Pensieri Sparsi

Il trauma del primo giorno di palestra


La verità è che ad un certo punto bisogna arrendersi: l’età avanza, il metabolismo cambia, la fame non diminuisce neanche invocando tutti i santi del calendario e l’unica soluzione plausibile per affrontare tutte queste piaghe diviene iscrizione in palestra.
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Dopo aver passato un’intera estate, dimenticandoci per un attimo delle illusorie promesse primaverili, a ripeterci: da domani vado a correre come scusante per ogni ben di dio che abbiamo fagocitato, siamo onesti, abbiamo ben chiaro che quel famoso domani è collocato in un futuro distopico in cui probabilmente correre sarà l’unico modo per restare in vita e che, se siamo fortunati, quel futuro non lo vedremo mai, investire in un abbonamento in palestra è l’unico modo per sperare di smuovere il nostro sedere dal suo amato divano. Forse.
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Esattamente un anno fa, per la prima volta dopo una vita, ho messo nuovamente piede in una palestra affrontando una serie di paure fissazioni che avevano accompagnato le mie prime due settimane in quel mondo che tento mi sembrava lontano dalla mia essenza ma che giorno dopo giorno mi aveva lentamente fagocitato. In poco tempo mi sono trasformata in quel tipo di persona che esce di casa al mattino abbinando alla borsa del computer il borsone della palestra, una di quelle pazze che in palestra ci finiva anche il sabato mattina, addirittura una di quelle che prima di fare l’albero il giorno dell’Immacolata è andata a farsi un corso in palestra perchè se ho la possibilità di andarci di mattina con calma, non posso sprecarla.
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Insomma per ben 6 mesi e mezzo circa ho consolidato una storia d’amore con la parte sportiva di me [una parte che neanche immaginavo di avere ma che a quanto pare si era nascosta ben bene negli scorsi anni]. Illusa. E’ bastato un viaggio dall’altra parte del mondo e una serie di impegni che mi hanno impigrito di colpo per indurmi al tradimento, un colpo alle spalle della MeSportiva che, in un batter di ciglia, è stata legata, imbavagliata e nascosta in un covo segreto. Almeno fino a ieri.
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Combattendo contro il richiamo della combo malefica divano+Netflix post lavoro, ho costretto il mio sedere a varcare nuovamente le soglie della palestra. Non potete neanche immaginare che fatica.
Tralasciando il fatto di essermi sentita già più agile e attiva solo attraversando la porta in vetri dell’entrata, quest’anno ho deciso di sfidare ulteriormente me stessa costringendomi ad abbinare ai corsi, a cui ormai mi ero abituata, una roba odiosa e malefica come la sala attrezzi.
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Dopo questa premessa lunga una vita e mezza, siamo arrivati a quanto annunciato nel titolo del post: il traumatico primo giorno di palestra.
Potrebbe essere una nuova mia tradizione quella di avere un impatto terribile con la palestra, una prima sessione di allenamento che mi fa pensare in quanti modi avrei potuto investire i soldi sprecati in quell’abbonamento che già odio con tutto il cuore. Lo scorso anno è stato il corso di Cycling a traumatizzarmi, quest’anno la sala attrezzi.
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Partendo dal presupposto che, involontariamente, ho scelto come mio primo giorno di allenamento il compleanno della palestra stessa e che quindi c’era più o meno il mondo tra spogliatoi, sale, bar e terrazza [vi giuro che c’era una vera e propria festa con tanto di dj e consolle], sono arrivata tardi rispetto alla tempistica che mi ero data e quindi già snervata dal profondo. Sono salita negli spogliatoi, salutato un pò di persone [superando il senso di solitudine ed isolamento del mio reale primo giorno di palestra], indossato leggins e canotta e ripetendomi mentalmente quanto sei sportiva oggi mi sono addentrata nella sala attrezzi.
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Tutta la convinzione con cui mi ero caricata è sparita nel momento stesso in cui mi sono resa conto che:
– non avevo la benché minima idea di cosa dovessi fare;
– avrei dovuto puntare un trainer per farmi dare indicazioni;
– sarei stata un’impedita nel fare tutto quello che mi avrebbe in qualche modo spiegato.
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Con aria da Alice nel Paese delle Meraviglie mi sono avvicinata ai tizi con la maglia brandizzata.
Ciao, sono nuova e non ho idea di cosa fare.
Giuro che avevo elaborato una presentazione meno sfigata, ma non sono brava a seguire i copioni. La ragazza bassina con una lunga coda bionda e delle orribili sopracciglia nere mi ha sorriso tendendomi la mano, peccato che fossi troppo distratta dalle sue sopracciglia mostruose per prestare attenzione al suo nome.
