Pensieri Sparsi

Così connessi…così distanti.


C’era un tempo in ho finito il credito era la frase più gettonata per giustificare una non risposta ad un messaggio. Un tempo in cui un semplice squillo aveva mille significati e, a dir la verità non capisco ancora come facevamo, li conoscevamo tutti. Uno squillo per dirti che ti penso, che mi manchi, che ho bisogno di te. Uno squillo per dirti richiamami devo parlarti, per dirti scendi sono giù, per dirti affacciati a quella finestra voglio vederti. Uno squillo per accendi la tv c’è il tuo video preferito su Mtv, per avvisarti che la mia lezione di aerobica è finita, per dirti che è suonato l’intervallo tra noiose ore di lezione. Nessuna parola, nessuna emoticon, niente di niente.

Un suono stonato, spesso silenzioso, una leggera vibrazione, un nome fugace sullo schermo di un display privo di colori. Bastava poco per sentirsi connessi, per sorridere immaginando i pensieri della persona dall’altro lato del telefono, per leggere quei pensieri come se bastasse così poco per capirli.

C’era un tempo in cui i messaggi erano fatti di parole e non di faccine gialle, un tempo in cui 160 caratteri dovevano racchiudere un pensiero e le parole erano scelte con cura, erano ricontrollate, capite e poi inviate. Si usavano fastidiose abbreviazioni, ma anche quello era un modo per sentirsi connessi, capiti. Un pessimo linguaggio condiviso, lettere messe in fila come uno stupido gioco di parole che racchiudevano intere frasi, messaggi in codice che i grandi non potevano arrivare a capire.

Un tempo in cui i messaggi si pagavano e il credito non era illimitato, le conversazioni cercavano un loro senso e le parole si rincorrevano senza perdersi in sentieri vuoti. Si ponderava l’interlocutore ancor prima del dialogo, non si sceglieva da chi ricevere un messaggio, ma si valutava a chi rispondere…quando valeva la pena farlo.

Ci si chiedeva che fai, come stai perché si aveva davvero voglia di saperlo, perché le parole avevano un peso, un costo di tempo e di denaro. Il telefono non era il prolungamento della propria mano, spesso troppo grande per la tasca dei jeans era un accessorio da tenere in borsa, assolutamente non a tavola, nascosto sotto al banco di scuola o mimetizzato tra i pennarelli dell’astuccio.

C’era un tempo in cui non esistevano i minuti illimitati ma le telefonate si facevano da casa, di nascosto dai genitori che ad ogni bolletta cercavano il colpevole del costo eccessivo. Erano parole rubate, chiacchiere leggere che correvano lungo un filo. Nessun tasto rosso per rifiutare una chiamata ma un bisbigliato dì che non ci sono troppe volte non capito. Una chiamata mancata era perduta per davvero, il non avere linea era entrare in un buco nero; nessun messaggio per dirti che ti aveva cercato e nessuno che abbia mai preso davvero sul serio l’esistenza della segreteria telefonica.

C’era un tempo in cui Ci sentiamo stasera in chat, era il più comune degli arrivederci, un appuntamento, seppur virtuale, da segnare sull’agenda; ci si incontrava in chat, ci si aspettava, si studiavano gli orari dell’altro per beccarlo per caso, una finta coincidenza, un futile saluto. La gioia di vedere il suo nome comparire tra gli altri. Una piazza virtuale in cui ritrovarsi, le prime parole scambiate col ragazzo della classe di fianco, il numero lasciato e la speranza di ascoltare quelle parole digitate divenire,finalmente, voce.

Parole, suoni, attese, appuntamenti mancati.

Un mondo fatto di connessioni ricercate, contatti sfiorati, frasi sussurrate. Si sceglieva di esserci, non si era costretti dalla doppia spunta blu di whatsapp o dal visualizzato di facebook, si sceglieva di mentire con la più classica delle frasi “non mi è arrivato il messaggio”, si sceglieva di farsi rintracciare, non si era stalkerati come se non ci fosse un domani. Si era meno social, certamente esistevano meno notifiche, non si utilizzava il wifi e le email erano lette appena possibile e non appena inviate. Era tutto più complicato, forse troppo lento. Eravamo meno connessi, ma più vicini. Meno reperibili, ma più presenti.

Eravamo…c’eravamo.

Annunci

7 thoughts on “Così connessi…così distanti.

  1. Stupendo! Quanta verità! In fondo, se devo essere sincera, mi mancano un po’ quei tempi.
    Oggi ci sei perché ci devi essere, una volta c’eri perché ci volevi essere!

    Mi piace

  2. Vero: era davvero un altro mondo, e sembra anche passato un secolo.Un po’ di nostalgia, in effetti, resta.
    Comunque la doppia spunta blu si può disattivare (io l’ho fatto subito).Basta disabilitare la conferma di lettura, così sarete tutti meno “controllati”.☺

    Mi piace

  3. ai nostri genitori mancano le lettere, a noi mancano le cose che hai scritto…Se ai futuri adulti mancheranno le cose che abbiamo oggi,dove saremo arrivati?

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...