poche ore e io, onestamente, ancora non credo di averlo capito…figuratevi se l’ho metabolizzato.

La verità è che già dal suo esordio questo 2020 si era dimostrato per quello che era: un anno nefasto. Pensare che credevo fosse Gennaio il problema…

Avevo iniziato l’anno cercando di dimenticare una persona, dimenticare chi mi aveva dimenticato con una facilità estrema (non sono capace a valutare situazioni e persone, ma questo ad inizio anno mica potevo saperlo).  Avevo stilato una lista di buoni propositi…che mi sono appena accorta avrei potuto scrivere questa mattina e sarebbe stata uguale (questo mi spaventa non poco…davvero non è cambiato proprio nulla?)

Ma parliamo di questo Non-Anno.
Non sono sicura che a Febbraio tutti abbiamo capito che qualcosa di veramente catastrofico stesse per stravolgere le nostre vite.
Sono iniziate a comparire le prime regole da seguire, quelle regole che inizialmente ci hanno quasi fatto sorridere:
Di colpo ci siamo ritrovati in una realtà in cui baci ed abbracci erano vietati, in cui la distanza tra le persone doveva essere superiore ad un metro, in cui a forza di lavarci le mani e utilizzare gel igienizzanti di sera rossori e bruciori erano la normalità, in cui bisognava sorridere nel gomito e piuttosto di tossire saresti esploso silenziosamente.

Sono comparse le prime mascherine, quelle introvabili da esibire con orgoglio e arroganza come se fossero un bene di lusso…quelle che ti sentivi pure un po’ scemo ad indossare, come se ti fossi ritrovato di colpo sul set di Grey’s Anatomy.

Una Pandemia.
Io ero ignorante e ho dovuto cercarne il significato prima di capirne davvero il senso.
Il viaggio per il mio compleanno annullato. La richiesta di smart-working che poi è diventata un obbligo. La vita che di colpo ha ricevuto un repentino stop: il lockdown.
Mi manca il respiro se solo chiudo gli occhi e mi soffermo sulle sensazioni provate i primi giorni di reclusione forzata: l’ansia che è tornata, il senso di vuoto, la mancanza di respiro e la paura di crollare di nuovo.

Lo scorrere lento dei giorni che hanno iniziato a susseguirsi ha trovato pian piano una nuova dimensione: la sveglia ritardata non dovendo prendere la macchina per andare in ufficio, la tuta come outfit di default, le video-riunioni con i colleghi che ormai mi hanno visto nelle peggiori versioni di me stessa, il pranzo caldo a casa come non accadeva da anni, la tv che faceva da sottofondo alle mie giornate lavorative, gli appuntamenti su Houseparty con le amiche, la finta ginnastica, i flashmob sui balconi alle 18 (quelli che io vedevo solo sui social perché da me non esiste questo senso di comunità), il conteggio dei contagiati e dei morti, la curva di quel maledetto grafico che sembrava non volesse scendere mai più, Conte in tv e le bimbe di Conte sui social, i DPCM e i divieti che continuavano a susseguirsi, il terrazzo che ha iniziato a prendere forma e i TikTok fatti per non impazzire.

Sono tornata al lavoro il 25 Maggio…ed era tutto uguale ma tutto completamente diverso. Tutto quello che avevo lasciato prima del lockdown era li ad aspettarmi: tutto…anche quello che credevo di aver dimenticato. 
La verità è che durante la reclusione forzata ero convita che avevo imparato ad affrontare la vita con una consapevolezza maggiore…beh mi sbagliavo.

Il tempo di guarire forse non era stato abbastanza e  me ne sono accorta subito quando, dopo mesi di silenzio totale o quasi, mi sono ritrovata di fronte a chi mi aveva incasinato il cuore…che poi non lo abbia realmente ammesso è un’altra storia. Il mondo era ancora nel caos più totale ma il mio problema più grande era essermi accorta di non essere capace a gestire quella situazione…ma ancora non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stato complicato.

Per essere un Non-Anno è stato davvero un anno intenso.
Tutto quello che era stato messo in standby i mesi precedenti si è scatenato nei mesi successivi: shooting fotografici come se piovesse, visite con i clienti e prove in mare, due fiere da organizzare, eventi open days, delivery e allestimenti. Ancora una volta ho sfidato me stessa, vinto le mie ansie e capito che, alla fine del circo, amo davvero il mio lavoro…e sono anche decisamente brava a farlo.

In questo Non-Anno ho scoperto tanto di me stessa…e anche imparato tanto.
Mi sono stupita rendendomi conto che forse il contatto fisico non mi fa così schifo, che non sono così asociale come credo di essere ma i momenti di solitudine sono estremamente importanti per me. Ho scoperto che odio gli imprevisti ma alla fine so sempre come non annegare, anche se ho bisogno di piangere prima di trovare la forza. Ho capito che ogni tanto dire SI fa bene, anche perché rifiutare una giornata su uno yacht da 2M di euro solo perché  non ci si stente a proprio agio con il proprio fisico è decisamente da stupidi. Ho imparato che se sorrido un po’ in più, se rido un po’ in più, non sono più stupida…solo un po’ più leggera. E prendersi un po’ in giro non è poi una brutta cosa.

In questo Non-Anno ho scoperto che sarei diventata zia di una cucciola che non vedo l’ora di incontrare e che già amo da morire.
Ho avuto paura per la mia famiglia, per ogni colpo di tosse, per ogni linea di febbre.
Ho capito che stare in salute è un dono inestimabile.
Ho scoperto che il tampone per il Covid-19 fa male al naso ma l’ansia per l’esito distrugge l’anima.
Ho capito quanto una giornata immersi nel verde e pieni di vino possa essere una boccata d’aria.

Ho scoperto che ci sono emozioni sbagliate contro cui puoi lottare ma alla fine non sempre ne esci vincitrice. Ho imparato che fa male prendersi una sbandata sbagliata, che lottare contro quello che si prova fa schifo e che ammetterlo forse è ancora più doloroso; che si finisce per essere impotenti quando sorridi senza volere e l’unica cosa che desideri è perderti in quell’abbraccio sbagliato. Che merda.

12 lunghissimi mesi…che da poche ore fanno ormai parte di un anno ormai passato.
12 lunghissimi mesi in cui ho cambiato ufficio, scoperto nuove persone essenziali nella mia vita, perso alcune delle mie certezze, smarrito un pezzo di cuore probabilmente per sempre, collezionato nuovi ricordi.
12 lunghissimi mesi in cui ho imparato tantissime nuove parole che mai avrei voluto usare, in cui sono riuscita a non uccidere alcun complottista o noVax, in cui sto ancora lavorando a non intraprendere conversazioni con gli idioti.
12 lunghissimi mesi in cui ho tormentato i miei capelli che sono diventati specchio della mia anima.

12 lunghissimi mesi…che non mi sono serviti per dimenticare, che non mi hanno ancora dato il coraggio per affrontare questo 2021 senza aver voglia di scappare o voglia di uccidere qualcuno, che non mi hanno insegnato ad addomesticare quello che sento…nel bene e nel male.

12 lunghissimi mesi…che difficilmente riusciremo a dimenticare.