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Mi rivolge un paio di domande per testare il mio livello di pigrizia motoria e le mie eventuali patologie e mi fa salire sul tapis roulant dove, senza smettere di parlarmi e farmi domande, regola tempo e velocità, mi fa registrare con bracciale da carcerata che mi hanno dato in dotazione con l’iscrizione, mi fornisce una scheda esercizi provvisoria da perfezionare con il trainer che mi verrà assegnato e mi abbandona alla mia camminata veloce intimandomi di on premere in alcun modo il tasto rosso con la scritta EMERGENCY STOP.
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Passano i 10 minuti in cui credo di aver pigiato tutti i pulsanti del touch screen, stupendomi della presenza di Netflix su un dispositivo su cui al massimo immagino di passare 10/15 minuti a sessione; ho finto di fare il defaticamento mentre cercavo di capire dalla scheda che magicamente è comparsa sul mio cellulare dove mi sarei dovuta spostare.
Bike: 8 minuti. – Ok, questo posso farlo anche da sola.
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Ho preso  coraggio e ho infilato le cuffie nell’apposito foro [arrendendomi alla mia incapacità di connettere le cuffie bluetooth] e faccio un giro su YouTube. Ho iniziato a sentire familiarità con l’ambiente circostante e, senza distogliere lo sguardo dal display, ho cercato di assumere una posizione naturale e meno tesa fingendo di non avere un’insegna luminosa sulla mia testa con la scritta PIVELLA NOVELLA.
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Finiti gli 8 minuti, il panico ha nuovamente preso possesso di me: dovevo tornare dalla tipa dalle improbabili sopracciglia e passare al prossimo esercizio che vede come protagonista una panca. Mi ha spiegato come fare gli addominali ed io ho finto di non averne mai fatto uno, ho ripetuto i movimenti come una scimmia ammaestrata e, dopo aver controllato che stavo buttando fuori l’aria e stavo facendo lavorare l’addome, mi ha abbandonato su quella panca lasciandomi col mio dubbio esistenziale: ma quante volte devo andare su e giù?
Ci ho messo un poco per capire che probabilmente sarebbe stato nuovamente il cellulare a rispondere alla mia domanda.
Ottimo: 3 serie da 12 e 45 secondi di pausa. Ma devo davvero conteggiare i 45 secondi?
Ho deciso che il tempo è relativo e ho stabilito che 4 sospiri erano il tempo giusto di riposo.
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Per l’esercizio successivo, l’dea di tornare da Miss Sopracciglia mi aveva già avvilito quindi, approfittando del fatto che non si capisse se stessi usando la panca per riposare o mi servisse davvero, ho chiesto ad un altro tizio dalla maglia brandizzata cosa dovesse esserne della mia vita. Mi sono impegnata per altri 5 minuti buoni prima di accorgermi che ero davvero in ritardo sulla tabella di marcia e, per arrivare in tempo a cena, avrei avuto a disposizione altri 15 minuti scarsi di tempo per allenarmi.
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Ho recuperato il tizio che mi aveva spiegato l’ultimo esercizio e, approfittando del fatto che l’attrezzo che avrei dovuto utilizzare, gli ho spiegato che non avevo molto tempo. Mi ha guardato sconvolto, facendomi sentire di colpo un alieno con 5 occhi, 2 code, un paio di corna e un solo orecchio. Palesemente impanicato, non aveva idea di cosa farmi fare in così poco tempo quindi, mossa da un moto di generosità, gli ho spiegato che magari un pò di stretching mi avrebbe fatto bene. E’ tornato a respirare, smettendo di essere violaceo.
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L’ho seguito ad una macchina infernale che aveva lo scopo di chiudermi come uno Startac [citazioni vintage], mi sono semi-sdraita e ho lasciato che mi alzasse le gambe fino a che ho temuto di spezzarmi a metà e l’ho fermato.
Più le tiri su, più fa bene.
Sicuramente, ma se mi lacero i muscoli nel mentre magari non è proprio una buona soluzione.
Ok, ripetilo ancora una volta. Ed è sparito.
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A questo punto avevo già mandato a prostituirsi tutte le mie buone intenzioni e tutta la mia volta di seguire i fantastici tizi che devono illuminare il mio cammino; ho salutato il tizio ripescato nei meandri dei macchinari e ho finto una fretta che non credo di avere per davvero.
Mi raccomando: vai al desk e prendi appuntamento con un trainer per farti fare la tua scheda personalizzata.
Ho sorriso fingendomi desiderosa di tornare a torturare la mia autostima in quella sala, avevo già indietreggiato di qualche passo pronta a scappare quando con un sorriso che andava da orecchio ad orecchio mi ha dato il cinque. Odio queste cose da giovani.
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Credo di non averci mai messo così poco tempo per farmi una doccia ed uscire da quel posto. Ve lo giuro, per davvero. Ma mi sono fermata al desk per prendere appuntamento con il mio trainer, perchè in fondo forse sono masochista.
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Da settimana prossima però riprendo a fare FitBoxe [si torna sempre dove si è stati bene].
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Ce la farà la nostra eroina???

4 risposte a "Il trauma del primo giorno di palestra"

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