Pensieri Sparsi

Il dramma della pausa pranzo


Quando smetti di lavorare ad uno sputo da casa uno dei problemi più gravosi che sei costretto ad affrontare, oltre all’ingente mole di stress da traffico che sarai costretta ad accettare già al secondo giorno ritrovandoti a svegliarti prima ancora del suono della sveglia al solo pensiero di restare imbottigliata anche oggi, è quello del momento del pranzo.

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Tralasciando per un istante il fatto che, fregandomene altamente di quello che praticamente tutti i nutrizionisti e/o dietologi affermano, io al mattino, pur rientrando brutalmente nella categoria di persone che prima del caffè non esistono [o mordono in alcune giornate non iniziate propriamente con il piede giusto] non riesco a toccare cibo [se non dopo aver sognato di mangiare biscotti tutta la notte, in quel caso i Pan di Stelle diventano esigenza vitale]. Insomma, capirete bene che giunta a metà mattina nel mio stomaco scatta una riunione di condominio tra tirannosauri inferociti.
Una dramma, che sarà solo il preludio della vera tragedia: la pausa pranzo.

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Perché la verità è che, quando sei l’ultima arrivata, le dinamiche dell’ufficio non ti sono ancora del tutto chiare e rientri in quella categoria di persone per cui il crearsi problemi inesistenti dovrebbe essere una disciplina olimpica, ritrovarsi a mangiare dopo poche ore con dei perfetti sconosciuti non può essere una passeggiata di salute. L’ansia che accompagna lo scorrere delle ore che ti avvicinano inesorabilmente alla pausa pranzo è pari solo a quella di non creare disastri non appena posizionata nella tua nuova postazione; i minuti che si rincorrono poco prima dello scoccare delle 13.00 sembrano interminabili mentre, nella tua mente, inizi già ad elaborare possibili argomenti di conversazione perché nulla c’è di più imbarazzante del silenzio in compagnia di chi conosci ancora così poco.

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Se si rientra nella fortunata categoria dei fruitori di mensa aziendale, il maggior trauma da affrontare sarà quello di capire in maniera smart il funzionamento del tutto: la fila, la scelta, il menù, il tavolo a cui sedersi e quello a cui non avvicinarsi. Un po’ come ritrovarsi, di colpo, in quei film adolescenziali americani in cui la nuova ragazzetta della scuola deve capire come funziona la mensa scolastica, insomma, una tragedia annunciata perché, per quanto tu voglia dissimulare disinvoltura, non ci sono dubbi che: sbaglierai ad ordinare, rischierai di inciampare e rovesciare tutto il contenuto del vassoio in terra, ti volerà qualcosa via dal piatto, avrai difficoltà a capire come sederti senza sembrare goffa su quei malefici sgabelli girevoli, la signora della mensa ti scambierà per una ragazzina spaventata e denutrita e deciderà di adottarti rivolgendosi a te esclusivamente utilizzando vezzeggiativi e incoraggiandoti a mangiare di più magari regalandoti cibo sotto banco.

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Se, in alternativa, si rientra nella categoria del hai un’ora di tempo per mangiare cazzi tuoi come hai intenzione di fare il discorso cambia decisamente perché quando nessuna convenzione giunge in tuo aiuto, piuttosto che spendere metà stipendio in cibo e ritrovarsi ad imprecare ad ogni boccone ingerito, l’unica soluzione è quella di dotarsi di tanta pazienza e di pranzo a sacco.
Facile a dirsi, ma mica è così semplice come sembra?
La consapevolezza che i tuoi nuovi colleghi avranno affrontato le tue stesse difficoltà all’inizio del loro percorso non allevierà in alcun modo le ansie legate alla scelta del tuo primo pasto perché, soprattutto se sei una sana donnina dall’aspetto delicato e lo stomaco di un muratore, dovrai riuscire a scegliere un alimento sostanzioso ed appagante dall’aspetto leggero. Facile no?

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Inizierai, quindi, con la prima fase: l’illusione.
Cercherai con tutte le tue forze di abbagliare te stessa, ed ingannare gli altri, con la più stupida delle scuse:
Mi bastano due tramezzini a pranzo, non mangio così tanto.
Sentirai nel mentre il tuo stomaco imprecare in aramaico, tenterai invano di sfuggire alle sadiche immagini che ti ripropone la tua mente cercando di non assumere in alcun modo la classica espressione di Homer Simpson di fronte ad una ciambella al solo pensiero di mettere sotto i denti qualcosa di solido.

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Questa squallida finzione potrebbe durare all’incirca una settimana, tempo utile per studiare in maniera metodica il pasto di ogni singolo collega e prepararsi in maniera perfetta alla seconda fare: l’emulazione. Stessi contenitori, stessa bottiglina d’acqua, stesso cibo, stessa tovaglietta, stesse posate.

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Perché la verità è che si è disposti a tutto pur di abbandonare quell’imbarazzo che, giorno dopo giorno, diverrà solo un flebile ricordo, un qualcosa di buffo che ha accompagnato i vostri primi giorni in azienda e che, in breve tempo, si trasformerà in un simpatico argomento di conversazione tra un panino con cotoletta e salsa barbecue e un piatto di pasta fredda.

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In fin dei conti, allo stomaco non si comanda.

 

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9 thoughts on “Il dramma della pausa pranzo

  1. 1° regola – mai la rucola
    2° regola – mai la maionese o la senape o il ketchup
    3° regola – inventarsi un impegno in pausa pranzo può essere utile i primi giorni (utile a straforgarsi lontano da occhi indiscreti)

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  2. Prima di tutto complimenti per la mole di articoli che posti… E’ un complimento sincero.
    Per quanto riguarda questo articolo invece… rientro in quella mediamente fortunata categoria che… se ne sbatte! 😀 Mi siedo dove mi siedo e parlo anche con i cespugli quindi posso pranzare tra delle piante oppure tra dei colleghi! 🙂
    Diciamo che dopo un bel po’ di anni certi colleghi non li cerco (e loro non cercano me) però quando ero nuovo non avevo le difficoltà del nuovo al college. Merito mio? Naaa… qualche ottimo collega c’era.

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  3. Quanto ti capisco! Iniziato oggi con la nuova società e la pausa pranzo è una di quelle tradizioni e certezze che vengono sconvolte ogni volta che si cambia! 😣

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  4. Condivido il tuo stesso trauma, ora che sono nella nuova sede. Qui, mal comune mezzo gaudio, siamo in tanti a dover capire dove mangiare. La schiscetta (come la chiamiamo qui a Milano) è stata la soluzione, ma senza microonde diventa più complicato trovare qualche idea ogni giorno, soprattutto d’inverno

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